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18 novembre 2012

La miglior difesa è il massacro!

Basta con l'ipocrisia israeliana e degli alleati europei. Basta con la guerra israeliana al popolo palestinese

di Piero Maestri

«È tempo che Israele riconosca che Gaza è un nemico. Ed agisca di conseguenza: smetta di fornire elettricità e far passare cibo. Dichiari ufficialmente che siamo in uno stato di guerra e agisca di conseguenza». Parole dello scrittore «pacifista» Abraham Yeoshua, lo stesso che nel condannare la «seconda Intifada» palestinese commentava che l'errore dei palestinesi stessi era quello di volere «la pace e la giustizia», il che è ovviamente una colpa! 
Su una cosa ha però ragione: Israele è in guerra contro Gaza, è in guerra contro la popolazione di Gaza. E non solo o non tanto perché da qualche giorno ha ripreso i bombardamenti mirati e indiscriminati contro la Striscia, ma perché dopo la farsa del «ritiro unilaterale» del 205, Israele ha mantenuto la Striscia sotto un vero e proprio assedio. E' l'altra forma dell'occupazione che continua. 
Perché deve essere Israele a «fornire elettricità e passare cibo»? Perché Israele controlla tutti i confini con la Striscia e vuole continuare a ordinare all'Egitto come gestire il confine di Rafah. Perché Israele impedisce un'economia autonoma palestinese - impedendo ai pescatori di pescare, agli agricoltori di avere sicurezza nei campi, ai commercianti di poter vendere e acquistare dove preferiscono; ai palestinesi impedisce la possibilità di vivere nella loro terra! 
Israele è in guerra con Gaza - e i peggiori cantori di questa guerra sono coloro che, come Yeoshua, cercano di far dimenticare che la responsabilità della guerra è di Israele e della sua politica. 
L'attacco israeliano di questi giorni («Pilastro di difesa», solita ipocrisia dei nomi delle operazioni di guerra) è ancora una volta un messaggio insanguinato rivolto ad Hamas, come nel 2008 con «Piombo Fuso»: non perché l'organizzazione palestinese rappresenti un «pericolo» per la sicurezza di Israele, ma perché non si decide a svolgere il compito che le viene richiesto dal governo israeliano: tenere sotto controllo la popolazione e la resistenza palestinese di Gaza, in cambio della salvezza per i propri dirigenti. 
Per questo è stato assassinato il capo militare di Hamas (a cui è stato anche fatto pagare il rapimento di Shalit, e il successo politico della sua liberazione), perché si vuole spaventare l'intera organizzazione. 
E intanto si procede con la consueta modalità della guerra terroristica, per convincere la popolazione palestinese di Gaza - ma anche quella della Cisgiordania sempre più colpita da colonie illegali israeliani e dalla pulizia etnica di Gerusalemme - che l'unica salvezza è l'accettazione del dominio israeliano sulla Striscia e la necessità che la politica palestinese sia subalterna a quella israeliana. E' ciò che il sociologo israeliano Baruch Kimmerling chiamava «politicidio». 
Anche questa volta il messaggio israeliano - che viene portato con missili, bombardamenti, massacri - è rivolto a soggetti diversi: ad Hamas e a tutti i palestinesi, dicevamo; ai nuovi dirigenti egiziani, che sembrano meno disponibili a subire senza protestare ogni operazione israeliana, ma che devono in ogni caso mantenere un equilibrio tra dichiarazioni più forti (accompagnate da limitate ma simboliche misure diplomatiche) e la necessità di mantenere ferma l'alleanza con gli Usa e la collaborazione con Israele nel Sinai; agli Usa di Obama, presidente che non piace a Nethanyahu ma che non fa comunque nulla per fermare la politica espansionistica e terroristica israeliana; ai governi europei, perché continuino a sostenere le ragioni e la politica israeliane (come fanno senza particolari problemi). 
Vergognoso come sempre l'atteggiamento del governo italiano, che non cambia mai anche se ora ci sono i «tecnici», quelli che sanno bene quale contributo possa dare Israele al capitalismo europeo in crisi, e quale ruolo possa continuare a svolgere in una regione in subbuglio - dove il peggiore incubo per gli europei è il successo di rivoluzioni che riescano a cacciare davvero i governanti neoliberisti alleati agli interessi europei con filo doppio. 
Per questo il ministro degli esteri italiano terzi si dice «preoccupato per il lancio di missili Qassam» (non sappiamo se sia preoccupato per le decine di morti palestinesi,ma dubitiamo fortemente). Per questo si affida alla «mediazione egiziana», sperando che la Fratellanza musulmana egiziana dimostri di saper tenere a bada i palestinesi così da accreditarsi definitivamente agli occhi europei e statunitensi. 
Non siamo contenti per il lancio di missili Qassam su Israele, e piangiamo anche i morti civili israeliani. Ma continuare a mettere sulla stesso piano questi missili con la politica sionista di occupazione, embargo, distruzione e cancellazione dei palestinesi è una colpevole ipocrisia. 
Noi non siamo equidistanti (o «equivicini» come sosteneva D'Alema): siamo dalla parte della resistenza palestinese all'occupazione israeliana; siamo dalla parte di chi si batte per la nascita di uno stato democratico in Palestina che metta fine all'esperienza sionista e renda piena cittadinanza a chi vi abita (arabi, ebrei e qualsiasi altra nazionalità e identità sia presente) e a chi è stato espulso dall'occupazione israeliana e ancora è profugo in tutto il mondo; siamo dalla parte dei popoli che vogliono libertà, giustizia, dignità (per questo siamo dalla parte della rivolta siriana, contro la dittatura di Assad - che non è certo dalla parte dei palestinesi - e contro qualsiasi intervento militare esterno, che renderebbe più schiavi i popoli arabi). 
Per questo continuiamo a protestare e manifestare. Per la pace E la giustizia, non essendo possibile la prima senza la seconda.

