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08 gennaio 2011

"Servizi" e rifiuti tossici, si riapre il caso

di Andrea Palladino

il manifesto 07/01/2011

È un'aria strana quella che tira dalle parti di palazzo San Macuto. Via del Seminario, in piena Roma barocca, è sempre stata la sede dei misteri italiani. Qui passò Nilde Iotti, quando presiedeva la commissione sulla P2. Qui si affacciava Carlo Taormina, quando preparava la vergognosa relazione finale sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E qui la commissione bicamerale sui rifiuti, presieduta da un altro avvocato celebre, Gaetano Pecorella, prepara oggi la fase finale del dossier sulle navi dei veleni.
La testimonianza di Francesco Fonti e la vicenda del cargo Cunski sembrano ormai archiviate, sepolte. Manca una spiegazione decente su questa vicenda, qualcuno che racconti perché per cinque anni si è dato credito alla storia dell'ex collaboratore di giustizia che oggi tutti giudicano inattendibile. O è un folle, oppure le sue parole nascondevano - e nascondono - qualcos'altro.
C'è una pista che preme particolarmente alla commissione. Un filo che riporta al 1995, ai mesi che hanno preceduto la morte del capitano De Grazia, l'ufficiale della marina - medaglia d'oro alla memoria - che stava ricostruendo le rotte della navi a perdere, delle carrette cariche di scorie affondate nel mar Mediterraneo. Indagini che sono morte insieme a lui, che nessun altro uomo della nostra Marina Militare ha avuto il coraggio e la forza di riprendere.
Nei mesi scorsi sono entrati in gioco i servizi di sicurezza, vero enzima dei segreti italiani. Tra le carte della commissione Pecorella c'è un documento che promette rivelazioni scottanti. È datato 11 dicembre 1995, e dimostrerebbe - secondo alcune indiscrezioni - un finanziamento proveniente dal governo Dini ai servizi italiani per la gestione di un traffico di rifiuti nucleari e di armi. Il documento sarebbe ancora secretato, e non ne conosciamo la provenienza, che, in questi casi, non è un fattore secondario. Ma è la data del documento a colpire, a ricollegarsi - in una incredibile coincidenza temporale - con la morte del capitano di corvetta Natale De Grazia.
Nome in codice Pinocchio
È il 13 maggio 1995. Davanti agli uomini della forestale guidati dal colonnello Rino Martini si presenta una fonte confidenziale. Viene ascoltato con il patto di non rivelare la sua identità, utilizzando un articolo del codice di procedura penale specifico, che serve a tutelare i confidenti. Il suo racconto punta il dito su un personaggio chiave del mondo delle scorie pericolose, Orazio Duvia. È un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli, una vera e propria piattaforma logistica dei rifiuti tossici. Il confidente - che si fa chiamare, con una certa ironia, Pinocchio - spiega quali sono i presunti legami di Duvia con il mondo delle fabbriche di armi e con quel groviglio di poteri che ancora oggi dominano la città di La Spezia. Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche - a capo Spartivento - la Rigel. Un cargo che, secondo "Pinocchio", era pieno di «materiale nucleare (uranio additivato)».
La testimonianza è fondamentale. È la prima volta che nell'inchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria - Francesco Neri - e di Matera - Nicola Maria Pace - appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta.
«Affondamenti sospetti»
Il periodo tra il maggio e il dicembre del 1995 è frenetico. Natale De Grazia è la persona del gruppo che si dedica alla ricostruzione delle rotte delle navi a perdere, a partire dalla Rigel. Vengono acquisiti gli atti del processo contro gli armatori e i caricatori della nave, già accusati di truffa all'assicurazione e affondamento doloso dalla Procura di La Spezia. Un processo terminato con una condanna fino al terzo grado per il reato di affondamento doloso, mentre l'ipotesi dell'associazione per delinquere è caduta nel corso del processo.
