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30 luglio 2013

NUOVI INIZI

Nell’ultima conferenza nazionale di Sinistra Critica si sono confrontate, e alla fine sostanzialmente eguagliate, due posizioni politiche e strategiche tra loro alternative. Il lavoro degli ultimi sei mesi non ha prodotto significativi passi avanti nella convergenza tra quelle impostazioni che affrontano diversamente nodi analitici e teorici rilevanti e soprattutto si danno progetti di lavoro politico e strumenti di intervento differenti.

Questa difficoltà la viviamo come una nostra debolezza inserita però nella più ampia crisi sociale e politica italiana ed europea. Le forze della sinistra anticapitalista conoscono quasi ovunque una difficoltà materiale e di strategia politica.

Le condizioni obiettive dettate dalla crisi e da quella “lotta di classe” al contrario che i poteri dominanti stanno conducendo da diversi decenni, dovrebbero offrire un terreno privilegiato a forze orientate verso la trasformazione sociale. Ma la realtà materiale indica che non è così: in Francia, in Germania, in Gran Bretagna e in Italia, ad affermarsi è la difficoltà, la scomposizione delle forze ed anche la crisi

Sinistra Critica ha rappresentato un progetto politico che, nel quadro dell’esperienza di Rifondazione comunista, ha puntato ad amalgamare la necessaria rifondazione del pensiero e della pratica marxiste con le energie rese disponibili dai nuovi movimenti sociali e politici. In questo senso ha trovato ispirazione e progetto politico nelle vertenze sociali, nella vita e nelle vicende del movimento operaio, nei movimenti anti-globalizzazione e per la pace, nel nuovo femminismo e nelle lotte dei movimenti lgbt.

Sempre tenendo fermo un orientamento finalizzato alla ricostruzione di una soggettività e di una organizzazione politica anticapitalista, internazionalista, femminista, ecologista.

Questo progetto si è dipanato nel corso degli anni 90 e 2000, nella battaglia politica interna al Prc contro le derive governiste di quel partito, rese evidenti, in particolar modo, con il secondo governo Prodi. Abbiamo cercato di indicare una via d’uscita all’impasse della sinistra, alternativa a quella proposta da Fausto Bertinotti e dal gruppo dirigente di Rifondazione. Quella battaglia, in termini di consenso, non ha avuto l’esito sperato.

Ma i vincitori di quella contesa hanno ottenuto una vittoria di Pirro che presto si è trasformata nella disfatta del partito e risultano tra i principali responsabili della scomparsa della sinistra politica dal panorama italiano.

Restiamo convinti che l’esperienza condotta negli anni, o decenni, trascorsi alle nostre spalle, sia stata giusta. E’ stato giusto contestare in radice la cultura politica dominante della sinistra italiana, derivante dal riformismo togliattiano e dalla vocazione al compromesso sociale. E’ stato giusto denunciare il ruolo nefasto che lo stalinismo ha avuto nella storia del movimento operaio internazionale, battendosi per recuperare “la memoria dei vinti”, le giuste battaglie storiche degli oppositori alla Terza Internazionale. E’ stato giusto lavorare per il rinnovamento culturale del marxismo, recuperando le teorie migliori e la freschezza dell’apparato critico dello stesso Marx contro ogni tentazione di ossificazione. E’ stato giusto battersi contro gli apparati burocratici del movimento operaio, in campo politico e sindacale, rivendicando l’autorganizzazione e il protagonismo operaio come unico viatico per una effettiva emancipazione. E’ stato giusto recuperare il pensiero ecologista come punto nevralgico di un’identità per la nuova sinistra.

Rivendichiamo, in particolare, lo sforzo costante di coniugare, nella nostra concezione della sinistra anticapitalista, il femminismo con il marxismo critico e di fare del protagonismo delle donne un passaggio ineludibile per qualsiasi progetto di trasformazione. E’ stato giusto mantenere la rotta su un progetto di trasformazione rivoluzionaria e socialista della realtà esistente.

Tutto questo non ha impedito anche al nostro progetto di segnare il passo. Non siamo riusciti a costruire una alternativa forte e credibile alla deriva della sinistra italiana e, nel momento in cui si sono verificati grandi sommovimenti internazionali (la crisi) e modificazioni profonde nel corpo vivo della sinistra politica – si pensi alla crisi del Pd, dopo quella di Rifondazione – abbiamo iniziato a maturare, al nostro interno, analisi e progetti diversi per rispondere alla crisi.

La nostra ultima conferenza ci ha consegnato un’organizzazione sostanzialmente divisa a metà su due progetti la cui alternatività si è mostrata evidente con il passare del tempo. La politica, del resto, non può essere confinata alla sola analisi e alla condivisione degli orizzonti di fondo.

Se fosse così non esisterebbero, e non sarebbero esistite, scissioni, divisioni, divaricazioni inconciliabili.

A questo punto avremmo potuto dare vita a una classica contesa, strappandoci reciprocamente consensi, in un faticoso lavoro di interdizione simultanea. Avremmo potuto anche nascondere le nostre divergenze e “fare finta” che non fosse successo nulla dando vita, di fatto, a due correnti separate.

Abbiamo preferito spiegare la nostra situazione, renderla esplicita e trasparente con la presunzione di offrire un altro modo di affrontare la crisi della sinistra.

Con questa lettera noi dichiariamo chiusa l’esperienza politica di Sinistra Critica che quindi da oggi non esisterà più nel nome e nella simbologia. Ma il collettivo militante che questa organizzazione ha rappresentato non si ritira dalle battaglie politiche e sociali: dalle sue “ceneri” nascono altre storie, anzi già operano iniziative e attività articolate e complesse. I suoi e le sue militanti daranno vita, infatti, a progetti diversi, uno che propone una organizzazione politica più che mai orientata a un forte radicamento di classe, l’altro intenzionato a intraprendere, in un’ottica di classe, la strada della promiscuità tra “politico” e “sociale” che cominceranno a vivere pubblicamente nelle prossime settimane e nel mese di settembre.

Abbiamo pensato che invece di dare vita a scontri e recriminazioni fosse più giusto e utile, anche per rispetto alla nostra storia comune, condividere il momento della separazione, rispettando l’impegno di tanti e tante militanti. Speriamo che i due progetti politici che scaturiranno dalla nostra esperienza restino complementari tra loro anche se distinti. Non sappiamo se ci riusciremo ma questa è la nostra intenzione.

Anche per questo abbiamo deciso di garantirci per il futuro uno spirito fraterno dividendo con un accordo comune espresso in uno specifico testo scritto le poche risorse esistenti e garantendo a ciascuno l’operatività politica organizzativa.

In questo nuovo quadro politico organizzativo, insieme ribadiamo, la comune adesione al dibattito, al patrimonio e al progetto politico della corrente Quarta internazionale così come si è andata evolvendo nel tempo e come oggi si presenta nelle sue articolazioni internazionali: dal progetto del Nuovo partito anticapitalista francese, al dibattito latinoamericano fino alle nuove esperienze asiatiche. Un riferimento non dogmatico ma politico, culturale e “in progress”.

Il coordinamento nazionale

14 marzo 2013


Per un nuovo progetto politico, anticapitalista

Le elezioni sono state solo l'epifenomeno di un cambiamento in atto da tempo. Ora non serve ricostruire i vecchi strumenti politici ormai in macerie nè fare astratti "fronti di opposizione". Serve un processo che parli alle nuove forme di politicizzazione, superando le organizzazioni esistenti.