28 settembre 2012

Pluto Longare Vicenza alle guerre in Africa

di Antonio Mazzeo

Per decenni è stata la punta avanzata della follia strategica Usa e Nato che ritenevano possibile una guerra nucleare “limitata” per contenere l’avanzata delle truppe sovietiche nel nord-est d’Italia. A Site Pluto, installazione militare top secret, occultata tra le caverne carsiche e i boschi del comune di Longare (Vicenza) sono state immagazzinate le testate nucleari del tipo W-79 con una potenza tra i 5 e i 10 kiloton e W-82 da 2 kiloton, destinate agli obici a corto raggio M-109 e M-110 dell’esercito Usa e ai missili Nike Hercules della vicina base dell’Aeronautica italiana di San Rocco. Poi Longare è caduta in sonno per risvegliarsi all’alba delle nuove campagne militari del Pentagono in terra d’Africa. Adesso che i lavori di costruzione della megainstallazione della 173^ Brigata aviotrasportata volgono al termine nell’ex aeroporto Dal Molin e il comando di US Army Africa è pienamente operativo, servono nuovi poligoni per addestrare i reparti di Vicenza. E Site Pluto, con chissà quante altre aree demaniali in Veneto e Friuli, è pronto a fare la sua parte.
Secondo quanto rivelato dal Giornale di Vicenza (quotidiano in mano a Confindustria), la ex base atomica ospiterà dal prossimo anno un grande Mission training complex, un centro per l’addestramento unificato dell’esercito Usa. Il nuovo complesso si svilupperà su una superficie di 4.365 mq. e sarà costituito da un unico grande edificio alto otto metri con pianta a croce. “All’interno ci saranno aree funzionali per le operazioni tattiche, stanze per l’elaborazione di eventi addestrativi ma anche docce e locali mensa”, scrive il quotidiano. “Accanto alla struttura ci sarà una grande area di 1.600 mq. adibita a parcheggio dei veicoli tattici; previsti inoltre più di settanta posti auto e uno spazio per il carico e scarico degli equipaggiamenti”. Il progetto prevede inoltre un nuovo “muro di contenimento in cemento armato di circa 350 metri, con un’altezza massima di sei metri” e comporterà “il disboscamento di parte dell’area, con taglio di alberi, mentre saranno rimossi alcuni bunker”. Il nuovo complesso addestrativo consentirà di ospitare sino a 300 soldati al giorno: oltre al personale statunitense, probabilmente anche i reparti d’élite delle forze armate italiane destinati ai teatri di guerra e i militari africani ospiti del COESPU, il centro d’eccellenza per le forze di polizia estere creato dall’Arma dei carabinieri a Vicenza nella Caserma “Chinotto”.
“Non è escluso che il riesumato Site Pluto servirà anche a esercitazioni di guerra nucleare”, denuncia lo studioso Manlio Dinucci su Il manifesto. “E di nuovo, eventualmente, come deposito e centro di manutenzione di armi nucleari, soprattutto quando gli F-16 e i Tornado verranno sostituiti dai caccia F-35 di quinta generazione, per i quali è stata progettata la nuova bomba nucleare B61-12 e al cui lancio si prepareranno anche gli F-35 italiani”.
A ridimensionare i war games che troveranno sede a Longare è intervenuto però il colonnello Edoardo Maggian, comandante di Site Pluto. “I vicentini possono stare tranquilli: non ci saranno azioni di guerra o soldati che si muovono armati, nascosti tra i cespugli dei colli berici”, ha dichiarato al Corriere del Veneto. “Lo stabile conterrà dei computer, nient’altro. La guerra sarà solo simulata: verranno installati degli schermi, una sorta di videogioco che riproduce situazioni in cui potrebbero ritrovarsi i soldati americani quando verranno impegnati nelle missioni. E non si tratterà soltanto di azioni di guerra, ma soprattutto operazioni di peacekeeping, un po’ come, nella realtà, avviene in Afghanistan…”.
L’edulcorata versione del colonnello Maggian ha comunque sbugiardato il comando Usa di Vicenza che lo scorso 29 agosto aveva emesso un contorto comunicato stampa che inizialmente negava l’intenzione di “ampliare la base di Longare o di aprire una nuova base a Tonezza del Cimone” e che poi ammetteva di aver richiesto fondi, “diversi anni fa”, per la costruzione a Site Pluto di un “edificio di addestramento per simulazione informatica”. “Esso sarebbe stato costruito sul terreno dove dei vecchi bunker di stoccaggio di munizioni erano stati distrutti a spese dell’Esercito Usa per sostituire alcuni edifici vecchi e meno efficienti dal punto di vista di consumo energetico situati nella Caserma Ederle”, ha specificato l’USAG Vicenza Public Affairs Office. Ad Ederle, in effetti, da più di vent’anni, l’edificio n. 350 è impiegato come Battle Command Training Center (BCTC), un “poligono digitale” per l’addestramento al combattimento dei comandi e delle unità dell’esercito Usa (ma anche delle brigate italiane inviate in Afghansitan) e la loro preparazione “all’intero spettro delle operazioni in ambito congiunto, intergovernamentale e/o multinazionale”. Dopo il trasferimento a Longare del BCTC, i militari Usa intenderebbero demolire il vecchio complesso addestrativo di Camp Ederle per “dar vita a uno spazio verde”.
“La richiesta di approvazione del progetto di Longare è stata sottoposta alla commissione mista il 12 marzo 2012 e presentata al Comitato Misto Paritetico il 21 giugno 2012”, spiega il Comando US Army. “Il COMIPAR ha poi inviato una copia del progetto al Comune di Longare per chiedere il loro parere che dovrebbe essere presentato dal COMIPAR durante la prossima riunione in programma il 25 ottobre 2012”. Come contropartita, gli statunitensi si sarebbero impegnati a chiudere il vecchio sito di telecomunicazione di San Gottardo, nel vicino comune di Zovencedo. L’USAG Vicenza Public Affairs Office afferma tuttavia che il nuovo centro di addestramento difficilmente potrà essere finanziato l’anno prossimo o nell’immediato futuro in “quanto molto probabilmente non ci saranno fondi disponibili”. Per i quotidiani veneti il progetto di Site Pluto costerà all’incirca 26,2 milioni di dollari, molto meno però di quanto il Pentagono ha richiesto al Congresso per l’anno fiscale 2013. Il bilancio di previsione 2013 prevede infatti alla voce Vicenza Simulations Center, una spesa di 32 milioni di dollari (31 milioni in un secondo documento ufficiale).
Intanto però gli attivisti di “Presenza Longare” che da anni stazionano ogni domenica davanti a Site Pluto denunciano che i lavori di ammodernamento e potenziamento sarebbero già partiti da alcuni mesi con la realizzazione di nuove strutture prefabbricate e una sorta di nuova portineria. In verità, la (ex) base nucleare vicentina è stata al centro di occulti interventi infrastrutturali sin dopo la sua “chiusura” ufficiale celebrata con una cerimonia in pompa magna il lontano 26 marzo 1992. Il sito fu presto riutilizzato per ospitare uffici amministrativi e depositi di SETAF (US Army Southern European Task Force). Poi, nel gennaio 2007, vennero avviate alcune opere di sbancamento delle colline della base, di riattivazione dei depositi e di rifacimento della rete idrica e del manto stradale interno. L’anno successivo il Pentagono stanziò 350.000 dollari per “allargare, allungare e riparare le strade, i marciapiedi e i sentieri di Longare, e per installare nuove fognature, linee elettriche e impianti d’illuminazione”.
Il 16 aprile 2008 venne sottoscritto dal Dipartimento della difesa e dal ministero della difesa italiano un accordo tecnico sulle infrastrutture militari in uso alle forzi statunitensi nell’area vicentina che inseriva Site Pluto, sotto il nome di Current Operations and Intelligence Center, tra quelle “finanziate sia dagli Stati Uniti d’America che dalla Nato” ma di “uso esclusivo Usa”. Secondo il memorandum, l’area militare si estende per 259.439 mq. ed un perimetro di 2,737 km. e il suo utilizzo “principale” è per il “supporto operativo, di comando e controllo C2, amministrativo e logistico e addestrativo di SETAF e delle unità operative ad esso assegnate”. L’annesso all’accordo contiene un dettagliato elenco dei fabbricati esistenti a Longare: tre centri addestramenti comando, alcune caserme-alloggio per le truppe, una centrale termica, cabine elettriche, un centro fitness, gli uffici comandi riservati, un edificio “materiali classificati”, officine di manutenzione veicoli, diversi magazzini equipaggiamento da campo, una stazione di pompaggio con impianto trattamento acque, un’antenna telecomunicazioni, illuminazioni esterne, muri-recinzioni, un cancello entrata, due cisterne gasolio per riscaldamento. Nel complesso ci sono poi alcune “strutture addestrative telematiche e per comunicazione”, un canile per i cani poliziotto ed una clinica veterinaria.
Con l’attivazione di US Army Africa, la base di Longare è stata adibita allo stoccaggio di equipaggiamenti e attrezzature destinati agli interventi nel continente africano e come centro di addestramento per le unità di pronto intervento statunitensi. Nel gennaio 2009, l’infrastruttura fu utilizzata durante l’esercitazione congiunta Lion Focus, sotto la supervisione del Comando di US Africom (Stoccarda) e del Joint Warfighting Center (JWFC) di Norfolk (Virginia), per “preparare il quartier generale della joint task force SETAF-US Army Africa nell’assunzione del comando delle operazioni in Corno d’Africa in supporto delle missioni assegnate alla Combined Joint Task Force - Horn of Africa (CJTF-HOA)”, la forza militare di più di 2.000 uomini di stanza a Gibuti. Sempre secondo il comunicato emesso da US Africom “l’attività addestrativa ha consentito di sviluppare la prontezza organizzativa, esercitare le capacità di pianificazione e simulare azioni di pronto intervento”. Nel maggio 2011, nel corso di un’altra esercitazione congiunta, è stata attivata a Site Pluto una specifica postazione di comando di “pronto intervento” (Early Entry Command Post - EECP) che presto si evolverà in un centro di comando ancora più grande (Forward Command Post – FCP) per sovrintendere alle future esigenze operative e di pronto intervento di uomini, mezzi ed equipaggiamenti di US Army Africa. “Contro il nuovo centro di addestramento a Longare abbiamo organizzato un’azione diretta domenica scorsa e la settimana prossima manifesteremo a Vicenza”, afferma Olol Jackson del Presidio No Dal Molin. “La nostra risposta ai progetti americani è una mobilitazione contro le servitù militari, contro l’idea che Vicenza sia usata come lo scenario di un immenso war game”. A far indignare ulteriormente i vicentini la “scoperta” che nel bilancio di previsione 2013 del Pentagono, oltre al progetto di Site Pluto è previsto pure il finanziamento di nuovi alloggi per i militari presenti a Camp Ederle. Trentasei milioni di dollari che si aggiungeranno agli oltre cinquecento spesi nell’ultima decade per trasformare Vicenza in uno dei principali avamposti delle logiche di guerra e di morte planetarie.

13 marzo 2012

Con il popolo siriano, fino alla vittoria della democrazia e della libertà!


Il mondo assiste, impotente e distratto (a parte coloro che vorrebbero approfittare della situazione per l'ennesimo intervento "umanitario"), alla carneficina in corso in Siria, dove da mesi il popolo sfida la repressione, la tortura, le stragi e gli omicidi del regime per chiedere democrazia, libertà e dignità. La rivoluzione siriana è parte integrante della primavera araba, del risveglio di milioni di donne e di uomini che vogliono liberare sé stessi ed i propri Paesi dalla tirannia, dall’oppressione e dallo sfruttamento, in Siria come in Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen, Giordania, fino all’Arabia Saudita dominata da una delle monarchie più reazionarie ed oscurantiste che la storia ricordi.
Noi condanniamo senza appello la repressione feroce del dittatore Assad e del suo clan: migliaia di morti, negazione della libertà di informazione ed assassinio di giornalisti, migliaia di arresti di dissidenti, omicidi e pestaggi di giornalisti, vignettisti, esponenti di organismi di difesa dei diritti umani, distruzioni di massa, sequestro e tortura di migliaia di desaparecidos.

Con la stessa forza, rifiutiamo la retorica dell’ennesima “guerra umanitaria”: dalla Jugoslavia all’Iraq, al pantano afghano ancora in corso fino al recente precedente libico, abbiamo visto le sofferenze, i morti causati dalla Nato per “proteggere” i civili, l’indegno gioco sulla pelle delle popolazioni. Qualsiasi intervento straniero sottrarrebbe alla popolazione siriana e alle forze democratiche e rivoluzionarie il controllo sul futuro del loro paese e la sua sovranità, rendendolo prigioniero degli interessi delle grandi potenze, globali e regionali.
Vogliamo sostenere la rivoluzione siriana nella lotta per una vera democrazia, il rispetto dei diritti umani, la giustizia e la dignità, così come sosteniamo l’eroica lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana, per il diritto alla vita, alla terra ed alla libertà.
Fra poche giorni, il prossimo 15 marzo, ricorrerà il primo anno dall’inizio della sollevazione del popolo siriano contro il regime del clan Assad: facciamo appello a tutte gli amici e le amiche della giustizia e della pace, a tutte le forze politiche democratiche ed antifasciste, a manifestare in tante città contro il regime assassino di Bashar Assad, per il sostegno a tutte le popolazioni arabe in rivolta, in solidarietà alla forze popolari, democratiche e rivoluzionarie, partecipando poi alle iniziative della comunità siriana di opposizione.

Non vogliamo embarghi contro la popolazione, siamo contro ogni intervento militare “senza se e senza ma”, che si chiami missione “umanitaria” o No Fly Zone. Vogliamo l’immediata cessazione delle operazioni militari del regime contro la popolazione. Vogliamo che l’Onu organizzi una commissione di inchiesta indipendente e non armata che si rechi immediatamente in Siria e verifichi le violazioni dei diritti umani e costruisca le condizioni per elezioni libere e la fine della repressione. Vogliamo che sia il popolo siriano a decidere del proprio futuro. Vogliamo che la solidarietà dei popoli abbracci la lotta della popolazione siriana.