Rileggere oggi quelle carte conservate negli archivi del Tribunale di La Spezia è però fondamentale per capire il contesto dell'affondamento della nave Rigel, sospettata di aver trasportato uranio additivato. Nell'ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati, il giudice istruttore di La Spezia parla non di un singolo affondamento, ma di tante navi affondate in maniera dolosa e sospetta. L'ipotesi era che esistesse «un'associazione criminosa avente lo scopo di commettere più reati di naufragio doloso e truffe aggravate ai danni di varie società di assicurazione». Più naufragi, non solo la Rigel. Ed era questa la pista seguita da Natale De Grazia e la prima, solida conferma giudiziaria dell'esistenza di diverse navi disperse nelle acque del Mediterraneo. Cosa trasportavano? Chi ha organizzato l'affondamento?
Una questione di Stato
I magistrati si rendono subito conto che quell'indagine è esplosiva. Pensare a traffico di rifiuti nucleari, gestiti da gruppi massonici e criminali, per poi essere gettati in mare, faceva tremare i polsi anche ad investigatori testardi come De Grazia. Perché era evidente che un traffico del genere non poteva avvenire senza la copertura di parti importanti dello stato. Pensando, poi, al centro della rete, la città di La Spezia, sede di basi Nato, della Marina Militare, del centro di addestramento dei reparti speciali, di fabbriche di armi, era evidente che far uscire una nave carica di uranio non poteva essere un gioco per semplici truffatori.
E così i magistrati in quei mesi scrissero al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Lo ricorda Francesco Neri, nella sua testimonianza del 1997 durante l'inchiesta per la morte di Natale De Grazia: «Ricordo che unitamente al collega Pace della Procura circondariale di Matera comunicammo al Capo dello Stato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dell'ingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiesi al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi». Informative dei servizi poi realmente confluite negli incartamenti dell'inchiesta. Dunque, l'intelligence italiana conosceva sicuramente l'indagine sulle navi.
Un tragico dicembre
Natale De Grazia era sul punto di chiudere le indagini. Aveva già programmato di utilizzare le festività di fine anno per preparare un rapporto finale, con le conclusioni della lunga inchiesta. Il sei dicembre a Reggio Calabria viene sentito - per la seconda volta - il teste "alfa alfa", ovvero Aldo Anghessa. Oscuro trafficante, fortemente sospettato di agire spesso per interessi non chiari o come agente provocatore, due giorni prima del ponte dell'immacolata depone davanti a Natale De Grazia. E introduce un nuovo nome, che sarà fondamentale per l'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Giampiero Sebri. «È disposto a collaborare», spiega Anghessa. Sebri qualche anno più tardi - nel 1997 - deporrà a lungo davanti ai magistrati della Dda di Milano, raccontando di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari. Indicherà anche Giancarlo Marocchino e l'ufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, Luca Rajola Pescarini, come personaggi coinvolti, a suo dire, nel traffico. Per quelle dichiarazioni venne condannato per calunnia, condanna penale poi revocata qualche mese fa dalla Corte di Cassazione.
Quattro giorni dopo l'interrogatorio Natale De Grazia, insieme al maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta, riceve sei deleghe dal procuratore Neri, per compiere indagini a La Spezia e a Como. Chi doveva incontrare De Grazia non lo sappiamo. Il 12 dicembre parte e a mezzanotte viene stroncato da un arresto cardiaco, in circostanze mai chiarite.
I servizi segreti
Il documento arrivato nei mesi scorsi negli uffici della commissione Pecorella che dimostrerebbe l'erogazione di fondi ai servizi segreti per la gestione dei rifiuti nucleari e di armi ha la data - secondo quanto riportato dal quotidiano Terra - dell'11 dicembre 1995, ovvero il giorno prima del viaggio di De Grazia. Il capitano di corvetta sentiva il pericolo come vicino, vicinissimo. Lo raccontava al cognato, mentre da qualche mese - dopo una perquisizione decisamente anomala a Roma - aveva il timore di entrare in contrasto con pezzi importanti dello stato. Sapeva di essere vicino alla verità, e questo lo preoccupava. Quello che probabilmente non sapeva era che quello stesso stato che gli pagava lo stipendio per bloccare i traffici criminali di rifiuti e di armi, finanziava - segretamente - chi quei traffici li copriva o, addirittura, li organizzava.