Il terremoto politico creato dalle elezioni dello scorso 24 febbraio ci conferma la giustezza di un'analisi che abbiamo avviato da circa due anni. Una riflessione che muoveva dalla consapevolezza della fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel Novecento e dalla fine dei riti e degli strumenti politici che quella storia ci consegna (partiti e, in gran parte, organizzazioni sindacali burocratiche). Non saranno più quei simboli e quelle tradizioni a parlare e a ricomporre socialmente e politicamente una classe frammentata ma non per questo meno colpita dallo sfruttamento e dall'alienazione; non basta una generica «unità delle opposizioni» per risalire la china.
"Quando affermiamo che il movimento operaio del Novecento non c'è più, naturalmente non intendiamo dire che la classe operaia si è dissolta o che non esistono più un movimento sindacale e l'esigenza di continuare a lavorare in quell'ambito", scrivevano alla scorsa Conferenza nazionale di Sinistra Critica. "Prendiamo solo atto dell'ovvietà che non esiste più l'insieme sinergico che in Europa e nel mondo aveva costretto il capitalismo a cambiare per non morire (…) La fine di quel movimento operaio necessariamente comporta un mutamento di ottica e di pratiche anche di chi ha vissuto all'opposizione al suo interno perché non c'è più la possibilità di investire nella speranza che un soggetto socio-politico forte sia portato dalle proprie lotte oltre l'orizzonte riformista. La ricostruzione ci riguarda direttamente nonostante le forze a disposizione siano esigue e quindi si può solo scegliere una parte del lavoro, una frazione del movimento nel suo insieme".
Il quadro è cambiato, e da tempo. Le elezioni politiche di febbraio rappresentano solo l'epifenomeno, così come accade sempre con i risultati elettorali. Uno smottamento profondo si è verificato nel tempo sia nella natura dei soggetti sociali che nella loro relazione con la politica. Il detonatore di questo smottamento sono state la crisi economica e allo stesso tempo la crisi delle politiche liberiste che ormai viene percepita in modo sempre più crescente. Le elezioni hanno espresso un rifiuto di massa delle politiche degli ultimi vent'anni e il dissenso nei confronti del sistema è stato di una portata senza precedenti (oltre la metà dell'elettorato non ha votato oppure ha votato per il M5S percepito come esterno al «sistema»).

Questo dato potrebbe aprire spazi enormi per i movimenti, che dovrebbero cercare di utilizzare a fondo questa rottura provando a trasferirla sul terreno sociale, giocando sull'instabilità del sistema politico e delle forze politiche che lo hanno sostenuto, e sfidando il Movimento 5 stelle, le sue proposte e le/i attiviste/i e le/i nuove/i parlamentari sul terreno dell'autorganizzazione. Ridefinendo per questa via le "giuste fratture" a cominciare da quella di classe. Il problema principale però non sarà tanto l'interlocuzione con il M5S e le sue espressioni istituzionali, che pure, nella prossima fase, in funzione delle vicende di movimento offrirà una relazione obbligata e in alcuni casi anche utile alle istanze dei movimenti sociali (come annuncia la partecipazione dei deputati M5S alla manifestazione No Tav, partecipazione che potrebbe “oscurare” la manifestazione stessa oppure darle maggiore impatto). La vera sfida sarà invece quella di utilizzare la "breccia" che quel voto e quella spinta hanno aperto in un sistema politico e istituzionale paralizzato, per guadagnare spazi di agibilità, di efficacia e di consolidamento dei movimenti di massa. Quelli che ci interessano e sui quali scommettiamo a fondo per costruire soggettività alternative.
Da questo punto di vista ci interessa poco lavorare sulle contraddizioni delle soggettività politiche della sinistra già «radicale». Quello che ci interessa è invece incontrare, fomentare, sviluppare, dare spazio alle forme di politicizzazione che sviluppino conflitto in questa fase di ingovernabilità istituzionale e politica.
Per questo abbiamo scelto un’altra strada rispetto all’ipotesi di una “ri-costruzione” degli strumenti ormai in macerie: la costruzione di un’area anticapitalista “dal basso”, un processo nel quale pensiamo di superare anche la nostra stessa organizzazione; un’area sociale e politica della quale non pretendiamo di essere perno ne tantomeno proprietari – ma semplicemente autori di una proposta, di un progetto aperto, partecipato, in continua sperimentazione. "Il problema è che occorre pensare alla ricostruzione di un soggetto alternativo, anticapitalista - citiamo ancora quel nostro documento - facendo i conti più direttamente e seriamente con le relazioni politiche e sociali tra i soggetti e con l'intreccio tra la pratica sociale e quella di un nuovo pensiero critico. Per non rimanere effimeri i momenti di unità sociale e politica, le coalizioni, sociali o anche elettorali, hanno bisogno di ricreare un retroterra che manca da decenni. E che non si ricostruirà con qualche colpo a effetto o una mossa tattica congiunturale. Serve un impegno di medio periodo".

Un nuovo inizio
"Un nuovo inizio è quello che dissoda il terreno della lotta di classe, eliminando scorie e tare del passato, ristabilisce coordinate basilari: l'indipendenza dal liberismo anche nella forma "social-liberale", l'individuazione di un campo di classe il più ampio possibile, la ricostruzione di meccanismi favorevoli all'autorganizzazione diretta dei soggetti sociali, la formazione di processi unitari genuini in cui le varie aree e componenti possano esplicitare i propri orientamenti ma senza mettere in pericolo il processo stesso, la democrazia reale, una visione e dei collegamenti internazionali, la possibilità di avere luoghi attraversabili dal 99 per cento che comprende, innanzitutto, i generi, le generazioni oltre che la sociologia dei soggetti sociali". Abbiamo citato ancora quanto avevamo scritto per ribadire che l'orientamento che vogliamo darci non è frutto di improvvisazione, impressionismo o, peggio, opportunismo post-elettorale ma discende da un'analisi approfondita. Nelle mobilitazioni di Occupy, degli Indignados o nelle rivoluzioni arabe avevamo intravisto gli elementi di una "radicalizzazione anomala" che abbiamo definito "liquida" e rappresentativa di una fase di transizione incerta tra il vecchio e il nuovo ma soprattutto in grado di provocare il "corto circuito tra le dinamiche di classe e quelle che dovrebbero esserne le organizzazioni sociali e politiche". La crisi del 25 febbraio non è solo del Pd, o della sinistra radicale, ma anche del sindacato, vecchio e nuovo. E’ dunque necessario "ripensare alla costruzione di un nuovo soggetto anticapitalista a partire dal sociale, assumendo a pieno la consapevolezza che i movimenti sociali degli ultimi anni si connotano sempre più come fabbriche della politica e sempre meno come teatri della rappresentazione".

Lo slogan di Occupy Wall Street, che contrappone il 99 all'1 per cento della popolazione, si conferma, quindi, profetico. Indica una linea divisoria oggi attuale tra il “noi” e il “loro” nel possesso di ricchezze, riproponendo in modo nuovo la griglia di lettura della classe. Aiuta anche a porre in termini nuovi l'altra questione decisiva in tempi di crisi e di frattura degli attuali assetti di potere: quella democratica. La breccia che il Movimento Cinque Stelle apre ha anche un connotato politico e istituzionale, nel senso di istituzioni altre e più rispondenti alla logica del 99%. Quando si dice che "la democrazia dei partiti" è finita ci si può limitare a un'operazione "anti-casta" o finalizzata ad aumentare i consensi elettorali. Ma dal nostro punto di vista può anche significare che occorre aprire una riflessione di massa su un'altra qualità della democrazia in cui l'espressione diretta e di base acquista nuova credibilità. La contestazione dell'articolo 67 e quindi del "mandato" parlamentare richiama il "mandato imperativo" della Comune che, però, era associato alla revocabilità. Ma tutto questo ha poco senso e risulta avere un impatto limitato se non viene posta la questione degli assetti sociali e di proprietà e quindi un altro livello di cultura e di orientamento politico. E' questo il nostro livello.
C'è dunque molto da costruire e molto da fare. Ci sono riferimenti del passato che possono essere utilmente conservati ma solo nella loro messa a disposizione di un progetto nuovo. Occorre, infatti, aggiungere nuove pagine al libro della rivoluzione, in parte già ampiamente logorato. Sapendo che, per i giovani quelle pagine saranno le prime.
Un nuovo progetto politico oggi deve parlare il linguaggio della rivolta e del rivolgimento sociale, della trasformazione radicale, della speranza e della costruzione di un orizzonte migliore. I suoi protagonisti dovranno essere coloro che vogliono cambiare questo sistema: studenti medi e universitari ai quali viene sottratto il diritto e la qualità dello studio; lavoratrici e lavoratori che resistono allo sfruttamento e a quelle/i che sperimentano vie nuove di costruzione di reddito attraverso l’autogestione (come Ri-Maflow); a precari/e sempre più al centro dei processi di valorizzazione del capitale e sempre più sfruttate/i ed espropriati del loro lavoro e del loro sapere; alle donne che combattono un patriarcato mai scomparso; ai soggetti lgbt che rivendicano diritti; alle/agli attiviste/i ambientaliste/i e per la difesa del territorio e dei beni comuni. Esiste una pluralità di soggetti che soggiacciono alla logica perversa di un capitalismo in crisi e che sono uniti, sia pure inconsapevolmente, da comuni condizioni di sfruttamento ed espropriazione del proprio futuro. Questi soggetti possono essere collegati da progetti unitari, da “idee forti” vincenti, da ipotesi credibili di società alternative a partire dai modelli e dai modi di produzione, dagli ambiti di proprietà pubblica, dalla democrazia di base. I nostri interlocutori non saranno, quindi, i ceti politici dispersi o le aree disgregate di quella che è stata la sinistra radicale, ma le nuove forme di politicizzazione e partecipazione con cui discuteremo alla pari. Con un obiettivo per noi esplicito: costruire uno spazio di iniziativa sociale e politica, un’area anticapitalista capace di porre nuovamente il tema della trasformazione sociale radicale, della rivoluzione.

