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18 dicembre 2011

I semi dell'odio germogliano....


L’Italia non è un paese razzista, le sue leggi e le sue istituzioni invece lo sono.

Qualche giorno fa un gruppo di “bravi cittadini” di Torino (con la presenza della presidente della circoscrizione e segretaria del PD torinese) ha pensato bene di vendicare un inventato stupro contro una “donna italiana” andando in corteo a bruciare un campo Rom situato nel quartiere.

L’altro giorno a Firenze un neonazista italiano – ovviamente subito derubricato a “folle” – ha sparato su ragazzi senegalesi che vendevano al mercato, uccidendone due di loro e ferendone altri.Ma non c’è nulla di cui stupirsi, purtroppo. Dopo anni di razzismo istituzionale si vedono i frutti velenosi. In questo paese ci sono forze politiche di destra (dalla Lega al Pdl) che sui provvedimenti razzisti e xenofobi hanno costruito una parte importante delle loro fortune elettorali; c’è il principale partito di “opposizione” che ha inseguito la retorica della “sicurezza, del controllo, della tolleranza zero” fino ad applicare nelle diverse città (Firenze compresa) ordinanze che discriminano i migranti e impediscono la loro libertà di circolazione; e c’è una destra radicale che ha rialzato la testa e si permette le sue scorribande razziste e fasciste, spesso protetta e coccolata dallo stesso Pdl che fornisce sedi, coperture istituzionali, patrocini. Vogliamo la chiusura immediata delle sedi neofasciste – in particolare di Casa Pound, che riceve da anni sostegni diretti e indiretti dalle istituzioni e dai partiti di centrodestra.

All’odio e alle politiche razziste si deve rispondere con una forte mobilitazione dei migranti e degli antirazzisti, delle organizzazioni democratiche e antifasciste – non solo per mostrare solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime e alle comunità colpite – ma soprattutto per imporre un’alternativa politica e sociale abrogando ordinanze e leggi razziste come la Bossi-Fini, per la chiusura dei Cie, per la fine dello sfruttamento del lavoro migrante, per nuove norme sulla cittadinanza e l’apertura delle frontiere europee.

Per questo saremo nelle piazze il 17 e il 18 insieme alle comunità migranti nella giornata globale dei diritti dei migranti, che assume ora un carattere di mobilitazione antirazzista e solidale.

Sinistra Critica - Organizzazione per la sinistra anticapitalista

14 dicembre 2011

I morti di Firenze: la solidarietà non basta



Non basta condannare l'omicidio freddo e violento di Samb Modou e di Diop Mor, i due migranti senegalesi uccisi a Firenze. Non basta sperare che Moustapha Dieng vinca la sua battaglia contro la morte e che gli altri feriti guariscano in fretta. Non basta esprimere solidarietà alle famiglie dei morti e ai feriti. La solidarietà adesso costa poco e conta ancor meno. Non siamo di fronte al gesto improvviso di un fascista folle. Siamo invece di fronte al risultato della follia sistematica che la legge Bossi/Fini quotidianamente produce e riproduce nella forma del razzismo istituzionale. Le leggi dello Stato trattano i migranti come uomini e donne che possono essere espulsi dopo anni di lavoro in Italia per la mancanza di lavoro. Uomini e donne che possono essere rinchiusi nei Cie praticamente senza alcun diritto. Molti sindaci democraticamente eletti dichiarano pubblicamente che i migranti devono essere eliminati dalle graduatorie per le case popolari. Il razzismo delle istituzioni e quello da bar, assieme a decine di altre sopraffazioni sono parte del quotidiano razzismo prodotto dalla legge Bossi-Fini. Se si tollerano discorsi che fanno degli immigrati sempre e comunque il capro espiatorio della crisi, perché stupirsi se un fascista pensa che sia anche possibile passare all'azione uccidendo due migranti senegalesi?

Di fronte al razzismo pubblico e istituzionale, così come di fronte alla violenza fascista la solidarietà non basta! Anche per Samb Modou, per Diop Mor e Moustapha Dieng è ora di farla finita con la Bossi/Fini e il razzismo, lo sfruttamento e l'odio che essa quotidianamente produce.

Per Samb Modou, per Diop Mor, per Moustapha Dieng e gli altri feriti di Firenze, per tutti coloro che sono quotidianamente colpiti dal razzismo chiamiamo perciò tutti, migranti e italiani, a un presidio sabato 17 dicembre alle ore 10.30 in Piazza Nettuno.

Comunità senegalese di Bologna

Coordinamento migranti Bologna e Provincia

Migranda

Laboratorio On the Move

Info e adesioni: coo.migra.bo.@gmail.com; 3275782056

Razza Umana

Quel che è successo ieri a Firenze non è la conseguenza di un'isolata follia, ma il prodotto dell'intolleranza promossa dal razzismo istituzionale. Come accaduto pochi giorni fa a Torino con l'incendio pianificato di un campo Rom e le violenze contro i Tamil a Palermo, l'uccisione di due senegalesi e il grave ferimento di un terzo, mostrano che l'intreccio tra razzismo delle istituzioni e razzismo da bar continua a produrre il suo orrore. Per la legge Bossi-Fini i migranti sono solo braccia da sfruttare, da riccattare o da richiudere in un CIE senza documenti. Questa, anche, è la radice del razzismo presente oggi in Italia: se è lo Stato stesso a fare dei migranti i nemici, bisogna alzare la voce contro le leggi sbagliate. Mentre si discute della finanziaria, vogliamo dire a chi pensa che siano questioni separate, che senza lottare contro il razzismo istituzionale non sarà nemmeno possibile uscire dalla crisi e dalla precarietà, che è stata costruita in questi anni anche sulla pelle dei migranti legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro.
Anche per questo dobbiamo reagire, tornare in piazza a fianco della comunità senegalese, dei rom e di tutte le vittime del razzismo:
- per lottare assieme a loro contro la cultura dell'odio,
- per una società multiculturale e solidale, che riconosca i diritti delle persone e la libertà di circolazione,
- per chiedere a questo governo segnali di discontinuità reali rispetto alla vergognosa politica di quello che lo ha preceduto.

Aderiamo alla manifestazione di sabato 17 dicembre a Firenze in P.zza Dalmazia alle ore 15:00 e invitiamo tutti a partecipare

Rete Comitati 1° Marzo

02 agosto 2011

I migranti del Cara di Bari occupano ancora una volta i binari e la tengenziale per rivendicare documenti e vita dignitosa