Piero Maestri, Germano Monti, Fabio Marcelli, Vauro Senesi, Vittorio Agnoletto, Franco Russo, Ciro Pesacane, Riccardo Torregiani, Annamaria Rivera, Laura Quagliuolo, Simona Cataldi, Karim Metref, Maria Carla Biavati, Fabio Ruggiero, Roberto Dati, Massimo Gatti, Luciano Muhlbauer

Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico, Giuristi Democratici, Ipri-Rete Corpi Civili di Pace, Associazione RETOUR

23 febbraio 2012

Il diritto del più forte

di Giuliana Sgrena
il manifesto 22/02/2012
La questione dei due marò italiani arrestati in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori viene sostanzialmente ridotta a una questione di giurisdizione. Hanno ucciso in acque indiane o internazionali? In quest'ultimo caso sono sotto giurisdizione italiana. Vista la reazione delle autorità italiane questo si può tradurre facilmente in impunità. Ancora una volta si parla di avvertimenti, quali avvertimenti (luci, spari in aria) e contro chi? Avvertimenti che se anche ci fossero stati non sarebbero nemmeno stati compresi da pescatori che nulla avevano a che fare con logiche militari in acque non abituate ad atti di pirateria.
Per di più, non esistono regole d'ingaggio codificate per i militari a bordo delle navi commerciali, mentre la responsabilità dovrebbe essere dello stato, in questo italiano, invece la nave è sotto il controllo di civili e quindi del comandante, che però non può dare ordini ai militari.
Il problema della pirateria in mare ha indotto l'Onu a emanare una convenzione che però non prevede l'uso della forza. Tocca dunque ai singoli stati derimere la questione, permettere, come ha fatto l'ex-ministro La Russa, l'imbarco sulle navi battenti bandiera italiana di militari - d'élite come i marò - oppure, come hanno scelto altri paesi, contractors. Come sempre i contractors sfuggono ancora più facilmente a qualsiasi regola.
Il caso dei marò è di estrema gravità perché sancisce il diritto di uccidere chiunque venga sospettato di poter essere un pirata: la guerra si trasferisce dai paesi sotto occupazione alle acque più o meno internazionali, poco importa. Importa solo se c'è uno stato che intende far valere la propria territorialità. Come sempre l'uso delle protezioni armate non esclude i pericoli e aumenta l'uso indiscriminato della forza.
Su questi temi esiste un complesso dibattito a livello internazionale, che non sembra tuttavia infervorare l'Italia se non quando ad essere coinvolti sono i nostri militari. Anche perché siamo fin troppo abituati a rinunciare alla nostra sovranità quando a colpire sono i militari di un paese più forte (soldati Usa nel caso del Cermis, Mario Lozano nel caso Calipari). Ma nei confronti dell'India ci consideriamo noi i più forti e quindi pronti a far valere l'obsoleta consuetudine dello zaino o della bandiera (un militare risponde solo al paese di provenienza) e considerare danno collaterale la morte di due pescatori indiani disarmati e senza nessuna velleità piratesca, del resto disarmati non lo eravamo anche noi, a bordo della Toyota Corolla quella notte del 4 marzo 2005, nei confronti dei soldati americani? Se ci siamo permessi di lasciare impunita l'uccisione di Nicola Calipari perché non dovremmo farlo nei confronti di due poveri, sconosciuti pescatori indiani?

19 febbraio 2012

Siria: contro il regime di Assad, contro ogni intervento militare

di Piero Maestri
Domenica 19 febbraio a Roma ci sarà una manifestazione organizzata dal “Consiglio Nazionale Siriano – Italia”, che si propone – esplicitamente con la piattaforma fatta circolare “La cessazione immediata delle violenze in Siria; le dimissioni del presidente Assad e del suo staff...; Elezioni libere; il rifiuto totale di qualsiasi intervento militare in Siria; la difesa anche internazionale dei civili....” Questa sarebbe una piattaforma per noi condivisibile, ma nasconde posizioni che l’organizzazione proponente in realtà afferma nelle sue prese di posizioni internazioni.
Il Cns-Italia è infatti un diretto riferimento del Cns interno alla Siria, del quale è espressione anche l’”Esercito dei Siriani liberi”) che si contrappone militarmente alle forze armate del regime (con metodi spesso decisamente condannabili per il coinvolgimento di civili), e il Cns non rifiuta l’intervento militare esterno, anzi lavora per facilitarlo e sollecitarlo.
Per questo non possiamo aderire alla manifestazione – che consideriamo legittima, in quanto espressione di una parte dell’opposizione siriana, che rappresenta una fetta dei cittadini siriani anche in Italia.
Ma allo stesso tempo rifiutiamo la falsa alternativa per cui chi aderisce al corteo (come la Tavola della Pace) rappresenterebbe il “pacifismo con l’elmetto”), mentre chi si è dissociato (sulla base dell’appello promosso da Peacelink) rappresenterebbe il “pacifismo radicale” che coerentemente rifiuta qualsiasi intervento militare.
Non abbiamo alcun motivo per difendere la scelta di chi ha deciso di partecipare – e nemmeno ci interessa più di tanto criticarne la scelta, viste le prestazioni per noi negative mostrate in questi anni dalla Tavola della Pace - ma troviamo altrettanto sbagliato continuare a mettere sullo stesso piano le “violenze del regime” e le violenza e della “cosiddetta” opposizione, e considerare un passo verso l’intervento la richiesta di dimissioni di Assad.
La caduta di Assad e del suo regime è la condizione per una nuova Siria,
che naturalmente non è scontato nasca dalle attuali opposizioni, ma che non potrà vedere la luce fino a quando continuerà il dominio del partito Baath. Se Assad se ne fosse andato un anno fa, il popolo siriano si sarebbe risparmiato altri lutti e violenze.
Condividiamo la posizione del “Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico” - nato nel mese di giugno in Siria e composto dalla maggior parte delle forze politiche laiche e intellettuali con una lunga storia di opposizione al regime – e i suoi 4 No: no alla violenza, no alla repressione, no al settarismo, no all’intervento militare esterno. Non possiamo però decidere noi quali forme debba assumere la lotta dell’opposizione siriana.
Pur non aderendo alla manifestazione, abbiamo deciso di essere presenti con l’appello che molte/i di noi hanno promosso: “Basta con la repressione in Egitto e in Siria, libertà per i popoli arabi; Contro ogni intervento militare straniero diretto e indiretto nella regione” .
In questo modo vogliamo aprire il confronto con i siriani in Italia che si oppongono al regime di Assad e affermare con forza anche con loro il nostro rifiuto di ogni intervento militare esterno e di una (probabile più che eventuale) partecipazione delle forze armate italiane.
Esprimiamo anche la nostra solidarietà ai giovani siriani che la scorsa settimana hanno tentato di occupare l’Ambasciata siriana di Roma – che subiranno un processo per direttissima in marzo: il loro è un gesto di opposizione non violenta che va considerato tale e non un reato.

* Portavoce di Sinistra Critica

12 gennaio 2012

Appello: contro la repressione in Egitto e Siria

BASTA CON LA REPRESSIONE IN EGITTO E IN SIRIA,
LIBERTA’ PER I POPOLI ARABI CONTRO OGNI INTERVENTO MILITARE STRANIERO DIRETTO E INDIRETTO NELLA REGIONE

Per aderire: appellosiriaegitto@gmail.com

Il bisogno di libertà e la tenace lotta per la giustizia delle donne egli uomini del nord Africa e del medio oriente non si ferma. Ancora nelle piazze dell’Egitto e della Siria – come in altri paesi arabi - migliaia di persone manifestano per mettere fine a regimi autoritari e illegittimi; ancora le cosiddette “forze dell’ordine” uccidono, reprimono, cercano di fermare le rivolte per la giustizia, la libertà, la dignità.
In Egitto le elezioni formalmente “democratiche” non hanno messo fine al dominio delle forze armate e alla repressione della parte più radicale e conseguente del movimento democratico e rivoluzionario. Le proteste al Cairo, gli scioperi di diversi settori produttivi, le manifestazioni delle donne sono il segno di un processo democratico che non si può fermare alle sole elezioni e soprattutto non può essere sotto la tutela delle forze armate.
Perché l’Egitto possa davvero avviarsi sulla strada della democrazia, le forze armate devono abbandonare il potere politico e i loro affari economico-finanziari.
In Siria, il regime di Bashar El Assad da mesi sta reprimendo con violenza le manifestazioni dell’opposizione. Migliaia di morti documentati da testimoni indipendenti, espulsione o arresti di giornalisti non legati a testate “embedded” al regime (o a qualche altro interesse straniero); migliaia di arresti di dissidenti, ammessi dallo stesso regime; repressione della libertà di stampa, compresi omicidi e pestaggi di giornalisti, vignettisti, esponenti di organismi di difesa dei diritti umani; applicazione costante dello stato di emergenza malgrado la promessa di una cancellazione mai di fatto avvenuta. La legittimità del regime baathista è da tempo finita e non è possibile sostenerla sulla base degli schieramenti internazionali e nella regione.
La popolazione siriana è vittima più volte: è vittima della repressione e dell’autoritarismo del regime; è vittima del disinteresse della cosiddetta “comunità internazionale” preoccupata che possa saltare un equilibro regionale che garantisce oggi un stato di conflitto “freddo” utile agli interessi di Usa, Europa, Israele e delle altre potenze regionali e non; vittima delle manovre dei regimi arabi reazionari (Arabia saudita, Giordania e Qatar in prima fila) che vorrebbero scalzare Assad per insediare un regime più malleabile ai loro interessi.
Noi non possiamo e non vogliamo arrenderci alle ragioni della “geopolitica” ma vogliamo schierarci con le ragione della libertà, della giustizia, della dignità.
Siamo contro qualsiasi intervento militare in Siria sia perché il recente precedente libico ha mostrato le sofferenze, i morti causati dalla Nato per “proteggere” i civili, l’indegno gioco sulla pelle delle popolazioni, sia perché qualsiasi intervento straniero sottrarrebbe alla popolazione siriana e alle forze democratiche e rivoluzionarie il controllo sul futuro del loro paese e la sua sovranità, rendendolo prigioniero degli interessi delle grandi potenze e/o delle potenze regionali. In questo senso, segnerebbe l'affossamento di qualsiasi sbocco positivo della rivolta e un ulteriore colpo al processo rivoluzionario in tutto il mondo arabo e mediorientale.
Vogliamo sostenere le/i democratiche/democratici egiziane/i nella loro lotta per una vera democrazia e il rispetto dei diritti umani e di giustizia e dignità.
Per tutto questo facciamo appello a tutte/i le/i democratiche/ci perché si sviluppi anche in Italia una campagna forte e diffusa:
  • per il sostegno alla popolazione siriana e ai democratici egiziani, la fine della repressione – e per il sostegno a tutte le popolazioni arabe in rivolta e in solidarietà alla forze popolari, democratiche e rivoluzionarie;
  • contro la repressione dei regimi e per il loro isolamento politico internazionale – dal basso e istituzionale – che non comporti embarghi contro la popolazione;
  • contro ogni possibile intervento militare “senza se e senza ma”: no ad ogni missione “umanitaria”, alle NoFlyZone (primo passo della guerra), all’invio di truppe e all’utilizzo delle basi militari in Italia. Vogliamo che l’Onu organizzi una commissione di inchiesta indipendente e non armata che si rechi immediatamente in Siria e verifichi le violazioni dei diritti umani e costruisca le condizioni per elezioni libere e la fine della repressione.