Abbiamo già approntato strumenti aperti e inclusivi di lavoro politico che vanno in questa direzione, a cominciare da rivoltaildebito.org, che partendo dalla contestazione della necessità del pagamento del debito pone la questione di una nuova finanza pubblica, di una riappropriazione degli strumenti della politica economica e della politica tout court.
Vogliamo proseguire, sperimentare, in forma aperta, orizzontale, senza primati "politici" e senza complessi. In questo senso proporremo un sito-rivista aperto a tutti e tutte coloro vogliano cimentarsi con i temi qui sommariamente accennati: la qualità della crisi, la forma attuale dei soggetti che vi si oppongono, la natura dell'alternativa, i modi per arrivarci, le intersezioni culturali, l'immaginario. Vogliamo produrre inchiesta sovrapponendola al lavoro politico, sperimentare per imparare e poi sperimentare meglio. Vogliamo dare, forse per la prima volta nella storia sociale e politica di questo paese, la giusta centralità all'autorganizzazione e autodeterminazione dei soggetti in lotta, storicamente espropriati da burocrazie politiche, sindacali e/o istituzionali oppure da avanguardismi autistici. L'anticapitalismo è oggi soprattutto un metodo e una pratica di lotta, prima ancora che un'identità politica precostituita. Vorremmo costruire, poi, un appuntamento nazionale, un"Festival" anticapitalista" per provare a ragionare insieme e a mettere in rete tutto quello che vuole sintonizzarsi con questa riflessione.

Nell'immediato, poi, guardando la fase politica, in Italia e in Europa, non sfugge a nessuno la necessità di forti movimenti sociali. Non basta la rappresentanza parlamentare, per quanto quello che è accaduto in Italia possa prefigurare ipotesi o speranze di cambiamento. Occorre costruire movimenti dal basso, come quello che si è imposto in Val di Susa, come quello degli studenti degli ultimi anni, come le rivolte ambientaliste che costellano gran parte del Paese (e che, ad esempio, spiegano i picchi del voto al M5S), come le resistenze operaie che ancora esistono: non è infatti vero, come qualcuno sostiene, che non esista conflitto sociale in Italia, che si esprime anche se in forme frammentate e disperse. In questa direzione non serve un astratto "fronte" dei soggetti di opposizione, troppo spesso limitati ai ceti dirigenti di quei soggetti, ma operazioni mirate, coalizioni multiple, "forum" tematici, esperienze esemplari, sapendo che il collegamento, la "rete" e l'unità d'azione rimangono comunque beni preziosi. Puntiamo a “forum”, come quello per una Nuova finanza pubblica, che impropriamente sono definiti “tematici” e che invece permettono di costruire "coalizioni" multiple lavorando su contenuti e programmi condivisi, campagne, conflitto, vertenze.
Già nelle prossime settimane saremo in campo con le nostre proposte insieme ad altre/i: il 16 marzo a Milano (c/o Occupy Maflow) per un seminario nazionale del comitato “per una nuova finanza pubblica e sociale” sugli audit e le esperienze di autogestione di lavoratrici e lavoratori; il 23 marzo in Val di Susa contro il TAV; il 13 aprile a Firenze per la seconda assemblea nazionale “per una nuova finanza pubblica e sociale”.
E naturalmente nelle tante iniziative locali che cominciano a sperimentare questo progetto.

Serve anche pensare a una dimensione sovranazionale, per lo meno europea. Non ci convince l'ipotesi dell'uscita dall'euro ma cogliamo con nettezza la pericolosità delle politiche decise dalla Bce, dalla Commissione europea o da Fmi, la "troika". Il tema del debito e del suo annullamento, resta centrale (e per questo partecipiamo alla rete ICAN), così come il contrasto, deciso, all'austerità imposta dall'Europa. Per questo, però, non bastano i proclami ma progetti più concreti come quelli avviati a Francoforte o a Madrid e di cui avvertiamo tutta l'urgenza. Lo stesso vale per l'area mediterranea dove il tempo delle rivoluzioni arabe non è finito e dove la solidarietà effettiva tra movimenti di trasformazione è essa stessa un processo in corso. Ci sembra in questo senso molto importante l’invito del Fronte popolare tunisino alle sinistre anticapitaliste del Mediterraneo a Tunisi il 23/24 marzo per un meeting contro il debito e le politiche capitaliste nell’area – meeting a cui parteciperemo per discutere con queste sinistre anticapitaliste una possibile campagna comune contro il debito, a nord e a sud del mediterraneo.
Puntiamo, dunque, a un nuovo progetto politico e ad una nuova soggettività politica che si nutrirà dei percorsi necessari e che di volta in volta si renderanno utili. Non ci serve, e non serve a questa nuova soggettività, la proclamazione di nuove organizzazioni o la ri-proposizione di vecchi e nuovi “partitini”: Questo non significa “scioglierci nel movimento”, quanto usare il nostro collettivo politico per un progetto aperto e per trovare nuove strade di costruzione della soggettività anticapitalista.
Non abbiamo fretta anche se non abbiamo molto tempo. Ma è il tempo della lenta impazienza, che non significa rinuncia alla trasformazione sociale, alla rivoluzione, ma esattamente l’opposto.

Su questo progetto, su questa proposta, avvieremo nelle prossime settimane incontri, riunioni, assemblee sui territori; incontri aperti a chiunque voglia discutere con noi, non rivolti solamente a chi già condivide ed è coinvolto nel progetto.
*Piero Maestri, Tatiana Montella, Dario Di Nepi, Daniele D'Ambra, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Lidia Cirillo, Danilo Corradi, Flavia D'Angeli, Roberto Firenze, Luciano Governali, Gianni De Giglio, Gigi Malabarba, Felice Mometti, Michela Puritani, Giorgio Sestili, Emiliano Viti.

