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06 gennaio 2012

Cile, la dittatura non è mai esistita


di Luca Galassi
www.peacereporter.net
Il ministro dell’Educazione cileno, Harald Beyer, ha confermato che il governo del presidente Sebastian Pinera ha modificato i libri di testo base delle scuole elementari, sostituendo la parola ‘dittatura’ con ‘regime militare’ in riferimento al periodo di governo del generale Augusto Pinochet (1973-1990).
A diffondere la notizia il quotidiano on-line ‘La Jornada’. Beyer, diventato ministro il 29 dicembre in sostituzione di Felipe Bulnes, ha ammesso che si tratta di un tema delicato. “Riconosco che è stato un governo dittatoriale – ha affermato Beyer – ma per le prime classi verrà usata l’espressione più generica di regime militare”. La destra cilena, tornata al potere dopo 20 anni, fornì sostegno ideologico alla dittatura di Pinochet, iniziata l’11 settembre 1973 dopo aver abbattuto il governo socialista di Salvador Allende. Per lungo tempo ha evitato di ammettere l’esistenza di una dittatura, riconoscendo le violazioni dei diritti umani, compresi 30 mila casi di tortura, anche su bambini, che sono stati documentati in un rapporto consegnato a Pinera nel 2011. Circa 700 ex militari sono stati processati e oltre un migliaio di cause sono state affrontate nelle aule di giustizia negli ultimi 22 anni, successivi alla fine della dittatura.

Argentina, Glaxo multata per irregolarità nella vaccinazione di bambini poveri

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Il laboratorio britannico GlaxoSmithKline dovrà pagare una multa pari a 179mila euro, per aver commesso irregolarità nell’ottenere i permessi da parte dei genitori dei bambini, da sottoporre alla sperimentazione di vaccini contro la polmonite e l’otite acuta. In seguito alle iniezioni, nel biennio 2007-08, 14 bambini sono deceduti, anche se non esistono le prove che le morti siano collegate alle sperimentazioni.

La decisione è stata presa dal giudice Marcelo Aguinsky di Bueno Aires, dopo un’inchiesta dell’Administración Nacional de Medicamentos, Alimentos y Tecnología Médica (Anmat). La Glaxo dovrà pagare solo 71mila euro, mentre i due medici Héctor Abate y Miguel Tregnaghi ne dovranno pagare circa 54mila a testa.

Il giudice ha confermato che i permessi furono firmati da padri minorenni, nonni che non avevano l’autorizzazione a farlo, parenti analfabeti e, persino, in un caso, da una madre sotto trattamenti psichiatrici e incapace di intendere e volere. Inoltre si è scoperto che le quantità di vaccino somministrato non teneva conto delle condizioni fisiche dei bambini.

La multinazionale farmaceutica si è difesa dicendo che i test: “Sono stati portati a termine seguendo i più alti standard etici e scientifici internazionali”, e sottolineando che “In nessun momento il ministero della Salute ha messo in discussione la sicurezza del vaccino e dello studio”.

14 settembre 2011

Messico. Nascita di una nuova forza politica dei lavoratori.


Il 27 agosto scorso si è celebrato il congresso di fondazione dell’Organización política del pueblo y los trabajadores (OPT) “per la liberazione nazionale e l’emancipazione sociale”. Questa iniziativa era stata annunciata in ottobre del 2010 da Martín Esparza, segretario generale del sindacato messicano degli elettricisti (SME) nel corso di un meeting che ha riunito più di 60000 persone nell’Estadio Azteca a cttà del Messico. All’origine di questa iniziativa si trova la presa di coscienza crescente nel seno del SME del fatto che, davanti all’accanimento del governo contro il sindacato, e alla situazione catastrofica del paese, la lotta sul terreno politico diventa più che mai necessaria. Il governo di Calderón ha in effetti fatto di tutto per provare di essere il nemico dichiarato di tutti i lavoratori, e al servizio esclusivo dell’oligarchia e dell’imperialismo.
In questo senso, l’OPT fa chiaramente referenza alla lotta per la conquista del potere politico e alla necessità di rovesciare la classe politica, rappresentante dell’oligarchia, attualmente alla testa del paese. Va sottolineato che la partecipazione dell’OPT alle elezioni non appare tra le sue priorità, e che non intende essere prigioniera si nessun calendario istituzionale. La chiamata dello SME ha ricevuto risposta da parte di altre organizzazioni operaie, contadine, indigene, popolari e politiche, e rappresenta un passo storico nella conquista dell’indipendenza politica dei lavoratori. In effetti, se delle organizzazioni che si richiamano al socialismo sono sempre esistite in Messico, nessun partito ha mai riunito al suo interno il grosso dei lavoratori, difendendo un programma che si rivendica di lotta di classe. Per delle ragioni storiche, le organizzazioni sindacali sono sempre state legate, in modo corporativo, al partito-stato (il Partido Revolucionario Institucional) che ha governato il paese per 70 anni. La conquista delle libertà sindacali più elementari è lontana dall’essere realizzata, come è dimostrato dall’accanimento del governo contro lo SME (cf, solidaritéS no 189).
Liberazione nazionale o socialismo?
Nel corso degli ultimi mesi hanno avuto luogo dei dibattiti importanti, che hanno permesso di abbozzare i contorni della nuova OPT. Se i documenti adottati menzionano in modo esplicito la necessità di lottare per una trasformazione attuale della società, designano l’attuale modello economico e politico come il responsabile della catastrofe attuale, e adottano un tono anticapitalista, il socialismo, anche se menzionato, appare più come un orizzonte lontano da raggiungere, senza una vera visione strategica né elementi di transizione. L’elemento forte del programma sembra piuttosto orientato sulla liberazione nazionale e la lotta contro l’imperialismo che, nella tradizione messicana, significa soprattutto nazionalista e distributivo. Va notato anche che l’internazionalismo figura in buon posto nei documenti dell’organizzazione e che questi fanno esplicitamente referenza ai processi rivoluzionari in corso nel mondo arabo e alle ribellioni che stanno nascendo in Europa. Certi aspetti organizzativi, che hanno suscitato degli importanti dibattici, come il diritto di organizzarsi in tendenza nel seno dell’organizzazione, così come la tattica da adottare davanti al processo elettorale del 2012, saranno dibattuti nel prossimo congresso dell’organizzazione, che si terrà nel mese di marzo dell’anno prossimo.
Oltre il congresso
Se il congresso ha indubbiamente rappresentato un successo importante raggruppando un po’ più di un migliaio di delegati di 22 stati, l’OPT dovrà far fronte a una situazione di violenza sempre più incontrollabile e alla presenza sempre più importante (e riconosciuta) di personale militare nordamericano. L’OPT lancerà la sua prima campagna di affiliazione in qualche giorno. In un contesto di crisi politica e sociale acuta e di fronte a un regime inetto, la nascita di questa nuova forza rappresenta un passo importante verso l’organizzazione degli oppressi. Insieme al Movimiento de Regeneracón Nacional (MORENA) di Andrés Manuel López Obrador, l’OPT può contribuire ad accelerare un confronto con il regime, che appare inevitabile a medio termine, come quelli che si producono in questo stesso momento in molti luoghi del globo.
Héctor Márquez, correspondant de solidaritéS au Mexique traduzione dal francese di Maria Benciolini



02 marzo 2011

La conquista di ENEL

di Giulio Sensi e Tancredi Tarantino
www.altreconomia.it
04 ottobre 2010
Green Power è il “braccio” dell’azienda italiana per le operazioni in America Latina. Costruisce dighe nemiche dell’ambiente, e piace ai Benetton