Comunicato di Sinistra Critica Bari
I migranti si sono accorti che appellarsi al Governo italiano, così come alle Istituzioni locali (Regione Puglia in primis) non porta a nessun risultato, se non ad inutili ed estenuanti perdite di tempo. Daltronde sarebbe come se i lavoratori della Fiat o della OM (qui a Bari) riponessero speranze verso i loro padroni, responsabili di licenziamenti, diminuzione dei salari, aumento dei ritimi di lavoro, smantellamento dei diritti.
Ecco perchè questa mattina, alle prime ore dell'alba, ancora una volta i migranti del Cara di Bari hanno deciso di occupare i binari e la tengenziale. Per rivendicare il rilascio dei documenti, permesso di soggiorno o asilo politico che sia! Ormai a loro questa differenza inizia anche ad interessare relativamente.
Tra i migranti del Cara, quelli che passano (e non si sa per quanto tempo e con quale trattamento civile) dalla Tendopoli di Manduria e quelli che vengono sfruttati nelle campagne pugliesi, c'è un forte legame: sono a disposizione degli interessi delle imprese e del caporalato per fornire forza-lavoro a basso costo. In questo meccanismo responsabili e complici sono il Governo, ma anche la Regione Puglia, con il suo ipocrita "buonismo democratico", che cerca di mascherare la falsa accoglienza istituzionale presente in Puglia.
A quali risultati hanno portato le promesse del Governo regionale fatte nei giorni scorsi ai migranti del Cara di Bari in materia di documenti? Cosa significa fregiarsi di essere terra e Regione di frontiera, accogliente e meticcia, se la proposta alla chiusura della tendopoli di Manduria la si concerta con la Protezione civile per poi dirottare i migranti, come se fossero "prigionieri di guerra", da una zona militare tra Oria e Manduria alla base Isaf di S.Vito dei Normanni (Br)? Di fronte all'ormai caporalato "istituzionalizzato" (daltronde ci sarà pure un legame tra le imprese che lo usano e i Governi che le finanziano con sussidi fiscali e risorse pubbliche!) quali provvedimenti si sono presi?
Ma la risposta all'incapacità di gestire in forme civili e democratiche le rivendicazioni dei migranti e i loro diritti sia umani per la cittandinanza che sociali per la dignità sui posti di lavoro la stanno dando gli stessi migranti opponendosi a tutto ciò. Dall'occupazione dei binari agli scioperi autoconvocati nelle campagne domistrano quanto i migranti non facciano sconti a nessuno. Di fronte a condizioni di vita e lavoro al limite di un paese civile loro non si soffermano a guardare se si tratta di governi amici o meno. Lottano per la loro autodeterminazione. E non è un caso che al loro fianco, mentre occupano, protestano in forme autorganizzate, autogestiscono assemblee, ci siano studenti, precari/e, persone sotto sfratto senza casa e non sindacati e/o pseudo antirazzisti autoproclamatisi.
A noi non resta che lottare insieme a loro, senza credere di rappresentarli davanti all'Assessore (amico!) e/o funzionario di governo di turno. Non ci resta che facilitare la costruzione di relazioni tra le varie lotte dei migranti: da quelle per i documenti a quelle per un lavoro e una vita dignitosa. Non ci resta che opporci accanto (e non distanti!) ai migranti per la chiusura della tendopoli di Manduria, aggiungendo che la base Isaf sarebbe identica alla soluzione precedente.
Sinistra Critica Bari

10 giugno 2011

Verona: solidarietà con i/le migranti. Sanatoria per tutt@!

A Verona da due giorni alcuni migranti truffati dalla "sanatoria" del 2009 occupano piazza San Nicolò.

Sinistra Critica esprime la propria solidarietà alle migranti ed ai migranti che da due giorni occupano piazza San Nicolò. Quanto sta accadendo è la dimostrazione più evidente di come le politiche razziste adottate dal governo Berlusconi-Bossi creino situazioni drammatiche, violino i diritti individuali di uomini e donne, calpestino la dignità di migliaia di lavoratori e lavoratrici migranti, usati come braccia da sfruttare e poi gettare via o rinchiudere in quelle carceri illegali chiamati C.I.E.
Ma sono clamorosi anche i paradossi di una politica che vorrebbe tenere a "casa loro" i migranti e che poi pratica guerre neocoloniali come in Libia e appoggia i peggiori governi autoritari e repressivi in Africa e in Medioriente.
Sinistra Critica, da sempre impegnata nelle lotte antirazziste, ritiene necessarie e urgenti tre misure: una sanatoria generalizzata che permetta alle migliaia di migranti costretti in situazioni di clandestinità, di raggiungere una vita dignitosa, un lavoro regolare e di poter godere dei diritti come tutti gli altri cittadini; spezzare il legame perverso e ricattatorio tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; chiudere immediatamente tutti i C.I.E.

Sinistra Critica - Organizzazione per la Sinistra Anticapitalista

29 maggio 2011

Con la lotta si vince

Brescia, 26 maggio 2011

Dopo otto mesi di lotta, dal presidio davanti agli uffici della Prefettura in settembre all'occupazione della gru per 17 giorni fino al recente presidio di quattro giorni sul sagrato del Duomo di Brescia, e le due sentenze del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Europea, il Governo e il Ministero dell'Interno sono stati costretti a diramare una circolare che riconosce i diritti dei migranti che avevano fatto domanda di sanatoria nel 2009. La condanna per non aver obbedito all'espulsione non è ostativa per l'ottenimento del permesso di soggiorno.

Sono stati mesi molto duri e difficili in cui ci siamo scontrati con il razzismo istituzionale dell'amministrazione comunale e della Prefettura, con politiche securitarie che vedono i migranti come un problema di ordine pubblico, con la repressione e le espulsioni dei migranti che in prima persona hanno portato avanti la lotta. Sono stati però anche mesi che hanno insegnato molto. Dalla solidarietà tra migranti, tra antirazzisti e migranti, tra migranti e una parte significativa della città, alla necessità dell'autorganizzazione dei migranti, del conflitto sociale per affermare i propri diritti. La determinazione dei migranti è stato un esempio per tutti coloro, nativi e migranti, che sono costretti a subire discriminazioni, tagli dello stato sociale, peggioramento delle condizioni di reddito e di vita.

Oggi possiamo dire che con la lotta si vince, un passo importante è stato fatto ma non ci fermeremo.

Se i migranti che sono stati condannati per la cosiddetta clandestinità avranno il permesso di soggiorno, ci sono ancora purtroppo migliaia di migranti che sono stati truffati da imprenditori senza scrupoli che stanno aspettando il permesso di soggiorno. Questa è l'ennesima dimostrazione che la legge Bossi-Fini, con il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, produce solo clandestinità, precarietà e sfruttamento.

Per noi questa vittoria è solo una tappa, la lotta dei migranti e degli antirazzisti contro il razzismo istituzionale continuerà.


Presidio sopra e sotto la gru

Associazione Diritti per Tutti

03 aprile 2011

Contro le guerre e le dittature! Sostegno alle rivolte arabe, solidarietà alle/ai migranti!

La politica di guerra – guidata da governi europei e Stati uniti, con la preziosa collaborazione dei governi “moderati” di Arabia saudita, Emirati arabi, Qatar... – ha due facce in questi giorni: da una parte i bombardamenti sulla Libia e le altre misure militari, dall’altra la repressione di profughi e migranti, con il corollario di una retorica razzista sparsa a piene mani.
Le persone che si rivoltano e rivendicano libertà e democrazia, ipocritamente sostenute una volta che da sole hanno sconfitto i regimi appoggiati dagli stessi governi occidentali, una volta arrivati da questa parte del Mediterraneo sono considerati clandestine, illegali, destinate ad essere rinchiusi in tendopoli precarie, pronte ad essere identificati per decidere nel frattempo che fare di loro: espellerli per rispedirli da dove sono arrivati oppure riconoscergli lo status temporaneo di profugo, magari per qualche mese o anno… oppure renderli funzionali alle esigenze dell'economia di mercato dell’occidente “democratico”, con qualche posizione precaria, “clandestina”, ricattabile.

Il governo italiano è come sempre in prima fila nelle politiche di “respingimento” – fin dai tempi della nave affondata militarmente (D’Alema presidente del consiglio), fin dai respingimenti in mare contro ogni norma internazionale, per arrivare agli accordi con i dittatori (i “pazzi” come Gheddafi, o più presentabili come Ben Alì) perché facessero il lavoro sporco per l’Italia e l’Unione europea, attraverso la costruzione di campi di concentramento sul suolo africano e il pattugliamento marino.
Oggi gioca con la vita e la dignità delle persone, creando la “emergenza” Lampedusa per poter gridare all’invasione, per poter ribadire la parola d’ordine “fuori dalle balle” (come dichiara il sempre elegante Umberto Bossi), per poter giustificare l’intervento militare e allo stesso tempo una rinnovata presenza di controllo del Mediterraneo. La visita elettorale di Berlusconi rappresenta oggi l’ennesima presa in giro del “partito del fare” che vuole buttare fumo in faccia a lampedusane/i e opinione pubblica italiana.
Emergenza? Come ci indica il Forum dei diritti economici e sociali tunisino “la Tunisia ha affrontato questa emergenza, basandosi sui propri mezzi e attraverso una campagna di solidarietà attivata soprattutto dai cittadini tunisini senza nessuna lamentela e senza chiedere alcun aiuto alla comunità internazionale, ai cittadini, agli Stati o agli organismi internazionali”.

