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03 febbraio 2013

Oltre le elezioni, dentro la società

di Attac Italia
Una campagna elettorale disarmante, con una sostanziale accettazione di tutti i partiti dei vincoli liberisti europei e con una lista Ingroia che delude non solo per colpa "dei partiti cattivi". Fuori dai tempi elettorali vanno ricercate nuove forme di relazione tra partecipazione e rappresentanza.

E’ quasi disarmante prendere parola di fronte ad una campagna elettorale che, rimosso il terremoto sociale creato dalle politiche di austerità, viene giocata, ancora una volta e senza soluzione di continuità, sul risiko dei nomi e delle alleanze nel futuro scacchiere istituzionale. Nessuna riflessione sulla crisi verticale della democrazia rappresentativa, ma solo ossessivi appelli ad un voto, definito, di volta in volta, ‘utile’, ‘decisivo’, perfino ‘storico’. E altrettanti richiami, in ogni discorso, nelle candidature e perfino nei nomi dei partiti, ad una fantomatica società civile, la cui sola evocazione dovrebbe colmare la distanza che, ormai da decenni, separa il quadro politico-istituzionale dalla vita reale delle persone. E se una destra, ormai terremotata dalla fine del blocco sociale che l’ha sostenuta per un ventennio, si arrabatta come può – ovvero nel peggiore dei modi – per difendere posizioni ormai irrimediabilmente perse, lo scenario complessivo non sembra possedere neppure una lontana intuizione di come governare un Paese immerso nella crisi, i cui risvolti più drammatici sono purtroppo ancora in arrivo.
L’accettazione totale e senza condizioni dei vincoli liberisti dell’Unione Europea, la reiterazione di una lettura della crisi del debito direttamente trasposta dalle analisi delle lobbies finanziarie e bancarie, il mantra dell’austerità per dimostrare la credibilità del Paese davanti ai mercati, rendono praticamente inevitabile un governo di continuità con l’esecutivo precedente, e il balletto Monti-Bersani-Vendola solo un esercizio teatrale ad uso della campagna elettorale. E mentre il M5S si affaccia, portando con sé, assieme a qualche tentativo di innovazione, tutte le caratteristiche di un movimento prodotto dalla crisi (affidamento carismatico, propensione al tecnicismo e ambiguità di contenuti), la sinistra radicale mette in campo ancora una volta la coazione a ripetere schemi di rappresentanza che – aldilà del superamento o meno del fatidico quorum – non farà avanzare la strada verso una democrazia più reale e permeabile.
Il percorso di Rivoluzione Civile non può tuttavia essere semplicisticamente letto solo come un prevalere dei cattivi partiti sui buoni movimenti, come diversi esponenti si affannano ad accreditare. Il difetto stava anche nel manico (Alba e Cambiare si può), ovvero nell’idea che bastasse un manifesto e alcune dichiarazioni sulla democrazia dal basso per costruire un processo nel quale i movimenti reali – peraltro mai coinvolti – si sarebbero automaticamente riconosciuti, la società avrebbe aderito in massa e il futuro avrebbe preso un’altra direzione. L’approdo ad Ingroia, ovvero ancora una volta l’affidamento taumaturgico all’“uomo solo al comando”, è il risultato non di ingenuità, ma di un’analisi sbagliata sulla realtà e le dinamiche dei movimenti sociali, ciò che ha permesso ai professionisti dei partiti di giocare in casa e puntare tutto sull’auto-riproduzione di se stessi.
La distanza tra ciò che si muove nella sociètà e le forme attuali della rappresentanza persiste ormai da decenni ed è resa ancor più evidente allorquando la mobilitazione sociale riesce a irrompere nell’agenda politica del Paese. E’ successo, ad esempio, rispetto alla Tobin Tax. Presentata con 178.000 firme nel 2001, la legge d’iniziativa popolare, dopo essere stata sepolta nei cassetti delle commissioni parlamentari, è riuscita ad arrivare fino all’anticamera dell’aula parlamentare durante il Governo Prodi nel 2007, per poi tornare nell’oblio. Oggi torna alla ribalta come Financial Transaction Tax e si avvia finalmente all’approvazione in sede europea, attraverso la “cooperazione rafforzata” fra undici Paese della UE.