Luisa Morgantini, Alessandra Mecozzi, Loretta Mussi, Vittorio Agnoletto, Riccardo Troisi, Germano Monti, Vauro Senesi, Fabio Marcelli,Ciro Pesacane, Simona Castaldi, Laura Quagliolo, Marco Bersani, Salvatore Cannavò, Franco Russo, Dario Rossi, Rita Lavaggi, Olivia Pastorelli, Karim Metref, Sancia Gaetani, Stefano Tassinari, Riccardo Torreggiani, Paola Canarutto, Tonio Dall’Olio, Alessia Montuori, Massimo Torelli, Piero Maestri, Christian Elia e redazione “E”, Antonio Lupo, Fabrizio Burattini

29 dicembre 2011

La solidarietà armata


di Luca Kocci ilmanifesto 24/12/2011
È toccato al ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione Andrea Riccardi dare l'annuncio, al termine della riunione del consiglio dei ministri di ieri, dell'approvazione del decreto Milleproproghe - ribattezzato Poche proroghe - che contiene, fra l'altro, il rifinanziamento delle missioni militari all'estero delle Forze armate.
Niente da fare, quindi, per le organizzazioni non governative italiane impegnate nella cooperazione allo sviluppo che hanno denunciato con forza i continui tagli ai progetti internazionali di solidarietà da un lato e l'intangibilità degli stanziamenti per le armi e per le missioni militari dall'altro. Il "loro" ministro conferma tutto: nessuna riduzione, le missioni all'estero delle Forze armate continuano.
Del resto non è una novità: Riccardi, ministro ma soprattutto fondatore e principale animatore della Comunità di sant'Egidio - neolaureato honoris causa dall'Università di Friburgo anche per il suo impegno per «il dialogo interreligioso e la pace nell'era della globalizzazione» - da sempre riesce a far convivere solidarietà e armi. Finmeccanica infatti, la prima industria armiera italiana in queste settimane anche al centro di episodi di corruzione che hanno coinvolto i suoi massimi vertici, è da sempre uno dei principali sponsor del progetto Dream (Drug resource enhancement against aids and malnutrition), un programma di prevenzione e cura dell'Aids in Africa, avviato da Sant'Egidio nel 2002 e oggi attivo in Mozambico, Malawi, Tanzania, Kenya, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Nigeria, Angola, Repubblica Democratica del Congo e Camerun. In Africa quindi - dove è finita la metà degli armamenti italiani esportati nel 2010 - Finmeccanica vende armi; poi, anche grazie a Sant'Egidio, si rifà il trucco finanziando progetti sanitari in quegli stessi territori e può scrivere con orgoglio sulla sua pagina web: «La solidarietà non ha confini. Non geografici, né politici, né religiosi».
Ma non c'è solo Finmeccanica fra gli sponsor ambigui del movimento fondato da Andrea Riccardi: finanziano le attività di Sant'Egidio - tutte benedette e sostenute dalla Conferenza episcopale italiane - Unicredit e Intesa San Paolo, fra le principali "banche armate", ovvero gli istituti di credito che sostengono l'export di armi italiane e i programmi internazionali di riarmo, come i 131 cacciabombardieri F-35, per cui il nostro Paese spenderà almeno 15 miliardi di euro nei prossimi 15 anni; sempre il programma Dream è sponsorizzato da Farmindustria (la federazione delle aziende farmaceutiche italiane associate a Confindustria) e dalle multinazionali farmaceutiche Glaxo, Boehringer e Merck, tutte aderenti al cartello di 39 società che, anni fa, avviarono una causa contro l'allora presidente del Sudafrica Nelson Mandela che aveva concesso alle aziende locali di produrre farmaci anti-Aids a basso costo aggirando così lo strapotere delle multinazionali che commercializzavano le medicine ad altissimo prezzo; e in passato la Fondazione per la pace di Sant'Egidio è stata finanziata dalla Nestlé, quando la multinazionale era sottoposta ad un boicottaggio internazionale per violazione del codice internazionale di commercializzazione del latte in polvere.
Armi e solidarietà. Anzi solidarietà anche con i soldi delle armi. E poi una bella marcia della pace, come quelle che la Comunità di Sant'Egidio organizzerà in tutta italia l'1 gennaio. A Roma si concluderà a piazza san Pietro, per ascoltare il papa. E Riccardi, c'è da scommettere, sarà in prima fila.

21 novembre 2011

Italia, la base della vergogna


di Luca Galassi
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Decimomannu, Sardegna, 19
novembre 2010. Nel corso dell'operazione di addestramento chiamata 'Vega', un pilota israeliano compie una manovra altamente pericolosa. Dopo il decollo dalla base sarda, secondo quanto riporta il blog di Davide Cenciotti, che ha ripreso la notizia dal sito JewPI.com, un F16 del 106° squadrone della IAF (Israeli Air Force) esegue una rotazione di 360 gradi (un 'tonneau', nel gergo dell'aviazione acrobatica). L'evoluzione è stata compiuta "senza motivo né vantaggio": con queste parole un tribunale militare israeliano ha condannato il pilota a sette giorni di carcere e un anno di sospensione dal volo. "La rotazione del velivolo - scrive Cenciotti nel suo blog - lungo il suo asse longitudinale è una manovra acrobatica che deve essere compiuta all'interno di aree specifiche e ad altitudini di sicurezza". Il sito JewPI riporta che l'aereo ha anche oltrepassato il muro del suono, causando un 'bang sonico' non autorizzato e al di sotto delle altitudini consentite. Della manovra altamente pericolosa, del 'bang sonico', dell'arresto e della sospensione del pilota nessun organo di stampa italiano ha mai parlato.

La pratica degli F16 israeliani del 'sonic boom' a basse altezze è diventata frequente nella Striscia di Gaza dopo la rimozione degli insediamenti ebraici nel 2005. Da allora, i piloti si esercitano sulla popolazione civile palestinese, producendo boati assordanti paragonabili a quelli di una bomba o di un terremoto. A volte, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian (http://www.guardian.co.uk/world/2005/nov/03/israel), lo spostamento d'aria è talmente forte da far sanguinare il naso. A Decimomannu si addestrano tali piloti. Non è escluso che alcuni di loro abbiano bombardato la Striscia durante 'Piombo Fuso', provocando la morte di oltre mille civili.

La base di Decimomannu dista pochi chilometri dall'abitato. Una decina di giorni fa si è conclusa l'edizione 2011 dell'operazione Vega, che ha visto centinaia di apparecchi da guerra europei - decine gli israeliani - e mezzo migliaio di militari prendere parte a esercitazioni di electronic warfare. L'operazione Vega rientra nella cooperazione militare Italia-Israele, stabilita dalla Legge 17 maggio 2005, e nel "Programma di cooperazione individuale" con Israele, ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell'attacco israeliano a Gaza. Esso comprende una vasta gamma di settori in cui "Nato e Israele cooperano pienamente": aumento delle esercitazioni militari congiunte; connessione di Israele al sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti; allargamento della "cooperazione contro la proliferazione nucleare". "Ignorando che Israele - scrivono il Manifesto nell'edizione sarda il 22 novembre 2010 e il Manifesto nell'edizione nazionale il 4 novembre 2011 - unica potenza nucleare della regione, rifiuta di firmare il Trattato di non-proliferazione ed ha respinto la proposta Onu di una conferenza per la denuclearizzazione del Medio Oriente". La base è infatti fornita dei più sofisticati apparecchi e dei sistemi per l'addestramento al tiro. E' inoltre l'aeroporto con il più alto numero di decolli e atterraggi presente in Europa, con una media di circa 60mila movimenti annui, pari a circa 450 movimenti giornalieri.

Il sito non ufficiale di Decimomannu (http://www.awtideci.com) riporta: "In pochi minuti di volo sono raggiungibili diverse aree adibite a poligoni aria-aria, aria-terra e bassa navigazione". Tra queste, la tristemente nota Quirra e Capo Frasca, ultima propaggine dell'area naturalistica del Sinis. Le aree coprono buona parte della Sardegna meridionale. Non è noto sapere quali armamenti siano stati usati per la dotazione degli F-15 ed F-16 israeliani impegnati nelle esercitazioni (così come di nessuno degli aerei di tutte le forze Nato che periodicamente si esercitano sui cieli sardi). Mentre l'Aeronautica diffonde la versione di una guerra esclusivamente ‘elettronica', sempre il sito non ufficiale riferisce che, nella zona di Capo Frasca, "operazioni principali sono il bombardamento al suolo e l'uso di cannoni o mitragliatrici di bordo. Il poligono offre una serie di bersagli adatti allo scopo. Apposite torri di controllo gestiscono il traffico aereo impegnato nelle sessioni di addestramento". In particolare, per Capo Frasca, designato con la sigla R59 nella mappa radar, "le operazioni sono bombardamento al suolo e uso di mitragliatrici di bordo. Il poligono offre una serie di bersagli utili allo scopo". In definitiva, gli aerei, Nato e non, decollano da Decimomannu, sorvolano aree civili, spesso con manovre 'altamente pericolose e scaricano il loro potenziale distruttivo in aree paesaggisticamente intatte, contaminando l'ecosistema, la biodiversità e - come si è visto per Quirra, e da poco anche per Capo Frasca - anche gli esseri umani. In quest'ultimo poligono sono stati testati i missili teleguidati AIM dell'Eurofighter prima dell'entrata in servizio. Come per il poligono di Quirra, anche qui cominciano a emergere storie di malattie oncologiche, ematiche o linfatiche, come ben esemplifica la vicenda del maresciallo Madeddu, riportata dal quotidiano 'Unione Sarda' il 30 maggio 2011.