05 dicembre 2010

De Gennaro: Malabarba, la notizia è che nessuno ne parla...

Roma, 4 dic - "Massimo Ciancimino l'avrebbe detto 'qualche tempo fa' alla Direzione antimafia, che ne ha prontamente informato la Procura di Caltanissetta: Gianni De Gennaro sarebbe l'uomo chiave della trattativa tra lo Stato e la Mafia secondo il padre Vito Ciancimino, sindaco democristiano di Palermo e referente per Cosa nostra in quegli anni. Ma della cosa si viene a conoscenza solo ieri, al momento del parziale passo indietro del testimone: De Gennaro non era il diretto tramite, ma colui che controllava e dirigeva chi fungeva da tramite tra Stato e Mafia.
Qual e' la notizia? - si chiede Gigi Malabarba, di Sinistra Critica, gia' senatore e membro del Copaco- Che di un fatto cosi' grave - che vedrebbe imputato il principale responsabile di tutta la sicurezza del paese (il direttore del Dis, dopo la riforma, e' il capo di tutti i servizi segreti), nonche' ex capogabinetto del Viminale, ex capo della polizia sotto ben quattro governi di centrodestra e di centrosinistra, ex capo poliziotto nelle investigazioni contro la criminalita' organizzata a fianco di Giovanni Falcone e insignito del premio Fbi (unico al mondo non americano) - non c'e' nessuno, ne' nella maggioranza ne' nell'opposizione che abbia detto alcunche', se togliamo Capezzone, portavoce del Pdl, che ha espresso personale solidarieta'. Cioe', nessuno ha detto nulla! Ne' in solidarieta', ne' per chiedere chiarimenti! Chiaro no? E' un mix di terrore a scoprirsi sia a favore che contro. Terrore.
Perche'? Perche' - conclude Malabarba - tutti sanno bene di quel potere accumulato da Gianni De Gennaro proprio nella gestione di quella lotta alla mafia, a partire dal ruolo dei pentiti, quel ruolo di 'deus ex machina' di cui parla Vito Ciancimino, a prescindere dall'eventuale implicazione nella trattativa diretta tra Stato e Mafia nel 1992-93, quando il ministro dell'interno si chiamava Nicola Mancino.
Non so se Massimo Ciancimino sia soggetto credibile nelle sue affermazioni, snocciolate nel corso del tempo e non negli anni passati, almeno da quando ha cominciato a parlare della 'trattativa'. Anche le procure di Caltanissetta e di Palermo hanno opinioni diverse. Non so se la cattura di Provenzano, avvenuta durante le elezioni dell'aprile 2006 quando ancora non era noto il risultato, sia stato un messaggio politico. Non so se il capo dei Ros e poi del Sisde Mario Mori, che ne avrebbe ritardato la cattura, ha agito in proprio o in collaborazione con l'allora capo della polizia. Ma da cio' che 'non si dice' oggi si conferma il ruolo di intoccabile e di non punibile di uno degli uomini piu' potenti del paese, che ha messo un'ipoteca sul giudizio della Corte di Cassazione in arrivo, dopo la clamorosa condanna in appello per la repressione a Genova durante il vertice del G8 nel 2001".