05 marzo 2013

Nota dell'esecutivo di Sinistra Critica

Il Coordinamento si è soffermato, in particolare, sulla situazione interna a Sinistra Critica così come scaturita dall’ultima Conferenza nazionale dove, due diverse posizioni si sono fronteggiate e alla fine sostanzialmente eguagliate. Il lavoro degli ultimi sei mesi non ha prodotto significativi passi avanti nella convergenza tra quelle impostazioni che affrontano diversamente nodi analitici e teorici rilevanti e soprattutto si danno progetti di lavoro politico e strumenti di intervento differenti.
Il coordinamento ha deciso di affrontare con chiarezza questa situazione puntando a costruire una situazione nuova di Sinistra Critica in cui evitare di ripercorrere vecchi vizi e divisioni della sinistra di classe ma, allo stesso tempo, rispettando l’impegno di tanti e tante militanti che merita uno sforzo di trasparenza. In questo senso il coordinamento è giunto a una decisione unanime (con un astenuto) sulla necessità, opportunità e, si spera, utilità, di uno schema organizzativo nuovo. I-le militanti di Sc, infatti, decidono di dotarsi di in un quadro unitario fondato, sostanzialmente, sulla comune adesione al dibattito, al patrimonio e al progetto politico della corrente Quarta internazionale così come si è andata evolvendo nel tempo e come oggi si presenta nelle sue articolazioni internazionali: dal progetto del Nuovo partito anticapitalista francese, al dibattito latinoamericano fino alle nuove esperienze asiatiche. Un riferimento non dogmatico ma politico, culturale e “in progress”.
Da questa comune appartenenza discenderanno, nella prossima fase, due progetti politici in solidarietà tra loro ma distinti. Le forme e la natura dei progetti andranno meglio precisati ma, in larga parte, saranno il frutto degli orientamenti proposti all’ultima conferenza nazionale dai due documenti allora presentati (il documento nazionale e gli ampi emendamenti presentati). A livello locale, Sinistra Critica continuerà, in questa fase, a operare sulla base dei deliberati dei circoli. Il coordinamento si impegna, in uno spirito fraterno e di solidarietà, a gestire in comune le (poche) risorse finanziarie esistenti e il patrimonio di sedi, e a programmare appuntamenti di dibattito comune tra i due progetti. Il sito nazionale pubblicherà come posizione comune di Sinistra Critica i testi e le posizioni condivise e pubblicherà tutti gli altri interventi di analisi e di proposte con la firma della/e autrici o degli autori. Nel prossimo periodo dovremo meglio definire quale sia la nostra “casa comune” che mantiene questi rapporti solidali e allo stesso tempo il libero dispiegamento dei progetti.
Quello che avviamo è un percorso difficile, in parte obbligato e certamente inedito. Ci muove la volontà di non acuire, in maniera irreversibile, le divergenze che nel tempo abbiamo accumulato ma anche di non nasconderle, né a noi né ai nostri interlocutori. Le vicende della lotta di classe in Italia sono oggi particolarmente complesse e articolate e diversi i modi di affrontarle. Anche dotarsi di una modalità innovativa rappresenta un contributo al processo, complesso ma necessario, di una forte e nuova sinistra anticapitalista nel nostro Paese.

L’Esecutivo nazionale di Sinistra Critica

11 febbraio 2013

Un progetto per l’area anticapitalista – Relazioni al seminario di Magenta, gennaio 2013

Pubblichiamo qui le relazioni che sono state presentate al seminario del 4/6 gennaio scorso, tenutosi a Magenta (MI), organizzato dalle/dai compagne/i che al Congresso di Sinistra Critica hanno presentato il documento che proponeva la costruzione dell’area anticapitalista. Il seminario ha visto la partecipazione di un centinaio di compagne/i, con una forte componente giovanile. La relazione che trovate qui completa è quella che più in specifico riguarda il progetto di costruzione dell’area anticapitalista.

Un progetto per l’area anticapitalista
di Daniele Dambra
Al congresso di Sinistra Critica dello scorso anno abbiamo avanzato un progetto ambizioso, quello dell’Area Anticapitalista. E’ il momento che questa proposta passi ad una fase operativa e inizi a vivere in alcune sperimentazioni concrete.
Questa necessità ci è data ancor più se guardiamo all’attuale contesto politico e alla tornata elettorale ormai prossima. Risulta ormai evidente come queste elezioni non portino in alcun modo alla nascita di uno spazio utile alla ricostruzione di una sinistra d’alternativa. Il percorso a cui aveva parzialmente alluso Cambiare si Può è stato fagocitato dalle esigenze elettoralistiche dei partiti che sostengono oggi Ingroia e la sua Rivoluzione Civile.
Esigenze che oltre a deludere le attese iniziali verso quel processo, minano in partenza la solidità dello stesso percorso elettorale e lo svuotano completamente della partecipazione che si era vista nelle assemblee iniziali. Un’ulteriore conferma che non si riprende dai momenti elettorali la costruzione di una Sinistra Anticapitalista.
Ma se è questo il quadro in cui ci muoviamo, allora dobbiamo tener conto di due fronti su cui sarà necessario agire nel prossimo periodo: da una parte la costruzione di un’Area che non sia l’ennesima riproposizione di un rassemblement tra organizzazioni politiche deboli, dall’altra la disponibilità a partecipare a reti e percorsi che dovessero nascere sul piano dell’ “opposizione sociale e politica” all’austerità e alle misure che il futuro governo metterà in campo. Un percorso che per essere utile dovrà essere aperto, volto a recuperare aree di attivismo sociale e non l’obsoleto schema da “intergruppi”, mettendo quindi al centro il protagonismo dei soggetti sociali più che quello dei vecchi dirigenti della sinistra radicale.
La costruzione dell’Area va quindi intesa a partire da un piano immediatamente operativo, attraverso la costruzione di strumenti, campagne, iniziativa politica. Se “il processo sinergico che aveva costretto il capitalismo a cambiare” è finito e soprattutto se ha perso di funzionalità la sua forma classica (il partito) dobbiamo chiederci quale forma risponde al contesto dato, sulla base delle discussioni fatte finora. Per dirla con una metafora, potremmo riferirci a quella dei vasi comunicanti.
Forme e dimensioni diverse, ma in equilibrio tra loro. Un equilibrio dato non da una scala gerarchica tra i vari contenitori, ma da una struttura di fondo che li pone in relazione dialettica. In cui l’azione politica, l’elaborazione teorica, le esperienze concrete di uno dei contenitori possa proficuamente influenzare anche i corrispettivi degli altri. L’area anticapitalista in questa metafora è rappresentata esattamente dalla struttura che rende questo possibile e che sulla base di ciò prova a crescere. Gli strumenti per l’autorganizzazione sono ovviamente i contenitori di forma e dimensioni diverse.
Le questioni che abbiamo di fronte riguardano dunque come riempire questi contenitori e soprattutto come rendere possibile questa relazione dialettica in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Non c’è una formula precisa, uno strumento valido per ogni territorio. Fatto sta che la loro costruzione debba essere la priorità di lavoro che ci diamo e che questa vada intesa non “a freddo”, in un vuoto di relazioni, ma anche e soprattutto all’interno di percorsi a cui diamo vita assieme ad altri.
Un esempio emblematico può essere proprio il percorso sul tema del debito e della nuova finanza pubblica, attraverso la costituzione degli “audit locali”, l’articolazione della campagna per la “Cassa Depositi e Prestiti”, in dialettica con il percorso di RiD che assieme ad altr* stiamo costruendo da ormai oltre un anno.
Altri esempi sul piano locale sono costituiti da Occupy Maflow a Milano, Ops ai Castelli romani, così come Fare Spazio nell’area nord della provincia di Napoli. Un altro esempio in tal senso possono essere i percorsi di occupazione e riappropriazione di spazi volti a dare un luogo fisico ai nostri strumenti, che rendano possibile l’iniziativa sociale e politica dal basso e la promozione dell’autorganizzazione dei soggetti coinvolti.
Se non possiamo darci una formula univoca, possiamo comunque individuarne alcune premesse:
 
1) Camminare domandando (perché è camminando che il mondo vive);In un contesto lacerato e non più sinergico, è essenziale il rapporto dialettico tra movimenti sociali e costruzione di un’identità politica. Un rapporto non più costituito da una soggettività in cui risiedono tutte le risposte che prova a trasmettere nei luoghi in cui interviene (semmai tale rapporto abbia mai avuto una sua veridicità), ma da un costante confronto con questi stessi luoghi e da una permanente ridefinizione del proprio essere e del proprio agire.
Possiamo notare come una piccola organizzazione marxista tendenzialmente slegata dalle comunità locali (l’EZLN) sia divenuta punto di riferimento degli indios nel momento in cui è riuscita a praticare una relazione di questo tipo, anche attraverso alcuni espedienti organizzativi e comunicativi.
La questione non è nuova: nei carteggi del 1843 Marx affronta un problema analogo quando in polemica con gli idealisti afferma la necessità di “… illustrare al mondo nuovi princìpi, traendoli dai princìpi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze… noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte”.
E’ quindi tanto necessario che l’Area anticapitalista cammini nei movimenti sociali, quanto il fatto che si ponga e ponga continuamente loro delle domande. Considerando, per dirla con le parole di Lukacs, “la teoria della coscienza di classe come teoria della sua possibilità oggettiva” immanente allo sviluppo storico e non come proprietà ideale.
Un primo passaggio di verifica di questi primi passi e al tempo stesso di lancio di un percorso più ampio sarà un festival da organizzare nel corso di quest’anno, il quale favorisca l’inizio della discussione comune tra i vari soggetti interessati o che intendiamo coinvolgere: collettivi sociali e politici, spazi occupati, singoli/e militanti e attivist* di movimento. Un festival ad alto contenuto conflittuale, in grado di rappresentare la cartina al tornasole dell’Area che si vuole costruire.
 
