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12 gennaio 2012

Appello: contro la repressione in Egitto e Siria

BASTA CON LA REPRESSIONE IN EGITTO E IN SIRIA,
LIBERTA’ PER I POPOLI ARABI CONTRO OGNI INTERVENTO MILITARE STRANIERO DIRETTO E INDIRETTO NELLA REGIONE

Per aderire: appellosiriaegitto@gmail.com

Il bisogno di libertà e la tenace lotta per la giustizia delle donne egli uomini del nord Africa e del medio oriente non si ferma. Ancora nelle piazze dell’Egitto e della Siria – come in altri paesi arabi - migliaia di persone manifestano per mettere fine a regimi autoritari e illegittimi; ancora le cosiddette “forze dell’ordine” uccidono, reprimono, cercano di fermare le rivolte per la giustizia, la libertà, la dignità.
In Egitto le elezioni formalmente “democratiche” non hanno messo fine al dominio delle forze armate e alla repressione della parte più radicale e conseguente del movimento democratico e rivoluzionario. Le proteste al Cairo, gli scioperi di diversi settori produttivi, le manifestazioni delle donne sono il segno di un processo democratico che non si può fermare alle sole elezioni e soprattutto non può essere sotto la tutela delle forze armate.
Perché l’Egitto possa davvero avviarsi sulla strada della democrazia, le forze armate devono abbandonare il potere politico e i loro affari economico-finanziari.
In Siria, il regime di Bashar El Assad da mesi sta reprimendo con violenza le manifestazioni dell’opposizione. Migliaia di morti documentati da testimoni indipendenti, espulsione o arresti di giornalisti non legati a testate “embedded” al regime (o a qualche altro interesse straniero); migliaia di arresti di dissidenti, ammessi dallo stesso regime; repressione della libertà di stampa, compresi omicidi e pestaggi di giornalisti, vignettisti, esponenti di organismi di difesa dei diritti umani; applicazione costante dello stato di emergenza malgrado la promessa di una cancellazione mai di fatto avvenuta. La legittimità del regime baathista è da tempo finita e non è possibile sostenerla sulla base degli schieramenti internazionali e nella regione.
La popolazione siriana è vittima più volte: è vittima della repressione e dell’autoritarismo del regime; è vittima del disinteresse della cosiddetta “comunità internazionale” preoccupata che possa saltare un equilibro regionale che garantisce oggi un stato di conflitto “freddo” utile agli interessi di Usa, Europa, Israele e delle altre potenze regionali e non; vittima delle manovre dei regimi arabi reazionari (Arabia saudita, Giordania e Qatar in prima fila) che vorrebbero scalzare Assad per insediare un regime più malleabile ai loro interessi.
Noi non possiamo e non vogliamo arrenderci alle ragioni della “geopolitica” ma vogliamo schierarci con le ragione della libertà, della giustizia, della dignità.
Siamo contro qualsiasi intervento militare in Siria sia perché il recente precedente libico ha mostrato le sofferenze, i morti causati dalla Nato per “proteggere” i civili, l’indegno gioco sulla pelle delle popolazioni, sia perché qualsiasi intervento straniero sottrarrebbe alla popolazione siriana e alle forze democratiche e rivoluzionarie il controllo sul futuro del loro paese e la sua sovranità, rendendolo prigioniero degli interessi delle grandi potenze e/o delle potenze regionali. In questo senso, segnerebbe l'affossamento di qualsiasi sbocco positivo della rivolta e un ulteriore colpo al processo rivoluzionario in tutto il mondo arabo e mediorientale.
Vogliamo sostenere le/i democratiche/democratici egiziane/i nella loro lotta per una vera democrazia e il rispetto dei diritti umani e di giustizia e dignità.
Per tutto questo facciamo appello a tutte/i le/i democratiche/ci perché si sviluppi anche in Italia una campagna forte e diffusa:
  • per il sostegno alla popolazione siriana e ai democratici egiziani, la fine della repressione – e per il sostegno a tutte le popolazioni arabe in rivolta e in solidarietà alla forze popolari, democratiche e rivoluzionarie;
  • contro la repressione dei regimi e per il loro isolamento politico internazionale – dal basso e istituzionale – che non comporti embarghi contro la popolazione;
  • contro ogni possibile intervento militare “senza se e senza ma”: no ad ogni missione “umanitaria”, alle NoFlyZone (primo passo della guerra), all’invio di truppe e all’utilizzo delle basi militari in Italia. Vogliamo che l’Onu organizzi una commissione di inchiesta indipendente e non armata che si rechi immediatamente in Siria e verifichi le violazioni dei diritti umani e costruisca le condizioni per elezioni libere e la fine della repressione.