27 ottobre 2010

L'ecologismo popolare

di Maurizio Braucci*
«C'è una nuova corrente di ecologismo o ambientalismo globale che nasce dai conflitti sociali intorno al diritto e alla titolarità sull'ambiente, ai rischi di contaminazione, alla perdita di accesso alle risorse naturali e ai servizi ambientali». Così ha scritto Joan Martinez Alier, divulgatore dei temi dell'ecologismo popolare, la forma più attuale e drammatica di lotta al neoliberismo nelle aree di retrosviluppo del pianeta. Chiarisce Alier nel suo libro "Ecologia dei poveri" edito da Jaca book: «Nei conflitti ecologici distributivi i poveri si trovano spesso dalla parte della conservazione delle risorse e di un ambiente non inquinato, senza la pretesa di essere ecologisti». Se si vuole cercare di capire quanto sta accadendo in questi giorni a Terzigno e Boscoreale, bisogna partire, oltre che dalla premessa storica - cosa è accaduto negli ultimi 15 anni al ciclo dei rifiuti campano - da quella economica - le risorse ambientali sono risorse affaristiche.
Da quando nel 1999 la regione Campania appaltò il suo ciclo dei rifiuti alla Impregilo, la monetarizzazione del ciclo della monnezza l'ha fatta da padrona. A partire dal piano finanziario con cui la multinazionale richiedeva alle banche il capitale necessario al suo business, progettando così un ciclo inadatto alle caratteristiche del territorio (alta densità abitativa, grande presenza di terreni agricoli, una condizione ambientale già compromessa) ma invece capace di attrarre investimenti per la sua alta redditività. Un sistema obsoleto di discariche e inceneritori, incentivato dall'esistenza di fondi europei (Cip6) alle energie prodotte dalla combustione, prevalse perfino sulla legislazione europea che già prescriveva una gestione dei rifiuti più moderna ed ecologica. Ciò che rese possibili tali inefficienze e illeciti fu l'esistenza in Campania della gestione emergenziale dei rifiuti che permetteva, se necessario, l'inosservanza delle leggi e garantiva enormi finanziamenti pubblici speciali.
La fine degli anni '90 segnava inoltre in tutta Italia il passaggio di numerosi servizi pubblici locali nelle mani di privati, gli enti appaltavano alcune delle loro attività a società miste e consorzi creati all'uopo anche per assorbire un po' di disoccupazione e sistemare in ruoli dirigenziali esponenti di partito. Queste operazioni, ancora oggi contestate al nostro Paese dalla Corte Europea, si sono spesso risolte in nuove forme di finanziamento ai partiti (dopo la fine di tangentopoli) e in affarismi e clientele che in Campania, nel settore dei rifiuti, data la disponibilità degli ingenti finanziamenti all'emergenza, diede la stura alla creazione di società e consorzi meramente speculativi o addirittura legati alla camorra. Un elevato livello di business, non solo locale, è stato dal 1999 la matrice della gestione del ciclo dei rifiuti campano, attraverso appalti oscuri se non criminali. L'avidità dei soggetti preposti alla delicata gestione dell'emergenza e la natura politica e/o criminale dei loro amministratori, non poteva che partorire quell'immenso caos fatto di inefficienze, speculazioni e ricatti divenuto famoso in tutto il mondo come emergenza (o meglio truffa) dei rifiuti in Campania.
Le proteste delle popolazioni locali, partite ad Acerra nel 2001, insieme alle denunce di alcuni parlamentari hanno portato a continui interventi della magistratura capaci di disturbare l'esecuzione del piano previsto per i rifiuti. Il Tribunale di Napoli ha iniziato così a sequestrare alcuni impianti della Impregilo fino a confiscarle - nel 2007 - 750 milioni di euro (per profitto di reato) e interdirla a partecipare per un anno a contrattazioni con la pubblica amministrazione (mentre le si stava concedendo l'appalto del Ponte sullo Stretto). Ciò ha posto la Impregilo in grandi difficoltà verso le banche creditrici. Da quel momento, prima il governo Prodi e poi quello Berlusconi si sono adoperati per aiutare quella finanza italiana i cui investimenti erano bloccati in Campania dalla magistratura e dalle proteste. Il testo del decreto n° 90 del maggio 2008 promulgato da Berlusconi durante la sua marcia trionfale a Napoli va letto come un capolavoro di provvedimenti capaci di sbloccare il rientro del capitale investito dalle banche attraverso la Impregilo, salvando amici e sodali della politica italiana e disponendo tutto il possibile in deroga a numerose leggi in vigore.
È evidente che una soluzione del genere è stata in continuità con gli interessi della finanza a spese della gente e del territorio e che presto avrebbe riportato tutto allo stadio emergenziale di partenza. Non è un caso che a gestire il redditizio inceneritore di Acerra sia subentrata alla Impregilo la società A2A alleata della Lega (Bossi ha infatti richiesto un ulteriore utilizzo della forza per sbloccare le resistenze di Terzigno, difendendo anche lui gli investimenti del partito nel ciclo campano). Ad Acerra vengono bruciati composti di miscele che non dovrebbero andare in combustione per i devastanti effetti sull'ambiente ma che ci vanno grazie al decreto n° 90. Prima che dalla folle intenzione di aprire una seconda discarica tra le già flagellate Terzigno e Boscoreale in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, l'attuale ripresa dell'emergenza rifiuti in Campania è nata dagli scioperi e dai boicottaggi dei lavoratori di alcuni consorzi che sono sotto minaccia di smantellamento da parte del nuovo governatore regionale Stefano Caldoro (il quale evidentemente non vuole tenersi le reti clientelari create dai suoi precedessori).
Quella di Terzigno e Boscoreale è davvero una lotta contro il neoliberismo, di quelle che se accadessero in America Latina verrebbero subito intese come forme di resistenza allo sfruttamento capitalistico ambientale, ed è una lotta che merita senza dubbio il sostegno di quanti si battono per la democrazia e per la giustizia. Come ogni forma di ecologismo popolare è una lotta di retroguardia, cioè non solo per ampliare i diritti ma per non perdere quelli fondamentali, e che viene vista spesso attraverso le lenti deformanti dello snobismo e del pregiudizio proprio a causa della sua concretezza. In Campania ci si sta battendo per mantenere una linea di confine tra esigenze umane e affari, con in campo una componente fortemente femminista, la più pronta finora a comprendere quanto questa sia una battaglia per la vita e per lo stato di diritto.
* Scrittore, sceneggiatore del film "Gomorra"
il manifesto 24/10/2010