2) Don’t hate the media, become the media;
Accanto al progetto più specificamente militante si pone la questione della riflessione teorica e degli spazi di dibattito politico. L’assenza di organizzazioni di riferimento ha comportato la necessità di una ridefinizione anche della comunicazione e della diffusione di pensiero critico. Perdono peso tanto gli strumenti classici (il giornale di partito, ma anche la radio “libera”) quanto i linguaggi classici. La ridefinizione comunicativa tende a cercare altre pratiche e altri linguaggi, ben rappresentati dallo slogan utilizzato da Indymedia. Che mostra da una parte la sfiducia, dall’altra la volontà a rendersi parte attiva. Ma se Indymedia avrebbe voluto rappresentare questa tendenza sul piano dell’attivismo di movimento, possiamo notare che anche forme di comunicazione più generale (dal blog al social network) si siano dirette su binari quantomeno confrontabili. Si pensi anche soltanto alla possibilità di commentare gli articoli pubblicati in rete, oggi elemento imprescindibile di qualsiasi grande quotidiano. Lungi da questa relazione volerne esaltare ogni aspetto.
Senza arrivare a valutazioni sulla funzione di controllo esercitata da strumenti quali i social network che ci porterebbero fuori strada, sappiamo bene che la stessa esperienza mediattivista di movimento dello scorso decennio è stata caratterizzata da moltissime contraddizioni e limiti. Ma senza dubbio portava con sé alcune caratteristiche da tenere in considerazione e preservare.
Uno dei principali compiti di cui dovrebbe dotarsi l’Area è esattamente la capacità di diffusione di un nuovo pensiero forte, di produzione di dibattito attorno a grandi temi, all’elaborazione teorica. Per farlo deve sperimentare anche in questo campo. E questo non vuol dire semplicemente applicare le vecchie forme comunicative su strumenti nuovi (es. Web 2.0), ma ripensare quelle forme stesse. Con la consapevolezza dei suoi limiti, sapendo che questi non possono essere il surrogato di un’organizzazione, ma strumenti necessari alla sua capacità propositiva.
Da questo punto di vista la priorità è evitare il proliferare poco utile di strumenti solo parzialmente efficaci e puntare alla nascita, attraverso step intermedi, di una rivista/sito che riesca ad essere punto di riferimento sul piano della produzione culturale, dell’elaborazione teorica, della discussione di fondo, anche attraverso contributi “esterni” che ne arricchiscano il contenuto. Ma dobbiamo aver chiaro che questo progetto non può essere delegato al lavoro straordinario di pochi compagni. Occorre costruire una redazione vera e propria che organizzi e si divida il lavoro, occorre individuare alcuni “blogger” che prendano l’impegno di gestire singole sezioni e pubblicare periodicamente articoli tematici.
 
3) Non ci rappresenta nessuno;
Lo slogan del movimento studentesco dell’Onda ben rappresenta non solo una difficoltà a ritrovarsi nelle parole d’ordine delle soggettività politiche classiche, ma anche nelle loro forme organizzative. 
Se come abbiamo scritto su Erre “ la rivendicazione e la pratica di una democrazia radicale, le assemblee interminabili degli indignados spagnoli, il rifiuto delle burocrazie, la voglia di sperimentarsi con forme atipiche di organizzazione sono forse il portato più importante e più ricco di potenzialità che attraversa una generazione e forse di più, che pone al centro una nuova pratica collettiva”, allora l’area anticapitalista deve provare a sperimentare forme atipiche che provino ad essere in sintonia con queste tendenze.
Sicuramente la cosa più immediata è dare centralità ai momenti assembleari, larghi, di discussione generale dell’area rispetto a quelli ristretti, di direzione. Ma se vogliamo evitare di incorrere nelle problematiche classiche della democrazia assembleare, dobbiamo aver ben chiaro anche i problemi che porta con sé: chi decide? Come? Qual’è la formula con cui si riconosce in modo condiviso l’adesione? L’informalità dell’assemblea risolve i problemi o ne pone di ulteriori (rispetto, ad esempio, alla formazione dei gruppi dirigenti). E’ chiaro che non possiamo (e nemmeno abbiamo l’esigenza di) avere la risposta a tutte queste domande. Però è necessario che iniziamo a porcele.
La forma classica di adesione, la tessera, mostra oggi tutti i propri limiti. Da una parte è percepita con diffidenza dal corpo largo degli attivisti sociali, anche laddove convinca il progetto politico proposto. Dall’altra non è scevro di problemi anche all’interno dell’organizzazione, dove consegna lo stesso peso a tutti, anche a chi si limita al suo semplice rinnovo, riducendo il peso decisionale di chi invece è impegnato tutti i giorni nella sua costruzione effettiva. Allo stesso tempo non è semplicissimo “misurare” la militanza. Perché questa è influenzata dai tempi e dalle condizioni di lavoro e di vita, oltre che da un ritmo che può essere determinatosoggettivamente solo fino ad un certo punto. L’area anticapitalista deve tener conto di questo problema e riuscire a trovare i meccanismi che da una parte valorizzano la militanza, dall’altra la rendono possibile. Perché l’altro problema essenziale è proprio l’impossibilità ad oggi di una militanza che possa darsi come totale, se non per ambiti davvero ristretti e che oramai non coincidono nemmeno più con il periodo di studi universitari.
Per quanto non sia possibile teorizzare una liberazione del tempo in modo compiuto all’interno di questa società, è possibile ragionare su meccanismi parziali e temporanei che permettano la coesistenza tra militanza e tempi di vita.
 
L’Area anticapitalista resta a nostro avviso non un modo per aggirare i problemi dell’oggi, ma esattamente il modo per affrontarli, soprattutto in merito alla costruzione di un soggetto politico utile alla trasformazione di questa società. Per questo lo riteniamo un progetto utile per tutta Sinistra Critica, che deve sapersi trasformare per non cadere nella logica del partitino con la sua linea definita da spendere nel confronto con altre identità simili, Il progetto di costruzione di un’area anticapitalista ha bisogno invece di strumenti diversi, nei quali le/i compagne/i di Sinistra Critica possono mettersi in gioco e portare esperienze, passioni, intelligenza.
Perché in questa fase una nuova soggettività politica può emergere solo attraverso la sperimentazione, e questa soggettività non può essere affidata alla semplice spontaneità delle dinamiche sociali, ma necessita della scelta consapevole e quindi della regia di un collettivo politico. Un collettivo politico che sappia coniugare l’apertura verso il nuovo alla ricchezza teorica del vecchio e che sappia trarne spunto senza sentirsene orfano. Il percorso è appena iniziato e c’è la consapevolezza che la sua articolazione non sarà per niente facile. Ma a guardare il teatrino degli “altri”, tra le solite promesse del Cavaliere – addirittura 4 i milioni di posti di lavoro promessi stavolta! – le stucchevoli metafore di Bersani e le improbabili ipotesi di maggioranza “tecnica” di Ingroia, viene immediato un sospiro di sollievo ed ogni passo, anche il più difficile, sembra davvero più leggero.
 
La storia del principio e della fine – Sub comandante Marcos
Non stancarti domandando quando finirà il tuo cammino. Lì, dove domani e ieri si uniscono, lì finirà… Mi è costato molto iniziare a camminare, sapevo che sarei scivolato nel fango più avanti, però, pur sapendolo, dovevo camminare verso questa caduta. Questa e le altre che seguiranno. Perché camminare è anche inciampare e cadere. E questo non me lo ha insegnato il Vecchio Antonio, me lo insegnò la montagna e, credetemi, l’esame non è stato per niente facile.

29 gennaio 2013

Elezioni politiche 2013: Comunicato del Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica

Pubblichiamo il documento approvato dal Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica a proposito del voto del 24 e 25 febbraio.