Ma il suo contenuto politico di controllo dei movimenti dei capitali finanziari, in Italia rischia di essere stravolto da una sua applicazione che prevede la quasi totale esclusione dei prodotti finanziari “derivati” e la destinazione del gettito alla riduzione del debito pubblico. Il secondo esempio, decisamente più eclatante, riguarda sia la legge d’iniziativa popolare per l’acqua bene comune e la ripubblicizzazione del servizio idrico, presentata con 406.000 firme nel 2007, sia il referendum popolare sullo stesso tema del giugno 2011, vinto con il voto della maggioranza assoluta del popolo italiano. Una legge dimenticata ed un esito referendario costantemente osteggiato a tutti i livelli istituzionali, in omaggio alle multinazionali e alle lobbies dei capitali finanziari.
Sono entrambi esempi di come i movimenti abbiano costruito consapevolezza e mobilitazione sociale, sino a modificare dal basso l’agenda politica e ad imporre temi di grande spessore per un’altra uscita dalla crisi e per il disegno di un altro modello sociale. Temi intorno ai quali la ricostruzione di una nuova permeabilità tra partecipazione dal basso e rappresentanza istituzionale può intraprendere un’inversione di rotta, eppure irrintracciabili nell’attuale dibattito politico-elettorale.
Se questa è la situazione del quadro politico, alcune brevi riflessioni non possono che riguardare anche il versante dei movimenti sociali. L’Italia continua ad essere un Paese tutt’altro che pacificato, percorso com’è da una vertenzialità aspra e diffusa, sia dentro il mondo del lavoro, sia, soprattutto, nel campo delle più diverse conflittualità ambientali, sociali e territoriali. Una rete di esperienze che, tuttavia, fatica a porsi il problema di una ricomposizione reale che superi la reciproca solidarietà astratta e sappia costruire obiettivi comuni, in direzione dei quali intraprendere un percorso collettivo di riappropriazione reale dello spazio pubblico della democrazia, a livello locale e nazionale. Si tratta di superare da una parte l’idea – tanto cara ai partiti tradizionali – di una società come espressione di esigenze che altri – sempre gli stessi – dovranno interpretare, portare a sintesi e rappresentare; dall’altra, una sorta di illusoria idea di autosufficienza dei movimenti stessi. Ma per far ciò, occorre che ogni realtà in mobilitazione sociale, oltre a perseguire i propri obiettivi specifici, concorra a definire i nessi che legano ciascuna vertenza a tutte le altre, attraverso campagne che, lungi dall’immaginare una “reductio ad unum” delle diverse e plurali esperienze, aiutino tutte le realtà a risalire la corrente: dal conflitto a valle alla riappropriazione delle decisioni a monte. Dopo aver rotto, attraverso il paradigma dei beni comuni, l’ideologia del privato è bello, occorre oggi scendere in campo per rompere l’accettazione fideistica dei vincoli posti dalle esigenze dei capitali finanziari e per riaprire a qualsiasi livello lo spazio pubblico della decisionalità collettiva.
Alcune realtà stanno provando a gettare il cuore oltre l’ostacolo: il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’ultima assemblea nazionale svoltasi a Roma il 24-25 novembre scorsi e il percorso avviato dal Comitato per una nuova finanza pubblica, indicano nella riappropriazione sociale della finanza, del credito e della ricchezza sociale da una parte e di nuovi spazi per la democrazia partecipativa dall’altra, i temi su cui lanciare campagne comuni a tutte le soggettività in lotta e provare a costruire una coalizione tra le “autonomie sociali” in movimento.
Un percorso che, se ben intrapreso, potrà finalmente affrontare, con i tempi della crescita biologica e senza la fertilizzazione artificiale della finalità elettoralistica, la questione della costruzione di una democrazia reale e della relazione tra democrazia partecipativa e forme, tempi e vincoli della sua rappresentanza.
Un percorso cui Attac Italia intende dare, con umiltà ed intelligenza, il proprio contributo.
Ben oltre le elezioni, ancora più immersi nella società.