22 settembre 2010

Dietro lo IOR, niente?

Il presidente Gotti Tedeschi e il direttore generale Cipriani indagati per violazione delle norme sull’antiriciclaggio.
di Anna Petrozzi - 21 settembre 2010
Aveva assicurato massima trasparenza e piena collaborazione con i magistrati il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi quando lo scorso giugno e nel novembre 2009 un’inchiesta della procura di Roma aveva messo sotto la lente di ingrandimento alcune operazioni milionarie (in euro) avvenute tra la Banca vaticana e altri istituti di credito tra cui Unicredit, Intesa San Paolo e la Banca del Fucino. Ora la trasparenza non sarà sufficiente, il noto economista dovrà fornire risposte precise e circostanziate ai pm Nello Rossi e Stefano Rocco Fava che lo hanno iscritto nel registro degli indagati assieme al direttore generale Paolo Cipriani per violazione della legge antiriciclaggio.Dal 2003 infatti la Cassazione ha stabilito la competenza della giurisdizione italiana anche sullo Ior e la stessa Bankitalia con una circolare del 9 settembre scorso ha imposto controlli rafforzati anche sulla banca vaticana considerata come un istituto di credito comunitario.
In particolare la contestazione mossa ai due dirigenti riguarda i commi 2 e 3 dell’articolo 55 del decreto legislativo n.231 del 2007, vale a dire sono accusati di aver omesso di fornire le indicazioni richieste inerenti le generalità dei soggetti sul conto dei quali eseguivano le operazioni (comma 2) e gli scopi e la natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale (comma 3).
Non vi è la prova del riciclaggio quindi, in effetti assai difficile da trovare. Ma la mancata segnalazione è comunque ritenuta ugualmente grave al punto che i due pm hanno ottenuto dal gip Maria Teresa Covatta il sequestro preventivo di 23 milioni di euro (su 28 complessivi) depositati presso un conto corrente aperto presso la sede romana del Credito Artigiano spa.
Secondo la ricostruzione si tratta del trasferimento di 20 milioni alla JP Morgan di Francoforte e di 3 alla Banca del Fucino. La transazione è stata segnalata come sospetta dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia (UIf) che ha quindi sospeso l’operazione per 5 giorni lavorativi consentendo così alla Guardia di Finanza di effettuare accertamenti.
La Santa Sede non ha esitato ad esprimere la propria solidarietà e fiducia a Gotti Tedeschi e Cipriani ribadendo il proprio impegno affinché lo Ior possa essere inserito nella cosiddetta “white list”, una sorta di lista dei buoni istituti che fanno della trasparenza un tratto distintivo.
Per quanto riguarda invece le transazioni in questione – si legge nella nota diffusa nella sala stampa vaticana – si tratta di operazioni di giroconto (cioè un trasferimento di denaro tra conti dello stesso proprietario) per tesoreria presso istituti di credito non italiano il cui destinatario è il medesimo Ior.
Questo spiegherebbe perché dietro i vari bonifici vi sarebbe solo l’acronimo della banca. I magistrati, al contrario, ipotizzano che proprio dietro la sigla Ior si possano nascondere persone fisiche o società che hanno utilizzato questi conti schermati come una via privilegiata per lo spostamento di capitali tra l’Italia e l’estero. L’indagine punta proprio a identificare gli eventuali beneficiari di titoli e operazioni per milioni di euro.
www.antimafiaduemila.com