Le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio sembrano costituire una vera e propria anomalia nella storia politica del nostro paese.
Lo scontro che si è acceso tra i tre principali schieramenti punta a nascondere all’attenzione degli elettori e delle elettrici il fatto che tutti e tre hanno sostenuto nel recentissimo passato il governo Monti che si è caratterizzato durante tutti i suoi 14 mesi di vita per un’ininterrotta e feroce aggressione ai diritti e a tutte le principali conquiste delle classi subalterne: la distruzione della previdenza pubblica (con la peggiore controriforma pensionistica di tutta Europa), l’annullamento dell’articolo 18 e la reintroduzione della libertà di licenziamento arbitrario, la controriforma degli ammortizzatori sociali, le disposizioni per la svendita del patrimonio pubblico e dei servizi, i tagli lineari agli enti locali, allo stato sociale, alla scuola e alla sanità pubbliche, gli aumenti delle imposte a carico dei redditi più bassi, le misure che hanno creato le condizioni per il crescere dello sfruttamento e della disoccupazione di massa e per il diffondersi della povertà sono state tutte approvate con il sostegno dei partiti di Berlusconi, Bersani, Monti e Casini.
Questi partiti, inoltre, hanno approvato norme e trattati che vincolano il nostro paese a sottostare ai diktat della Troika comunitaria, accettando che tutti i prossimi decenni siano segnati da tagli feroci alla spesa pubblica e ai diritti. Sostengono il fiscal compact e la controriforma costituzionale sul pareggio di bilancio.
Ovviamente anche SEL, per stipulare la sua alleanza strategica e strutturale con il PD, pur non avendo partecipato alla legislatura che si sta concludendo, ha solennemente sottoscritto un impegno al mantenimento di tutti gli impegni europei (e infatti Vendola si dice pronto a collaborare con Monti “sulle riforme costituzionali”, come se questa non fosse un’aggravante).
Quello che dicono questi partiti sul lavoro, sullo sviluppo, sull’equità, sui servizi pubblici, dunque, costituisce una pura ipocrisia elettoralistica per ingannare l’elettorato popolare. Ma in fondo questa sostanziale identità tra i principali schieramenti non avviene per la prima volta, è anzi il tratto distintivo degli ultimi 15 anni.
Questi sono i partiti dell’austerità.
Le liste del “Movimento 5 stelle”, che da qualche anno costituiscono una effettiva novità del panorama politico elettorale, si propongono come unica alternativa basando la propria capacità di presa sull’elettorato su una secca denuncia del carattere parassitario e corrotto della “casta” e cavalcano efficacemente il disprezzo nutrito da ampi settori popolari nei confronti dei politici.
Ma queste pur giuste denunce omettono le responsabilità di chi è realmente fautore delle attuali politiche di austerità: stiamo parlando dei banchieri, dei grandi imprenditori e finanzieri che dopo aver sfruttato ai propri fini le connivenze dei politicanti, oggi sfruttano il malcontento di massa anche per smantellare la politica come luogo del confronto democratico e di costruzione della partecipazione e del consenso. Non a caso Grillo ha strutturato il “suo” movimento in modo totalmente verticistico, con un suo potere assoluto di assenso e di veto su ogni scelta politica. Non a caso le sue critiche ai sindacati non si rivolgono contro il loro carattere burocratico ma piuttosto contro un loro presunto ruolo di intralcio allo sviluppo economico, mentre la disinvoltura nell’assecondare gli umori della piazza lo hanno portato ad ambigue proposte sui diritti degli immigrati e ad equivoci apprezzamenti di una organizzazione fascista come CasaPound.
Di fronte a questo desolante panorama, durante gli ultimi mesi del 2012 si era sviluppato nel paese un movimento di opinione con l’obiettivo di costruire una proposta elettorale nettamente e apertamente alternativa a tutti gli schieramenti che nel corso degli ultimi decenni si sono succeduti al governo.
Attorno all’appello “Cambiare si può” si erano raccolte migliaia di cittadine e di cittadini, di militanti politici, sindacali, ambientalisti, di movimento che, in un processo assembleare fortemente partecipato, hanno delineato la possibilità che quella proposta alternativa vedesse la luce e si sperimentasse nelle prossime elezioni.
Ma le contraddizioni interne al gruppo dei promotori dell’appello e, soprattutto, l’assalto elettoralistico di partiti come il Prc, il PdCI, l’IdV e i Verdi, spaventati dall’idea di non poter nuovamente sedere in Parlamento, hanno fatto approdare quel processo ad un esito che ha gravemente deluso le attese. La successiva costruzione delle liste dei candidati – nella quale spicca una imbarazzante scarsissima presenza di donne – ha confermato questo pessimo metodo, basato sullo scambio tra i partiti e sulle “promozioni” di “esponenti della società civile” direttamente scelti da Ingroia e dal suo enturage. Numerosissimi sono stati coloro che di fronte a questo esito si sono disimpegnati dal sostegno militante ma spesso anche solo elettorale alla Lista Ingroia.
Anche in seguito alla valutazione negativa su questo esito, Sinistra Critica, che pure era intervenuta con convinzione nelle due assemblee nazionali e in decine e decine di assemblee locali per sostenere il processo e le sue caratteristiche radicali e alternative, ha deciso il 28 dicembre di non partecipare al progetto elettorale e quindi di non partecipare ad alcuna “trattativa” per la definizione delle liste, né di proporre alcun/a candidata/o.
Nella risoluzione del Coordinamento nazionale si diceva che “un’eventuale nostra indicazione di voto a favore della lista in gestazione sarà verificata sulla base delle liste e del profilo politico definitivo della coalizione”.
Ora il profilo politico della lista “Ingroia – Rivoluzione civile” è sostanzialmente definito e, pur avendo assunto tra i propri punti alcune delle proposte di “Cambiare si può” esso mantiene tutta la sua ambiguità, un’impostazione aclassista e un asse imperniato unicamente nella lotta alla criminalità, come fosse la sola responsabile delle politiche di austerità e antipopolari: caratteristiche che non possiamo certamente sostenere.
Oltretutto la Lista Ingroia continua a mantenere un atteggiamento di fondo ambiguo nei confronti del PD cercando con esso un’interlocuzione sui programmi; questa disponibilità politica si è manifestata anche nel malcelato tentativo di aprire una trattativa con Bersani per una qualche forma di desistenza nelle liste per il Senato.
Quanto alle liste, infine, esse sono state composte senza alcuna partecipazione dal basso, in una trattativa a tavolino tra i partiti contraenti e i personaggi più in vista della coalizione. La presenza nelle teste di lista di tre ex ministri di governi di centrosinistra responsabili di politiche socialiberiste e perfino di azioni di guerra in Afghanistan e nei Balcani, e di una pletora di politicanti mascherati da “società civile” rischia di annullare il valore di un pur importante numero di candidate/i espressione di movimenti politico-sociali.
Per questo Sinistra Critica non appoggerà né in forma diretta né indiretta la lista “Ingroia – Rivoluzione civile”.
Sinistra Critica in queste elezioni non sosterrà quindi alcuna lista né darà alcuna indicazione di voto seppure critico, pur senza impegnarsi in una campagna astensionistica, e non presenterà proprie liste alle elezioni, ritenendo che su questo terreno non esistano oggi le condizioni, né politiche né organizzative, per una presentazione autonoma né per una presenza anticapitalista più ampia efficace e nuova. Questa presenza va costruita più che mai sul piano delle lotte e dei movimenti sociali, affinché questi possano dare vita a una forte risposta sociale e politica alla violenza dell’attacco della classe dominante.”
L’organizzazione spiegherà con tutti gli strumenti possibili a tutte/i le/gli nostre/i interlocutrici/tori le ragioni di questa scelta.
In ogni caso, siamo certi, purtroppo, che il futuro governo che nascerà dopo le elezioni di fine febbraio, qualunque esso sia, lancerà una nuova fase di politica di austerità sulla base dei diktat della Troika e della Confindustria. Sinistra Critica, perciò, continuerà in tutte le sedi il suo impegno per costruire un movimento di lotta e di resistenza contro queste politiche. Sarà questo il nostro compito fondamentale in tutta la prossima fase.
 