Luisa Morgantini, Alessandra Mecozzi, Loretta Mussi, Vittorio Agnoletto, Riccardo Troisi, Germano Monti, Vauro Senesi, Fabio Marcelli,Ciro Pesacane, Simona Castaldi, Laura Quagliolo, Marco Bersani, Salvatore Cannavò, Franco Russo, Dario Rossi, Rita Lavaggi, Olivia Pastorelli, Karim Metref, Sancia Gaetani, Stefano Tassinari, Riccardo Torreggiani, Paola Canarutto, Tonio Dall’Olio, Alessia Montuori, Massimo Torelli, Piero Maestri, Christian Elia e redazione “E”, Antonio Lupo, Fabrizio Burattini

27 novembre 2011

Tahrir non si arrende, no all'ancien regime


Il premier incaricato Ganzuri ha iniziato le consultazioni ma questo non è servito a fare tacere la piazza simbolo della rivoluzione che chiede con forza l’uscita di scena dei militari ancora al potere.

Il Cairo, 26 novembre 2011, Nena News – “Sono andato a letto mentre diventava primo ministro un collaboratore del vecchio rais e mi sono risvegliato a piazza Tahrir il 25 gennaio (giornata nella quale è scoppiata la rivolta ndr ) ”, ha scritto un attivista egiziano non appena ha raggiunto Tahrir, la piazza centrale del Cairo che ieri è stata nuovamente riempita da decine di migliaia di manifestanti. “Ganzuli (il nuovo primo ministro ndr) è stato riciclato dalla spazzatura del vecchio regime” si legge su un cartello esposto in una strada del centro. “Non vogliamo tornare agli anni ’90 ( quando Ganzuli era a capo dell’esecutivo, ndr)” recitava un striscione dove era attaccata una fotografia di Habib el Adly, l’ex ministro degli interni attualmente in carcere, già membro della prima squadra di governo di Ganzuli.
Ufficialmente i militari hanno annunciato una tregua e il primo ministro ha iniziato le consultazioni per la creazione di un nuovo esecutivo che annuncerà non prima di lunedì, ma questo non è servito a fare tacere gli scontenti che hanno risposto all’appello di quanti li avevano invitati a scendere in strada per ricordare i martiri di quest’ultima settimana di violenza e continuare a chiedere l’uscita di scena dei militari. Tahrir ieri si è riempita anche se i sostenitori di Tantawi, il generale a capo del Consiglio delle Forze Armate, hanno partecipato una contromanifestazione davanti il Ministero della difesa e il movimento della Fratellanza Musulmana ha organizzato una marcia alternativa. “E’ l’ennesimo tradimento degli islamisti ” dice un manifestante che ricorda che questo movimento aveva già boicottato il sit iniziato martedì scorso. “Hanno a cuore solo le elezioni e sanno che ogni giorno che passa perdono voti” conclude. A lanciare un appello ai vertici militari sono stati anche i suoi più generosi finanziatori oltre oceano. Imbarazzati a vedere che il loro patner sparava e lanciava lacrimogeni – per altro made in Usa – sui manifestanti, gli Stati Uniti avevano spinto l’esercito a scusarsi con le famiglie delle vittime, a nominare un nuovo premier e a garantire lo svolgimento delle elezioni. Le richieste americane sono aumentate e il portavoce della Casa Bianca ha domandato all’esercito di uscire di scena il piú presto possibile e di trasferire immediatamente il potere a un nuovo esecutivo civile che sia capace di rispondere alle richieste degli egiziani.
Tra poche ore, lunedi’, si apriranno le porte dei seggi elettorali eppure al Cairo sono pochi quelli che parlano di questo tanto atteso appuntamento con la storia. Molti credono che per iniziare una nuova era bisogna prima mettere una pietra sopra quella precedente. Per mantenere l’unità nazionale, diversamente dal solito, a Tahtir non erano stati montati i palchi da cui solitamente parlano i rappresentanti dei diversi partiti. “Il consiglio supremo delle Forze Armate vuole risuscitare il regime di Mubarak. Adesso il dovere di tutti è restare uniti per salvare la rivoluzione” scrive Ala al Aswani, scrittore del bestseller Palazzo Yacubian e a lungo oppositore del vecchio regime. “In questi mesi la giunta militare è riuscita a sottomettere gli egiziani e a seminare discordia tra le forze rivoluzionarie. Le divisioni politiche devono essere rimandate a vantaggio dell’unità: Solo così si riuscirà a formare una coalizione di governo rivoluzionaria che possa portare all’elezione di un’autorità civile”.

23 giugno 2011

Viva la rivoluzione araba!

Il documento finale del Forum internazionale di solidarietà che si è tenuto al Cairo il 5 giugno. Solidarietà alle rivolte, dalla Siria alla Libia, No all'attacco militare Nato, sostegno al popolo palestinese.

In un periodo storico unico in cui stiamo assistendo alle prime rivoluzioni popolari del 21° secolo e alla loro esplosione in diversi paesi della regione araba, con un enorme impatto regionale ed internazionale, il Cairo ha ospitato il Forum di Solidarietà alle rivoluzioni arabe. Hanno partecipato diverse forze di sinistra, anticapitaliste e persone provenienti dal nord e sud di tutto il mondo.

Le sessioni del Forum sono state ricche di discussioni sulle esperienze delle attuali rivoluzioni e delle sfide da affrontare, così come le prospettive su come continuare ed estendere i processi rivoluzionai in atto. Le discussioni hanno riguardato il rapporto tra le rivoluzioni e la questione democratica, e questa quanto sia legata alla volontà di cambiamento sociale rivendicato dalla maggior parte delle persone anche attraverso forme di autogestione delle propria vita e del proprio destino.