(Da "Il granello di sabbia" n. 1, febbraio 2013, mensile di Attac Italia)
http://www.italia.attac.org/granello_di_sabbia/granello_attac_nuova_fina...

29 gennaio 2013

Elezioni politiche 2013: Comunicato del Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica

Pubblichiamo il documento approvato dal Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica a proposito del voto del 24 e 25 febbraio.

Le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio sembrano costituire una vera e propria anomalia nella storia politica del nostro paese.
Lo scontro che si è acceso tra i tre principali schieramenti punta a nascondere all’attenzione degli elettori e delle elettrici il fatto che tutti e tre hanno sostenuto nel recentissimo passato il governo Monti che si è caratterizzato durante tutti i suoi 14 mesi di vita per un’ininterrotta e feroce aggressione ai diritti e a tutte le principali conquiste delle classi subalterne: la distruzione della previdenza pubblica (con la peggiore controriforma pensionistica di tutta Europa), l’annullamento dell’articolo 18 e la reintroduzione della libertà di licenziamento arbitrario, la controriforma degli ammortizzatori sociali, le disposizioni per la svendita del patrimonio pubblico e dei servizi, i tagli lineari agli enti locali, allo stato sociale, alla scuola e alla sanità pubbliche, gli aumenti delle imposte a carico dei redditi più bassi, le misure che hanno creato le condizioni per il crescere dello sfruttamento e della disoccupazione di massa e per il diffondersi della povertà sono state tutte approvate con il sostegno dei partiti di Berlusconi, Bersani, Monti e Casini.
Questi partiti, inoltre, hanno approvato norme e trattati che vincolano il nostro paese a sottostare ai diktat della Troika comunitaria, accettando che tutti i prossimi decenni siano segnati da tagli feroci alla spesa pubblica e ai diritti. Sostengono il fiscal compact e la controriforma costituzionale sul pareggio di bilancio.
Ovviamente anche SEL, per stipulare la sua alleanza strategica e strutturale con il PD, pur non avendo partecipato alla legislatura che si sta concludendo, ha solennemente sottoscritto un impegno al mantenimento di tutti gli impegni europei (e infatti Vendola si dice pronto a collaborare con Monti “sulle riforme costituzionali”, come se questa non fosse un’aggravante).
Quello che dicono questi partiti sul lavoro, sullo sviluppo, sull’equità, sui servizi pubblici, dunque, costituisce una pura ipocrisia elettoralistica per ingannare l’elettorato popolare. Ma in fondo questa sostanziale identità tra i principali schieramenti non avviene per la prima volta, è anzi il tratto distintivo degli ultimi 15 anni.
Questi sono i partiti dell’austerità.
Le liste del “Movimento 5 stelle”, che da qualche anno costituiscono una effettiva novità del panorama politico elettorale, si propongono come unica alternativa basando la propria capacità di presa sull’elettorato su una secca denuncia del carattere parassitario e corrotto della “casta” e cavalcano efficacemente il disprezzo nutrito da ampi settori popolari nei confronti dei politici.
Ma queste pur giuste denunce omettono le responsabilità di chi è realmente fautore delle attuali politiche di austerità: stiamo parlando dei banchieri, dei grandi imprenditori e finanzieri che dopo aver sfruttato ai propri fini le connivenze dei politicanti, oggi sfruttano il malcontento di massa anche per smantellare la politica come luogo del confronto democratico e di costruzione della partecipazione e del consenso. Non a caso Grillo ha strutturato il “suo” movimento in modo totalmente verticistico, con un suo potere assoluto di assenso e di veto su ogni scelta politica. Non a caso le sue critiche ai sindacati non si rivolgono contro il loro carattere burocratico ma piuttosto contro un loro presunto ruolo di intralcio allo sviluppo economico, mentre la disinvoltura nell’assecondare gli umori della piazza lo hanno portato ad ambigue proposte sui diritti degli immigrati e ad equivoci apprezzamenti di una organizzazione fascista come CasaPound.
Di fronte a questo desolante panorama, durante gli ultimi mesi del 2012 si era sviluppato nel paese un movimento di opinione con l’obiettivo di costruire una proposta elettorale nettamente e apertamente alternativa a tutti gli schieramenti che nel corso degli ultimi decenni si sono succeduti al governo.