“L’energia che ti ascolta”, recita il claim di Enel, la più grande impresa elettrica italiana ed una delle più grandi al mondo, con oltre 60 milioni di clienti. Ma in Guatemala, nel dipartimento di El Quichè, cuore dei territori Maya ixil al confine con il Messico, l’energia di produzione italiana sembra aver perso l’udito.
La strada sterrata che si inerpica ripida su per la montagna, segnando il bosco di pini, sparisce inghiottita dalle nuvole. Avvallamenti e pozzanghere impongono alla jeep un’andatura a rilento. I bambini che giocano nel fango salutano incuriositi, ma i loro genitori scrutano i forestieri di passaggio con aria greve: hanno sguardi segnati, nei quali ripercorri trentasei anni di guerra civile, con oltre un milione di profughi interni, 15mila sparizioni forzate e 200mila morti. Di questi, l’83% sono indigeni Maya ixil. Baltazar de la Cruz Rodriguez, segretario del Cocode, il consiglio comunitario di sviluppo della comunità ixil di San Felipe, aspetta seduto sotto un porticato. “Enel ci ha ingannato”, esordisce dopo aver appena accennato un saluto con la testa. Nel 2008, il sindaco di San Juan Cotzal, una delle città principali del dipartimento, annuncia di avere ricevuto il consenso delle comunità indigene locali per la costruzione della centrale idroelettrica Palo Viejo da parte di Enel. Poco tempo prima, durante una riunione con i leader comunitari, il sindaco aveva presentato un progetto infrastrutturale, senza però precisare che il documento da firmare autorizzava anche la costruzione della centrale. “Hanno ottenuto la nostra firma con l’inganno”, continua Baltazar, sottolineando che nelle comunità ixil di El Quichè sono in pochi a parlare e leggere il castigliano. A qualche chilometro da San Felipe c’è San Miguel Uspantàn. Nel 2009, il sindaco Victor Figueroa ha denunciato l’Enel per non aver informato la popolazione locale e non aver richiesto le autorizzazioni necessarie per la realizzazione del progetto di Palo Viejo: “Spetta a noi dare le licenze per la costruzione dei tralicci che trasportano l’energia -sostiene Figueroa-. Com’è possibile che il 50% delle 169 comunità della zona non abbia accesso all’energia elettrica, mentre Enel fa passare sulle loro teste i cavi ad alta tensione?”, chiede incredulo. Una risposta non arriva: da queste parti l’energia non ascolta, e nonostante le proteste delle comunità locali, la costruzione della centrale idroelettrica Palo Viejo è iniziata lo scorso anno e dovrà concludersi nel 2011. A coordinare i lavori è Enel Green Power, la società per le energie rinnovabili del gruppo Enel nata nel 2008. L’impianto, che avrà una capacità complessiva di 84 megawatt e sfrutterà il flusso d’acqua del fiume Cotzal e di tre suoi affluenti, costerà circa 185 milioni di euro. Un investimento importante per il quale si è mossa anche la Simest, la finanziaria per la promozione delle imprese italiane all’estero controllata dal governo italiano, che ha già stanziato un finanziamento per agevolare le attività di Enel in Guatemala. “È per noi fonte di grande soddisfazione contribuire allo sviluppo di Enel Green Power nell’area”, ha commentato l’ad di Simest, Massimo D’Aiuto. La popolazione locale però non è dello stesso avviso. Quando i camion e le ruspe della Solel Boneh, l’impresa israeliana a cui Enel ha affidato l’apertura delle vie d’accesso alla zona, attraversarono per la prima volta San Felipe, la popolazione indigena organizzò manifestazioni di protesta contro l’azienda italiana. In seguito alla morte di due giovani ixil, investiti da un camion della Solel Boneh, la protesta si inasprì e gli indigeni bloccarono per più giorni le principali arterie di comunicazione. Successivamente, i leader delle mobilitazioni furono minacciati di morte, come denunciato in un rapporto del 2009 dalle ong guatemalteche Conavigua e Mojomayas. Come già accaduto nel caso della diga di Chixoy, il più grande progetto idroelettrico del paese, la popolazione di Cotzal teme che venga distrutto quel sottile equilibrio con la “madre terra” che i loro avi hanno saputo preservare per migliaia di anni. La costruzione di una diga o di una centrale idroelettrica comporta un’inevitabile alterazione dell’ecosistema, la perdita di biodiversità ma, soprattutto, l’allagamento di terre coltivate, spesso l’unica fonte di sostentamento. A tutto ciò si aggiunge il valore culturale e storico dei territori in cui il progetto è stato avviato, trattandosi di luoghi considerati sacri dagli indigeni ixil.
Il progetto di Palo Viejo non è il primo che l’azienda italiana, per il 31 per cento ancora a capitale pubblico, realizza in Guatemala. Enel è presente nel Paese da 10 anni, e finora ha investito circa 350 milioni di dollari per la costruzione e gestione di quattro centrali idroelettriche, con una capacità complessiva di 74 megawatt. Nel 2008 ha ottenuto l’approvazione di altri tre progetti, tutti in territorio ixil. A questi si aggiunge il progetto di interconnessione elettrica del Centroamerica, Siepac, finanziato dalla Banca interamericana di sviluppo (Bid) e dalla Spagna, e che vede tra i soci anche Endesa, il colosso energetico spagnolo controllato al 92 per cento da Enel. Siepac ha come scopo quello di traghettare l’energia verso gli Stati Uniti, alimentando così il progetto di integrazione mesamericano, più conosciuto come Plan Puebla-Panamá, che vede nelle fabbriche di assemblaggio, nei grandi villaggi turistici e nello sfruttamento della biodiversità l’unica forma di sviluppo possibile.
L’investimento di Enel “sul” Paese si spiega facilmente in termini economici: il Guatemala rappresenta il Paese dal più alto potenziale idroelettrico del Centroamerica, con oltre 10mila megawatt, e aspira a trasformarsi nel principale esportatore di energia verso gli altri Paesi della regione. L’attuale governo di centrosinistra di Alvaro Colom, inoltre, ha avviato una politica mirata a ridurre i costi dell’energia elettrica, al fine di attrarre capitali stranieri. Strategia che forse non ha fatto i conti con altri fattori, come il narco-traffico, la corruzione e l’insicurezza, che disincentivano gli investimenti esteri. Lo dimostra il documento di indirizzo sul Guatemala stilato dall’Istituto per il commercio estero italiano (Ice), l’ente governativo che ha il compito di facilitare i rapporti commerciali dell’Italia con l’estero. Con oltre 5mila omicidi nel 2009, 200 tonnellate di cocaina che transitano nel Paese e un rischio imminente di recessione, “è fin troppo facile -si legge nel documento- traguardare le drammatiche conseguenze del protrarsi dell’incapacità dello Stato di imporre una politica di sicurezza efficace sulle sorti future del paese”.
Ma Enel non sembra affatto preoccupata e continua ad investire i propri capitali, e quelli degli italiani, in progetti dall’alto impatto sociale e ambientale che difficilmente potranno generare lo sviluppo sperato. Intanto le popolazioni Maya ixil si augurano che l’energia inizi ad ascoltarli.

Cinque dighe cilene
Contro il progetto "Hydro Aysen" si schiera anche il vescovo
Sintonia, la subholding controllata al 79,08% dal gruppo Benetton tramite Edizione srl, sarebbe interessata a comprare il 30% di Enel Green Power. Chissà se la notizia ha raggiunto gli abitanti della Patagonia cilena e le comunità indigene Mapuche che si oppongono al progetto “Hidro Aysen” di Endesa-Enel, la costruzione di cinque grandi dighe per la produzione di elettricità in una delle regioni più intatte del pianeta. Loro i Benetton li conoscono già: la famiglia di Treviso è già presente in Terra del Fuoco, dove -generando enormi conflitti- negli anni scorsi si è comprata il 10% delle terre per la produzione di materie prime.
Enel Green Power con tutta probabilità sarà sul mercato probabilmente da settembre e la conferma dell’interessamento è arrivata nelle scorse settimane da Gilberto Benetton, a margine dell’assemblea annuale di Autogrill. L’accordo con Benetton potrebbe senza dubbio favorire la concretizzazione del programma di dighe in Patagonia, un affare ereditato con l’acquisto della spagnola Endesa, già presente e contestata in America Latina. Un progetto tanto appetibile quanto complicato: la protesta della popolazione in Cile aumenta vertiginosamente, e fra i ribelli delle dighe c’è anche il vescovo di Aysén, una delle province della zona che sarebbe colpita. Monsignor Luis Infanti De La Mora è volato dalla Patagonia a Roma per intervenire all’assemblea annuale degli azionisti di Enel. “Il nostro silenzio su questo progetto -ha tuonato il monsignore, nato ad Udine ma in Cile da 35 anni, mentre l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti gli ricordava che era scaduto il tempo del suo intervento- sarebbe un segno di complicità con un’ingiustizia. Un’ingiustizia che riteniamo una nuova forma di colonizzazione”. Monsignor Infanti è intervenuto grazie al coinvolgimento della Fondazione culturale responsabilità etica e della Campagna per la riforma della Banca mondiale, nell’ambito delle iniziative di azionariato critico nei confronti di Eni ed Enel. “HidroAysen -spiega Juan Pablo Orrego, attivista ed intellettuale cileno, presidente della ong Ecosistema e coordinatore della campagna “Patagonia sin Represas” (senza dighe)- consiste in un sistema di cinque dighe che frammenterebbero e degraderebbero per sempre il bacino dei fiumi Baker e Pascua, nel cuore della Patagonia. La produzione di energia elettrica sarebbe associata a una linea di trasmissione lunga 1.500 miglia, con 6mila tralicci alti 60-70 metri che attraverserebbero il 51% del territorio cileno, danneggiando 48 aree protette (vedi I cinque progetti che devasteranno il pianeta, a cura di Crbm, su www.altreconomia.it, ndr). Per non parlare -aggiunge- dei rischi sismici e vulcanici che rendono questo progetto rischioso anche dal punto di vista economico”. I diritti d’uso dell’acqua per questi scopi a titolo praticamente gratuito in Cile sono peraltro eredità della dittatura. “In Patagonia, il 96% di questi diritti sono stati regalati dalla dittatura di Pinochet prima all’impresa di Stato, poi a Endesa e adesso ereditati da Enel” ha spiegato monsignor Infanti. “In Cile la proprietà dell’acqua e la sua distribuzione sono private, ci chiediamo se a Enel, che qua è proprietaria monopolistica dell’acqua, sarebbe permesso di attuare in Italia o in Europa progetti come questo”. Il Cile, come il Guatemala, è un Paese centrale per la strategia economica di Enel in America Latina. La società italiana è presente in 11 Paesi del continente latinoamericano da quando ha acquisito il 92% di Endesa, la grande impresa elettrica spagnola comprata a colpi di indebitamento nel 2009, e grazie agli investimenti di Enel Latin America, controllata da Enel Green Power. Enel Latina America gestisce già impianti per 667 MW nel continente. Oggi il gruppo è diventato il primo colosso energetico privato in America Latina, e non solo nella produzione di energia: serve già 12,4 milioni di clienti (il 20% del suo totale) e realizza in loco oltre il 15% del margine operativo lordo, che nel 2009 è aumentato del 7% nonostante la crisi. Quella di Endesa, che già possiede 15mila MW di impianti, è stata un’operazione da 9,6 miliardi finanziata grazie a un intervento, per 8 miliardi di euro, di 12 istituti di credito, fra cui Intesa-Sanpaolo e Unicredit. L’acquisto ha aumentato il già alto indebitamento di Enel, che oggi risulta, con 51 miliardi di euro, l’utility più indebitata d’Europa. Entro il 2014 Enel deve restituire 5,5 miliardi, e rischia di essere declassata nella valutazione di Standard & Poor’s. Per questo ha messo sul mercato anche le reti di distribuzione e trasporto gas e quelle elettriche di Endesa in Spagna, da cui dovrebbero arrivare circa 1,5 miliardi di euro. Ma ciò non basterà a ridurre il debito a 45 miliardi di euro entro la fine dell’anno, e allora fanno gola i fondi sovrani del Golfo e dell’Estremo Oriente che sono già interessati, come i Benetton, alle quote di Enel Green Power. L’impresa che si occupa di “rinnovabili” viene messa parzialmente sul mercato proprio mentre il colosso energetico annuncia di voler investire 18 miliardi di euro nel nucleare, per la costruzione di 4 centrali a partire dal 2014. Una ricerca dell’università di Greenwich, commissionata da Greenpeace, ha rilevato che l’operazione nucleare potrebbe in realtà portare un ulteriore indebitamento di 30 miliardi di euro. Di fronte a questo business, si capisce perché la salvaguardia della Patagonia non sia all’ordine del giorno dalle parti di viale Regina Margherita.