Roma, 24 gennaio 2013
Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica

04 gennaio 2013

Esecutivo nazionale di Sinistra Critica su "Cambiare si può"

1. L’assemblea del 22 dicembre al teatro Quirino di “Cambiare si può” ha chiuso una serie di assemblee locali, svoltesi nel fine settimana precedente, in cui sono state espresse le speranze per un progetto nuovo, programmaticamente ancorato a sinistra e fondato su modalità nuove di costruzione delle liste e nettamente distinto dal centrosinistra.
Queste richieste e proposte si sono scontrate con l’operazione di De Magistris e Ingroia (sostenuta in particolare da IDV e PdCI, con l’assenso di Rifondazione e Verdi), finalizzata ad sussumere nel loro progetto quanti si sono mobilitati intorno a «Cambiare si può».
Come in altre occasioni le assemblee di base sono il luogo di una sensibilità a sinistra, ma poi le decisioni di fondo di segno moderato vengono prese in ambiti più ristretti dai gruppi dirigenti.
Così l’assemblea, al di là della richiesta di alcune correzioni programmatiche, non ha avuto la forza di chiarire i nodi fondamentali di una possibile presenza alle elezioni davvero alternativa al centrosinistra, prima e soprattutto dopo le elezioni.
Questa situazione è stata determinata prevalentemente dall’invasione di campo, sul piano del metodo e dei contenuti politici, della candidatura di Ingroia e dal ruolo dei partiti. Questi due fattori accentuano le ambiguità attuali; il ruolo leaderistico di Ingroia e del suo “decalogo” spingono a una sintesi prodotta dalle forze favorevoli ad accordi col centrosinistra (forse meno in campagna elettorale, necessariamente, ma certamente dopo sul piano istituzionale nel caso in cui la lista avesse eletti in parlamento) e peseranno anche nelle scelte delle candidature.
Per tutte queste ragioni le nostre compagne e i nostri compagni non hanno partecipato al voto sui quesiti proposti per il referendum on line.

2. Sinistra Critica si è impegnata nelle assemblee locali e anche nelle due assemblee nazionali nel dibattito sul progetto elettorale alternativo di Cambiare si può, riscontrando significative convergenze ed interlocuzioni politiche sulle sue proposte programmatiche e di metodo. Nelle assemblee dei prossimi giorni le nostre compagne e i nostri compagni interverranno per spiegare che, mentre nel processo partecipativo che l’appello Cambiare si può aveva innescato stavano profilandosi le condizioni per un nostro impegno nelle liste, il nuovo progetto di Ingroia e dei partiti che lo sostengono ha preso il sopravvento, determinando altri equilibri e profili politici da noi non condivisibili: per questo Sinistra Critica non sarà impegnata in questo progetto elettorale.
Porteremo anche nella discussione, come per altro già fatto nelle assemblee, la necessità della convergenza nella costruzione sul piano sociale di una “Agenda alternativa” al liberismo del centrosinistra, distinta dal “decalogo” di Ingroia, e distinta dai progetti elettorali in gestazione, capace cioè di operare prima e dopo le elezioni.
Va infine specificato che un’eventuale nostra indicazione di voto a favore della lista in gestazione sarà verificata sulla base delle liste e del profilo politico definitivo della coalizione arancione.
Il Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica invita naturalmente le/i compagne/i dei circoli territoriali a non avanzare a nome di Sinistra Critica alcuna proposta di candidatura di compagne/i dell’organizzazione (e/o a nome della stessa) nelle liste di questo percorso elettorale.
3. Sinistra Critica non presenterà proprie liste alle elezioni, ritenendo che su questo terreno non esistano oggi le condizioni, né politiche né organizzative, per una presentazione autonoma né per una presenza anticapitalista più ampia efficace e nuova. Questa presenza va costruita più che mai sul piano delle lotte e dei movimenti sociali, affinché questi possano dare vita a una forte risposta sociale e politica alla violenza dell’attacco della classe dominante.

30 dicembre 2012

Oltre le elezioni

Il progetto del "quarto polo" è stato mangiato da una coalizione di partiti confusi e in crisi. Serve un'agenda sociale e un orizzonte più lontano
di Piero Maestri
L'assemblea del 22 dicembre al teatro Quirino ha rappresentato l'ultimo atto di una speranza che si era aperta a sinistra per una presenza elettorale alternativa al patto PD-SEL, con caratteristiche davvero nuove di costruzione dal basso, facendo tesoro degli errori del passato per non ripeterli.
In realtà già il giorno precedente un duro colpo al progetto di «Cambiare si può» era stato dato da Antonio Ingroia, con la sua assemblea nazionale che ha segnato una vera e propria «Opa» nei confronti di tutto il processo, con la sua idea di «dialogo» con il PD che rappresenta una scelta non tattica ma di collocazione: esterni ma non alternativi al centrosinistra e «spina nel fianco» perché questo possa cambiare politica.
D'altra parte lo stesso «decalogo» presentato dal magistrato siciliano rappresenta un programma davvero poco di sinistra e contiene affermazioni imbarazzanti e inaccettabili per chi vorrebbe presentarsi come alternativo: pensiamo anche solamente all'idea reazionaria secondo la quale in Italia gli imprenditori subiscano ancora «lacci e laccioli» burocratici o di tasse. Per non parlare di quello che non dice sulle politiche di austerità, il «fiscal compact», i diktat dell'Unione Europea...
L'assemblea del 22 dicembre non è riuscita a difendersi dal ritorno di un ceto politico della sinistra già «radicale» che si ripresenta sulla scena senza aver mai davvero fatto i conti con le sue scelte degli anni passati. E' in questo senso imbarazzante vedere che all'intervento di un'attivista contro la base Dal Molin come Cinzia Bottene seguano quelli di ministri, viceministri e sottosegretari del governo Prodi che quella base militare ha accettato e sottoscritto (così come l'acquisto degli F35) senza fare nemmeno un briciolo di autocritica (e magari le loro scuse a quelle e quegli attiviste/i) e senza nemmeno chiedersi se in fondo l'assenza della «sinistra radicale» dal parlamento non sia avvenuta proprio per quella partecipazione al governo e l'incapacità di pensarsi davvero come alternativi al centrosinistra (siamo infatti ancora all'infausto detto «in politica mai dire mai» di bertinottiana memoria).
Ed è ancora l’ennesima “performance” in un teatro del nuovo leader Antonio Ingoia a dare i tempi e i modi dell’avvenuta decisione di “scendere in campo”: ieri al Capranica è nata “Rivoluzione civile”, caratterizzata da un simbolo con il nome di Ingoia scritto a caratteri cubitali (alla faccia del rifuto di personalismi e leaderismi) e un !”quarto stato” stilizzato – che vorrebbe simboleggiare la volontà di rappresentare le classi oppresse (con qualche forzatura, vista la composizione sociale di chi ha voluto questa lista…). A questo punto la possibile lista degli arancioni si caratterizza come un «quarto polo» elettoralmente distinto dal centrosinistra con il quale però si lasciano aperte le strade per accordi successivi, di governo o sostegno in qualche modo (con qualche ammiccamento a Grillo, anche…).
I partiti presenti sono disposti ad accettare questa conclusione non solo perché per loro è l'ultima spiaggia per ritornare in parlamento con qualche deputato e rientrare così nei giochi della «politica alta» (vale per il Prc e ancor più per Di Pietro e la sua Italia dei Valori in piena crisi e per i decotti «comunisti» italiani di Diliberto, ai quali fornisce un'occasione per potersi presentare all'elettorato con un po' di riverniciatura sfruttando l'autorevolezza di Ingoia), ma i partiti stessi rimangono protagonisti (altro che “un passo indietro”) visto che la lista sembra avere una “cabina di regia” con la presenza dai segretari di partito (Idv, Prc, Pdci e verdi) più De Magistris).
Insomma, tutti questi giochetti hanno fatto rientrare dalla finestra quelle tanto aborrite manovre politiciste che si volevano far uscire dalla porta e ha riproposto logiche verticistiche senza alcun rispetto per le discussioni delle assemblee locali e le speranze suscitate dall'insieme del processo.
Ma questo finale va bene al progetto di «Cambiare si può»?
Le assemblee del progetto “Cambiare si può”, con molti limiti, hanno rappresentato un dato molto positivo per la partecipazione, per la discussione approfondita, per lo spirito unitario che le ha animate e per l’interesse e il consenso che hanno ricevuto contenuti di radicale alternativa alle politiche liberiste, al cappio del debito, alla distruzione del bene pubblico.
A questo punto dobbiamo prendere atto che questo spirito, queste speranze, questa disponibilità a ricostruire forme unitarie di partecipazione politica a sinistra - con caratteristiche nuove e di rottura con le esperienze del passato - non possono essere sprecate in un imbuto elettorale (reso già vecchio e poco affascinante da chi lo anima e dalle modalità di costruzione).
Dobbiamo allora spostare la nostra attenzione, già dalle assemblee che “Cambiare si può” sta tenendo nelle varie province, ad un altro livello, per cominciare a costruire una “Agenda alternativa” al liberismo del centrosinistra e distinta dal “decalogo” di Ingoia; un'agenda dei movimenti e delle lotte sociali, con robuste dosi di anticapitalismo - oggi assente da questo dibattito - che non cerchi scorciatoie elettorali ma provi con «lenta impazienza» a ricostruire radicamento ed egemonia nella società.