Attorno all’appello “Cambiare si può” si erano raccolte migliaia di cittadine e di cittadini, di militanti politici, sindacali, ambientalisti, di movimento che, in un processo assembleare fortemente partecipato, hanno delineato la possibilità che quella proposta alternativa vedesse la luce e si sperimentasse nelle prossime elezioni.
Ma le contraddizioni interne al gruppo dei promotori dell’appello e, soprattutto, l’assalto elettoralistico di partiti come il Prc, il PdCI, l’IdV e i Verdi, spaventati dall’idea di non poter nuovamente sedere in Parlamento, hanno fatto approdare quel processo ad un esito che ha gravemente deluso le attese. La successiva costruzione delle liste dei candidati – nella quale spicca una imbarazzante scarsissima presenza di donne – ha confermato questo pessimo metodo, basato sullo scambio tra i partiti e sulle “promozioni” di “esponenti della società civile” direttamente scelti da Ingroia e dal suo enturage. Numerosissimi sono stati coloro che di fronte a questo esito si sono disimpegnati dal sostegno militante ma spesso anche solo elettorale alla Lista Ingroia.
Anche in seguito alla valutazione negativa su questo esito, Sinistra Critica, che pure era intervenuta con convinzione nelle due assemblee nazionali e in decine e decine di assemblee locali per sostenere il processo e le sue caratteristiche radicali e alternative, ha deciso il 28 dicembre di non partecipare al progetto elettorale e quindi di non partecipare ad alcuna “trattativa” per la definizione delle liste, né di proporre alcun/a candidata/o.
Nella risoluzione del Coordinamento nazionale si diceva che “un’eventuale nostra indicazione di voto a favore della lista in gestazione sarà verificata sulla base delle liste e del profilo politico definitivo della coalizione”.
Ora il profilo politico della lista “Ingroia – Rivoluzione civile” è sostanzialmente definito e, pur avendo assunto tra i propri punti alcune delle proposte di “Cambiare si può” esso mantiene tutta la sua ambiguità, un’impostazione aclassista e un asse imperniato unicamente nella lotta alla criminalità, come fosse la sola responsabile delle politiche di austerità e antipopolari: caratteristiche che non possiamo certamente sostenere.
Oltretutto la Lista Ingroia continua a mantenere un atteggiamento di fondo ambiguo nei confronti del PD cercando con esso un’interlocuzione sui programmi; questa disponibilità politica si è manifestata anche nel malcelato tentativo di aprire una trattativa con Bersani per una qualche forma di desistenza nelle liste per il Senato.
Quanto alle liste, infine, esse sono state composte senza alcuna partecipazione dal basso, in una trattativa a tavolino tra i partiti contraenti e i personaggi più in vista della coalizione. La presenza nelle teste di lista di tre ex ministri di governi di centrosinistra responsabili di politiche socialiberiste e perfino di azioni di guerra in Afghanistan e nei Balcani, e di una pletora di politicanti mascherati da “società civile” rischia di annullare il valore di un pur importante numero di candidate/i espressione di movimenti politico-sociali.
Per questo Sinistra Critica non appoggerà né in forma diretta né indiretta la lista “Ingroia – Rivoluzione civile”.
Sinistra Critica in queste elezioni non sosterrà quindi alcuna lista né darà alcuna indicazione di voto seppure critico, pur senza impegnarsi in una campagna astensionistica, e non presenterà proprie liste alle elezioni, ritenendo che su questo terreno non esistano oggi le condizioni, né politiche né organizzative, per una presentazione autonoma né per una presenza anticapitalista più ampia efficace e nuova. Questa presenza va costruita più che mai sul piano delle lotte e dei movimenti sociali, affinché questi possano dare vita a una forte risposta sociale e politica alla violenza dell’attacco della classe dominante.”
L’organizzazione spiegherà con tutti gli strumenti possibili a tutte/i le/gli nostre/i interlocutrici/tori le ragioni di questa scelta.
In ogni caso, siamo certi, purtroppo, che il futuro governo che nascerà dopo le elezioni di fine febbraio, qualunque esso sia, lancerà una nuova fase di politica di austerità sulla base dei diktat della Troika e della Confindustria. Sinistra Critica, perciò, continuerà in tutte le sedi il suo impegno per costruire un movimento di lotta e di resistenza contro queste politiche. Sarà questo il nostro compito fondamentale in tutta la prossima fase.
 