01 marzo 2011

Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale e il punto di vista latinoamericano

di Gennaro Carotenuto

L’America latina è lontana dal Medio oriente e non provatevi a capire cosa accade in Libia e in Medio oriente leggendo la stampa latinoamericana. Vi disorientereste e in qualche caso restereste molto delusi nel trovare notizie improbabili su manifestazioni in favore di Gheddafi, sull’ordine che regna a Tripoli o al massimo un passacarte di agenzie terziste a denti stretti. Se è corretto denunciare un possibile intervento straniero, i pericoli di frammentazione del paese, o perfino la disinformazione all’opera, il silenzio delle organizzazioni multilaterali, a partire da Unasur e Mercosur, è oramai assordante. Non meglio va con i governi, con l’eccezione del Perù e dell’Uruguay. Dal Brasile all’Argentina, da Cuba al Nicaragua al Venezuela, relazioni e alleanze storiche, preoccupazioni geopolitiche, timori e sottovalutazioni, fanno sì che l’America latina dei movimenti sociali, l’America latina altermondista e terzomondista delle relazioni Sud-Sud, sembri non comprendere e voltare le spalle alla primavera dei popoli mediorientale e non faccia una bella figura (né i suoi interessi né il suo dovere).

La distanza si fa incolmabile nell’interpretazioni dei fatti libici, tutta geopolitica e ideologica. In Libia sarebbe guerra civile e non sollevazione popolare, in una forma interpretativa dove le aspirazioni dei popoli, le motivazioni dei giovani in piazza, i rapporti di forza con la repressione, non trovano spazio. In particolare media come Telesur, ma non va molto meglio con la Jornada o con Página12, ovvero la crema dell’informazione progressista latinoamericana, leggono i fatti esclusivamente in un’insufficiente ottica geoenergetica. Media che, mentre il mainstream spargeva letame disinformativo a piene mani, hanno illuminato il mondo sulla rivolta zapatista del 1994, o la caduta del regime neoliberale in Argentina nel 2001 o il golpe in Honduras nel 2009, oggi si rifugiano nella comodità di un’interpretazione del tutto riduttiva: “gli amerikani vogliono il petrolio libico”.

Chi da cent’anni cerca di crearsi il proprio spazio nel mondo lottando contro le ripetute aggressioni statunitensi (militari, economiche, mediatiche), chi da questo deve difendere le proprie ricchezze e in particolare il proprio petrolio con le unghie e con i denti, chi vede sistematicamente finanziare dall’estero opposizioni eversive, non riesce a leggere (o non vuol leggere, anche per motivi di propaganda) gli eventi libici che in una sola ottica: Gheddafi difende il petrolio libico dall’attacco imperialista. Bastano poche frasi anticolonialiste del battutaro libico, massacratore di migranti in ossequio alle sacre direttive dell’Unione Europea e compagno di bunga bunga di Silvio Berlusconi, per infervorare a suo favore molti tra quelli che in America latina hanno una storia cristallina di lotta per l’autodeterminazione dei popoli e contro le ingerenze straniere. In particolare l’interpretazione del governo venezuelano si fa tutta realpolitika nella preoccupazione di perdere un alleato importante nello scacchiere chiave dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio che era moribonda e supina agli interessi occidentali quando Hugo Chávez andò al governo in Venezuela e che è stata fondamentale, soprattutto per merito venezuelano, nel diventare fattore di multipolarismo nel mondo attuale.

Le preoccupazioni di intervento della NATO sono legittime ma forse esagerate e soprattutto occultano che un massacro è già in atto. In questo l’editoriale di Fidel Castro ampiamente ripubblicato e commentato in tutto il mondo è impeccabile nella prudenza e anche nel condannare la repressione. Ma l’interpretazione di Fidel è tutta per la tesi “guerra civile” scartando la possibilità di una sollevazione popolare in corso e del risveglio della società civile libica simultaneo, sull’onda della Rete, a quello di altri popoli della regione.

Quanto stiamo vedendo in Libia sarebbe l’inizio di una “rivoluzione colorata” eterodiretta dall’Occidente o è un’altra sollevazione popolare contro autocrazie amiche dell’Occidente? Tra la speranza e la preoccupazione Fidel sceglie la chiave interpretativa della paura. Ha ragione anche Hugo Chávez a censurare la doppia morale della comunità internazionale nel condannare Gheddafi e restare zitta sui bombardamenti chimici statunitensi su Falluja, sull’assedio israeliano di Gaza e sui sistematici massacri di civili in Iraq e Afghanistan. Ha ragione Chávez e il suo cancelliere Nicolás Maduro a puntualizzare il pericolo di un intervento occidentale e della divisione del paese che in questo momento più d’uno tra quanti guardano con orrore agli eventi libici considerano auspicabile. Ma anche Chávez sceglie la chiave della “guerra civile”, nella quale si schiera purtroppo con Gheddafi, contro un’opposizione popolare che considera eterodiretta e che implicitamente assimila all’opposizione, quella sì eversiva, che fronteggia a casa sua.

Vero è anche che alcune delle notizie di stampa appaiono schematicamente esagerate (i mercenari africani pagati 12.000 € a omicidio, i 10.000 morti, gli stupri casa per casa, perfino i video sulle fosse comuni) inducendo una volta di più alla prudenza sulla disinformazione come sempre sparsa a piene mani dal mainstream. Ma non è possibile fare come se Gheddafi non stia massacrando il proprio popolo e come se il precedente di bombardamenti su manifestazioni popolari non sia proprio quello dei gorilla argentini contro il popolo peronista nel 1955 per imporre la prima dittatura antipopolare e fondomonetarista.

Molte delle preoccupazioni sono legittime ma è vero anche che i leader e l’informazione latinoamericana appaiono sottovalutare aspetti fondamentali di quanto accade in Libia e più in generale in Medio oriente. No, in Medio Oriente non stiamo vivendo una nuova rivoluzione colorata eterodiretta da Washington e benedetta dal Fondo Monetario Internazionale. In Medio oriente siamo all’inizio, appena all’inizio, di una “primavera dei popoli” simile a quella che l’Europa ha vissuto nel lontano 1848 quando nel giro di pochi mesi, e senza alcuna agenda predefinita, si liberò dei governi della Restaurazione imposti alla sconfitta di Napoleone I. Per quanto complicato possa sembrare è dovere dell’America latina integrazionista essere conseguente con la propria stessa genesi e appoggiare senza paura i popoli mediorientali che si stanno liberando di regimi autocratici spalleggiati spesso per decenni dall’Occidente. E’ dovere dell’America latina svelare una volta di più la menzogna dell’ “esportazione della democrazia” ed appoggiare i fuochi di ribellione che nascono nel sud del mondo.

In queste ore i governi occidentali, in particolare il più screditato di tutti, quello italiano, stanno millantando il pericolo dell’avvento di governi basati sul fondamentalismo islamico per imporre una nuova generazione di autocrati che facciano che tutto cambi perché nulla cambi. Ma non ci sono molti barbuti né burka in piazza a Bengasi come ieri al Cairo e l’altro ieri a Tunisi. E se ci sono l’obbiettivo dev’essere appoggiare quei ragazzi sbarbati e quelle ragazze dal volto scoperto perché siano in grado di esprimere una classe dirigente alternativa. Se nessuno crede nei popoli del Medio oriente l’America latina deve credere nei popoli del Medio oriente. Non c’è altra via, per l’America latina, che riconoscere nei ragazzi egiziani, tunisini, libici, domani ojalá sauditi, le stesse aspirazioni e le stesse speranze che hanno strutturato negli anni ‘90 i movimenti sociali latinoamericani che hanno saputo farsi governo. Fino a ieri le relazioni Sud-Sud erano affare (importante) dei governi. Adesso la sfida diventa far diventare popolari tali relazioni Sud-Sud.