01 luglio 2010

Mafioso senza appello

di Giuseppe Di Lello
Il senatore Marcello Dell'Utri, cofondatore con Berlusconi di Forza Italia, è stato condannato anche in appello per concorso esterno in associazione mafiosa: nudo e crudo, politico più che giudiziario, il fatto è questo e su questo bisogna ragionare in attesa di leggere le motivazioni della sentenza e, ovviamente, ricordando che bisognerà aspettare anche la pronuncia finale della Cassazione.
Ha retto l'impianto accusatorio delineato dalla sentenza di primo gado, mentre sembra non aver avuto alcuna influenza l'apporto fornito da Spatuzza per i fatti dopo il 1992 (le stragi) per i quali è stata dichiarata la insussistenza. In realtà sembra di capire che si sarebbe potuto andare a sentenza già prima della presentazione in dibattimento del pentito eccellente e che la sua deposizione abbia un po' complicato le indagini in corso su quei fatti, ma non più di tanto, dato che certo questa sentenza non può cancellarli se le stesse dovessero approdare a risultati penalmente rilevanti: lasciamo a futuri giudici l'ardua sentenza.
In questo contesto anche la mannaia della prescrizione - vista la riduzione della pena a sette anni - diventa un problema secondario, perché il punto non è tanto vedere Dell'Utri in carcere quanto ribadirne il ruolo di cerniera tra la mafia e la politica andata al potere, con Forza Italia poi Pdl: questione politica, più che giudiziaria, appunto.
Per Berlusconi i fatti privati - aziende, finanza, conflitti d'interesse - sono inestricabilmente legati alla gestione di un potere affaristico e palesemente corrotto, inclusi i rapporti intercorsi con personaggi come Dell'Utri, e non a caso sta cercando di risolverli complessivamente con il lungo rosario delle leggi sia a sua protezione che a protezione degli interessi generali di un sistema che ha negli affari, nell'illecito e nelle mafie il suo punto di forza. Gli scudi, i legittimi impedimenti, la vanificazione delle intercettazioni e delle indagini, lo svuotamento del processo penale, l'indebolimento dell'indipendenza dei pm e della magistratura, l'azione penale rimessa interamente nelle mani della polizia giudiziaria e, cioè, dell'esecutivo, il bavaglio alla libera stampa, la soppressione dei già affievoliti poteri di contrattazione sindacale, sono tutti funzionali a quel disegno che andrebbe contrastato nella sua interezza se si vuol difendere quel residuo di democrazia che ci è rimasto.
Cosa pensi questa maggioranza di destra sui legami tra mafia e politica lo si è già visto con la strenua difesa di Cuffaro fino alle sue dimissioni imposte dalla condanna, con la unanime e decennale solidarietà a Dell'Utri, con la conferma di Cosentino a sottosegretario, per citare solo gli episodi più eclatanti. Né valgono gli annunci trionfalistici dei vari Maroni sugli arresti di latitanti o sui sequestri di patrimoni: se nel nostro Paese la forza della mafia fa perno principalmente sui rapporti con la politica, sappiamo da che parte stanno le forze della destra e come con queste al governo sarà impossibile sradicare una tale organizzazione criminale.
È a questo intreccio tra poteri criminali e poteri politici che un'ennesima sentenza, quella di ieri, rinvia con forza ed è su questo intreccio che l'opposizione parlamentare dovrebbe riflettere più attentamente, senza accantonarlo come un fatto accidentale, ma riconoscendo che è un punto di forza del potere della destra, specie nelle regioni meridionali: quindi trarne le conseguenze, ad ogni livello, nazionale e locale.
Il Pd non può pensare di dialogare in Parlamento sulle riforme all'ombra di questa santa alleanza, quando è chiaro che la destra non è affatto propensa a rinunciare agli «strumenti» dell'illecito ma anzi li vuole rafforzare (vedi Brancher) perché consustanziali al suo potere, né può pensare di governare in Sicilia alleandosi con pezzi di classe politica che fanno riferimento addirittura a Dell'Utri.
I giudici hanno il compito di tirare le somme attenendosi a quanto la legge prescrive, ciò che la Corte d'appello di Palermo sembra aver fatto, né più, né meno. L'opposizione politica ha il compito tautologico di fare opposizione, tenendo ben presenti tutti i fatti della tragica realtà del momento, sentenza Dell'Utri compresa.

il manifesto 30/06/2010