Oltre alle rivoluzioni in Egitto e Tunisia si è discusso anche delle principali questioni delle rivolte popolari in Siria, Yemen, Bahrein, Libia e di altri paesi arabi.
Tra i partecipanti c’è stata condivisione sull’importanza del ruolo avuto dalla sinistra all’interno delle rivoluzioni e il suo impegno per la costruzione di forme organizzative per l’unità delle lotte, per la creazione di alleanze popolari come base per radicalizzare e rendere continuo il processo rivoluzionario e spingerlo in avanti nell’interesse delle classi popolari.

Il Forum ha espresso il proprio sostegno assoluto alle rivoluzioni popolari contro tutti i regimi di tirannia e corrotti, senza alcune eccezione. Si fa carico della costruzione di reti regionali ed internazionali di solidarietà e sostegno alle rivoluzione arabe.
Il Forum ha inoltre espresso la sua convinzione rispetto alla connessione tra lotta democratica dal basso e lotta sociale, e il legame tra l’antimperialismo e l’anticapitalismo.

Per quanto riguarda la specificità della rivoluzione libica, il Forum ha affermato il suo fermo sostegno al popolo libico, contro il regime criminale di Gheddafi. Condanna inoltre l’intervento militare imperialista in Libia, giustificato dal barbarico attacco di Gheddafi contro le pacifiche proteste popolari, chiedendo l’immediato arresto dell’intervento stesso.
Infine, esprime la sua totale solidarietà alla lotta del popolo palestinese per ottenere i propri legittimi diritti contro lo stato sionista, che rimane la punta di diamante del progetto imperialista nella regione araba e parte integrante della controrivoluzione in atto.
Viva la rivoluzione araba!

Egitto 2011 - La rivoluzione è possibile

08 marzo 2011

Egitto: le spie di Mubarak al contrattacco

Per la prima volta dalle dimissioni dell’ex raìs Hosni Mubarak, dozzine di agenti dell'odiata Sicurezza dello Stato hanno aggredito i dimostranti che protestavano contro la distruzione di documenti segreti. Oggi la presentazione del nuovo governo

Il Cairo, 7 marzo 2011, Nena News – Decine di spie in abiti civili appartenenti all’odiata Sicurezza dello Stato (Amn al Dawla), uno dei principali strumenti di oppressione del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak, hanno attaccato con bottiglie molotov, bastoni e coltelli la folla che ieri sera cercava di entrare in una delle sedi del servizio di sicurezza per impedire la distruzione di documenti segreti. L’aggressione è stata molto violenta, i feriti si contano a decine e solo l’intervento dell’esercito, che ha dovuto sparare in aria per diversi minuti per disperdere le due parti, ha evitato conseguenze peggiori.
Da giorni migliaia di dimostranti della «rivoluzione del 25 gennaio» che lo scorso 11 febbraio ha costretto a dimettersi Mubarak, tentato di entrare nelle sedi della Sicurezza dello Stato per impedire la distruzione di decine di migliaia di file da parte degli agenti segreti. Questi ultimi temono l’avvio di inchieste da parte della magistratura – che si sta rendendo sempre più indipendente dall’esecutivo – in relazione ai gravissimi abusi (e torture) ordinati da Mubarak e il suo governo. Per questo gli agenti segreti stanno distruggendo i file. Il movimento rivoluzionario sta perciò tentando di salvare i documenti e sino ad oggi ha tentato, e in molti casi riuscendovi, ad entrare in 11 sedi della Sicurezza dello Stato, responsabile di corruzione diffusa, di prepotenze e di torture, di aver imposto nomi per la direzione di media, fino alle morti di persone detenute, grazie alle leggi d’emergenza che consentivano di non notificare gli arresti ai parenti e di trattenere all’infinito i «sospetti».
In questo clima di tensione altissima arriva oggila presentazione del nuovo governo di Essam Sharaf, successore di Ahmad Shafiq, l’ultimo premier scelto da Mubarak. Sharaf, almeno in apparenza, ha deciso di puntare sulla rottura con il passato, scegliendo come volevano gli egiziani nuovi ministri degli Esteri, della Giustizia e dell’Interno. Il nome più eccelente tra i silurati è quello di Ahmed Abul Gheit, alla guida della diplomazia egiziana dal 2004 e braccio destro di Mubarak nella linea di appoggio alle politiche israeliane nella regione, a cominciare dall’assedio di Gaza. Al suo posto è stato scelto Nabil Elaraby, ex giudice della Corte internazionale di giustizia, ex rappresentante permanente presso l’Onu e vicino all’Assemblea per il Cambiamento del riformista Mohamad ElBaradei.
Comincia male intanto l’incarico del nuovo ministro dell’Interno, Mansour El Essawy
che accettanto il dicastero aveva affermato che la missione della Sicurezza dello Stato sarà limitata alla «lotta al terrorismo» senza interferire nella vita quotidiana dei cittadini. Ma dopo le violenze di ieri sera il suo compito si fa ancora più arduo. Intanto ieri sono cominciati a circolare i dettagli sull’organizzazione del referendum costituzionale indetto per il 19 marzo. Il voto sarà sorvegliato da 16.000 giudici, suddivisi in trenta commissioni. Il riformista Mohammed ElBaradei ha espresso forti riserve sul previsto referendum, affermando che non bastano gli emendamenti a pochi articoli della Costituzione per garantire la democrazia ma è necessario riscrivere l’intera Carta Costituzione perchè quella in vigore assegna troppi poteri al presidente. Nena News