Per arrivare a ciò è indispensabile riconoscere in Gheddafi il nemico politico e non solo il (prescindibile) alleato geopolitico. Non possiamo più condannare i crimini commessi contro i migranti dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da governi come quello di Felipe Calderón in Messico se non riconosciamo in Muammar Gheddafi il massacratore di migranti per conto di Silvio Berlusconi e di altri governi europei. Forse sono false le fosse comuni mostrate dai media, ma non sono false le fosse comuni in Libia dove in questi anni sono finite le speranze di migliaia di migranti africani. Quando nel 2008 l’America latina tutta, Fidel, Chávez, Lula, Evo, esplose contro la vergogna delle direttive europee contro i migranti, era a Gheddafi che l’UE appaltava una parte di tali crimini ed è con Gheddafi che fanno affari il lugubre Cameron, il triste Sarkozy e l’impresentabile Berlusconi. Gli europei erano i mandanti, ma Gheddafi era il sicario di quei migranti.

D’altra parte è innegabile che anche se in Libia non è in corso un “genocidio”, Gheddafi stia reprimendo il proprio popolo con una ferocia intollerabile, impresentabile, imperdonabile. Forse i morti non sono 10.000 come racconta il sistema disinformativo mainstream, ma sono comunque centinaia. Ed è un’onta difficilmente emendabile che per Telesur Al Jazeera sia un partner strategico quando racconta i crimini statunitensi o israeliani ma vada oscurata quando narra del popolo libico che si ribella. Vorremmo vedere anche su Telesur le immagini dei ragazzi di Bengasi che portano in piazza le immagini di Omar al Mukhtar, l’eroe della lotta contro il colonialismo italiano. E’ con loro che deve stare l’America latina!

28 febbraio 2011

Il popolo della Libia vincerà

Un comunica di "Marea Socialista", corrente di sinistra del PSUV venezuelano

Il popolo della Libia vincerà.

La rivolta araba è arrivata in Libia. E qui ha assunto il suo volto più violento. Il governo di Gheddafi ha scatenato una carneficina che mostra ai popoli del mondo l'orrore di cui sono capaci i dittatori, sottomessi o no all’imperialismo. I bombardamenti aerei di manifestanti nella seconda città più grande della Libia e il fuoco che percorre Tripoli, la capitale, sono testimonianze di questo massacro. Qualcuno nel mondo cerca di mettere in dubbio la realtà di questa rivolta. Suggerisce l'interesse della Nato e dell'imperialismo, nel loro desiderio di mantenere il controllo sul petrolio e sul gas dalla Libia e sull’intero mondo arabo. Questo argomento è pretestuoso, anche se questo interesse esiste. Se ci fosse bisogno di una prova, la sola misura di tagliare le comunicazioni esterne, telefonia fissa e internet, è una misura di guerra di uno Stato. Ma in questo caso è nei confronti di un popolo che si è ribellato contro una dittatura.
Da leader indipendentista, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, Gheddafi è diventato un dittatore capitalista partner dell'Unione europea a cui fornisce il petrolio fine del deserto, accettato dagli Stati Uniti con cui negli ultimi anni è stato in stretti rapporti. Il prezzo per questa metamorfosi l’ha pagato e lo paga il popolo libico. Le stesse persone che mettono in dubbio la realtà dei fatti suggeriscono anche, naturalmente non apertamente, che qualcosa di simile accade con le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto. Ma nessuno dei "difensori del popolo libico" contro le mire della NATO ha espresso sostegno per i cambiamenti democratici richiesto da questi popoli. E non condannano apertamente i massacri che stanno avvenendo.
Un'insurrezione su tutta la linea.
Quello che sta accadendo in Libia è una rivolta popolare su tutta la linea. Una rivolta contro la dittatura che si sta dimostrando sanguinaria. La divisione in tribù diverse, alcune alleate e altre che si suppongono nemiche di Gheddafi, fanno parte di una realtà che viene manipolata per costruire la storia degli oscuri interessi che si nascondono dietro la rivolta. Tuttavia, ciò che accade fa parte del terremoto, il terremoto democratico che percorre il mondo arabo, tutta l’Africa, l’Asia e l’Europa. Questi paesi che persistono nella rivolta, in particolare i giovani, sono stanchi di repressione, bavaglio e mancanza di futuro, sono scesi in strada e non tornernno indietro. Soprattutto perché non c’è ritorno. Per le strade di Tripoli e le città libiche la sorte è segnata, o vince la sollevazione popolare e va fuori Gheddafi e il suo regime, o vince Gheddafi e causerà un bagno di sangue di gran lunga superiore a quello visto finora. Perciò un settore importante delle forze armate si è ribellato. Perciò le masse non hanno paura della repressione. Perché sanno che se si torna indietro sarà peggio. C'è una rivolta in corso in tutta la linea, ma comunque si concluderà questo capitolo della rivoluzione democratica in Libia, non sarà con un settore del vecchio regime che cerchi di imporre una uscita ordinata. Non rimarrà pietra su pietra di questo regime o del suo decrepito dittatore.
Viva la rivoluzione democratica araba
“Marea Socialista” si dichiara categoricamente solidale con il popolo libico e con il popolo arabo che lotta per conquistare la libertà e la democrazia. Sotto il velo di menzogne e di false dichiarazioni interessate, c’è la realtà di un popolo sottomesso per quasi mezzo secolo. I cambiamenti democratici richiesti da parte dai popoli arabi non sono solo il diritto di voto. E 'anche, e soprattutto, la necessità di una vita dignitosa. Di lavoro, tenore di vita e prospettive future negate da questi dittatori e dai loro regimi. Il popolo, le masse di quella regione del mondo hanno trovato la via della lotta per ottenere ciò che vogliono. Questo spettro si aggira per tutti i continenti. E nella loro lotta hanno aperto le porte alla rivoluzione internazionale contro il capitalismo e i suoi regimi di oppressione e miseria.
Basta massacri in Libia
Viva la rivoluzione araba

15 gennaio 2011

Ni una mas!

da http://femminismo-a-sud.noblogs.org

Fa male leggerlo, apprenderne la notizia; fa male scriverlo perché tutte e tutti lo sappiano. Ve lo racconto con le parole che la rabbia e il dolore mi fanno uscire.

Hanno assassinato Susana Chavez. 36 anni. Attivista e combattente per i diritti delle donne in uno dei tanti luoghi infernali dove le donne, per il fatto di essere donne, non hanno diritti.

Ci hanno messo quasi una settimana a capire e a rendere pubblico a chi apparteneva quel corpo violentato, torturato, mutilato e ucciso. L’hanno massacrata per poi buttarla come immondizia in mezzo alla strada, svestita, senza una mano e con un sacco di plastica nero legato con dello scotch adesivo grigio intorno al collo.

Susana, dopo Marisela, è la seconda militante che viene uccisa nello stato di Chihuahua in Messico nel giro di un mese. Sua era la creazione della campagna “Ni una muerta mas!” ed è stata sempre in prima linea con le altre in tante manifestazioni contro la violenza sulle donne e contro i femminicidi, oltre a promuovere ed organizzare eventi culturali.

Nello stato di Chihuahua quest’anno sono state barbaramente uccise 446 tra donne e bambine, un record che chiaramente indica quanto le violenze e i femminicidi in questo posto siano in aumento senza che nulla, tranne gli sforzi e le denunce delle donne stesse, cerchino di fermare ed intervenire su questo sterminio. La cifra più alta a Ciudad Juarez.

“Il 2010 è stato l’anno più violento per le donne di Chihuahua”, ha dichiarato Norma Ledezma, coordinatrice di Justicia para Nuestras Hijas. “Ogni 20 ore, una donna è stata assassinata durante l’anno passato”.

Il sito dell’associazione raccoglie e documenta i dati di ogni singola donna in un interminabile elenco che sconvolge, va dritto allo stomaco. La lettura di questi nomi, la loro età, come sono stati ritrovati i loro corpi, è un tutt’uno con le lacrime di dolore e di rabbia che provocano.

Un elenco che con tenacia e sofferenza documenta quello che succede, e dice senza giri di parole, mistificazioni, senza addurre giustificazioni, qual’è la realtà di queste morti. Un elenco che anche in italia esiste e documenta quanto succede anche qui. Perché, i femminicidi lo sappiamo anche noi cosa sono e ci riguarda tutte.

Chi ne parla solo guardando all’estero, puntando il dito lontano, lo fa per distogliere l’attenzione dalla nostra realtà prossima. E’ complice delle nostre morti. Chi invece dice che muoiono anche gli uomini e che i femminicidi non esistono è ugualmente interessato. Solo le donne vengono uccise in quanto donne. Gli uomini non vengono assassinati in quanto uomini. Gli uomini vengono assassinati se stranieri. E quello si chiama razzismo. Oppure perché omosessuali. E quella si chiama omofobia. Le morti bianche coinvolgono sia uomini che donne. Travisare questa realtà per i propri interessi e per mantenere privilegi che creano violenze è fare revisionismo per nascondere e strumentalizzare lo specifico odio di genere nei confronti delle donne. Siete coinvolti in queste morti, quelle vicine e quelle lontane.

Per Marisela, per Susana, per tutte le donne uccise in quanto donne e per tutte le donne uccise nel difendere le donne, continuiamo a lottare! Il nostro dolore è la nostra rabbia! Andiamo avanti!