Il nostro deciso no alla guerra e all’intervento militare è anche un deciso sostegno alle rivoluzioni arabe – associandoci alle richieste che dall’interno di quei paesi chiedono l’interruzione dell'attuazione degli accordi sulle questioni migratorie, accordi stipulati con gli ex-regimi dittatoriali contro i diritti dei loro stessi cittadini - e un impegno di lotta contro lo “status” di clandestino riconoscendo a tutte/i la libertà di circolazione, affinché scompaia una volta per tutte il permesso di soggiorno a tempo vincolato al contratto di lavoro. Solo così alla reale cittadinanza si unisce la rottura col meccanismo che consente lo sfruttamento di manodopera a basso costo, da utilizzare come merce, ad uso e consumo di chi estorce lavoro altrui per arricchirsi sempre più. È una battaglia contro la precarietà della cittadinanza dei migranti imposta dall’Europa, per il riconoscimento del permesso di soggiorno per tutti, non temporaneo e ad intermittenza.

Per quanto riguarda l’attuale “emergenza” italiana vogliamo che i migranti imprigionati a Lampedusa e in altre tendopoli e simili precarie sistemazioni siano lasciati liberi di trasferirsi nelle altre regioni italiane dove si possano offrire loro condizioni di vita che rispettino la dignità umana, e protezione secondo quanto stabilito dalle leggi internazionali.
Il movimento contro la guerra che con lentezza sta riprendendo la parola e le piazze – in particolare con le molte iniziative del prossimo 2 aprile a cui partecipiamo con convinzione - dovrà costruire anche un’iniziativa di solidarietà con le/i migranti e contro le politiche razziste del governo italiano e dell’Unione europea.
Intanto i circoli di Sinistra Critica si rendono disponibili all’accoglienza e all’attivazione di reti di sostegno e protezione per i migranti che riusciranno sfuggire a queste prigioni neo-coloniali

Esecutivo nazionale Sinistra Critica

29 marzo 2011

Working Class Heroes. I migranti, la guerra e l’impossibile democrazia

Sono eroi della libertà quando riempiono le piazze del Cairo, di Tunisi, di Bengasi, della Siria e del Bahrein. Al di qua del mare diventano profughi, clandestini, sfollati.
Lottare per la democrazia ha significato per loro anche aprire un varco in quelle frontiere che i regimi della paura avevano murato, con il sostegno, il denaro, la connivenza dei governi europei. Chiamandoli profughi, clandestini, sfollati, si ricostruiscono i muri sulle macerie di quelli che sono stati abbattuti.
Ponendo l’esclusiva questione del diritto d’asilo il governo italiano – ma anche quelli europei – si garantisce la possibilità di ritirare la «protezione umanitaria» una volta che la guerra sia dichiarata conclusa. Se il pericolo non sussiste, crollano anche le condizioni dell’asilo. Lo sa bene il ministro Maroni, il quale intanto invoca il principio del «burden sharing» e indica la via del diritto d’asilo europeo, mettendo così in questione la struttura portante della normativa dell’Unione in materia. Si chiama Dublin II, e significa che i migranti sono vincolati al luogo in cui fanno la richiesta d’asilo, dal quale non possono spostarsi fino a che non abbiano ottenuto risposta. Chiaro che se il principio fosse rispettato, il “peso” che l’Italia dovrebbe affrontare sarebbe eccessivo, soprattutto a quelli che hanno annunciato improbabili esodi biblici in modo da ergersi a eroi e protettori della patria. Questi eroi, che non sono i nostri eroi, hanno per anni controllato i movimenti dei migranti verso l’Europa garantendo il loro sostegno ai regimi della paura non solo dell’Africa del nord, ma ovunque fosse possibile bloccare i migranti.
Oggi bombardano uno di quei regimi e lo fanno in nome della democrazia per la quale sono scese in piazza le donne e gli uomini della Libia. Ma le donne e gli uomini della Libia, come quelli di Tunisi che ogni giorno arrivano sulle coste di questo paese, hanno combattuto anche per conquistarsi la libertà di muoversi attraverso le frontiere che in questi anni, e soprattutto in tempo di crisi, sono state tenute ben chiuse. La loro democrazia è questa libertà, su questa libertà si gioca la partita della rivoluzione nel mondo arabo. Solo grazie alla lotta di quegli uomini e di quelle donne la Tunisia ha aperto le frontiere a quei migranti che proprio dalla Tunisia e dall’Egitto, dalla Cina e dal Pakistan, avevano raggiunto la Libia per lavorarci e viverci mentre oggi se la lasciano alle spalle, con le bombe che la riducono in macerie.
La democrazia delle bombe è un’altra: alla ‘fine’ di questa guerra sarà democratico quel governo – qualunque governo – che prometterà all’Europa di vigilare con ogni mezzo necessario sulle sue frontiere, aprendo gli argini solo di fronte alle esigenze della produzione. Non dimentichiamolo: alla vigilia della guerra i padroni europei hanno richiamato in patria i loro “cittadini”, lasciando i lavoratori migranti a rischiare la vita per garantire il profitto. Non dimentichiamolo: mentre Maroni annunciava l’invasione delle nostre coste, Sacconi dichiarava che per uscire dalla crisi l’Italia avrebbe bisogno di due milioni di migranti, quattro milioni di braccia da mettere al lavoro. Allora è da qui che bisogna partire: il fatto della guerra non trasforma questi migranti in profughi o sfollati.
Non smettono di essere eroi della libertà quando attraversano il confine invisibile e armato che solca il Mediterraneo. Qualunque sarà il loro status, questi uomini e queste donne attraverseranno l’Europa con o senza permesso e in Europa vivranno, lavoreranno, faranno i conti ogni giorno con la realtà brutale del razzismo istituzionale che è l’ordinaria condizione di milioni di uomini e donne, non soltanto in Italia. Questa condizione non è determinata dall’eccezionalità della situazione di guerra; dalla guerra sarà forse aggravata, se migliaia di persone saranno costrette ad accettare condizioni di vita e lavoro persino più pesanti di quelle alle quali la Bossi-Fini o le normative europee già li costringono.
Sacrosanto è affermare il dovere d’accoglienza, ma l’attraversamento del mare non può rigettare questi uomini e queste donne dall’eroismo alla vittimizzazione, rendendoli oggetti inerti di doverose cure o assistenza dopo averli inneggiati come protagonisti di vere e proprie rivoluzioni. Il ponte tra le due sponde del Mediterraneo si costruisce prima di tutto qui, pensando che gli uomini e le donne che oggi raggiungono l’Italia e l’Europa stanno e staranno accanto a quei migranti che ordinariamente lottano sapendo di dover essere ogni giorno eroi per resistere allo sfruttamento e al razzismo che moltiplica le frontiere.
Noi diciamo no a questa guerra perché mentre parla di democrazia mira invece a chiudere ogni possibilità di movimento, in modo da bloccare gli individui e le generazioni in un posto assegnato loro una volta per tutte. La cosa più esplosiva dei movimenti di rivolta degli ultimi mesi è che essi trasformano definitivamente il contenuto stesso della democrazia, sia in Europa sia dove le rivolte hanno avuto luogo. In piazza Tahrir c’erano anche migranti provenienti da altri paesi africani che contestavano un regime odioso tanto a loro quanto agli egiziani. I movimenti dei migranti non esportano solo le loro braccia e i loro cervelli, ma una pretesa democratica che non è confinabile in un sistema politico territoriale chiuso. Questo è ciò che terrorizza il ministro Maroni, i governi europei e molti governanti dei paesi arabi: non è il numero di migranti che potrebbe arrivare a fare paura, ma la pretesa di democrazia, di uguaglianza e di libertà che viaggia con loro. Hanno passato gli ultimi anni a cercare di esportare un’impossibile democrazia e ora che se la vedono restituire a domicilio, tentano disperatamente di rinchiuderla a Lampedusa o in Sicilia, ma comunque ben lontano dalla Padania, da Parigi o da Londra.
Dire no a questa guerra, significa dire no alla democrazia dei confini e dello sfruttamento che vogliono imporre con le armi e con gli accordi di riammissione. Non cambia nulla se questi accordi sono garantiti dalla violenza dei despoti della porta accanto, fino a poche settimane fa peraltro riconosciuti e onorati, o da regimi con la patente democratica: non si può dipingere di rosso una porta nera. Chi vuole dire no a questa guerra, chi vuole ripensare alla radice la democrazia può e deve stare dalla parte dei migranti e delle migranti che sono qui e che arrivano, che lottano per muoversi e che lottano per restare, che non vogliono essere alternativamente un ‘peso’ oppure una risorsa, che ogni giorno sono gli eroi di una classe operaia ormai transnazionale. E d’altronde a working class hero is something to be...