03 marzo 2011

Dichiarazione sulle rivoluzioni del mondo arabo adottata dal Comitato Internazionale della IV Internazionale

Quarta Internazionale 22 febbraio 2011

Dichiarazione sulle rivoluzioni del mondo arabo adottata dal Comitato Internazionale della IV Internazionale nella sessione di febbraio 2011

1. La straordinaria vittoria del popolo egiziano contro Mubarak moltiplica la portata storica della rivoluzione tunisina che ha abbattuto il regime di Ben Alì. L’onda d’urto di queste vittorie popolari si è estesa in pochi giorni a tutta la regione araba e al di là, e influenza il rapporto di forza tra le classi su scala mondiale. Manifestazioni, scioperi, assemblee, comitati di autodifesa, mobilitazioni dei sindacati, degli studenti, delle associazioni democratiche, hanno affrontato con una determinazione assoluta gli apparati di Stato e per prime le forze di polizia. Milioni di tunisini ed egiziani si sono mobilitati fino alla caduta dei dittatori, e continuano a mobilitarsi per non farsi confiscare la rivoluzione.
2. Si tratta di un processo di rivoluzione permanente che combina strettamente le dimensioni sociali, democratiche, di sovranità nazionale e si espande su scala internazionale. Gli effetti della crisi economica mondiale, combinati con la feroce oppressione e con la spudorata corruzione delle dittature, hanno unito gli strati popolari più svantaggiati, la classe operaia organizzzata con le classi medie, i giovani con i vecchi, le donne con gli uomini. Le masse tunisine ed egiziane non sopportavano più sistemi economici che le emarginavano. Come in molti paesi vicini, l’integrazione alla mondializzazione capitalista ha portato a una crescita economica poco produttiva di occupazione e a una concentrazione della ricchezza senza precedenti, a uno sviluppo ineguale dei territori e a un degrado generale delle condizioni di vita e di lavoro.
Una delle principali ragioni di questa rivoluzione è l’esplosione dei prezzi alimentari negli ultimi anni.
Il rapido processo di cambiamento climatico ha portato alla crisi alimentare mondiale attuale, particolarmente in paesi come la Tunisia. La liberalizzazione economica imposta dall’FMI, dall’OMC e dalla UE si è tradotta in un’accresciuta precarizzazione dei lavoratori, nell’accaparramento delle terre da parte del capitalismo agrario orientato verso l’esportazione, in drastici tagli nei servizi pubblici e in una disoccupazione di massa che colpisce in particolare giovani laureati. E in più, con la chiusura delle frontiere dell’Unione Europea alle possibilità di emigrazione, e la contrazione del mercato del lavoro nelle monarchie petrolifere del Golfo, scompariva ogni possibilità di sfuggire alla povertà. Parallelamente, il soffocamento radicale delle libertà e dei diritti democratici da parte di Stati polizieschi che imponevano un controllo sociale generalizzato, e l’impossibilità di contropoteri – i partiti «di opposizione» parlamentari erano tollerati dai regimi tunisino ed egiziano solo come larve, le associazioni infiltrate o impedite di funzionare – hanno fatto sì che tra le dittature e le popolazioni non vi fosse altro che la figura del capo autocratico e un apparato repressivo devoto e feroce. E il funzionamento mafioso dei clan al potere ha finito per delegittimarlo.
Infine, questi due regimi si sono distinti per la loro collaborazione con lo Stato sionista di Israele, esasperando ancora di più popolazioni che considerano come proprie le sofferenze del popolo palestinese. Di fronte a tutte queste ingiustizie, negli ultimi anni si sono moltiplicati scioperi ed esplosioni sociali che hanno permesso un’accumulazione di esperienze senza tuttavia riuscire ad abbattere il muro della paura per la maggioranza delle popolazioni. Questo muro è stato sommerso in qualche settimana, e malgrado le numerosissime vittime il popolo tunisino, poi, con in mente il suo esempio il popolo egiziano, hanno sostenuto una lotta ininterrotta fino alla fuga dei dittatori Ben Alì e Mubarak.
3. Con queste vittorie, i popoli della regione araba ritrovano una immensa dignità, quella della loro irruzione sulla scena politica della democrazia e della lotta di classe, fuori dalla mortifera alternativa (o combinazione) autocrazie/islamismo nella quale erano rinchiusi da trent’anni. Le classi popolari, e in primo luogo la classe operaia di questa regione, hanno conquistato i mezzi per rivendicare tutte le libertà democratiche. Le donne, per rivendicare i loro diritti e l’uguaglianza con gli uomini. I lavoratori hanno conquistato i mezzi per contestare a un livello molto più alto i programmni di supersfruttamento del neoliberismo e destabilizzano in profondità i dispositivi di dominazione imperialista sulla regione, europei e statunitensi, connessi allo Stato di Israele. Non per errore il governo israeliano, in tutte le sue tendenze, ha preteso fino