10 novembre 2010

Morto il dittatore argentino Massera, ex ammiraglio della marina militare e golpista

Repressore sanguinario alla Esma e membro della P2.
Ex ammiraglio della marina, feroce carnefice della stagione orribile dei desparecidos argentini, membro della P2, mai redento, dichiarato demente per salvarlo dal carcere, ancora sotto inchiesta della magistratura italiana.
Emilio Eduardo Massera, uno dei più crudeli esponenti della passata dittatura (1976-1983) e il membro argentino più di spicco della loggia P2, è morto a 85 anni, colpito da un ictus, mentre si trovava nell'Ospedale Navale di Buenos Aires. Dopo aver ordito il golpe del 1976, insieme con il generale dell'esercito Jorge Rafael Videla - che assunse la presidenza de facto del Paese - e il generale dell'aeronautica Orlando Ramon Agosti, Massera fu uno dei protagonisti della prima giunta militare che governò il Paese dal 1976 al 1978. Fu appunto in quegli anni che diresse in modo sanguinario la Esma (Scuola di meccanica della Marina), il più grande centro clandestino di detenzione e tortura del regime, dove furono uccise almeno cinquemila persone. Fra i modi più atroci di uccidere i cosiddetti 'sovversivi' c'era quello di gettarli ancora vivi dagli aerei nelle acque del Rio de la Plata, dopo iniezioni di Pentothal, o dopo averli feriti allo stomaco. Finita la dittatura, nel 1985 fu condannato all'ergastolo nel maxi-processo ai generali argentini durante l'allora governo del presidente Raul Alfonsin. Nel 1990, però, quando era al governo Carlos Menem, sia lui che gli altri ottennero l'indulto. Ma nel 2001, prima un giudice federale e poi la Corte Suprema, dichiararono nullo tale decreto. Con la conseguenza che, durante il governo (2003-2007) del presidente Nestor Kirchner (deceduto una decina di giorni fa), vennero ripresi i processi contro tutti i generali. Non però per Massera, che nel 2002 era stato colpito da un primo ictus e nel 2005 era stato riconosciuto in preda alla demenza senile, per cui tutte le cause contro di lui vennero sospese. Ma non in Italia, i cui giudici non hanno mai creduto alle risoluzioni dei colleghi argentini (si sono recati a Buenos Aires, per sottoporlo a esami clinici). Lo scorso 27 settembre, a Roma, si è svolta una ennesima udienza del processo in contumacia in cui era accusato della scomparsa di tre cittadini di origine italiana, Giovanni e Susanna Pegoraro e Angela Maria Aieta, tra il 1976 e il 1977 mentre si trovavano nell'Esma. In pratica, Massera, che, a suo tempo, come piduista non ha esitato a dare una mano a Licio Gelli nelle sue incursioni in Argentina, pur se considerato uno dei tragici simboli della ferocia della passata dittatura, come accade tuttora anche per altri repressori, fino all'ultimo ha potuto usufruire di 'protezionì nell'ambito giudiziario locale. L'ex ammiraglio non si scusò mai per i crimini della dittatura: «Non si può interrogare un terrorista come se si facesse qualche domanda a un bambino», disse quando venne condannato nel 1985, rivendicando che «la guerra al terrorismo era stata una guerra giusta»

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Jorge Ithurburu: Massera è morto, ma mai lo abbiamo lasciato in pace

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"Tutto quello che era in nostro potere per avere giustizia lo abbiamo messo in pratica. La prossima udienza contro Massera era fissata per metà dicembre, non si farà, certo, ma il processo ha comunque avuto un suo grande perché"

Jorge Ithurburu è nato a Las Heras, in Argentina, il 5 agosto 1959, e vive in Italia dal 1980. Sulla sua pelle ha vissuto la tragedia della dittatura e ha sempre lottato affinché la Giustizia trionfasse. La sua battaglia l'ha condotta militando nella Lega per i Diritti dei Popoli di Milano e fondando il Comitato promotore del processo Esma (Escuela Mecánica de la Armada, uno dei più grandi centri di detenzione illegale e tortura) in Italia - per i crimini contro cittadini di origine italiana - grazie alla pressione del quale si è arrivati ad azioni giudiziarie che hanno poi portato alle sentenze del 6 dicembre 2000 e del 14 marzo 2007 entrambe emesse dal Tribunale di Roma. La prima è una storica sentenza della Corte di Assise della capitale che ritiene provata la consumazione di una serie di reati gravissimi (omicidio, rapina, sequestro di persona, lesioni, sostituzione di stato, violenza carnale ed altro), commessi da numerose persone (quasi tutte operanti nell'organico della pubblica amministrazione argentina) ai danni di cittadini italiani durante la dittatura dei colonnelli in Argentina. Con la seconda, sempre la Corte d'Assise di Roma ha condannato all'ergastolo cinque ex ufficiali della Marina accusati di aver sequestrato, torturato e poi ucciso Angela Maria Aieta e Giovanni e Susanna Pegoraro. L'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, coinvolto come e più degli altri, non era stato compreso in quella sentenza perché processato a parte, essendo stata la sua posizione stralciata a causa delle precarie condizioni di salute. Massera è morto ieri. Ecco cosa ci ha detto oggi Ithurburu
In Argentina da molti anni, a ogni manifestazione, cantiamo uno slogan che termina dicendo "Fino all'ultimo giorno vi cercheremo, vi verremo a cercare sempre". Ecco, è quello che abbiamo fatto. Massera è morto, ma non lo abbiamo mai lasciato un giorno tranquillo. Mai gli abbiamo permesso di dimenticare quanto male ha fatto agli argentini. E la sua vita l'ha trascorsa con la Giustizia sul collo. Tutto quello che era in nostro potere per avere giustizia lo abbiamo messo in pratica. La prossima udienza contro Massera era fissata per metà dicembre, non si farà, certo, ma il processo ha comunque avuto un suo grande perché. Ha portato alla luce tante verità. Ha fatto rincontrare tanti rifugiati con i loro familiari e fatto conoscere parenti mai visti prima. Non dimentichiamo che tanti sopravvissuti, tanti testimoni non sono mai più potuti tornare in Argentina da allora. Grazie al processo, ci sono tanti pezzi del puzzle della verità che altrimenti mai sarebbero saltati fuori. Grazie alla pressione, all'attenzione dei cittadini che mai hanno dimenticato, e soprattutto grazie ai processi. Quindi al di là della persona di Massera, che è stato inchiodato e a cui abbiamo tolto ogni afflato di libertà, assillandolo con periti a casa, procedure, indagini, testimonianze, i processi sono serviti ai familiari delle vittime, a ritrovarsi, a sostenersi, a farsi forza. Lui è morto, ma quel che ha fatto non morirà mai.