Decimomannu ha un lungo bollettino di incidenti aerei. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale 64 aerei hanno subito danni, sono precipitati al suolo o in mare, in località che abbracciano tutta la Sardegna meridionale: Capo Frasca, stagno di Cabras, Capo Carbonara, Orroli, Capo Ferrato, Alghero, Arborea. Ventitré piloti sono morti, e numerosi aerei o pezzi di aereo sono andati perduti. L'aeroporto è stato e continuerà ad essere un pericolo per gli abitanti della Sardegna. A dispetto del motto che campeggia beffardo sul sito ufficiale della base: Decimomannu, dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace.

05 novembre 2011

4 novembre, no alle parate e alle spese militari!


Il 4 novembre ricorre l'anniversario della fine di uno dei più terribili massacri della storia, nulla di più lontanto dunque dall'idea di un festa delle forze armate. Anche quest'anno invece Verona offre piazza Brà per l'ennesima esibizione militare e così un sindaco leghista che fino a qualche tempo fa inneggiava con il suo partito alla seccessione, ora rifluisce nella più mite, ma non meno insopportabile, retorica patriottarda.
In particolare, in questo periodo di crisi profonda, ci parrebbe certamente più opportuna una politica che anziché versare retorica, tagliasse le spese militari (ad esempio 700 milioni di euro a semestre per la guerra in Afghanistan e per le altre missioni; 3,6 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35; oltre un miliardo di euro spesi solo nei primi tre mesi della guerra in Libia) a favore di una spesa sociale in difesa dei posti di lavoro, dell'istruzione e della sanità pubbliche. .
Noi però non nutriamo alcuna fiducia né in questo governo, né nell'opposizione parlamentare quanto mai preoccupata di far rispettare i diktat liberisti e antidemocratici della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che in nome del pagamento del debito pubblico stanno costringendo anche l'Italia ad una vera e propria macelleria sociale.
Sinistra Critica è invece convinta della necessità di una mobilitazione sociale, in grado di praticare una democrazia diretta, che rivendichi il blocco delle misure economiche del governo, la rinegoziazione del debito pubblico e l'introduzione di misure (come la patrimoniale) che vadano a reperire i soldi da chi non ha mai pagato per investirli nella spesa sociale.
No alle parate e alle spese militari! No alla retorica patriottarda che nasconde la crisi economica! Che se ne vada tutta questa calsse politica! Non paghiamo noi la loro crisi ed il loro debito!
Sinistra Critica - Organizzazione per la sinistra anticapitalista

11 ottobre 2011

Afghanistan 2001-2011, un triste bilancio

di Enrico Piovesana
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Secondo le stime ufficiali (Onu, Nato, Crocerossa, Human Rights Watch) dieci anni di guerra in Afghanistan hanno provocato finora la morte di almeno 67 mila esseri umani: 15mila civili afgani (almeno il doppio secondo stime indipendenti, di fatto è impossibile un calcolo realistico), 38mila guerriglieri talebani, 10mila militari afgani, 2.600 soldati Nato (e 20mila feriti e mutilati) e 1.800 contractors.

L'agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) ha calcolato che i combattimenti in Afghanistan hanno provocato solo negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno. Ad oggi sono ancora sfollate oltre 350mila persone.

Nonostante 40 miliardi di dollari di aiuti versati dalla comunità internazionale dal 2001 a oggi, le condizioni di vita della popolazione afgana non solo non sono migliorate, ma sono peggiorate rispetto all'inizio della guerra: la povertà assoluta è salita dal 23 al 36 per cento della popolazione, l'aspettativa di vita è scesa da 46 a 44 anni (Italia: 81 anni), la mortalità infantile è aumentata dal 147 al 149 per mille (Italia: 3 per mille), il tasso di alfabetizzazione è sceso dal 31 al 28 per cento (Italia:98 per cento).

Come denunciato da innumerevoli inchieste, rapporti ufficiali ed esperti del settore - non ultimo da Pino Arlacchi, vice presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con l'Afghanistan - la quasi totalità degli aiuti internazionali è finita nelle tasche dei corrotti governanti di Kabul o è tornata indietro sotto forma di profitti alle aziende occidentali di sicurezza e consulenza e di stipendi degli operatori stranieri delle organizzazioni internazionali e delle Ong. Alla popolazione afgana sono arrivate solo le briciole.

Non stupisce che dopo dieci anni gli afgani, inizialmente ben disposti nei confronti degli stranieri e del governo da essi finanziato e difeso, siano oggi completamente disillusi e apertamente contrari sia all'occupazione straniera (a causa dei crimini di guerra e degli abusi delle forze Usa e Nato), sia al regime di Karzai (dominato da signori della guerra e della droga che sono saliti al potere con sfacciati brogli e che lo esercitano in maniera mafiosa e autoritaria).

In dieci anni di occupazione, la produzione di oppio in Afghanistan ha surclassato quella dell'epoca talebana. Quando il Mullah Omar bandì la coltivazione nel 2000 erano coltivati a papavero 82mila ettari. Nel 2007 erano saliti 193 mila; oggi sono 123mila (un calo da sovrapproduzione imposto dalle regole di mercato). Oggi inoltre l'Afghanistan esporta direttamente eroina (400 tonnellate l'anno) e la consuma (350mila tossicodipendenti e conseguente esplosione dell'Aids). Il business mondiale dell'eroina vale 70 miliardi di dollari l'anno.

L'Italia schiera sul fronte di guerra afgano 4.300 soldati. Finora i caduti italiani sono stati 45, centinaia i feriti. La missione militare in Afghanistan costa ogni anno circa 800 milioni di euro, pari a oltre 2 milioni al giorno. Dal 2001 a oggi la guerra in Afghanistan è costata agli italiani quasi 4 miliardi di euro.
Per la cooperazione allo sviluppo dell'Afganistan l'Italia ha speso molto molto meno: 160 milioni di euro negli ultimi cinque anni pari al 6 per cento di quanto speso nello stesso periodo per la missione militare.

11 settembre 2011

Guardando all'11/9 dieci anni dopo: gli Usa sono i migliori alleati di Bin Laden


di Noam Chomsky
traduzione di Paola Lepori

[...]Ci restano due possibilità: o Bush e soci sono colpevoli del “crimine internazionale supremo”, inclusi tutti i mali che hanno prodotto come conseguenza, oppure decidiamo che i processi di Norimberga furono una farsa e che gli alleati si siano resi colpevoli di omicidio giudiziario[...]

Siamo al decimo anniversario delle orrende atrocità dell’11 settembre 2001 che, si ritiene comunemente, hanno cambiato il mondo. Il primo maggio, la presunta mente del piano criminale, Osama Bin Laden, veniva assassinato in Pakistan da un commando Statunitense d’elite, i Navy SEALs, dopo essere stato catturato, senza protezione e disarmato, nell’operazione Geronimo.

Un certo numero di analisti ha osservato che, benché Bin Laden fosse stato finalmente ucciso, aveva ottenuto alcuni importanti successi nella sua battaglia contro gli Usa. “Ha sostenuto più volte che l’unica maniera di tenere gli Stati Uniti fuori dal mondo Musulmano e sconfiggere i suoi satrapi era trascinare gli Americani in una serie di piccole ma costose guerre che li avrebbero infine portati alla bancarotta”, scrive Eric Malgoris. “‘Dissanguando gli Stati Uniti’ testuali parole”. Gli Stati Uniti, prima sotto George W. Bush e poi sotto Barack Obama, sono andati dritti incontro alla trappola di Bin Laden… Spese militari grottescamente ingigantite, e l’assuefazione al debito… potrebbero essere l’eredità più perniciosa dell’uomo che pensava di poter sconfiggere gli Stati Uniti” – soprattutto dal momento che l’estrema destra sta cinicamente sfruttando il debito, con l’acquiescenza dell’establishment Democratico, per minare quello che rimane dei programmi sociali, dell’istruzione pubblica, dei sindacati, e, in generale, ciò che resta degli ostacoli alla tirannia delle corporation.

Che Washington fosse destinata a realizzare i ferventi desideri di Bin Laden fu subito chiaro. Come trattato nel mio libro Undici settembre, scritto poco dopo gli attacchi, chiunque avesse familiarità con la regione poteva arrivare alla conclusione “che un attacco massiccio alla popolazione Musulmana sarebbe la risposta alle preghiere di Bin Laden e dei suoi affiliati, e condurrebbe gli Stati Uniti e i loro alleati in una ‘diabolica trappola,’ come ha detto il ministro degli esteri Francese”.

Il funzionario della Cia responsabile della caccia a Osama Bin Laden dal 1996, Michael Scheuer, scrisse poco dopo che “Bin Laden è stato preciso nel descrivere le ragioni per cui ha deciso di muoverci guerra. [Lui] si propone di alterare drasticamente le politiche Statunitensi e Occidentali verso il mondo Islamico,” e ha avuto un ampio margine di successo: “Le forze armate e le politiche Statunitensi stanno completando la radicalizzazione del mondo Islamico, qualcosa che Osama Bin Laden sta provando a fare con grande, sebbene incompleto, successo dai primi anni Novanta. Di conseguenza, penso sia ragionevole concludere che gli Stati Uniti d’America rimangono il solo alleato indispensabile di Bin Laden.” E senza dubbio è ancora così, persino dopo la sua morte.

Il primo 11 Settembre

Esisteva un’alternativa? Con ogni probabilità il movimento Jihadista, gran parte del quale estremamente critico riguardo Bin Laden, poteva essere diviso e indebolito dopo l’11 Settembre. Il ‘’crimine contro l’umanità,’’ com’è stato giustamente definito, poteva essere affrontato come un crimine, con un’operazione internazionale per prendere in custodia i probabili sospettati. Questo venne riconosciuto all’epoca, ma l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.

In Undici settembre, ho citato la conclusione di Robert Fisk che “l’orrendo crimine” dell’11 Settembre era stato commesso con ‘’cattiveria e crudeltà inaudita,’’ un giudizio accurato. E’ utile ricordare che i crimini avrebbero potuto essere anche peggiori. Si pensi, per esempio, se l’attacco fosse arrivato al punto di coinvolgere la Casa Bianca, uccidendo il presidente, imponendo una brutale dittatura militare che avesse ucciso decine di migliaia di persone e torturato altre decine di migliaia costituendo al contempo un centro del terrore internazionale che avrebbe aiutato a imporre altrove Stati del terrore e della tortura dello stesso tipo e realizzato una campagna internazionale di omicidi; e come scossa ulteriore, avesse coinvolto un team di economisti – chiamateli ‘i ragazzi di Kandahar’ – che avrebbero rapidamente portato l’economia ad una delle peggiori depressioni della sua storia.