18 dicembre 2012

Si può (ancora) cambiare

Un'occasione da non perdere per costruire un'alternativa al centrosinistra
Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Critica
Migliaia di donne e uomini in tutt’Italia hanno nei giorni scorsi partecipato alle assemblee locali del progetto “Cambiare si può”, dando vita ad un’esperienza importante di discussione, di relazione e di proposta politica.
Queste assemblee hanno rappresentato un dato molto positivo per la partecipazione, per la discussione approfondita, per lo spirito unitario che le ha animate e per l’interesse e il consenso che hanno ricevuto (e sono stati recepiti) contenuti di radicale alternativa alle politiche liberiste, al cappio del debito, alla distruzione del bene pubblico. Contenuti di radicalità che si sono sempre accompagnati all’affermazione di una collocazione a sinistra e alternativa al centrosinistra. Un percorso che parte dal basso e vuole fare a meno di leader, di schemi predefiniti, di una politica ormai vecchia e assolutamente distante dai bisogni, dalle speranze e dalle passioni di lavoratrici e lavoratori (precari e non), disoccupate/i, pensionate/i, giovani.
Questo percorso rappresenta una grande occasione che rischia di non essere sfruttata, anzi, di essere sacrificata sull’altare delle alleanze politiche verticistiche. Il gioco su più tavoli di forze politiche già del centrosinistra (Prc, Idv, Verdi) in cerca di uno spazio certo per tornare in parlamento; l’autoproclamazione di un magistrato come Ingroia che fa un suo “decalogo” politicamente non certo di sinistra e con punti per noi inaccettabili (a partire dall’assurda idea che oggi gli imprenditori abbiano ancora “lacci e laccioli” burocratici o di tasse, oppure sulla scuola dove non si può avallare l’ideologia del “merito” con cui sono stati troppo spesso giustificati enormi tagli di risorse all’istruzione pubblica statale) e farà una sua assemblea preventiva il 21 dicembre; contemporaneamente De Magistris convoca una sua assemblea e ora parteciperà a quella di Ingoia insieme a Leoluca Orlando – assemblea che ovviamente definirà i confini dell’alleanza e si prefigge di tenere aperti i canali di comunicazione con il centrosinistra: tutto questo rappresenta il rientro dalla finestra delle manovre politiciste che si volevano far uscire dalla porta e il riproporsi di logiche elitarie e di non rispetto delle discussioni delle assemblee locali.
Allo stesso tempo ci pare contraddittorio che forze (come il Prc) che partecipano a questo progetto che dovrebbe essere alternativo al centrosinistra si alleino in Lombardia, Lazio, Friuli, con lo stesso centrosinistra a guida PD – a volte sostenendo candidati che con il progressismo e la sinistra proprio nulla hanno a che fare (come Umberto Ambrosoli). 

Così non si cambia, davvero!
Abbiamo partecipato alle assemblee portando le nostre idee, le nostre proposte, i nostri legami sociali, il nostro modo di concepire la politica, dal basso e a sinistra.
Parteciperemo all’assemblea nazionale del 22 dicembre ancora con questo spirito costruttivo e l’interesse per un’occasione da non perdere per costruire un’alternativa al centrosinistra, con il quale non si possono e non si devono fare accordi politici, elettorali e di governo. Un’alternativa con chiari e forti punti programmatici, che partono dai “10 punti” di “Cambiare si può” e vadano oltre – come abbiamo espresso nei nostri interventi di queste settimane (che si possono leggere sul sito sinistracritica.org).
Se il cammino finora percorso continuerà sullo stesso indirizzo, con le stesse modalità, con la stessa radicalità e spirito alternativo, sosterremo fino in fondo questa esperienza elettorale.
Ma non potremo farlo con i Di Pietro, i Diliberto, gli Orlando – che sono parte del problema della sinistra, non la soluzione. E questo non per volontà di esclusione aprioristica, ma per le loro politiche di questi anni, per la loro mancata opposizione (o addirittura accettazione) a provvedimenti pesanti per lavoratrici e lavoratori, per la loro concezione di una “politica politicante”
 
Cambiare si può, ancora. Proviamoci.

12 dicembre 2012

Verona 15 dicembre: assemblea locale di Cambiare si può

Cambiare si può. Questa convinzione ce la danno ogni giorno i movimenti sociali e politici che non solo resistono alle politiche liberiste del governo Monti (come di quelli precedenti), ma lo fanno sulla base di una proposta forte di alternativa politica e sociale. Lotte sociali ed esperienze importanti che si sono però espressi in forma ancora troppo frammentaria ed inefficace; per questo la preoccupazione maggiore che abbiamo oggi di fronte non è solamente la possibilità di un ennesimo governo neoliberista – a guida del centrodestra o del centrosinistra – quanto la difficoltà a ricostruire un’opposizione politica e sociale a queste politiche. Non c'è dubbio che l'assenza di una lista alternativa alle prossime elezioni, con un programma se non anticapitalista almeno antiliberista e in grado di fare il controcanto alla vulgata liberista del rigore e dell'austerità, rappresenterebbe una grave mancanza. Servirebbbe una proposta fuori e contro qualsiasi coalizione con il PD – evitando le contraddizioni di un sostegno al centrosinistra in regioni chiave come la Lombardia e il Lazio; una proposta non finalizzata a riprodurre apparati, non meramente autorappresentativa, plurale, appetibile soprattutto per giovani generazioni e per i movimenti e per lavoratrici e lavoratori dal futuro sempre più incerto; una proposta che “ribalti” completamente gli attuali assetti della sinistra, le sue vecchie simbologie, i suoi ceti politici che si auto-riproducono, che punti quindi a far emergere un “nuovo” che non sia semplice ideologia nuovista ma valorizzi le esperienze di lotta e movimento, senza per questo cadere in opzioni già viste di “autopromozione” di nuovi ceti politici.

Con questo spirito Sinistra Critica ha partecipato all'assemblea nazionale di Cambiare si può del 1 dicembre scorso a Roma e parteciperà all'assemblea locale di questo sabato 15 dicembre a Verona.

L'INTERVENTO DI PIERO MAESTRI ALL'ASSEMBLEA CAMBIARE SI PUO'


Considerato il successo dell’assemblea indetta a Roma il primo Dicembre dai promotori dell’appello “CAMBIARE SI PUO’, NOI CI SIAMO”, ( Livio Pepino, Luciano Gallino, Marco Revelli, Paul Ginsburg, Guido Viale, Gianni e Tiziano Rinaldini ed altri) al quale hanno aderito anche Luigi De Magistris e Antonio Ingroia, invitiamo Sabato 15 Dicembre alle ore 15, presso la sala circoscrizionale di via Brunelleschi, i circoli, i movimenti, i comitati e tutte quelle realtà antagoniste che si sono caratterizzate in opposizione alle politiche del governo Monti, ad una assemblea cittadina per ragionare insieme sull’esito di tale iniziativa. E’ indubbio che tra il centro sinistra ed il movimento 5 stelle, esiste una vasta area di cittadinanza priva di rappresentanza, alla quale dare una prospettiva politica di cambiamento. E’ per questo che riteniamo utile aderire all’appello "Cambiare si può, noi ci siamo", promuovendo anche a Verona la costruzione di liste alternative di sinistra.

Sabato 15 dicembre ore 15
sala civica via Brunelleschi 12 (Verona)

interverrà Giuliana Beltrame del coord. naz. dell'appello Cambiare si può

Per costruire una presenza alternativa alle elezioni poilitiche 2013

Primi firmatari per Verona: Simonetta Venturini, Marco Frapporti, Giorgio Rametta, Dante Loi, Corraso Bares, Stefano Raccuglia, Fiorenzo Fasoli, Manuela Maccacaro