31 ottobre 2010

Ecco come cambia il «modello» cubano

di Roberto Livi - L'AVANA
Da questo mese si è avviato il processo di «actualización» e «modernización», che entro l'aprile 2011 dovrà portare al taglio e ricollocazione di 500 mila lavoratori statali. Un'impresa titanica e rischiosa per rimettere in sesto la barca
Pedro si presenta subito come «uno dei fondatori del Minint», il Ministero degli interni. Ovvero, come un rivoluzionario della prima ora. Ha più di 60 anni, è in vista della pensione. Rivoluzionario e pensionando sono le caratteristiche che l'hanno inserito nella prima pattuglia dei 500.000 lavoratori che, entro l'aprile dell'anno prossimo, lasceranno il comodo - anche se poco remunerato - posto statale per mettersi in gioco come lavoratore por cuenta propria. Le sue credenziali lo hanno però favorito: si appresta ad essere uno dei parcheggiatori privati che gestiranno lo spiazzo antistante il mio residence, abitato da stranieri che pagano il parcheggio in moneta convertibile. Per Pedro, dunque, si prepara un atterraggio morbido nel mercato del lavoro che dovrà essere creato a Cuba a iniziare da questo mese, in condizioni di urgenza ed emergenza. Così vuole la actualización del «modello (economico-sociale) cubano», varata a settembre dal presidente Raúl Castro.
Dopo mesi di analisi e (duro) dibattito interno al partito-Stato, il Partito comunista, in sostanza il governo ha preso atto che i costi del welfare socialista (pieno impiego, mense operaie, tessera annonaria per 11 milioni di cubani, assistenza sanitaria e scuola - università compresa - gratuite, ecc.) non erano più sostenibili. Nemmeno pagando salari che - per ammissione dello stesso Raúl - non consentono di arrivare alla fine del mese (e che generano una serie di comportamenti ben poco socialisti). La decisione adottata è stata di iniziare un cambiamento di rotta - meno Stato e più privato - i cui esiti non sembrano essere ben chiari. O almeno non sono stati finora chiaramente definiti dai vertici politici. In sostanza, il governo ha deciso di tagliare mezzo milione di posti di lavoro nel settore statale, il 10% della manodopera impiegata nel settore pubblico (che controlla più dell'85% dell'economia del paese: i lavoratori del settore privato non superano i 600.000, la gran parte costituita da agricoltori che possiedono la terra lavorata).
Cooperative e licenze
Il piano adottato prevede di creare 200.000 posti di lavoro convertendo piccole imprese statali in cooperative gestite da ex-impiegati e altri 250.000 mediante la concessione di licenze per lavori por cuenta propria. Il quotidiano del Pc Granma ha pubblicato una lista di 178 «professioni» autorizzate per i privati, che vanno dal piccolo ristoratore - i gestori di paladar - all'idraulico, dal tassista al programmatore di matrimoni (e che comprende il «parqueador, cuidador de equipos automotores, ciclos y triciclos» in cui rientra Pedro). La quota rimanente di lavoratori «eccedenti» dovrebbe essere riorientata nel settore agricolo - definito «strategico», visto che Cuba importa quasi l'80% degli alimenti che consuma - e in quello delle costruzioni (dove sarà abolito l'egualitarismo salariale). Infine, nuovi posti di lavoro dovrebbero essere creati nei settori del turismo (con l'occhio rivolto soprattutto a futuri viaggiatori Usa), delle biotecnologie e farmaceutico. Se la prima parte del piano, prevista entro la fine di aprile dell'anno prossimo, avrà successo, si prevede che entro il 2013 circa 1.3 milioni di lavoratori oggi giudicati «in eccesso» - ovvero un lavoratore su cinque - saranno tagliati dal settore statale.
Se si tiene conto che attualmente i lavoratori privati registrati (esclusi gli agricoltori) sono 143.000 è possibile aver chiara la dimensione quasi titanica del cambiamento di rotta. Ma anche delle incognite che gravano sul processo messo in moto e che hanno suggerito di definirlo una «modernizzazione» e non una riforma del «modello socialista cubano».
La strada da percorrere infatti non è chiara: le future cooperative avranno problemi di finanziamento dalle banche (statali), di materie prime (lo Stato ha il monopolio dell'import e finora non sono stati aperti centri per grossisti) e di amministrazione (nessuno degli attuali impiegati ha idee chiare di come funzioni un mercato privato). Inoltre, parte dei lavoratori che chiederanno una licenza per un'attività in proprio, in sostanza, continueranno nello stesso lavoro che oggi fanno in nero, con l'obbligo però di pagare le tasse (dal 40 al 15% , secondo il reddito) e i contributi per il programma di sicurezza sociale, ma con la possibilità di assumere manodopera e di guadagnare secondo quanto producono. Infine, la fattibilità del progetto è collegata anche all'apertura ai finanziamenti esteri, americani inclusi e interessati soprattutto, almeno in una prima fase, al settore del turismo.
Quello che invece è assolutamente chiaro nei programmi del vertice cubano è che le «modernizzazioni» non dovranno mettere in pericolo la natura socialista della rivoluzione, dunque nemmeno il ruolo del Partito comunista. Su questo tema, fuori di Cuba si sprecano ipotesi e analisi sulla trasformazione - o, per alcuni, la prossima fine - del fidelismo, ovvero delle scelte economiche, sociali e politiche volute da Fidel Castro, come la nazionalizzazione della quasi totalità dell'economia cubana decisa alla fine degli anni '60 del '900 e dunque una gestione estremamente verticale del potere. Come pure le previsioni di una propensione di Raúl per modelli simili al cinese o al vietnamita (mercato e monopolio politico del partito unico). Nell'isola, il tema è affrontato dalla sparuta opposizione (che usa i canali come i blog, di limitatissimo accesso per il cittadino cubano); marginalmente in qualche articolo in un paio di riviste legate alla chiesa cattolica, che in questa fase ha acquistato un maggiore peso grazie alla mediazione del cardinale Jaime Ortega per la liberazione dei prigionieri di coscienza cubani; o in discussioni che si svolgono in circoli chiusi (i cui echi arrivano in internet). Nella sezione del venerdì del Granma, come nelle iniziative della rivista Temas e pure in alcuni interventi in trasmissioni radio e televisive, si esprimo soprattutto critiche alla gestione amministrativa (economica e sociale) del potere, con attacchi alla burocrazia statale, una sorta di nomenclatura alla cubana, che ha molte delle caratteristiche di quella degli ex-paesi socialisti dell'Est europeo.
Lo Stato da gestore a mediatore
Per questa ragione è molto difficile trovare chi è disposto a parlare con cognizione sull'argomento. E chi accetta, lo fa solo in modo informale, ovvero chiedendo l'anonimato. Quello che appare probabile, secondo quanto mi dice un economista impegnato nella discussione del nuovo piano, è che lo Stato debba progressivamente «passare dal ruolo di gestore a quello di mediatore». «Socialismo non vuol dire statalizzazione», afferma. Dunque, prosegue, lo Stato deve rinunciare al ruolo «paternalistico» fin qui svolto a scapito di un'autonomia della società civile. «E' la prima fase di un cambiamento del modo in cui la società cubana si relaziona con lo Stato e con la politica in generale».
Un linguaggio involuto, ma relativamente facile da tradurre. Nei 51 anni della rivoluzione, a Cuba la «proprietà sociale» si è realizzata come proprietà statale, il che ha dato vita a una centralizzazione burocratica e a una gestione politica monopolizzata dal vertice del Pc. Nei prossimi mesi, decine di migliaia di cubani dovranno invece iniziare a cercarsi un lavoro, a procurarsi (legalmente) gli strumenti per tale lavoro, pagarsi il pranzo (venendo a mancare i comedores obreros) e a tenere una piccola (dipende dal lavoro) contabilità perché dovranno iniziare a pagare le tasse. Insomma, la loro sopravvivenza e, nel migliore dei casi, mobilità sociale non sarà più affidata allo Stato o al partito, ma alla loro iniziativa. E dunque, probabilmente, si porranno il problema anche sul piano più squisitamente politico.
Con queste premesse è facile intuire che si apre un periodo di grande inquietudine: nei posti di lavoro sono iniziate riunioni per stabilire quale organico è il più adatto per operare con efficienza e risparmiando i costi. Efficienza e risparmio però significano qualcosa di radicalmente nuovo. Meno posti, più lavoro e responsabilità; e incertezza di come questo si tradurrà, per chi resta, in un salario maggiore.
Un'ambulanza e 30 lavoratori
Un esempio concreto lo si può trarre esaminando la situazione del settore salute pubblica (che insieme all' istruzione riceve più del 40% del budget statale). Il 10 ottobre, Granma ha pubblicato le dichiarazioni di Armando Marero, responsabile di tale settore nella provincia dell'Avana (a sud della capitale, che ha una propria amministrazione ) che comprende 38 policlinici, 25 Case della madre, 19 basi di ambulanze. Alcune delle Case della madre, afferma Marero, possono ospitare da 3 a 5 pazienti ma hanno un organico di 20 persone; alcune delle basi di ambulanze ospitano un solo veicolo, ma impiegano 30 lavoratori. Di qui la necessità di «tagli e ricompattamenti» per realizzare i risparmi e l'efficienza necessari. Se si allarga la visuale a tutta l'isola, si ha la dimensione del problema.
Se la fattibilità della «modernizzazione» che inizia in questi giorni solleva molte incertezze, grande è invece la novità politica che ne è alla base, sia per la situazione interna all'isola, sia per le relazioni (strategiche) con gli Stati uniti. A differenza del passato, le preoccupazioni, i dubbi, il malcontento o solo il mugugno non sono più confinati entro le pareti di casa o affidate a espressioni di malumori sussurrate a qualche turista (per poi, magari, chiedergli un aiutino). Parlando con amici e conoscenti, ma anche sulla guagua - l'autobus - , il tema ricorre con frequenza quotidiana. Il livello è diverso: nell'ultima riunione organizzata dalla rivista Temas (il più noto spazio di dibattito non ortodosso) hanno parlato economisti e intellettuali; in un recente incontro con Alfredo Guevara, il noto cineasta e scrittore, un gruppo di studenti ha affrontato apertamente la questione della riforma; mentre la cosiddetta gente comune esprime soprattutto preoccupazione verso un futuro che non le è chiaro. Sindacato e Cdr (Comitati di difesa rivoluzionaria di quartiere) organizzano riunioni in tutta l'isola su come applicare la «modernizzazione». Ne parlano perfino i babalao, una sorta di prete della santeria cubana di origine africana, assai influenti nei settori più popolari.
il manifesto 24/10/2010

05 settembre 2010

Uribe ha tradito la Colombia


di Stella Spinelli
Tradimento della patria. E' questa la nuova accusa piombata sull'ex presidente Alvaro Uribe a un mese dalla sua dipartita. A rivolgergliela, dati alla mano, l'autorevole Ong colombiana Ccajar, Corporación Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo. Giovedì due settembre, di fronte al Parlamento, l'associazione ha puntato il dito contro il fautore di sicurezza democratica e militarizzazione a ogni costo per quella decisione presa negli ultimi mesi del suo doppio mandato di concedere a un paese straniero, gli Stati Uniti d'America, di installare sette basi in territorio colombiano.

"Stiamo lavorando a una denuncia penale perché l'accordo sulle basi militari firmato dal governo Usa lede profondamente la sovranità nazionale", ha spiegato ai deputati Luis Guillermo Pérez, rappresentante della Ong. "Il presidente ha violentato la Costituzione", ha aggiunto, riferendosi all' "Accordo complementare per la Cooperazione e l'assistenza tecnica in Difesa e Sicurezza fra governo della Repubblica di Colombia e governo degli Stati Uniti d'America". Si tratta del documento firmato il 31 ottobre 2009, sottocritto dagli allora ministri degli Esteri, della Difesa e degli Interni, rispettivamente Jaime Bermúdez; Gabriel Silva e Fabio Valencia. Dall'altra parte solo l'ambasciatore Usa a Bogotá, William Brownfield.

Una firma arrivata nonostante il Consiglio di Stato avesse consegnato a Uribe un documento nel quale lo metteva in guardie sull'illegalità di molti punti e sull'irregolarità della procedura. Una decisione simile non spettava all'Esecutivo, ma andava presentata prima al Parlamento, che avrebbe dovuto avere il tempo di discuterla e votarla. Avvertenze, queste, completamente ignorate dall'allora presidente.
Anche allora, il Ccajar si appellò alla Corte Costituzionale, la quale si espresse in linea con il Consiglio di Stato: solo il Legislativo aveva la facoltà di esprimersi su casi simili.