Coordinamento Migranti Bologna e provincia
www.coordinamentomigranti.splinder.com
coo.migra.bo@gmail.com
3275782056

07 marzo 2011

Né generale, né generalizzato. Un modesto sciopero politico

Una riflessione del Coordinamento migranti di Bologna come contributo al dibattito sullo sciopero precario

Da mesi evocata, richiesta, immaginata, alla fine è arrivata la data dello sciopero generale della CGIL. Non si sa se sarà davvero l’occasione in cui il sociale mostrerà tutta la sua forza di pressione politica. Oppure se le quattro ore di astensione dal lavoro per i diritti e contro la politica del governo saranno un contenitore nel quale ognuno potrà immaginare il proprio avversario per poi dire di averlo colpito duramente. Si vedrà. Noi ci limitiamo a osservare che lo sciopero forse non è più pensabile solo come un’astensione dal lavoro con relativa manifestazione e comizio finale; forse è necessario fare un passo avanti.
Intanto, tra mille difficoltà, e con una partecipazione decisamente inferiore rispetto all’anno precedente, lo scorso primo marzo ha avuto luogo la seconda giornata senza immigrati “24h senza di noi”. Si potrebbe facilmente ironizzare dicendo che la giornata è effettivamente riuscita, perché pochi immigrati vi hanno partecipato e molti forse ne ignoravano persino l’esistenza. In questo clima di difficile visibilità per i migranti c’è chi ha scelto di tornare a pratiche eclatanti e simboliche che nell’assalto al Cie, mentre urlano la giusta rabbia dentro a una situazione intollerabile, rischiano però di rappresentare in forma rovesciata il modello emergenziale con il quale sono costantemente affrontati i movimenti dei migranti. Come non pensiamo che la precarietà sia un dato contingente della presente organizzazione del lavoro, al quale si possa rispondere con qualche aggiustamento giuridico o contrattuale, così non pensiamo che i movimenti dei migranti siano un fatto eccezionale da governare o da sostenere in modo episodico ed esemplare.
Poiché pensiamo che la presenza dei migranti sia un dato strutturale e insopprimibile all’interno delle nostre società, noi abbiamo scelto un’altra strada. Con rabbia non minore abbiamo scelto di organizzare come l’anno scorso lo sciopero con e dei migranti. L’abbiamo fatto attraversando dove possibile gli attivi dei delegati della Fiom, parlando con gli operai migranti e italiani nelle fabbriche e nelle cooperative, incontrando e mettendo in comunicazione il lavoro precario e migrante. Lo sciopero che ne è uscito ha visto a Bologna una partecipazione più ampia di quella dello scorso anno sia per le fabbriche coinvolte sia per il numero di lavoratori che vi hanno partecipato. Un modesto sciopero politico che non ha difeso né richiesto un contratto, ma ha opposto italiani e migranti insieme a una condizione particolare che finisce per coinvolgere tutti. Uno sciopero che ha individuato il suo avversario tanto nelle imprese, che sull’economia della legge Bossi-Fini costruiscono i loro profitti, quanto nelle norme legislative e amministrative che consentono questo specifico regime di accumulazione di profitti.
Noi sosteniamo che i migranti nella loro singolarità mostrano quotidianamente i caratteri universali della condizione precaria: sia per la regolare irregolarità delle loro condizioni lavorative, sia per il dissolvimento dei contenuti materiali della cittadinanza che vivono sulla loro pelle. Ciò significa che ogni riflessione sul nuovo welfare dovrebbe non solo evitare il collegamento al salario come criterio della cittadinanza, ma anche porsi il problema di quali gerarchie sociali implicite potrebbe stabilire l’accesso alle prestazioni sociali. Il welfare forse non può essere solo il risarcimento per il salario mancante, ma anche porsi la questione di quale relazione ogni welfare stabilisce tra le figure lavorative, visto che, per esempio, sul terreno attuale del welfare, già ampiamente monetarizzato, la divisione sessuale del lavoro rinnova e rafforza lo sfruttamento e l’isolamento delle donne migranti. Per queste e altre ragioni di fronte a chi, ogni volta che si parla sciopero del lavoro migrante, dice che si tratta di uno sciopero etnico, c’è ormai solo il fastidio. Lo sciopero del lavoro migrante non è stato, né può essere, solamente lo sciopero dei migranti, ma ha attraversato e coinvolto moltissimi lavoratori, precari e non. Allo stesso tempo non può essere solo uno sciopero nazionale, perché il lavoro migrante mette a nudo la dimensione transnazionale dello sfruttamento del lavoro precarizzato. Forse non è allora un caso che quest’anno, anche a Vienna ci sia stata un’esperienza di sciopero del lavoro migrante, così non dovrebbe stupire che a Bologna si sia registrata la presenza massiccia di studenti e di donne che hanno agito in autonomia, ma anche in continuità con lo sciopero stesso.
L’opposizione alla condizione migrante mette infatti in gioco tanto la possibilità di accedere alla formazione quanto la lotta contro il patriarcato. La lotta contro una condizione composta di particolarità non sopporta una facile sintesi generale. Gli studenti figli di migranti non tollerano più l’etichetta di seconda generazione, seguendo la saggia idea di non voler essere secondi a nessuno. Non vogliono accomodarsi insieme ai loro compagni degli istituti tecnici e professionali nella sala d’attesa della cittadinanza nella paziente attesa di un lavoro precario e sottopagato. Le donne italiane e migranti sanno perfettamente che il patriarcato non è un residuo del passato e tanto meno il portato esotico che proviene da terre lontane, ma una modalità concreta e attuale di organizzare i rapporti tra gli uomini e le donne e, non da ultimo, il lavoro riproduttivo, salariato o meno. Una condizione che necessariamente si oppone ai modelli di trasmissione del sapere e alle logiche più intime di divisione del lavoro produttivo e riproduttivo non può che essere una condizione universale. Uno sciopero contro questa condizione non può che essere uno sciopero politico, che non ricompone tutti i protagonisti in un’unica figura, ma li fa comunicare e agire insieme contro avversari riconosciuti come comuni.
Quest’anno abbiamo propagato la parola d’ordine dello sciopero con lo slogan: L'abbiamo fatto e lo rifaremo... Anche dentro il dibattito e la pratica dello sciopero precario porteremo l’esperienza di quello che abbiamo fatto, senza la pretesa di indicare un altro modello generalizzabile, ma segnalando un metodo che può contribuire a fare dello sciopero precario qualcosa se non nuovo almeno politicamente originale.