all’ultimo un sostegno dell’Occidente ai dittatori. La rivoluzione nella regione araba mostra il potenziale di emancipazione sociale e democratica di ogni lotta di massa contro l’ingiustizia. Il ruolo attivo delle donne nelle mobilitazioni è un segno inequivocabile. Questo processo permette di combattere le campagne razziste e islamofobiche sul cosiddetto «scontro delle civiltà», che tentano di far credere che la mobilitazione dei popoli arabo-musulmani apre la strada al fondamentalismo. Questa dinamica avrà effetti nel mondo intero. Nell’immediato ne ha già in Giordania, nello Yemen, in Bahrein, in Siria, in Libano, in Libia, in Algeria, in Marocco e in Mauritania, anche se non si può prevedere con che ritmo e in quale ordine potranno cadere i regimi al potere, ciascuno con le sue particolarità. Particolarmente in Libia, dove il regime ha attaccato la popolazione con aerei militari ed elicotteri e ha già ucciso più di 500 persone, c’è un rapido aggravarsi della situazione che richiede la nostra intera solidarietà. Queste rivoluzioni creano condizioni nuove e più favorevoli per la lotta dei palestinesi, lotta che la Quarta Internazionale incoraggia e sostiene. La rivoluzione egiziana mette concretamente all’ordine del giorno la fine di quel crimine contro l’umanità che è l’assedio di Gaza. Di fronte a questa situazione, la risposta dello Stato sionista può diventare ancora più dura e brutale. Occorrerà raddoppiare la mobilitazione per impedirglielo. La dinamica di queste rivoluzioni incoraggia anche le lotte contro le dittature in Iran e fino in Cina, dove le opposizioni si ispirano ai metodi di coordinamento utilizzati in Tunisia e in Egitto, come l’utilizzo delle reti sociali. Incoraggerà inevitabilmente le mobilitazioni delle popolazioni immigrate originarie della regione araba, supersfruttate e oppresse nei paesi capitalisti avanzati. Più che mai dobbiamo stare al fianco di queste popolazioni.
Ma questi processi possono avere conseguenze ancora più globali nei paesi imperialisti, dove i lavoratori e i giovani si scontrano sempre più massicciamente con i piani di austerità, senza trovare la via del successo: ci mostrano che una rivoluzione dal basso nel XXI secolo è possibile, che può abbattere un regime politico apparentemente inespugnabile e strappare conquiste che ancora ieri sembravano irraggiungibili!
4. Le conquiste di questi processi sono certamente fragili, in Tunisia come in Egitto, ma essenziali per lo sviluppo successivo. Basandosi sulle recenti esperienze popolari e sull’inserimento di lunga data della sinistra radicale nei sindacati, l’autorganizzazione si è sviluppata massicciamente quando per i manifestanti e gli abitanti dei quartieri si è reso necessario proteggersi dalle aggressioni della polizia e delle milizie del potere, in Tunisia da Sidi Bouzid ai quartieri popolari delle grandi città e alla Kasbah di Tunisi; in Egitto dalla Piazza Tahrir del Cairo ai quartieri di Suez, Mansurah o Alessandria. Scene inimmaginabili qualche giorno prima, i musulmani e i copti hanno protetto reciprocamente i propri momenti di preghiera, gli operai e i giovani internauti, le donne e i religiosi, gli scrittori e i taxisti hanno difeso fianco a fianco i punti attaccati dagli sbirri di Mubarak. I popoli sono riusciti a destabilizzare gli eserciti tentando sistematicamente di fraternizzare con i soldati. I dittatori sono fuggiti, le direzioni dei partiti al potere hanno dovuto rinunciare a funzionare sotto la pressione delle mobilitazioni, e le mobilitazioni popolari proseguono. In Tunisia, i dirigenti più corrotti sono perseguiti dalla giustizia, i fondi e i beni dello RCD vengono confiscati, le sue sedi sono diventate case del popolo. La maggior parte dei prigionieri politici è stata liberata. Gli apparati polizieschi dei due paesi, anche se non sono stati smantellati, sono disorganizzati. Gli impiegati dei ministeri cominciano a esercitare un controllo sui loro dirigenti, come quelli del Ministero degli Esteri tunisino che hanno ottenuto le dimissioni del loro ministro che aveva coperto di elogi la ministra francese Alliot-Marie. Molti governatori, sindaci e responsabili pubblici tunisini hanno dovuto dare le dimissioni. Le masse tunisine sono arrivate anche a chiedere la partenza dell’ambasciatore di Francia appena arrivato, dopo una sua dichiarazione sprezzante. Numerosi precari della funzione pubblica sono stati stabilizzati, il capitale dei dirigenti d’impresa più corrotti della Tunisia è stato nazionalizzato. Processi analoghi sono avviati anche in Egitto. I funzionari hanno ottenuto aumenti salariali del 15%, numerosi scioperi operai si sviluppano malgrado le minacce del nuovo potere.