Così, il 17 agosto scorso, è arrivata la decisione definitiva: la Corte Costituzionale ha invalidato l'accordo grazie al voto di sei magistrati su nove. Ed è tutto da rifare. Il governo, se vorrà cimentarsi in un gioco simile, dovrà rivolgersi per forza alle camere che avranno l'ultima parola.

Agendo in un modo tanto sprezzante della Magna Cartha, Uribe non solo ha compromesso l'integrità nazionale, ma ha anche agito contro gli interessi della Colombia, cedendo porzioni strategiche dello spazio aereo, marittimo e dello spettro elettromagnetico agli Usa. "Alvaro Uribe Velez ha commesso quello che il Codice Penale del nostro paese chiama delitto di tradimento della patria, che include l'aver pregiudicato l'integrità nazionale e il tradimento diplomatico", parola di Pérez. Il giurista ha infine precisato che le cause saranno intentate anche contro i tre ministri firmatari, corresponsabili. L'ennesima eredità uribista.

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16 giugno 2010

Cuba, l'ora più critica. Conciliare la rivoluzione con i cambi necessari


di Roberto Livi
L'isola importa l'80% degli alimenti che consuma. Una spesa impossibile. Ferve, come mostrano le pagine del Granma, il dibattito interno su come rendere sostenibile il vecchio modello ugualitario fidelista con le riforme strutturali che inevitabilmente creano disparità sociali, di genere e di razza

Sostituzione delle importazioni, diversificazione e maggiore efficienza della produzione, maggiore agilità nel sistema di commercializzazione e lotta alla burocrazia per «risolvere le necessità crescenti della popolazione». Nel corso del X congresso dell'Associazione nazionale dei piccoli agricoltori (Anap, 362.400 agricoltori privati e membri delle 3.635 cooperative: controllano il 41% della terra arabile, però assicurano il 70% della produzione agricola dell'isola) a metà maggio, gli interventi hanno ripetuto questi refrain. Alla sessione plenaria era presente anche il presidente Raúl. La questione della produzione agricola e più in generale alimentaria è considerata «materia di sicurezza nazionale», visto che Cuba importa quasi l'80% di quello che consuma, impegnando in tali acquisti quasi un 1.5 miliardi di euro. Una «bolletta» che, data la forte crisi di liquidità, diventa quasi insostenibile per il governo.
Il nodo che Cuba deve affrontare oggi è questo: assicurare la sostenibilità economica del socialismo, anche - e soprattutto, almeno così sembra esprimersi la maggioranza dei cubani - mediante cambiamenti strutturali. La crisi economica, infatti, rischia di mettere in pericolo le conquiste sociali (dunque politiche) della rivoluzione.
Il dibattito in corso è strategico e investe le fondamenta del modello socialista cubano come lo ha disegnato Fidel, soprattutto la questione della proprietà dei mezzi di produzione e distribuzione. Egualitarismo, Stato proprietario e gestore (al 95%), come pure la doppia moneta (guadagni in pesos, spese in valuta, Cuc) sono al centro di un dibattito interno al partito comunista ma che si riflette nella società (come si vede dalle lettere pubblicate il venerdì nel quotidiano del Pc, Granma). Lo stesso Raúl si era espresso in favore di cambiamenti. Ma le resistenze interne devono essere forti: nella sessione dell'Assemblea nazionale del potere popolare lo scorso dicembre il presidente ha avvertito che nella riforma del modello economico cubano «non si possono correre i rischi dell'improvvisazione e della fretta». Anche la decisione di rimandare la convocazione del VI congresso del Pc (previsto per l'inizio 2009) è un segnale che le riforme economiche e strutturali non sono ancora all'ordine del giorno.
Non per questo, però, la crisi congela le sue conseguenze pericolose. In un intervento organizzato qualche settimana fa dal «Gruppo di riflessione e solidarietà Oscar Romero», Mayda Espina, del Centro di ricerche psicologiche e sociologiche (Cips), ha tracciato un quadro per molti versi preoccupante di tali effetti.
Nella seconda metà degli anni '80 del '900, quando si vedevano i risultati della politica di Fidel volta a promuovere l'egualitarismo come una delle basi (insieme a un forte nazionalismo e al socialismo) del cosiddetto «fidelismo», la maggioranza della popolazione disponeva di poco denaro (lo stipendio medio era di 72 pesos, al cambio attuale circa 3 euro) ma godeva di una forte «copertura sociale», ovvero le «gratuità di massa»: cibo praticamente a costo zero (libreta e comedores obreros), scuola e sanità gratuiti, vacanze nel campismo popular, premi per feste e ricorrenze. In termini occidentali, i cubani vivevano in una dignitosa povertà materiale, ma in una società fortemente egualitaria (e politicamente motivata). L'indice Gini (che esprime il grado di diseguaglianza e quindi quanto più è basso è migliore), era del 0.24, il più basso e di molto dell'America latina; la povertà urbana al 6.3%; la forbice sociale minima: i più «ricchi» guadagnavano 4.5 volte il salario minimo.
Nel '99, l'indice della povertà urbana (che in sostanza segnala l'insufficiente rapporto tra i livelli di necessità di vita e il reddito), secondo fonti ufficiali marcava già un impressionante aumento (al 20%), e pur non disponendo di dati ufficiali i ricercatori ritengono che oggi sia ancora più alto: uno su 4 si ritiene povero. Anche perché il sostegno dello Stato è diminuito (la libreta assicura le necessità alimentari al massimo per un paio di settimane al mese, i comedores obreros - mense aziendali - stanno chiudendo, sostituite da un ticket di circa 14 pesos, più o meno 50 centesimi di euro, rispetto a uno stipendio medio di 400 pesos circa.
Questa situazione ha comportato - in un processo che ormai si auto-alimenta - cambiamenti nella situazione sociale cubana. Con la moltiplicazione delle forme di proprietà (cooperative e private) è avvenuta una ricomposizione della piccola borghesia, una segmentazione dell'accesso al consumo (indice Gini allo 0.38 nel 2002), sono riemerse situazioni povertà e marginalità urbana assieme alla «moltiplicazione delle strategie famigliari» per aumentare i redditi o addirittura per assicurarsi la sopravvivenza e, soprattutto, un aumento in quella che viene definita la «frattura» tra generi, territorio e settori razziali. Ovvero un progressivo impoverimento delle donne, di coloro che vivono fuori città e della popolazione nera. Nella condizione di povertà urbana sono le famiglie numerose e quelle mono-parentali (la maggioranza sostenute da donne senza qualifica o senza lavoro stabile), anziani soli, ma anche i lavoratori di settori statali tradizionali con bassi salari. Dunque, nella categoria dei poveri urbani sono in aumento gli operai e sono super-rappresentati i neri e le donne.
Questa situazione di deterioramento economico provoca un aumento dell'abbandono scolare e dell'utilizzazione di minori per la produzione di reddito e produce i meccanismi di «riproduzione generazionale degli svantaggi» (operai, lavoratori con bassi salari, donne e neri, giovani). Dunque si accelera una dinamica di divisioni per classi, generi e colore di pelle, che era il nemico principale del «fidelismo».
In sostanza, la crisi produce una dinamica sociale con gli stessi meccanismi che in Italia o in Occidente, ma che si sommano a specificità cubane (economia poco sviluppata, società con canoni patriarcali, differenziazioni razziali ereditate dal passato e ovviamente ancora irrisolte).
La ricetta per affrontare questa situazione però è ben differente da quelle berlusconiana, visto che il governo punta a razionalizzare la politica di copertura sociale mantenendo però le conquiste della rivoluzione, sanità e scuola gratuite, forte assistenza anche se più selettiva. In particolare con interventi sul territorio invece che a pioggia («gratuità di massa»), con la possibilità dunque di selezionare chi più necessità di sostegno statale e in generale accoppiando l'assistenza con forme di autorganizzazione (economiche e sociali). Oltre che intervenire nella sovrastruttura con pratiche di «destrutturazione del modello maschile cubano (machismo)», aiuto alle donne (flessibilità orario di lavoro), ecc.
Tutte misure che richiedono una sostenibilità economica. E dunque riforme che hanno un forte componente politica. Coloro che scrivono al Granma per insistere sulla creazione di cooperative nel commercio, nei servizi e nel settore della gastronomia, o per proporre che si allarghi la possibilità di lavoro privato in settori come caffetterie, pizzerie, oltre che in vari mestieri, idraulico, meccanico, muratore, ecc. «non stanno affrontando un tema che riguarda gli effetti dell'embargo Usa, le conseguenze del periodo speciale o la mancanza di risorse economiche», afferma Orlando Freire Santana, nell'ultimo numero della rivista Palabra Nueva edita dall'arcivescovado dell'Avana. «Queste opinioni e interventi - continua - anche senza rendersene conto, riflettono sulle cause della cosidetta Offensiva rivoluzionaria che nel 1968 mise fine alle piccole attività private che sussistevano a Cuba».
Il dibattito è fortemente politicizzato, contraddicendo chi afferma che a Cuba trionfano repressione e totale mancanza di parola politica (e di società civile). Nelle opinioni che appaiono sulla stampa (di partito e governo), per usare le parole del cardinale Ortega, «molti parlano di socialismo e dei suoi limiti, alcuni propongono un socialismo riformato, altri si riferiscono a cambi concreti che devono essere attuati, a mettere in cantina il vecchio stato burocratico di tipo stalinista, altri parlano dell'indolenza dei lavoratori, della scarsa produttività ... Ma tutti hanno un denominatore comune che si facciano, e presto, i cambiamenti necessari» per rimediare all'attuale situazione di crisi. E, insiste il cardinale, vi è «un consenso nazionale», sul fatto che questi cambiamenti devono essere decisi a Cuba, tra cubani, non con le «campagne destabilizzanti» che partono, usando strumentalmente la questione dei diritti umani, da Usa, Spagna e altri paesi europei.