28 febbraio 2011

1 marzo: per l'accecante visibilità delle donne, con le donne migranti

Per adesioni: migranda2011@gmail.com

Il 20 febbraio diverse donne migranti e italiane si sono incontrate a Bologna per ragionare insieme sul conquistare una visibilità verso lo sciopero e le manifestazioni del prossimo primo marzo, ma non solo. Già l’anno scorso molte donne hanno scioperato e sono scese in piazza, accettando la sfida di mostrare che cosa succede se i migranti e le migranti che vivono in Italia decidono di incrociare le braccia per un giorno, e con loro tutti gli italiani e le italiane stanchi di vedere attaccati il loro lavoro e i loro diritti, stanchi del razzismo istituzionale. Già l’anno scorso c’erano molte donne ma non quante avrebbero potuto, e soprattutto non quante avrebbero voluto esserci. Perché scioperare, determinare la propria presenza, far sentire la propria voce è per le donne, migranti e italiane, una doppia sfida. L’assenza delle donne è determinata dal doppio incarico al quale sono costrette: il lavoro di cura e domestico (pagato o non pagato) e lo sfruttamento nei posti di lavoro che colpisce soprattutto le donne migranti. Questa situazione, determinata da un sistema patriarcale (che non ha né cultura né nazione, né religione, ma che è universale) passa attraverso l’attacco quotidiano alle operaie della casa, alle mogli, alle lavoratrici isolate, e si articola in svariate maniere. In Italia, la legge Bossi-Fini è lo strumento utilizzato per riaffermare, in forme sempre nuove e violente, il linguaggio del patriarcato. Una legge che colpisce due volte le donne migranti tramite il contratto di soggiorno per lavoro che le rende lavoratrici ricattabili (sia nelle fabbriche sia nelle case), sempre a rischio di diventare “clandestine”, di essere rinchiuse nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) ed espulse. E ancora: la legge Bossi Fini rafforza il patriarcato che è nelle case perché le donne migranti che sono in Italia per ricongiungimento famigliare dipendono dal permesso di soggiorno del marito e per loro è difficile o impossibile – anche in assenza di supporti concreti – liberarsi dalla subordinazione o dalla violenza domestica che, come capita anche a moltissime donne italiane, spesso esercitano i mariti. Inoltre la legge Bossi-Fini riproduce su scala transnazionale la divisione sessuale del lavoro riproduttivo. Il lavoro domestico e di cura è sempre destinato alle donne, migranti o italiane che siano, anche se una parte delle donne è riuscita a liberarsi almeno parzialmente da questo «destino domestico» pagando un’altra donna. Finché le donne migranti saranno riconosciute solo come «ruoli» (mogli, prostitute che possono riscattarsi solo come vittime, badanti e colf sulle quali si amministra il nuovo welfare privato, pagato dalle donne) la libertà di tutte le donne è sotto attacco. Per questo è necessario oggi conquistare la parola e la visibilità politica delle donne, soprattutto di quelle migranti. Perché le migrazioni delle donne mettono in discussione le strutture sociali e patriarcali sia nei paesi di partenza sia in quelli di arrivo. Da questa potenza, oltre le reali difficoltà, dobbiamo muovere insieme il passo verso una presenza politica. Una presenza che ci faccia prendere e riprendere la parola! A Bologna è stato chiaro che noi donne, migranti e italiane, non siamo più disposte ad accettare che il nostro sfruttamento e la nostra subordinazione siano giustificati da stati, culture, tradizioni o religioni. Non siamo più disposte ad accettare un antirazzismo neutro o il linguaggio politicamente corretto di un multiculturalismo che giustifica le aggressioni contro le donne che accadono all’interno delle comunità e delle famiglie. Criticare questa realtà non vuol dire fare una crociata razzista colpendo indiscriminatamente tutta le comunità migranti ma vuol dire criticare le pratiche patriarcali esercitate da uomini sia immigrati sia italiani. Vuol dire riaffermare una battaglia per la libertà delle donne, migranti e italiane. Per questo chiamiamo il nostro sfruttamento e la nostra subordinazione (quelli imposti dalla legge Bossi-Fini e quelli raccontati come “tradizione”) con il loro vero nome: patriarcato. Proponiamo alle donne, dentro e fuori il movimento dei migranti e antirazzista, a tutte coloro che stanno scendendo nelle piazze per affermare la propria libertà di donne contro un potere che si esercita prima di tutto sui loro corpi, di costruire una propria visibilità accanto alle donne migranti, prima di tutto nelle piazze del primo marzo. Ma proponiamo di avviare un percorso di assemblee, a livello locale e nazionale, per far valere anche oltre il primo marzo la voce e la presenza delle donne, con le donne migranti. Perché la loro assenza dalle piazze è un silenzio assordante. Perché la visibilità che le donne si riprendono sarà accecante.

Le Donne del Coordinamento Migranti Bologna e Provincia.
Associazione Todo Cambia, Milano.
Associazione Trama di Terre, Imola.
Rete Intrecci: Associazione Donne in Cammino per la Famiglia, Forlì-Cesena; Associazione. Il Ventaglio, Bologna; Associazione ANNASSIM, Bologna; Associazione Che la Festa continui, Casalecchio (Bo); Associazione Donne del Mondo, Forlì-Cesena; Associazione UDI, Modena; Ass. Differenza Maternità, Modena, Ass. Donne in nero; Ass Vagabonde, Parma.

Per adesioni: migranda2011@gmail.com

16 febbraio 2011

Verona: Siamo tutt@ sulla gru

Novembre 2010, Brescia. Per oltre due settimane sei cittadini migranti hanno resistito su una gru, a decine di metri d'altezza, per rivendicare i loro diritti, negati dalla sanatoria truffa del 2009. Come prosegue quella lotta? Qual è stata la sorte di molti di loro?

Ne parliamo con:

Avv. Gian Andrea Rochi (foro di Bologna)

Sauro Di Giovanbattista (Asociazione Diritti per Tutti - Presidio sottola gru)