Questo, francamente, sarebbe stato molto peggio dell’11 Settembre.

Sfortunatamente non è un caso ipotetico. E’ successo. L’unica inesattezza di questo breve resoconto è che il numero dovrebbe essere moltiplicato per 25 per ottenere i corrispettivi pro capite, la misura appropriata. Sto ovviamente parlando di quello a cui in America Latina ci si riferisce spesso come “il primo 11 Settembre”: 11 Settembre 1973, quando gli Stati Uniti riuscirono nel loro intenso sforzo di far cadere il regime democratico di Salvador Allende in Cile con un golpe militare che mise al potere il brutale regime del Generale Pinochet. L’obiettivo, nelle parole dell’amministrazione Nixon, era uccidere il “virus” che avrebbe potuto incoraggiare tutti quegli “stranieri [che] hanno in mente d fregarci” per ottenere il controllo delle loro risorse e impedire che perseguissero un’intollerabile politica di sviluppo autonomo. Sullo sfondo, l'opinione del Consiglio di Sicurezza Nazionale secondo cui, se gli Stati Uniti non avessero controllato l’America Latina, non avrebbero poturo aspettarsi di “ottenere un ordine positivo altrove nel mondo.”

Il primo 11 Settembre, diversamente dal secondo, non ha cambiato il mondo. Non fu “nulla di rilevante”, come Henry Kissinger assicurò al suo capo pochi giorni dopo.

Questi eventi di scarsa rilevanza non si limitavano al golpe militare che ha distrutto la democrazia cilena e messo in moto la storia di orrori che ne seguì. Il primo 11 Settembre non è stato altro che l'atto di una tragedia iniziata nel 1962, quando John F. Kennedy cambiò la missione dell’esercito in America Latina da “difesa emisferica” – un retaggio anacronistico della Seconda Guerra Mondiale – a “sicurezza interna,” un concetto interpretato in maniera agghiacciante dai circoli latinoamericani dominati dagli Stati Uniti.

In ‘’Storia della Guerra Fredda’’ pubblicata di recente dall’Università di Cambridge, lo studioso dell'America Latina John Coatsworth scrive che da allora sino al “collasso Sovietico nel 1990, il numero di prigionieri politici, vittime di tortura, ed esecuzioni di dissidenti politici non-violenti in America Latina, superò di gran lunga lo stesso numero dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti dell’Est Europeo,” includendo anche molti martiri religiosi e omicidi di massa, sempre col supporto o per iniziativa di Washington. L’ultimo grande atto di violenza fu il brutale omicidio di sei intellettuali di rilievo latinoamericani, preti gesuiti, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino. I responsabili erano i membri di un battaglione salvadoregno d’elite che aveva già lasciato una scioccante scia di sangue. Freschi di corso d'addestramento alla Jfk School of Special Warfare, avevano agito su ordine diretto dell’alto comando di uno stato cliente degli Stati Uniti.

Dal rapimento e la tortura all’omicidio

Tutto ciò, e molto altro ancora, è archiviato come elemento di scarsa rilevanza, e dimenticato. Coloro la cui missione è dominare il mondo possono beneficiare di uno scenario più confortante, ben spiegato nel numero corrente del prestigioso (e prezioso) giornale del Royal Institute of International Affairs di Londra. L’articolo principale tratta del “visionario ordine internazionale” della “seconda metà del Ventesimo Secolo” caratterizzato dalla “universalità della visione statunitense della prosperità commerciale.” C’è qualcosa di vero in questo resoconto, ma non illustra il punto di vista di coloro che si trovano all’estremità sbagliata delle armi da fuoco.

Lo stesso vale per l’omicidio di Osama Bin Laden, che chiude se non altro una fase della “guerra al terrore” ri-dichiarata dal presidente George W. Bush dopo il secondo 11 Settembre. Passiamo ad alcuni pensieri su quell’evento e sulla sua rilevanza.

Il Primo Maggio 2011, Osama è stato ucciso nel suo pressoché sguarnito complesso da 79 incursori del Navy SEAL, entrati in Pakistan in elicottero. Dopo che molte oscure versioni sono state diffuse dal governo e poi smentite, i rapporti ufficiali hanno reso sempre più evidente come l’operazione sia stata un omicidio pianificato, che ha violato ripetutamente norme di diritto internazionale elementari, a cominciare dall’invasione stessa.

Sembra ci sia stato il tentativo di arrestare la vittima, che era disarmata, cosa che presumibilmente i 79 membri del commando, che non si erano trovati di fronte alcuna resistenza– tranne che, scrivono nei rapporti, da parte di sua moglie, disarmata anch’essa, cui hanno sparato per legittima difesa quando si è gettata contro di loro, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca – avrebbero potuto facilmente fare.

Una ricostruzione plausibile degli eventi è fornita dal corrispondente Yochi Dreazen, veterano del Medio Oriente, e da colleghi di Atlantic. Dreazen, ex corrispondente militare per il Wall Street Journal, è corrispondente anziano per il National Journal Group, che si occupa di affari militari e sicurezza nazionale. Secondo la loro inchiesta, il piano della Casa Bianca sembra non avesse mai preso in considerazione di catturare Bin Laden vivo: “Secondo un ufficiale Statunitense anziano a conoscenza dei fatti, l’amministrazione aveva chiarito al clandestino Joint Special Operations Command dell’esercito che voleva Bin Laden morto. Un alto funzionario informato sull’attacco disse che i SEALs sapevano che la loro missione non era prenderlo vivo.”

L’autore aggiunge: “Per molti di quelli che al Pentagono e alla CIA avevano speso quasi un decennio nella caccia a Bin Laden, uccidere il militante era un atto di vendetta necessario e giustificato.” Inoltre, “catturare Bin Laden vivo avrebbe procurato all’amministrazione una serie di fastidi politici e legali.” Meglio, quindi, ucciderlo, scaricare il suo corpo in mare senza l’autopsia considerata necessaria dopo un’uccisione – una mossa che, com’era prevedibile, ha provocato rabbia e dubbi in gran parte del mondo Musulmano.

Come l’inchiesta pubblicata da Atlantic ha osservato: “La decisione di uccidere Bin Laden immediatamente è stata finora l’immagine più chiara di un aspetto della politica contro il terrorismo dell’amministrazione Obama passato inosservato. L’amministrazione Bush catturò migliaia di militanti sospetti e li spedì nei campi di detenzione in Afghanistan, Iraq e Guantanamo. Di contro, l’amministrazione Obama si è concentrata sull’eliminazione di singoli terroristi piuttosto che cercare di catturarli vivi.” Questa è una differenza sostanziale tra Bush e Obama. Gli autori citano l’ex cancelliere della Germania Ovest Helmut Schmidt, il quale “ha dichiarato alla tv tedesca che il raid Usa è stato ‘chiaramente una violazione del diritto internazionale’ e che Bin Laden avrebbe dovuto essere detenuto e processato,” provocando la reazione del procuratore generale americano Eric Holder, il quale “ha difeso la decisione di uccidere Bin Laden benché non rappresentasse una minaccia immediata per i Navy SEALs, dicendo a una commissione della Casa Bianca che l’attacco era stato perfettamente legale, legittimo e appropriato da ogni punto di vista.”

L’eliminazione del corpo senza autopsia è stata anch’essa motivo di critica da parte degli alleati. L’avvocato inglese Geoffrey Robertson, che gode di grande considerazione e che si era già espresso a favore dell'operazione e contro l’esecuzione per mere considerazioni di pragmatismo, ha descritto la dichiarazione di Obama “è stata fatta giustizia” come “un’assurdità” che sarebbe dovuta risultare ovvia a un ex professore di diritto costituzionale. La legge Pakistana “richiede un’indagine in caso di morte violenta, e la legge internazionale sui diritti umani stabilisce che il ‘diritto alla vita’ richieda un’indagine ogni qualvolta una morte violenta sia causata dall’azione del governo e della polizia. Gli Stati Uniti si trovano perciò nell’obbligo di aprire un’inchiesta che chiarisca al mondo le vere circostanze dell’uccisione.”

Molto opportunamente, Robertson ci ricorda che “non è sempre stato così. Quando venne il momento di prendere in considerazione il destino di uomini ben più malvagi di Osama Bin Laden – i massimi dirigenti del nazismo – il governo britannico li avrebbe voluti impiccati entro sei ore dalla cattura. Il presidente Truman era riluttante e citò l’affermazione del giudice Robert Jackson che un’esecuzione di massa ‘si dimostrerebbe difficile da digerire per le coscienze americane e non sarebbe ricordata con orgoglio dai nostri figli… l’unica via è dimostrare l’innocenza o la colpevolezza degli accusati dopo un’udienza tanto imparziale e scevra di passioni quanto lo permettono i tempi e dopo un verdetto che renda le nostre ragioni e le nostre motivazioni chiare.’”

Eric Margolis commenta che “Washington non ha mai reso pubbliche le prove che Osama Bin Laden fosse dietro agli attacchi dell’11 Settembre,” presumibilmente questa è una delle ragioni per cui “i sondaggi mostrano che un terzo degli Americani intervistati credono che dietro agli attacchi dell’11 Settembre ci sia il governo Usa e/o Israele,” mentre nel mondo musulmano lo scetticismo è più diffuso. “Un processo a porte aperte negli Stati Uniti o all’Aia avrebbe mostrato queste affermazioni alla luce del giorno,” continua, una ragione pratica per cui Washington avrebbe dovuto attenersi alla legge.

Nelle società che professano il rispetto della legge, i sospetti presi in custodia sono sottoposti a un processo equo. Sottolineo “sospetti”. Nel Giugno 2002, il capo del Fbi Robert Mueller, in quella che il Washington Post descrisse come “una delle sue dichiarazioni pubbliche più dettagliate sull’origine degli attacchi,” poté solo dire che “gli investigatori ritengono che l’idea degli attacchi dell’11 Settembre al World Trade Center e al Pentagono venne ai leader di al-Qaeda in Afghanistan, la reale cospirazione venne messa a punto in Germania e i finanziamenti giunsero attraverso gli Emirati Arabi Uniti dall’Afghanistan.”