5. Beninteso, le classi dominanti non sono rimaste inerti e saranno sempre più attive nei confronti dei processi rivoluzionari in estensione. In Tunisia, la «neutralità» dell’esercito e l’allontanamento di Ben Alì sono stati controbilanciati dalla permanenza al potere del suo primo ministro Ghannouchi e di numerosi dirigenti dell’RCD, che dovevano essere legittimati dall’arrivo al governo di parecchi partiti dell’opposizione e del grande sindacato UGTT. Il rifiuto di questa e la mobilitazione popolare hanno imposto un secondo governo, dove dei dirigenti dell’RCD rimane il solo primo ministro. Ma il nuovo potere è strutturato dai quadri dell’imperialismo francese, e impiega tutta la sua energia, assieme ai capitalisti tunisini e all’esercito, a convincere i lavoratori a riprendere il lavoro «come prima». Si tratterebbe di chiudere una parentesi … accontentandosi di annunciare elezioni generali entro 6 mesi. In Egitto, è direttamente l’esercito che assicura la «transizione», con il minaccioso ministro dell’interno Suleiman, noto torturatore, amico di Israele e altrettanto noto agente della CIA statunitense. Anche in questo caso, si ingiunge al popolo di essere ragionevole, per permettere la continuazione del turismo e degli investimenti esteri, con la promessa di elezioni tra qualche mese … e la minaccia della ripresa della repressione. I governi Sarkozy e Berlusconi, che non hanno visto niente di quanto stava per accadere e si sono compromessi nel sostegno a Ben Alì, sono in prima fila nell’Unione Europea nell’esigere ora la ripresa degli affari e il ritorno al blocco della polizia contro i migranti. L’imperialismo americano, con l’amministrazione Obama, è molto più flessibile: non avendo previsto né controllato il movimento in Egitto, finge di cavalcarlo, ma i suoi stretti legami con il comando dell’esercito pesano come una minaccia permanente sul processo rivoluzionario egiziano, ed esigerà garanzie sul traffico lungo il canale di Suez e il mantenimento della chiusura della frontiera palestinese a Gaza. Infine, le istituzioni internazionali sapranno esigere il rispetto dei fondamentali del capitalismo moderno: pagamento del debito pubblico anche se iniquo; rispetto dell’apertura totale ai capitali e ai prodotti stranieri, proseguimento della deregolamentazione.
6. In questo processo, è tutto il sistema che si deve smantellare per affermare tutti i diritti e le libertà democratiche: diritto di espressione, diritto di sciopero, diritto di manifestazione, pluralismo di associazioni, sindacati e partiti, liquidazione dell’istituzione presidenziale e instaurazione di un governo rivoluzionario provvisorio. È necessaria oggi l’apertura di un processo di elezioni libere per un’Assemblea Costituente. Per non essere confiscato da un nuovo potere delle oligarchie, questo processo deve basarsi sull’organizzazione dei comitati, coordinamenti e consigli popolari che sono emersi nella popolazione. In questo contesto, gli anticapitalisti lotteranno per le rivendicazioni centrali di un programma di rottura con l’imperialismo e il sistema capitalista: soddisfacimento dei bisogni vitali delle classi popolari (pane, salario, lavoro), riorganizzazione dell’economia in funzione dei bisogni sociali, servizi pubblici di qualità e gratuiti (scuola, sanità), i diritti delle donne, ampliamento della protezione sociale (disoccupazione, salute, pensioni), riforma agraria radicale, socializzazione delle banche e dei settori chiave dell’economia, annullamento del debito, sovranità nazionale e popolare. Questo programma di un governo che sia al servizio dei lavoratori e della popolazione è difeso in Tunisia dalla Lega della Sinistra Operaia (Ligue de la Gauche Ouvrière). Questa fa parte del Fronte del 14 gennaio, nel quale è riunita la sinistra che rifiuta il governo Ghannouchi e si batte per tutte le libertà democratiche, una Costituente e il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Questo programma è sostenuto anche in Egitto da un raggruppamento di rivoluzionari in corso di costituzione.
7. I popoli tunisino ed egiziano, e l’insieme dei popoli della regione araba hanno ancora bisogno della nostra solidarietà nella lotta per le libertà democratiche. Hanno ancor più bisogno della nostra mobilitazione per allentare la morsa imperialista: non pagamento dei debiti esteri dei vecchi regimi, restituzione dei beni e averi finanziari dei dittatori , protezione della sovranità nazionale dei popoli contro le pressioni del capitalismo internazionale; annullamento degli accordi internazionali sottoscritti dal vecchio regime nei settori militare, sicurezza e migrazione.
I rivoluzionari del mondo intero hanno ugualmente il compito essenziale di stabilire tutti i legami possibili con i sindacati, le associazioni e le organizzazioni anticapitaliste di questi paesi, per contribuire al consolidamento del processo rivoluzionario in corso, e appoggiare l’autorganizzazione dei popoli che vi prendonoi parte.
La rivoluzione in corso nella regione araba è la nostra lotta!