Chiaccherata condita da aperitivo

domenica 20 febbraio ore 19

presso la nostra sede in vicolo Dietro Campanile San Tomaso 4

05 dicembre 2010

Via Imbonati: primo bilancio di una lotta importante

Sinistra Critica Milano
Alla fine anche gli ultimi due migranti sono scesi dalla Torre di via Imbonati, in una situazione difficile e confusa – nella quale le pressioni politiche dei soliti Boni, DeCorato (e ovviamente Maroni, che conta qualcosa in più dei suddetti…) hanno prodotto un irrigidimento della questura che ha portato Abdel al Cie per l’espulsione – il ragazzo originario del Marocco che stava male, è stato portato a Niguarda superpiantonato e da lì la sera stessa in questura e poi al Cie; questo ragazzo faceva il muratore in nero e il padrone che aveva presentato la domanda di sanatoria non ha di fatto voluto regolarizzarlo e non si è presentato all’appuntamento: un caso esemplare della “sanatoria truffa” – che provocherà danni solamente per il ragazzo migrante e non per il padrone italiano!Nei confronti di Abdel è scattata la vendetta delle istituzioni che hanno mal sopportato la lotta e il protagonismo dei migranti, sulla base di un principio purtroppo molto diffuso del razzismo istituzionale (che diventa spesso luogo comune): chi viene in Italia non ha diritti, ma solo concessioni legate alla sua utilità per il mercato del lavoro locale. Lottare significa “tradire” questo principio e per questo chi lo fa deve essere allontanato.
Questo finale negativo della lotta di via Imbonati non deve però farci cancellare gli elementi positivi e in qualche misura inediti di questa stessa lotta importante.Una lotta politica – che non è cominciata con l’occupazione della Torre e non finirà con la stessa occupazione. Non abbiamo mai creduto che questa occupazione e il presidio di sostegno potessero di colpo cambiare la politica sull’immigrazione del ministro Maroni e del governo e nemmeno far ottenere un permesso di soggiorno a tutte/i quelle/i che stanno lottando e/o a quelle/i truffate/i da una legge di sanatoria indecente. Per questo non abbiamo mai considerato di particolare importanza i risultati dell’incontro in Prefettura – che comunque hanno mostrato che la lotta è servita a smuovere l’inerzia delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali e aprire qualche spazio per rivedere le posizioni di molte/i migranti. Il giudizio sull’iniziativa deve invece essere un giudizio politico complessivo, sulla lotta, sulla sua fase attuale e sul proseguimento possibile e necessario.
L’occupazione della gru a Brescia e della Torre in via Imbonati hanno avuto un ruolo ed un successo indubbio: il merito di ridare voce e visibilità alla lotta delle/dei migranti e il successo di aver investito di questa lotta istituzioni politiche e forze politiche e sindacali costrette a muoversi per rispondere in qualche misura alle domande delle/dei migranti.Le risposte e le soluzioni non verranno da tavoli tecnici, ma questi possono essere utilizzati per risolvere il problema di qualcuna/o e per continuare a denunciare le truffe e le condizioni di vita di chi è costretta/o alla “clandestinità” – mantenendo l’iniziativa di lotta.
L’errore è stato probabilmente quello di non aver deciso prima di passare ad una fase diversa della lotta stessa, che doveva continuare e diffondersi, evitando di rimanere bloccate/i sulla Torre e in via Imbonati, per passare dalla Torre alla città intera, diffondendo i presidi permanenti, costruendo iniziative in altri quartieri e nel centro della città, rilanciando e allargando l’organizzazione del Comitato Immigrati e della rete antirazzista e solidale (naturalmente continuando a sostenere collettivamente le vertenze singole contro le truffe e per ottenere il permesso soggiorno).
Purtroppo nelle valutazioni sulla lotta e nel presidio hanno pesato le consuete e pesanti divisioni che si sono create – dentro il Comitato Immigrati e tra i soggetti solidali e antirazzisti, tra chi riteneva di dover proseguire una lotta ad oltranza senza quasi più obiettivi riconoscibili (con una rigidità verso qualsiasi trattativa che sottovalutava il grave rischio, poi realizzatosi, dell'incarcerazione di Abdel…) e chi pensava avrebbe dovuto esserci uno scarto, una discesa dalla Torre gestita e non subita.Inutile aggiungere che le divisioni tra i soggetti – italiani – hanno mostrato anche le consuete rivalità di piccolo cabotaggio tra organizzazioni sindacali e l’avventurismo di chi proclama rivolte che altre/i purtroppo pagheranno!
La lotta non finisce con la discesa dalla Torre. Dobbiamo in primo luogo mantenere la pressione sulle istituzioni affinché Abdel non sia espulso.Dobbiamo poi – con intelligenza – rilanciare l’iniziativa contro la sanatoria truffa e per uguali diritti per tutte e tutti. Un’iniziativa che ha bisogno prima di tutto del protagonismo migrante - che va sostenuto, accettandone tempi e spazi, senza pressioni indebite che ne mettono a rischio efficacia e possibilità di successo – e di una rete antirazzista e solidale che riconosca questo protagonismo (e lo rispetti senza volersi sostituire ad esso o pensare di piegarlo alle proprie logiche, istituzionaliste e moderate o ribelli e avventuriste); una rete capace di confrontarsi al suo interno senza continue accuse reciproche e senza volontà di egemonia muscolari e di piazza che a nulla servono, e che non ci interessano minimamente.
A questa rete, con le forze che ne condivideranno modalità di lavoro e obiettivi, vogliamo contribuire. Perché Sinistra Critica ha aderito fin dall’inizio all’appello di sostegno all’occupazione della Torre di via Imbonati e al presidio, così come le/i nostre/i compagne/i bresciane/i sono in prima fila nell’associazione “Diritti per tutte/i” e nelle lotte locali. Lo siamo stati, e siamo ancora, per due semplici motivi ma fondamentali: in primo luogo perché ne condividiamo gli obiettivi politici – cioè il pieno riconoscimento di uguali diritti per tutti e tutte e nuove regole per ottenere il permesso di soggiorno, prima di tutto attraverso una sanatoria generalizzata per chi sta lavorando o sta cercando lavoro in Italia; in secondo luogo perché crediamo nell’auto-organizzazione e nel protagonismo diretto dei soggetti sociali che lottano per i loro interessi e i loro diritti. Abbiamo in queste settimane cercato di sostenere il presidio in vari modi, con la nostra presenza e con la diffusione delle sue ragioni dove siamo presenti.Continueremo a sostenere e a partecipare alla lotta delle/dei migranti – che grazie all’iniziativa di Brescia e di via Imbonati hanno fatto un passo avanti

23 novembre 2010

Brescia: nasce la "CASSA DI SUPPORTO LEGALE"

ISTITUITA LA “CASSA SUPPORTO LEGALE” PER LE PERSONE COLPITE DALLA RAPPRESAGLIA DI MARONI E DELLA LEGA

Il presidio della comunità solidale che si è costituito sotto la Gru della protesta dei migranti a Brescia, ha istituito una cassa per sostenere le spese legali degli arrestati e dei fratelli rinchiusi nei CIE e poi deportati.
Servono molti soldi per i ricorsi e per l’assistenza legale dei protagonisti della straordinaria lotta per i diritti e per i permessi di soggiorno che hanno subito la vendetta del razzismo istituzionale.
Per questa campagna straordinaria di sottoscrizione i versamenti, anche di piccola entità, potranno essere effettuati con diverse modalità:
1) IN CONTANTI, passando dagli studi di Radio onda d’urto in via Luzzago 2/B a Brescia, tutti i giorni dal lunedì al sabato dalle 7 alle 19.30.
2) tramite CONTO CORRENTE BANCARIO intestato a RADIO ONDA D’URTO ASS. CULT. presso BANCA POPOLARE ETICA IBAN: IT59H0501811200000000100748
3) tramite BOLLETTINO POSTALE sul c/c 12182317 intestato a BANCA POPOLARE ETICA Piazzetta Forzatè – Padova
Nei casi di versamento attraverso banche o posta è importante ricordarsi di inserire la causale “RODU – CASSA PRESIDIO SOTTO LA GRU”.

www.dirittipertutti-gnumerica.org www.radiondadurto.org

Anche il Veneto a rischio Cie. E la mobilitazione si rafforza


Francesco Casoni* (Terra a Nordest)
IL CASO. Paradossalmente la volontà del governo nazionale di aprire un Centro di identificazione ed espulsione nella nostra Regione ha permesso di porre la questione migranti al centro del dibattito. Si allarga il fronte dei contrari.

Viene quasi da ringraziare il ministro Maroni e il governatore Zaia per la proposta di costruire il primo Cie veneto in provincia di Rovigo. La loro ipotesi di collocare nell’ex base militare di Zelo il centro identificazione ed espulsione per immigrati irregolari, infatti, un effetto benefico l’ha già ottenuto: portare al centro dell’attenzione, grazie alla forza della cronaca, una questione quasi sconosciuta alla maggior parte della popolazione.

Se un articolo del Corriere del Veneto non avesse scoperto le carte verso la fine dello scorso luglio, il progetto sarebbe rimasto segreto, magari fino all’ultimo. E il silenzio calato sull’argomento dopo qualche mese di bufera mediatica, che ha scompigliato prima di tutto le fila del centrodestra, indica che la priorità in questo momento, a pochi mesi dalle elezioni amministrative e con un governo traballante, è di parlarne il meno possibile. Invece, contro l’ipotesi di trasformare la base missilistica nell’alto Polesine in campo di detenzione per migranti ha fatto insorgere gli amministratori locali, ma soprattutto una rete di associazioni, movimenti e cittadini, che lo scorso 24 settembre ha portato in piazza e poi in carovana qualche centinaio di persone per il Clandestino Day per rispondere con un secco «No» a qualsiasi Cie.

Da questa esperienza di mobilitazione è nato il Coordinamento Veneto No Cie, che punta a rimanere vigile, come un presidio di civiltà sul territorio. Perchè una cosa Maroni l’ha chiarita: il Cie si farà comunque. Ci sono altre ipotesi, ma il Polesine è ancora in lizza, innanzitutto per ragioni politiche. Un anno fa la coalizione di centrosinistra ha sconfitto il candidato del Carroccio, Antonello Contiero, anche grazie ai voti di un manipolo di ex leghisti in dissidio con la segreteria provinciale. Se c’è una terra «traditrice» da punire, questa è il Polesine.