il manifesto 11/06/2010

12 giugno 2010

Cuba, guerra alla droga: i dubbi dell'Havana su Washington

di Alessandro Grandi
Il Lider Maximo punta il dito contro Obama e chiede quali siano i risultati della lotta alla droga statunitense

Il vecchio leone Fidel Castro che ha combattuto non solo per la liberazione del suo popolo dal tiranno ma anche per la libertà dell'intero continente americano, ruggisce ancora nonostante il ruolo nel branco non sia più lo stesso di qualche anno fa. E non perde occasione per mettere davanti al fatto compiuto, spesso un fatto che va contro il buonsenso o la convivenza civile fra popoli, il numero uno dell'amministrazione americana, Barack Obama.
Questa volta il nodo della questione si chiama droga. Non importa se si tratti di cocaina, oppio, marijuana o eroina. La cosa importante è, secondo Castro, la responsabilità statunitense, e perché no anche quella britannica, dell'invasione delle droghe nel continente americano.
Fiumi di polvere bianca ricavati dalla pianta della coca per mezzo di processi chimici che rendono la sostanza molto dannosa per il fisico e la mente dell'uomo, hanno invaso tutti i paesi del continente. E hanno dilaniato le vite di intere generazioni di giovani. Che fare dunque se non una vera e propria guerra alla droga? Castro non ha dubbi: "Bisogna chiedere alla grande potenza (gli Usa) che ha quasi mille basi militari e sette flotte navali scortate da portaerei nucleari, oltre a centinaia di aerei da combattimento, mezzi con i quali tiene il mondo sotto una sorta di tirannia, che ci spieghi come farà a risolvere il problema della droga".
E se è vero che solo le forze cubane sono state in grado di intercettare 44 imbarcazioni di grandi dimensioni cariche di droga e almeno 4 aerei, ci si chiede come le forze messe in campo da Washington negli ultimi anni non siano state in grado di produrre un risultato soddisfacente nell'annosa battaglia contro il narcotraffico.
Nel frattempo, l'isola snocciola con orgoglio e soddisfazioni cifre che farebbero invidia ai più importanti stati del pianeta, in primis gli Usa. Dal 2008, infatti, la polizia di Castro ha sequestrato 1800 chili di sostanze stupefacenti. Cuba non produce cocaina. Forse qualche pianta di marijuana. Tutte le droghe presenti sull'isola arrivano da fuori. L'area marittima (ma anche lo spazio aereo) nei pressi dell'isola caraibica sono però da sempre usati come zona di passaggio delle sostanze stupefacenti. Spesso accade, però, che i trafficanti siano costretti ad abbandonare in mare alcuni carichi di droga. Altre volte li abbandonano apposta, ben chiusi per evitare alla sostanza di essere bagnata dall'acqua, nell'attesa che qualche compare li vada a recuperare. Tante volte però arrivano prima le forze di sicurezza. Questa tempestività ha consentito alle forze cubane di sequestrare nel 2007 ben 2.127 kg di sostanze stupefacenti e nel 2008 1.01 kg. Droga che probabilmente sarebbe stata destinata al mercato Usa che tutti i gironi vede la "nascita" di almeno 5 mila nuovi cocainomani.
Non solo. L'ex presidente cubano racconta che l'oppio, per molto tempo, fu usato dai sudditi di sua maestà come moneta per pagare le pregiate merci che arrivavano dalla Cina. Con conseguenze inimmaginabili e danni incalcolabili per la popolazione.
Ovvia, poi, l'arringa difensiva finale nei confronti delle tradizioni che hanno fatto grande il continente. Castro infatti, ha chiesto che sia difeso il diritto dei boliviani, ad esempio, a continuare la coltivazione della pianta della coca, usata da migliaia di anni dalle popolazioni andine.
www.peacereporter.net

28 maggio 2010

Argentina '78, i mondiali della vergogna

Argentina '78, a sorpresa spunta Moratti
di Matteo Pucciarelli (Repubblica.it)

ROMA - Per qualcuno sarà la conferma di una sua ben nota attenzione ai temi sociali. Per altri, motivo per fare battute e dietrologie. Massimo Moratti, che quattro giorni fa era a Madrid con la Coppa dei Campioni tra le mani, questo pomeriggio era a Roma, alla presentazione del libro "I Mondiali della Vergogna" (edito da Edizioni Alegre, una casa editrice vicina a Sinistra Critica). Al tavolo dei relatori un altro ospite di eccezione, in quanto autore della prefazione del libro: il pm di Calciopoli Giuseppe Narducci.
Il libro, scritto dal giornalista argentino Pablo Llonto, parla della dittatura dei generali in Argentina e del mondiale vinto in casa nel '78 dalla Selección, in quella che fu una autentica prova di forza e di legittimazione per il regime.

Ma l'arrivo del presidente dell'Inter ha colto tutti di sorpresa, compreso l'ex deputato di Rifondazione Salvatore Cannavò, direttore editoriale di Alegre: "Non ci aspettavamo di vederlo, non conoscendolo personalmente non l'ho certo invitato. Anche se conosco la sua simpatia per movimenti come l'Ezln del subcomandante Marcos...". A fine presentazione saluti calorosi tra Moratti e Narducci, poi via insieme in ascensore e nulla di più. Ai giornalisti increduli di vederlo lì ha solo detto: "Oggi sono in ferie, per favore lasciatemi in pace".

Moratti non è stato il solo interista a interessarsi di Argentina e dittatura militare: il capitano Javier Zanetti ne aveva discusso intervistato proprio dal pm napoletano. Zanetti aveva cinque anni, quando l'Argentina dei generali vinse: "Non è facile dimenticare quello che è successo. Crescendo i miei genitori mi hanno raccontato di quello che stava succedendo allora, io ricordavo solo i festeggiamenti. Quel mondiale riuscì a nascondere quello che stava accadendo davvero nel paese". Per concludere: "La vicenda dei desaparecidos pesa ancora sulla nostra società, se c'è qualcuno che non conosce la verità su quanto è successo adesso ha gli strumenti per capire".

"I Mondiali della Vergogna" è un libro a metà tra sport e politica, che racconta la contraddizione di un paese tra i festeggiamenti per le vittorie e il dramma della repressione e delle migliaia di desaparecidos. Ma il calcio era anche consenso, il binomio tra vittoria e propaganda era occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare, con tutti i sospetti che sin ancora non sono stati fugati: dalla vittoria sospetta per 6 a 0 sul Perù, giusto lo scarto che serviva per la qualificazione alle voci sul doping dei padroni di casa. Fino all'incredibile omaggio al regime del presidente Fifa Joao Havelange che invece di consegnare la Coppa del Mondo ai vincitori lascia la vetrina ai tre generali Videla, Massera ed Agosti.

Infine, una curiosità. Zanetti ha confermato la sua simpatia, e quella del presidente interista Massimo Moratti, per il subcomandante Marcos e l'esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), i guerriglieri del Chiapas. "Ne abbiamo parlato, su come possiamo aiutare gli zapatisti e quella zona del Messico. Abbiamo capito che bisogna aiutarli, e lo faremo, magari anche attraverso una partita che sia una festa: l'Inter contro gli esclusi del mondo". (27 maggio 2010)

19 maggio 2010

VERONA Mercoledì 19 maggio ::::: La fabbrica senza padroni


NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!
LA FABBRICA SENZA PADRONI
Testimonianza dall'Argentina

Argentina, città di Neuquén. Dopo quasi 10 anni di lotta, gli operai della Zanon, hanno vinto. Approfittando della crisi attraversata dall'Argentina nel 2001, il padrone aveva voluto chiudere la fabbrica, licenziando i 320 lavoratori. A fronte di un mercato di settore ancora attivo, alcuni operai occuparono la Zanon, riaccesero i forni e ripresero la produzione. Nel 2009 i lavoratori hanno strappato al governo della provincia l'espropriazione a beneficio della cooperativa che loro stesso avevano costituito: la “Fabrica Sin Patrones”. La loro lotta prosegue per ottenerne la nazionalizzazione sotto controllo operaio. La prima parte della vicenda è stata raccontata nel film di Naomi Klein “The Take” (2004).

MERCOLEDI' 19 MAGGIO

ore 20.45 Sala Elisabetta Lodi
(Via San Giovanni in Valle, Verona – vicino a Piazza Isolo)

Incontro con
Eduaro Javier Knaus
34 anni, da 14 è operaio (addetto alle prese idrauliche) della FaSinPat, precedentemente conosciuta come Zanon

Interverranno i lavoratori della BPW-Italia di Via Flavio Gioia, Verona in presidio permanente contro la minaccia di chiusura della loro fabbrica.

www.obrerosdezanon.com.ar

SARA' POSSIBILE FIRMARE PER IL REFERENDUM
IN DIFESA DELL'ACQUA PUBBLICA

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