Roma, 24 gennaio 2013
Coordinamento Nazionale di Sinistra Critica

05 marzo 2012

Come si fa ad allearsi con Bersani?


ilmegafonoquotidiano.it
Il Pd è tra i più accaniti sostenitori dell'Alta velocità in Val di Susa. Bersani lo ripete senza ambiguità. Cosa serve ancora a un settore importante della sinistra per prenderne atto e costruire davvero un'alternativa?

E ora come la mettiamo con il Pd? Quelli che sostengono da anni che con questo partito non ci sono più rapporti possibili - almeno per chi pensa a una trasformazione della società, a una critica al moderno capitalismo, sia pure per un riformismo forte, per chi ha a cuore l'ambiente e l'ecologia oltre che i diritti sociali e civili - vengono sempre tacciati di scarso senso della realtà. "Non ci sono alternative", non c'è altro da fare, comunque attorno a quel partito ci sono delle energie ancora importanti da sollecitare e organizzare. E' la strategia politica che sostiene il progetto di Nichi Vendola e di chi guarda a lui con interesse e che motiva atteggiamenti e scelte anche di altri soggetti diversi. Si pensi a come un'area importante e socialmente vitale dei centri sociali si leghi le mani in ipotesi elettorali vincolate al Pd (come con Zingaretti a Roma); oppure al dibattito, certamente molto più complesso, della Fiom che non può tradursi mai in una rottura con la Cgil. E altri esempi si potrebbero fare.
Eppure, a ogni passaggio che conta, di fronte ai fatti epocali della politica, il Pd si dimostra per quello che è: un partito espressione di un grumo di interessi forti dell'economia e della società italiana, attento ai movimenti della borghesia che conta, delle cancellerie più importanti, degli strati sociali dominanti. E' stato così quando ha governato - tassa per l'Europa, guerra in Afghanistan, cuneo fiscale per le imprese, riforma delle pensioni, precarietà, controllo dei salari - ed è così nel sostegno al governo Monti. Il Tav in Val di Susa è l'ultimo esempio di una lunga catena di casi esemplari. E c'è poco da commentare, basta leggere l'articolo di Repubblica pubblicato di seguito in cui si dà conto del dibattito interno al partito di Bersani e all'ostilità manifesta con quanto si sta muovendo in quella Valle.
Però è utile leggere anche l'appello, che pubblichiamo più sotto, con cui un settore importante di sinistra - da don Ciotti ad Airaudo, da De Magistris a Emiliano, dall'Arci al manifesto - rivendica le ragioni dei Notav, chiede, giustamente, una moratoria ma lo fa con un approccio che sembra lasciare aperta la possibilità di un'ulteriore mediazione ("chiediamo molto di meno di quanto fatto con le Olimpiadi a Roma" si scrive). Un approccio che, in ultima istanza, sembra giustificarsi per la volontà di non rompere del tutto con il Pd lasciando aperta ancora la strada della mediazione elettorale e quindi dell'alleanza politica.
In questo schema si è perso negli ultimi venti anni un tempo più che prezioso e che sarà difficile recuperare anche se non è mai troppo tardi per cominciare. Invece di costruire con pazienza, incuranti dei dati elettorali, un'area esplicita e riconoscibile di sinistra alternativa, legata ai movimenti, in grado di costruire un altra visione della società, di affermarla con atti politici ed esperienze esemplari - che pure ci sono state -, si è perso tempo nella rincorsa di un pezzo dell'establishment. Che oggi dichiara con nettezza - vedi Bersani durante la trasmissione di Santoro - che sta dall'altra parte e che, se serve, non esiterà a sostenere la repressione dello Stato. Chi oggi si dispone a costruire alleanze di vario tipo con Bersani e i suoi, non può nascondersi questo quadro e non può non vedere che finirà, come è già successo ad altri prima, "strapazzato e abbandonato".