Il sito individuato, poi, resta appetibile. E’ vero che la base è in disfacimento da oltre dieci anni, che manca di collegamenti stradali e di un aeroporto, ma Zelo è un’ottima soluzione di ripiego per togliere le castagne dal fuoco alla vicina provincia di Verona, in cui il centrodestra vorrebbe il Cie, ma deve fronteggiare l’opposizione dei propri sindaci. Insomma, ragioni oggettive per rimanere all’erta non mancano. Ma la ragione principale riguarda i motivi per cui, la scorsa estate, è sorta l’idea di un coordinamento «No Cie» su scala regionale. In Polesine il dibattito contro il Cie è stato praticamente monopolizzato da fredde motivazioni campanlistiche («Non va bene qui, fatelo altrove») o di opportunità politica («E’ così che la Lega difende il territorio?»).

Pochissimi hanno condannato semplicemente la disumanità dei Cie e delle politiche sull’immigrazione. Tra questi l’assessore all’Immigrazione di Rovigo, Giovanna Pineda, che ha rievocato il terribile paradosso per cui un’immigrata irregolare che denunci un abuso subito viene a sua volta denunciata ed espulsa. La seconda voce è quella del vescovo, che sulla stampa ha tuonato contro i «campi di concentramento che ledono la dignità umana».

Se c’è un risultato che il Coordinamento veneto «No Cie» può rivendicare, è stato di moltiplicare queste voci e dare loro risonanza nella grande manifestazione pubblica a Rovigo e Ceneselli, «di allargare la portata della domanda che si sente in giro da settimane – “E’ giusto o no impiantare un Cie a Zelo?” – arrivando a un interrogativo molto più profondo, e importante: “E’ giusto fare i Cie?”», come scrive Lorenzo Zoli sulla Voce di Rovigo. A dare risposte competenti e appassionate è stato un coro di associazioni, movimenti, partiti, sindacati. Lo slogan è semplice, «Nè qui, nè altrove», per chiarire che al ministro Maroni non basterà cambiare meta e soprattutto che quanto potrebbe accadere in Polesine riguarda tutti. E’ un nuovo tassello di ingiustizia e disumanità sotto il nostro naso, espressione compiuta di scelte politiche spietate, a cui occorre opporsi con altre parole d’ordine: umanità, giustizia, diritti.

*Coordinamento Veneto No Cie

17 novembre 2010

Da Milano a Brescia, ancora sulla barricata

Continua la mobilitazione in sostegno dei presidi e delle iniziative delle/dei migranti

Sabato 20 novembre ore 15.00 via Imbonati (sotto la Torre occupata) manifestazione convocata dal Comitato Immigrati di Milano.

Noi ci saremo e invitiamo tutte/i a partecipare!

Dopo 16 giorni di generosa, coraggiosa e faticosa lotta aggrappati a una gru, i migranti bresciani sono scesi da quella gru.
Diversamente da come vogliono presentarla i media interessati e quelle istituzioni che hanno giocato al massacro, sorde alle richieste di giustizia e dignità dei migranti (e pronte a malmenare, arrestare, deportare chi protestava e solidarizzava con loro), la realtà è un’altra: i migranti in lotta e le associazioni antirazziste sanno che ottenere una sanatoria generalizzata o il permesso di soggiorno per qualcuno implica costruire nuovi rapporti di forza politici e sociali, e questo non si realizza in due settimane di protesta clamorosa.
Sanno – e sappiamo – che l’impegno per una diversa politica nei confronti dell’immigrazione dovrà proseguire e che lo scontro sarà lungo e duro, di fronte ad una Lega Nord che soffia sul fuoco del razzismo e del ricatto. E a Milano i migranti sono ancora sulla “torre” di via Imbonati, e ancora prosegue il presidio di solidarietà. Per questo diciamo che siamo ancora tutte/i sulla barricata.
La scelta dei migranti di Brescia e di Milano, ma anche di molte altre città, ha però ridato visibilità ad una situazione insostenibile: di fronte a migliaia di donne e uomini costretti a lavorare in nero e resi “clandestini” da leggi fatte apposta per questo, la politica del governo è quella delle sanatorie tru¬a, della propaganda su sicurezza ed espulsioni, della criminale politica di respingimenti (grazie anche all’aiuto dei militari libici) e di carcerazione nei Cpt.
La richiesta della “sanatoria”, ma ancora di più di dignità, giustizia e uguaglianza, chiama le lavoratrici e i lavoratori del nostro paese a capire dove stanno i nemici e dove i compagni di strada.

Di fronte all’attacco alle conquiste e ai diritti dei lavoratori, al taglio delle spese sociali, alla distruzione dei beni pubblici (privatizzandoli o chiudendoli…), lavoratrici e lavoratori devono aver chiaro che i diritti o sono per tutte/i o non sono per nessuno!

In queste settimane siamo impegnate/i nella costruzione di campagne contro la crisi e contro gli
attacchi al lavoro, per arrivare ad uno sciopero generale e generalizzato: questo sciopero non può
che contenere anche la richiesta di sanatoria e di diritti per immigrate e immigrati!

Sinistra Critica Milano

15 novembre 2010

ARUN, SAJAD, RACHID E JIMI GIU’ DALLA GRU: SIAMO SEMPRE CON VOI!!! “MIMMO” LIBERO!!!

SEGUI LA DIRETTA: http://www.radiondadurto.org

Ore 22.15: dalla Questura un aggiornamento con l’avvocato Manlio Vicini: i ragazzi stanno bene, solo Rachid ha avuto un lieve malore dovuto probabilmente dalla disidratazione ma pare nulla di grave. Il servizio con l’avv. Vicini di “Diritti per Tutti”

Ore 22:02: primo appuntamento pubblico dopo la discesa dalla gru, ASSEMBLEA APERTA MERCOLEDì 17 NOVEMBRE AL MAGAZZINO 47 DI VIA INDUSTRIALE, 10. Oggetto: fare il punto della situazione sui quattro fratelli della gru, su “Mimmo” e su come continuare la lotta.

Ore 22:00: da Milano arriva notizia che Mohamed, “Mimmo”, il migrante fermato oggi in città si trova effettivamente al Cie di via Corelli. L’espulsione può partire dalla giornata di mercoledì.

Ore 21:22: migranti arrivati in Questura con gli avvocati, compagni in afflusso all’esterno. Il pensiero della piazza va ora ai feriti, denunciati, deportati e a Fabio, ancora ai domiciliari dopo le cariche di lunedì. Domattina è atteso il suo processo.

Ore 21:05: grande festa in piazza sotto il diluvio, a migliaia hanno salutato la discesa dei quattro. Centinaia di persone si stanno spostando ora in Questura per accogliere Arun, Rachid, Sajad e Jimi secondo gli accordi DEVONO essere liberati non appena terminate le formalità burocratiche.

Ore 20:53: i migranti sono in auto e vanno verso la Questura. Come da accordi presi e da precisa richiesta dei migranti, con loro ci sono solamente gli avvocati e i funzionari della Digos e non poliziotti e carabinieri nè tantomeno politicanti e presenzialisti dell’ultim’ora.

Ore 20.51: scendono tutti e 4 insieme, sotto li aspettano i loro legali per accompagnarli e dare loro tutela costante anche in Questura, dove probabilmente i quattro verranno portati nei prossimi minuti.

Ore 20.50: scendono dalla gru i migranti in lotta, dal presidio di via San Faustino centinaia di persone urlano “Tutti liberi”.

Ore 20.50: STANNO SCENDENDO DALLA GRU I 4 MIGRANTI

14 novembre 2010

La costellazione della gru

di Felice Mometti
www.ilmegafonoquotidiano.it

A Brescia si è aperta una finestra, uno spazio pubblico per agire e ricostruire rapporti politici e sociali nella precarietà e nella provvisorietà della situazione. Uno spazio che deve estendersi anche ad altre città

La gru è una piccola costellazione che si vede nei cieli del sud. Mentre nell’emisfero nord si fatica a vedere dalla Libia in su. Se ci fossero delle metafore che indicano un destino questa sarebbe la più appropriata per la condizione dei migranti di Brescia. Ma per fortuna non è così, almeno non sempre. La lotta dei migranti sulla gru è uscita dai confini di Brescia, è diventata un caso nazionale. Ci sono state decine di iniziative di sostegno in molte città, a Milano i migranti sono saliti sulla torre di via Imbonati, si è stabilita una comunanza di obiettivi con la mobilitazione del 13 novembre dei migranti dell’Emilia Romagna. Ne hanno parlato grandi network mondiali come la CNN e Al Jazeera, ci sono state manifestazioni di solidarietà a Parigi, Berlino e Valencia.