Ciò che l’Fbi credeva e pensava nel Giugno del 2002, non era di loro conoscenza otto mesi prima, quando Washington rigettò le timide offerte dei talebani (non sappiamo quanto serie) di consegnare Bin Laden affinché venisse processato se fossero state sottoposte loro delle prove. Perciò non è vero, come ha dichiarato il presidente Obama nel suo discorso alla Casa Bianca dopo la morte di Bin Laden, che “appurammo rapidamente che gli attacchi dell’11 Settembre erano stati opera di al-Qaeda.”

Non c’è mai stata ragione di dubitare di ciò che riteneva l’Fbi a metà 2002, ma questo ci lascia ben lontani dalla prova di colpevolezza che si richiede nelle società civili – e qualsiasi siano le prove, queste non garantiscono comunque la liceità dell’uccisione di un sospetto che, a quanto sembra, avrebbe potuto essere facilmente preso in custodia e processato. Ciò rimane vero per le prove prodotte da allora. Così, la Commissione per l’11 Settembre fornì ampie prove circostanziali del ruolo di Bin Laden nell’11 Settembre, perlopiù sulla base di ciò che era stato riferito delle confessioni dei prigionieri di Guantanamo. E’ oggetto di dubbio che questo materiale possa essere accettato da una corte indipendente, considerando la maniera in cui furono ottenute le confessioni. In ogni caso, la conclusione dell’indagine autorizzata dal Congresso, comunque ci si possa lasciar convincere da essa, è molto lontana dall’essere emessa da una corte credibile, quella che cambierebbe la categoria dell’accusato da sospetto a prigioniero.

Si è fatto un gran parlare della “confessione” di Bin Laden, ma quella era una vanteria, non una confessione, con lo stesso grado di credibilità della mia “confessione” di aver vinto la maratona di Boston. La vanteria ci dice molto sul personaggio ma nulla sulla sua effettiva responsabilità di quello che riteneva un grande successo, del quale voleva prendersi il merito.

Chiaramente, tutto ciò a prescindere dai giudizi sulla sua colpevolezza, che sembrava evidente persino prima dell’inchiesta dell'Fbi e continua ad esserlo.

Crimini di aggressione

E’ opportuno aggiungere che la responsabilità di Bin Laden fu riconosciuta in gran parte del mondo musulmano, e condannata. Un esempio significativo è l’illustre religioso Libanese Sheikh Fadlallah, molto rispettato da Hezbollah e dai gruppi sciiti in generale, anche fuori dal Libano. Lui aveva una certa esperienza sugli omicidi. Era stato l’obiettivo di un attentato: per mezzo di un’autobomba di fronte ad una moschea, in un’operazione organizzata dalla Cia nel 1985. Lui si salvò ma altre 80 persone vennero uccise, per lo più donne e bambine che lasciavano la moschea – uno di quegli innumerevoli crimini che non rientrano negli annali a causa dell'“informazione asimmetrica”. Sheikh Fadlallah condannò aspramente gli attacchi dell’11 Settembre.

Uno dei maggiori specialisti del movimento Jihadista, Fawaz Gerges, suggerisce che il movimento avrebbe potuto essere diviso allora, se gli Stati Uniti avessero saputo sfruttare l’opportunità che gli si presentava anziché mobilitare il movimento, in particolare con l’attacco all’Iraq, una fortuna inaspettata per Bin Laden, che portò a un deciso incremento del terrorismo, come le agenzie di intelligence avevano previsto. Alle udienze Chilcot che si occupavano dei retroscena dell’invasione dell’Iraq, per esempio, l’ex capo dell’agenzia di intelligence Britannica MI5 testimoniò che sia l’intelligence inglese che quella Usa sapevano che Saddam non rappresentava alcuna minaccia concreta, che era probabile che l’invasione avrebbe causato un aumento del terrorismo, e che l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan avrebbe radicalizzato parte di una generazione di musulmani che interpretavano le azioni militari come un “attacco all’Islam”. Come spesso accade, la sicurezza non era una priorità alta nell’agenda di Stato.

Potrebbe essere utile chiederci come avremmo reagito se un commando Iracheno fosse atterrato nel complesso di George W. Bush, l’avesse ucciso, e gettato il suo corpo nell’Atlantico (dopo i rituali di sepoltura appropriati, naturalmente). Indiscutibilmente, non era un “sospettato” ma il “mandante” che diede l’ordine di invadere l’Iraq – cioè di commettere “il crimine internazionale supremo che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto racchiude tutto il male possibile”, la formula per cui i criminali nazisti vennero impiccati: centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati, distruzione di gran parte del paese e del suo retaggio culturale, e il sanguinoso conflitto settario che si è ora diffuso nel resto della regione. Altrettanto indiscutibilmente, questi crimini superano di gran lunga qualsiasi cosa sia stata attribuita a Bin Laden.

Affermare che tutto ciò sia incontrovertibile, come di fatto è, non significa che non ci sia chi lo nega. L’esistenza di sostenitori della teoria secondo cui la terra è piatta non cambia il fatto che, senza ombra di dubbio, la terra non è piatta. Allo stesso modo, è incontrovertibile che Stalin e Hitler si siano resi responsabili di crimini orrendi, benché i loro partigiani possano negarlo. Tutto ciò dovrebbe essere troppo ovvio per essere commentato, e lo sarebbe, salvo che in un’atmosfera di isteria così estrema da annichilire il pensiero razionale.

Ugualmente, è indiscutibile che Bush e i suoi complici abbiano commesso il “crimine internazionale supremo” – il crimine d’aggressione. Questo crimine fu definito piuttosto chiaramente dal giudice Robert Jackson, Capo di Consiglio per gli Stati Uniti a Norimberga. Un “aggressore”, aveva proposto Jackson al Tribunale nel suo discorso d’apertura, è lo Stato che per primo commette l’atto di invadere con le sue forze armate, con o senza dichiarazione di guerra, il territorio di un altro stato…” Nessuno, nemmeno i più accesi sostenitori dell’aggressione, negano che Bush e i suoi complici abbiano fatto esattamente questo.

Inoltre, potremmo far bene a ricordare le eloquenti parole di Jackson a Norimberga sul principio d’universalità: “Se determinati atti in violazione dei trattati sono crimini, lo sono sia che vengano compiuti dagli Stati Uniti o dalla Germania, e non possiamo sancire una regola di condotta criminale contro gli altri, che non possa essere invocata contro di noi.”

E’ altrettanto chiaro che le dichiarazioni d’intenzioni sono irrilevanti, anche se sono in buona fede. Documenti interni rivelano che i fascisti giapponesi fossero convinti che, devastando la Cina, stessero lavorando per renderla un “paradiso terrestre”. E anche se sembrerebbe difficile da immaginare, è concepibile che Bush e gli altri credessero di proteggere il mondo dalla distruzione delle armi nucleari di Saddam. Tutto irrilevante, benché ardenti partigiani da ogni lato possano cercare di convincersi del contrario.

Ci restano due possibilità: o Bush e soci sono colpevoli del “crimine internazionale supremo”, inclusi tutti i mali che hanno prodotto come conseguenza, oppure decidiamo che i processi di Norimberga furono una farsa e che gli alleati si siano resi colpevoli di omicidio giudiziario.

La Mentalità Imperiale e l’11 Settembre

Pochi giorni dopo l’assassinio di Bin Laden, Orlando Bosch è morto pacificamente in Florida, dove risiedeva col suo complice Luis Posada Carriles e molti altri affiliati del terrorismo internazionale. Dopo essere stato accusato di decine di crimini terroristici dall'Fbi, Bosch ottenne il perdono presidenziale da Bush I, malgrado le obiezioni del dipartimento di Giustizia che arrivò alla conclusione “inevitabile che sarebbe pregiudizievole per l’interesse pubblico che gli Stati Uniti costituissero un rifugio sicuro per Bosch.” La coincidenza di queste morti richiama alla mente la dottrina di Bush II – “già… una norma non scritta delle relazioni internazionali,” secondo l’illustre specialista di relazioni internazionali di Harvard Graham Allison – che revoca “la sovranità degli stati che forniscono rifugio ai terroristi.”

Allison si riferisce alla dichiarazione di Bush II, diretta ai talebani, che “coloro che danno rifugio ai terroristi sono altrettanto colpevoli dei terroristi stessi.” Questi Stati perciò hanno perso la loro sovranità e sono oggetto legittimo di bombardamenti e terrore – per esempio, lo stato che ha dato rifugio a Bosch e ai suoi affiliati. Quando Bush proclamò questa nuova “norma non scritta delle relazioni internazionali,” nessuno si acorse che stava invitando all’invasione e alla distruzione degli Stati Uniti e all’uccisione del suo presidente.

Nulla di tutto ciò, naturalmente, rappresenta un problema se rigettiamo il principio di universalità del giudice Jackson, e adottiamo invece il principio secondo cui gli Stati Uniti si sono auto-immunizzati contro il diritto internazionale e le convenzioni – come, di fatto, il governo ha messo in chiaro di frequente.

Vale anche la pena di riflettere sul nome che è stato dato all’operazione Bin Laden: Operazione Geronimo. La mentalità imperiale è così radicata che pochi sembrano essere capaci di intuire che la Casa Bianca glorifica Bin Laden chiamandolo “Geronimo” – il capo indiano Apache che guidò la coraggiosa resistenza agli invasori delle terre Apache.

La scelta casuale del nome riporta alla mente la disinvoltura con cui diamo alle armi mortali i nomi delle vittime dei nostri crimini: Apache, Blackhawk… potremmo reagire diversamente se la Luftwaffe avesse chiamato i suoi aerei da combattimento “Ebreo” o “Zingaro”.

L’esempio menzionato ricadrebbe nella categoria dell’ “eccezionalismo Americano,” non fosse per il fatto che la disinvolta soppressione dei propri crimini e praticamente onnipresente tra le potenze, tranne quelle che sono sconfitte e costrette a riconoscere la realtà.

Forse l’omicidio era percepito dall’amministrazione come un “atto di vendetta,” come conclude Robertson. E forse il rigetto dell’opzione legale del processo riflette la differenza tra la cultura morale del 1945 e quella di oggi, come suggerisce ancora. Qualsiasi fossero i motivi, difficilmente avevano a che fare con la sicurezza. Come nel caso del “crimine internazionale supremo” in Iraq, l’omicidio di Bin Laden dimostra che la sicurezza non è una priorità alta nell’agenda dello stato, contrariamente a quanto generalmente sostenuto dalla dottrina.