Nell’immediato sosteniamo le seguenti iniziative:
  • l’appello dell’Assemblea dei movimenti sociali, riunita nel Forum Sociale Mondiale di Dakar, a una giornata mondiale di mobilitazione in solidarietà con le rivoluzioni nel mondo arabo, il 20 marzo 2011 (data anniversaria dell’invasione dell’Iraq nel 2003);
  • la Conferenza delle organizzazioni rivoluzionarie della regione araba a Tunisi, convocata dalla LGO dal 25 al 27 marzo;
  • la Conferenza anticapitalista mediterranea, convocata dall’NPA, che si terrà a Marsiglia il 7 e 8 maggio prossimi.
Il Comitato Internazionale della IV internazionale

02 marzo 2011

Le donne egiziane rivendicano il loro ruolo nella rivoluzione

Un'ondata di ottimismo si estende tra le organizzazioni femministe egiziane, dopo la partecipazione massiccia delle donne alla rivoluzione popolare. L'esperienza vissuta in piazza Tahrir e la possibilità di essere coinvolte dall'inizio nelle mobilitazioni, attraverso una piattaforma sicura come internet, sono alcune delle cause di questa nuova situazione.

F. Javier Aguayo – Redazione. 16 febbraio 2011. Numero 143-144.

“La gente oppressa cerca sempre qualcuno da opprimere o maltrattare. Ora, per la prima volta in 40 anni, questa stessa gente ha provato il sapore della libertà. Gli uomini non torneranno a mettere le mani addosso a una donna”, con queste parole Azza Kamel, militante femminista e scrittrice, spiega quello che per lei hanno significato i 20 giorni di rivoluzione nella mentalità degli egiziani. Qualcosa che ha avuto la sua massima espressione nell'accampamento di piazza Tahrir, dove “la donna si sentiva libera. Ogni volta che un uomo toccava involontariamente una donna, si scusava. Cose mai viste ...”. Qualcosa che può sembrare strano, ma che non lo è tanto in un paese in cui, secondo uno studio del 2008 del Centro egiziano per il diritto delle donne, quattro su cinque donne vengono aggredite sessualmente nel corso della loro vita.
Quel che è certo è che internet è piena di immagini di centinaia di donne accampate in piazza Tahrir, che affrontano la polizia o che capeggiano manifestazioni. Secondo diversi collettivi femministi, “dove di solito si supponeva una partecipazione delle donne del 10 %, in quest'occasione si situa tra il 40 e il 50 % dei manifestanti nei giorni precedenti la cacciata di Mubarak.”

Un cambiamento evidente.
“Evidentemente, l'Egitto continua a essere una società patrriarcale e certi valori continuano ad essere così radicati da non essere travolte nemmeno da una protesta così innovativa come quella del 25 gennaio”, riconosce Amal Abdel Hady, della Fondazione Donna Nuova, cercando di mantenere i piedi per terra di fronte a questo presunto cambiamento nella mentalità della società
egiziana. Ciononostante, durante questi giorni si sono viste cose impensabili fino ad ora, “donne alla testa di grandi proteste che fraternizzano con gli uomini, preghiere in comune, senza che le donne fossero obbligate a mettersi dietro, o gente di entrambi i sessi che dormivano sotto la stessa tenda, senza neanche conoscersi,...” continua Abdel Hady.
Allo stesso tempo sia gli uomini che le donne erano presenti nella preparazione delle mobilitazioni. Il fatto che internet fosse il mezzo attraverso cui era circolata l'idea di una grande mobilitazione, “offriva una piattaforma sicura per le donne, da dove non sentivano la paura delle consequenze che, fino allora, avevano avuto le grandi concentrazioni di persone”, afferma Mozn Hassan, direttrice del Centro di studi femministi Nasra. Secondo questa veterana attivista, una volta che le manifestazioni furono lanciate “il passo successivo alla partecipazione fisica fu molto più facile”.

Un nuovo scenario
Ora che la gente ha lasciato la piazza, per vedere come evolvono le vicende intorno al nuovo potere militare, si apre una nuova tappa chiave nella partecipazione politica e sociale della donna. Per la Fondazione Nuova Donna, la maggiore preoccupazione è che “il fatto che le donne non fossero organizzate durante le prosteste con in mente esigenze di diritti specifici, può comportare che le si ignori in questa epoca post-Mubarak”, come è successo storicamente in Egitto.

Con l'obiettivo di dare visibilità al ruolo delle donne in tutto il processo rivoluzionario, questa fondazione ha proposto di raccogliere le testimonianze delle donne che hanno partecipato ai 18 giorni di mobilitazione. Con ciò vogliono “mantenere la voce delle donne nella lotta per il cambiamento”, molte delle quali hanno partecipato in questa occasione per la prima volta ad un'attività politica. Ciononostante, “fino a ad ora nessun gruppo, neanche quelli composti da giovani, si è dato da fare perchè la voce delle donne venga ascoltata”, conclude l'esponente della Fondazione Donna Nuova.

16 febbraio 2011

Viva le rivoluzioni egiziana e tunisina!