Dopo 34 giorni di presidio permanente davanti agli uffici della Prefettura, distrutto due volte dalla polizia per volere dell’Amministrazione comunale e del Prefetto, quattro manifestazioni di cui quella del 6 novembre con 10 mila persone e due settimane di occupazione della gru i migranti hanno mostrato a tutti qual è problema di fondo della loro condizione sociale: le relazione stretta che esiste tra il razzismo istituzionale, la precarietà e lo sfruttamento sui luoghi di lavoro. Un insieme di vessazioni, discriminazioni, provvedimenti legislativi che sono funzionali alla completa flessibilità e precarietà di una forza-lavoro considerata perennemente temporanea e ospite. Ma siccome nulla è meno temporaneo e ospite dei migranti che vivono in questo paese si alzano le barriere, al percorso di riconoscimento di una nuova soggettività sociale e politica, segregando i migranti nel circuito infernale dell’ottenimento del permesso di soggiorno solo mediante un contratto di lavoro. La natura dello scontro in atto a Brescia sta tutta qua. La doppia truffa, dello Stato e degli imprenditori, con la sanatoria per colf e badanti del settembre 2009 è stata certamente perpetrata per estorcere migliaia di euro ai migranti che hanno presentato domanda ma tutti sapevano che era l’unico strumento per regolarizzarsi anche per i migranti che svolgevano altri tipi di lavoro. E nel momento in cui sono state presentate centinaia di migliaia di domande si sono cambiate le regole del gioco per riprodurre clandestinità e precarietà.

LEGGI TUTTO

Comunicato dell'associazione Diritti per Tutti sui fatti di Brescia di sabato 13 novembre

Nel tardo pomeriggio di ieri, al termine di una manifestazione molto partecipata per esprimere sostegno ai quattro immigrati sulla gru di via San Faustino, alcune decine di persone totalmente estranee al presidio nei pressi della gru, sconosciute a noi e a tutti i partecipanti al presidio, all’improvviso e all’insaputa degli altri manifestanti, hanno per pochi minuti tentato di sfondare il fitto dispositivo di polizia e carabinieri che all’altezza della chiesa di San Faustino impedisce di avvicinarsi alla gru. L’unico risultato concreto ottenuto da chi ha compiuto quest’azione è stato lo scatenare altre cariche di polizia, dopo quelle che senza alcun motivo le forze dell’ordine avevano compiuto già lunedì 8 novembre. Anche ieri nel corso delle cariche polizia e carabinieri hanno operato fermi e pestaggi indiscriminati, che sono documentati dalle immagini video a disposizione di tutti. Non ci risulta che nel corso di questi fatti cose o vetrine abbiano subito danneggiamenti. Gli attivisti del presidio hanno fatto tutto quanto era nelle loro possibilità per riportare la calma fra i numerosissimi partecipanti in quel momento, mentre i pochi autori del tentativo di sfondamento subito fallito si stavano già dileguando. Ci sono volute decine di muniti e tanta fatica per riportare la calma. Soprattutto perché la tensione, anche tra i migranti, è oramai a un livello molto elevato. La responsabilità totale dell’innalzamento costante della tensione in tutti questi giorni è da attribuire al ministro degli Interni, all’Amministrazione comunale di Brescia, al Prefetto, ai più alti dirigenti della Questura di Brescia. Alla mancanza di qualsivoglia risposta positiva alle richieste dei migranti sulla gru da 15 giorni, si aggiunge il fatto, di inaudita gravità, che da giorni quelle quattro persone sono tenute in condizione di isolamento pressoché assoluto. Un vero e proprio stato d’assedio imposto dalle autorità appena elencate. Uno stato d’assedio che impedisce ai migranti sulla gru persino di comunicare con l’esterno, di ricevere una visita medica, indumenti. Di fatto, viene costantemente ostacolata e spesso impedita anche per più giorni consecutivi la stessa fornitura di cibo. Vengono tolte condizioni vitali che non possono essere negate a nessun essere umano, nemmeno in situazione di guerra. Contro quelle quattro persone, la loro dignità e il loro coraggio, è in atto una pressione talmente forte da diventare vera e propria vessazione. Siamo sulla soglia della barbarie. E la barbarie è impossibile da governare, per chiunque. Chiediamo con forza a tutti coloro che possono intervenire di muoversi con la massima urgenza per contribuire alla reale rimozione di questo stato d’assedio. Rinnoviamo a tutti e tutte l’appello a continuare con la massima partecipazione il presidio di sostegno in via San Faustino. Non lasceremo mai soli i ragazzi sulla gru. La loro lotta è la nostra lotta.

Associazione Diritti per Tutti

Brescia, 14 novembre 2010

10 novembre 2010

Tregua umanitaria per evitare un'immane tragedia

IL PRESIDIO DI IMMIGRATI E ANTIRAZZISTI CHIEDE 48 ORE DI TREGUA UMANITARIA

Di seguito il comunicato diffuso nel pomeriggio del 10 novembre nel quale si chiedono alle istituzioni

almeno 48 ore di tregua umanitaria

TREGUA UMANITARIA PER EVITARE UN'IMMANE TRAGEDIA.

Le Associazioni che, pur non avendo promosso l'occupazione della gru, hanno fin da subito garantito pieno appoggio politico ed umano ai 6 giovani migranti, costretti a salire a 30 metri di altezza per rendere visibili le proprie ragioni,

in nome della salvaguardia del bene supremo rappresentato dalla vita di queste persone:

CHIEDONO ALLE ISTITUZIONI COMPETENTI

UNA SORTA DI TREGUA UMANITARIA DI ALMENO 48 ORE

  • per far abbassare la tensione che si è pericolosamente alzata lunedì con le operazioni di sgombero del presidio, con cariche, violenze e arresti che hanno esacerbato ancora di piu lo stato d'animo dei giovani sulla gru, portandoli a mettere in atto comportamenti estremamente rischiosi per la loro incolumita
  • per consentire in un contesto di maggiore tranquillita l'individuazione di possibili sbocchi e soluzioni ad una situazione che si trova in una pericolosa fase di stallo

Chiediamo quindi che per almeno 48 ore

  • si allenti la presenza di forza pubblica in assetto antisommossa consentendo anche il passaggio in via S Faustino
  • si realizzino le condizioni per una comunicazione continua con i giovani sulla gru per impedire che l'esasperazione, la stanchezza fisica, le privazioni e l'isolamento telefonico possano compromettere la loro tenuta psicologica
  • si sospendano i tentativi di porre una rete di protezione che i migranti vedono come preliminare ad un eventuale blitz e che quindi anziche rappresentare un elemento di sicurezza alimenta condotte per loro pericolose

Realizzandosi queste situazioni si creera un clima piu propizio alla possibilita che le Associazioni, che sottoscrivono questa proposta, riescano a convincere i migranti sulla gru ad astenersi da comportamenti che mettono seriamente a repentaglio la loro vita e a restare nella cabina o nella zona protetta da ringhiere. Si chiede infine che possano essere mandate sulla gru delle imbragature di sicurezza normalmente utilizzate in edilizia.

Brescia 10-10-2010

Le comunita egiziana, indiana, pachistana, marocchina, senegalese del presidio permanente, Associazione Diritti per tutti, Coordinamento CGIL, Partito della Rifondazione comunista, CSA Magazzino 47, CSA 28 maggio, Conf. Cobas, USB (Unione sindacale di base), Associazione senegalesi Brescia e provincia Associazione islamica Muhammadiah (moschea pachistana), Sinistra Critica.