Noam Chomsky è Professore emerito presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Mit. E’ autore di numerosi bestseller di politica tra cui: 11 Settembre: c’era un’alternativa (Seven Stories Press)

(*) Articolo pubblicato su TomDispatch

24 agosto 2011

Libia: chi ha vinto?


di Antonio Moscato

In attesa di tradurre una complessa riflessione di Gilbert Achcar sulla rivoluzione libica nel contesto di quella araba, ne traggo alcuni spunti per alcune mie osservazioni.Prima di tutto, sulla stampa italiana, anche di centro sinistra (Manifesto compreso) c’è stata una notevole prevenzione nei confronti dei ribelli, di cui è stata sottolineata sistematicamente l’inferiorità militare alle truppe di Gheddafi, la non omogeneità, la possibile presenza al loro interno di islamisti radicali mimetizzati. Nella sinistra radicale influenzata dal giudizio di Chávez si è poi dato subito per scontato che i ribelli fossero tutti marionette manovrate dalla CIA.Pochi hanno notato un dato molto interessante: l’impegno militare della NATO (si fa per dire) è stato insignificante. Nel solo piccolo Kosovo, gli alleati sotto copertura NATO erano intervenuti con 1.100 aerei e 38.400 missioni. In Libia hanno utilizzato solo 250 aerei in 11.107 missioni. Eppure il petrolio della Libia, di ottima qualità, doveva rendere più interessante la conquista di questo paese. Risultato: Gheddafi ha resistito cinque mesi, mentre Milosevic aveva dovuto cedere dopo 78 giorni.In Iraq, sia nella prima guerra del 1991, sia nella seconda erano state scaricate in pochi giorni una quantità enorme di bombe di ogni genere, con una media di 565 missioni al giorno, mentre in Libia sono state in media solo 57 al giorno, di cui alcune solo esplorative.Le accuse ai ribelli di volere la spartizione del paese, sono risultate del tutto infondate: sono caduti a migliaia per liberare tutto il paese, senza avere un adeguato appoggio aereo, e in certi casi subendo anzi il “fuoco amico”. Fino all’ultimo Gheddafi ha mantenuto armi pesanti, carri armati, missili Scud, con una netta superiorità sugli insorti male armati, in genere civili improvvisatisi combattenti e non sufficientemente addestrati ed equipaggiati. È impossibile che l’intervento della NATO “non sia riuscito” a ridurre drasticamente il potenziale bellico del governo di Tripoli. E allora? E soprattutto perché la NATO ha rifiutato di fornire le tanto sollecitate armi pesanti e delle attrezzature un po’ più efficienti del furgone con una mitragliatrice montata nel cassone?È assurdo che mentre in Iraq e in Afghanistan gli Stati Uniti hanno puntato su forze locali poco affidabili, in Libia la NATO (con la parziale e non significativa eccezione della Francia) ha rifiutato di fornire l’armamento che avrebbe permesso una soluzione libica del conflitto. Eppure gli insorti erano disposti a pagare le armi, e avrebbero potuto farlo senza problemi, controllando la maggior parte delle risorse petrolifere del paese. Al contrario negli ultimi anni Gheddafi aveva potuto comprare in grandi quantità da vari paesi europei, come l’Italia o la Spagna, le armi (comprese le bombe a grappolo) che ha poi usato contro il suo popolo.Vari corrispondenti hanno segnalato il malumore che regnava tra i combattenti volontari per l’inadeguatezza dei bombardamenti, che attribuivano in genere a inefficienza o incompetenza dei piloti Nato, ma che probabilmente era dovuta alla volontà di far logorare le forze dei due schieramenti, per evitare che gli insorti potessero rivendicare il loro ruolo nella caduta del regime.Un altro elemento di riflessione: anche se la partita non è ancora chiusa, è stato confermato che la rivoluzione aveva consensi non solo a Bengasi, ma anche a Tripoli, dove era stata repressa spietatamente. In realtà era emerso già nei primi giorni e poi era stato rimosso. L’atteggiamento iniziale di molti degli insorti di Bengasi a favore dell’intervento NATO, che era sbagliato, ma comprensibile, partiva dall’esperienza della ferocia della repressione di Gheddafi nei confronti dei “ratti” e dei “drogati” che lo contestavano, oltre che dall’illusione che l’ONU si muovesse solo per offrire una protezione umanitaria. Il mutamento di atteggiamento è stato poi provocato anche dall’ipocrita applicazione della risoluzione che prevedeva l'embargo sulle armi, applicata rigorosamente da paesi che avevano violato tante risoluzioni, e che avevano ampliato notevolmente il senso della risoluzione numero 1973 del Consiglio di Sicurezza. È questo che ha reso diffidenti molti degli insorti, che hanno cominciato a capire la logica dell’intervento.Non so quanti in Libia potessero conoscere il precedente del comportamento degli Stati Uniti in Italia durante il 1943-1945, ma avrebbero capito prima molte cose. Allora, soprattutto nel terribile inverno 1944-1945, le armi erano state lesinate ai partigiani, a cui era stato dato in diverse occasioni l’ordine di smobilitare, mentre bombardamenti furiosi che colpivano la popolazione civile precedevano ogni avanzata delle truppe alleate. L’obiettivo era impedire che gli antifascisti avessero un ruolo visibile nella distruzione definitiva del regime nazifascista.In Libia uno dei pretesti per negare le armi è stata la possibile presenza di integralisti tra gli insorti, pretesto ridicolo da parte di chi per sconfiggere i talibani in Afghanistan si è appoggiato sulla cosiddetta Alleanza del Nord, coalizione di gruppi integralisti ultrareazionari, e ha come alleato principale in Medio Oriente l’Arabia Saudita.Vari commentatori di paesi arabi riportati da Gilbert Achcar hanno espresso la convinzione che in realtà la NATO ha prolungato intenzionalmente la guerra sia per far logorare i ribelli, sia per facilitare una transizione che recuperi parte dell’esercito di Gheddafi come garante di stabilità contro il pericolo di un consolidarsi delle tendenze rivoluzionarie, ossia per avere uno sbocco analogo a quello caldeggiato (ma non ancora assicurato) per Tunisia e soprattutto Egitto.Un esponente del comitato dei ribelli di Sirte, Abu Bakr al Faryani, ha dichiarato al giornale libanese “Al Ajbar” che la lentezza delle operazioni militari contro le brigate di Gheddafi sarebbe finalizzata a guadagnare tempo, per poter selezionare meglio gli uomini più malleabili nel Consiglio nazionale degli oppositori, e alzare il prezzo da far pagare ai “vincitori”.Il quotidiano “La Stampa” del 23/8 ha pubblicato una cartina per una spartizione della Libia dopo Gheddafi in tre zone di influenza controllate dalle potenze che sono intervenute e vogliono la loro parte nella “ricostruzione” del paese e nella spartizione delle sue risorse, ma che tenderebbero a evitare la presenza diretta sul campo di loro truppe (altra cosa “esperti” di vario genere). Si ispira probabilmente a quanto apparso in un articolo uscito sull’edizione digitale di “The Guardian”, in cui Tom Dale ha analizzato i programmi della NATO, che erano stati rivelati il 28 giugno da Andrew Mitchell, segretario allo Sviluppo Internazionale della Gran Bretagna. Un ponderoso documento, prevede che il controllo dopo la caduta di Gheddafi sia affidato a truppe di terra di paesi islamici “moderati” non confinanti (cioè Turchia, Giordania, forse Marocco) e altri paesi dell’Unione Africana. L’Algeria sarebbe confinante, ma il suo esercito sembra molto interessato a bloccare una dinamica rivoluzionaria che potrebbe riaccendere la questione berbera in tutta l’area. All’economia penserebbero naturalmente le istituzioni internazionali…Ma soprattutto si punta a recuperare quanto più possibile dell’esercito di Gheddafi, indispensabile per mantenere l’ordine ed evitare una situazione aperta e ancora non completamente normalizzata come quella di Tunisia e Egitto. Per questo, si dice, bisogna “evitare di ripetere l’errore fatto in Iraq”, dove la dissoluzione dell’esercito di Saddam spinse molti militari alla guerriglia e rese poco controllabile il paese finché a governarlo c’erano solo i fuorusciti tornati al seguito delle truppe di occupazione.Le prime indiscrezioni su questo piano hanno allarmato l’ala più radicale degli insorti di Bengasi, preoccupati dall’eccessiva condiscendenza con i paesi imperialisti da parte di molti esponenti del Consiglio nazionale.Come in Egitto, una vivace battaglia politica contrappone diversi gruppi dell’opposizione, alcuni dei quali (proprio le forze islamiche) sono più disposti a un accordo con settori significativi del regime gheddafiano. Rispetto all’Egitto, pesa l’assenza di un movimento operaio organizzato, anche se Kamal Abu Aita, presidente della nuova federazione egiziana dei sindacati indipendenti ha stabilito collegamenti con la Libia, dove tra l’altro lavorava senza tutela un milione di egiziani.Che accadrà? Difficile dirlo, in Libia come in Tunisia e in Egitto si è avviato un processo tumultuoso il cui esito è incerto. Ma è la sorte di ogni processo rivoluzionario, nessuno ha una strada tracciata verso la vittoria. Ma le speranze suscitate dalla primavera araba non sono infondate: le potenze occidentali vorrebbero controllare questi processi, e sicuramente danno cattivi consigli ai loro amici locali, ma non hanno truppe di terra che possano intervenire efficacemente per bloccare sviluppi sgraditi. Non ne hanno a sufficienza, hanno opinioni pubbliche sempre più ostili a queste imprese, e soprattutto hanno l’esperienza negativa dei paesi in cui le hanno usate senza risultati significativi, come l’Iraq e l’Afghanistan.Per questo i giochi non sono ancora fatti, ed è assurdo che parte della sinistra dia per scontata la sconfitta e rinunci quindi ai compiti di sostegno a queste rivoluzioni, che non sa riconoscere nel caos e negli scontri politici complessi che accompagnano sempre l’ascesa di un processo rivoluzionario.da http://antoniomoscato.altervista.org/
(Su questo, rinvio a quanto scrivevo in aprile, in Come non riconoscere una rivoluzione… a.m. 24/8/11)