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26 giugno 2011

Standard & Nichi

Dal Manifesto del 25 giugno 2011

Intervista a Vendola

Non le dispiace essere considerato un populista di sinistra?

Se posso fare la parte del vanitoso, no. Faccio tendenza. Le espressioni che ho inventato, dalla «rivoluzione gentile» all'«Italia migliore», alla «narrazione», sono state imitate e emulate. Ma lascerei correre questa discussione stucchevole. Oggi (ieri, ndr) Massimo Mucchetti, economista rigoroso, elogia sul Corriere della sera il lavoro del presidente Vendola sull'acquedotto pugliese. Ecco cosa intendo: sento il dovere di sottrarmi alla scorciatoia della bella sconfitta. Siamo chiamati a organizzare la speranza e a trasformarla in un blocco sociale, una nuova egemonia culturale.


Acquedotto pugliese, se sale il voto sul debito


di Mucchetti Massimo
24 giugno 2011 - Corriere della Sera (pag. 32)

A pochi giorni dai referendum sull' acqua, Standard & Poor' s promuove l' Acquedotto Pugliese (Aqp), e assegna il rating BBB-/A-3 al suo debito a lungo e a breve, associato alla previsione di stabilità. In precedenza, il debito della società controllata dalle Regioni Puglia e Basilicata era classificato come BB+/B-1. Ciò significa che le obbligazioni Aqp non sono più titoli spazzatura ma hanno, sia pure al livello minimo, l' investment grade. Per una società come l' Aqp, che godeva di una pessima reputazione («l' Acquedotto Pugliese serve a dar da mangiare più che da bere», si diceva), il riconoscimento segna una svolta. L' agenzia attribuisce il miglioramento sia all' aumento delle tariffe (6,6%) che al taglio dei costi operativi e della morosità della clientela. S&P si aspetta che gli aumenti tariffari proseguano (6% quest' anno, 3,8 nel 2012) e così pure il recupero di efficienza in base al piano industriale approvato dall' Authority. S&P ritiene quindi che l' autofinanziamento possa coprire il 20% del debito e il margine operativo lordo rimanere 3-3,5 volte il debito. Il responso di S&P dovrebbe far riflettere sia i referendari più estremisti che i privatizzatori a prescindere. L' Aqp investe e si fa retribuire in tariffa il capitale investito in barba al secondo referendum, anche perché, annullata la norma 2006, restano in vigore le precedenti. L' Acquedotto Pugliese, con una dirigenza nominata dal sognatore Nichi Vendola a governare una rete di 21 mila chilometri più altri 10 mila di fognature e 184 depuratori, ha oggi un debito più affidabile di Fiat e Fiat Industrial, Cir, Espresso, Guala Closures, Piaggio, Wind, Safilo, Seat e AdR, tutte società alle quali S&P non concede l' investment grade.

26 luglio 2010

Dieci domande a Nichi Vendola

Il presidente della Regione Puglia si candida alle primarie del centrosinistra. Lo aveva già fatto, prima di lui, Fausto Bertinotti, per lanciare l'Unione nel 2006. Cosa è cambiato da allora?

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1) Ti sei candidato alle primarie del centrosinistra. Lo aveva già fatto prima di te Fausto Bertinotti, con risultati non proprio incoraggianti. Certamente, le primarie in Puglia e la tua rielezione a Presidente offre diverse chance a questa iniziativa. In questo caso contribuiresti a ricreare uno schieramento di centrosinistra che va dalle ali più moderate del Partito democratico fino alla cosiddetta sinistra radicale (ammesso che l'Udc di Casini rimanga fuori). In termini non propriamente diversi dal 2006. Cosa è cambiato nel Pd, nell'Idv di Di Pietro, nel centrosinistra italiano da indurti a ripercorrere una strada che non ha prodotto grandi risultati e che, anzi, ha favorito il ritorno al governo di Berlusconi? Quali sono le novità che scorgi? Quale radicalità ha il Pd di Bersani che i Ds e la Margherita di Fassino e Rutelli non avevano?

2) Quella maggioranza di governo non ha certo brillato per un programma particolarmente innovativo e radicale. Ha varato una finanziaria “monstre” regalando miliardi su miliardi alle imprese; ha rispettato tutti i vincoli europei; ha aumentato le truppe italiane all'estero, ritirandole dall'Iraq ma inviandone di nuove in Libano e aumentando il contingente in Afghanistan. Qual è il tuo giudizio su quell'esperienza che, pure lontano dal Parlamento e dal governo, ti ha visto comunque protagonista di uno dei partiti cardine di quell'alleanza?

3) Il centrosinistra ha ormai sposato la linea militarista di invio delle truppe all'estero e di aumento delle spese militari. Addirittura, ci siamo trovati di fronte al paradosso di una sinistra più leale agli Usa e ai militari di quanto lo sia stato il centrodestra e Berlusconi. Quale sarebbe la tua posizione in materia? Ritireresti immediatamente le truppe dall'Afghanistan e dal Libano? Ridurresti significativamente le spese militari? Avvieresti un programma di riconversione dell'industria bellica?

4) Non hai mai nascosto la tua soggettività omosessuale e questo ha fatto di te un personaggio ammirato oltre che contrastato. Ma come pensi di varare in Italia, alleandoti con il Pd, con Di Pietro, con Castagnetti e Rosi Bindi, una legge sulle unioni civili almeno analoga a quella realizzata da Zapatero in Spagna?

5) L'Italia è immersa in una crisi economica al pari dell'Europa e di gran parte del mondo. Le responsabilità della crisi sono evidenti: la finanza, le banche, i loro legami inestricabili con il sistema delle imprese e delle multinazionali, prelevano risorse sempre più ingenti dalla spesa pubblica scaricando i costi su chi lavora. A Pomigliano si è vista all'opera questa visione della politica e della società con uno stile arrogante e padronale messo in atto da uno, Marchionne, che Fausto Bertinotti era riuscito a definire “esponente di spicco della borghesia buona con cui si può realizzare un compromesso sociale”. Anche tu pensi che occorra realizzare un compromesso sociale con la “borghesia” italiana? Credi sia possibile governare componendo gli interessi degli operai di Pomigliano con quelli di Marchionne, Marcegaglia, delle grandi banche e della finanza italiana preoccupata della concorrenza internazionale?

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