Dichiarazione internazionale delle organizzazioni presenti al congresso del NPA

Il rovesciamento di Ben Alì e di Mubarak cambia la situazione politica non solamente nel Magreb e nel Medio Oriente ma a livello internazionale. Le rivoluzioni popolari che hanno messo fine a delle dittature sostenute per decenni dall’imperialismo americano ed europeo ridanno fiducia all’insieme dei popoli arabi e scompaginano tutto il dispositivo imperialista e sionista nella regione. Ed ora le popolazioni giordane, yemenite, irakene, palestinesi sono scese nelle strade per pretendere dei cambiamenti politici.
Queste rivoluzioni sono l’effetto diretto della crisi economica internazionale e dei diktats del FMI e della Banca mondiale che impongono un’offensiva sociale radicale e l’impoverimento di popolazioni già colpite da decine d’anni di politiche di ingiustizia sociale e di corruzione. Queste due rivoluzioni aprono la via non solo a rivendicazioni democratiche per rompere con le dittature precedenti, ma anche alla rimessa in causa dei sistemi economici capitalistici che sono all’origine di tanta ingiustizia. Sono le questioni sociali che sono state all’origine dell’insurrezioni popolari. L’imperialismo farà di tutto per salvaguardare le sue posizioni nella regione e per impedire lo sviluppo anti-imperialista del processi in corso e la loro propagazione nella regione. Quindi i popoli egiziani e tunisini , le forze che, in questi paesi, vogliono dare impulso ad una via anti-imperialista e socialista hanno bisogno della solidarietà e del sostegno attivo dei rivoluzionari, dei movimenti anti-imperialisti, dei movimenti sociali e sindacali del mondo intero. Ciascuno, nei nostri paesi e nelle nostre regioni, si impegna a sviluppare questa solidarietà specialmente per combattere le istituzioni ed i gruppi capitalistici internazionali che mirano ad impedire ogni trascrescenza sociale ed economico di queste rivoluzioni nascenti, e ad appoggiarsi su questo esempio magnifico per stimolare la mobilitazione contro il Debito e le esigenze del FMI.
Viva le rivoluzioni tunisina ed egiziana!
Solidarietà internazionale!
12 Febbraio 2011
NB. L’Assemblea mondiale dei movimenti sociali riunita nel quadro del Forum mondiale di Dakar chiama ad una giornata di mobilitazione il 20 marzo


Sottoscrittori: Tunisia: Ligue de la Gauche Ouvrière,PCOT// Marocco : Al Mounadil// Irak: Irak Freedom Congres, Union des communistes-Irak// Libano: Parti coummuniste libanais // Palestina: Fronte popolare di Liberazione Palestinese// Inghilterra: Socialist Worker’s Party, Counterfire// Belgio : LCR/SAP// Portogallo: Bloco de Esquerda// Corsica: A Manca// Italia: Sinistra Critica// Stato Spagnolo: Izquierda Anticapitalista, Partito Operaio Rivoluzionario// Catalonia: En Liutta// Euskadi: Askapena// Irlanda: Socialist Worker Party// Polonia: P.P.P// Grecia: SEK,Dea// Francia: NPA//USA:ISO// Canada: Socialist caucus of the New Democratic Party// Messico: Partito Rivoluzionario dei Lavoratori// Martinica: Groupe révolution Socialiste// Venezuela: Marea Socialista// Brasile PSOL// Argentina: MST// Perù: Partito Rivoluzionario dei Lavoratori// Indonesia: KPRM-PRD// Sri Lanka: NSSP// Corea del Sud New Progressive Party// Isole Riunione: NPAR// AUSTRALIA: Socialist Aliance// Svizzera: MPS

Tradotto dal sito htt://www.npa2009.org

Egitto: dove sono finiti i desaparecidos?

Centinaia di egiziani sono finiti nelle prigioni della polizia politica ma anche dell'Esercito e di loro non si sa piu' nulla. Le Forze Armate promettono un referendum costituzionale ma intanto si schierano nuovamente contro le lotte dei lavoratori

Roma, 16 febbraio 2011, Nena News – Sono scomparsi a centinaia e nessuno sa più niente di loro. Centinaia di egiziani, arrestati durante le manifestazioni che hanno portato alle cacciata del presidente Hosni Mubarak, sono ancora introvabili e considerati ufficialmente «dispersi». Ma tutti sanno che i desaparecidos sono nelle mani dei servizi di sicurezza e detenuti in località segrete. L’Egitto post rivoluzionario potrà dirsi davvero più libero e trasparente solo se verranno totalmente cambiati i metodi del mukhabarat, il servizio segreto che per decenni ha arrestato, interrogato e torturato in nome della stabilità del regime di Hosni Mubarak. In questo caso però è chiamato in causa anche l’Esercito che pure gode tra gli egiziani di una ottima reputazione per l’atteggiamento avuto durante i 18 giorni della rivolta contro Mubarak. «Centinaia di persone sono detenute – ha denunciato Gamal Eid, direttore della Rete araba di informazione dei diritti umani – ma le notizie sul loro numero esatto non sono ancora complete. Sappiamo soltanto che l’Esercito aveva arrestato una parte dei cittadini ora dispersi». Eid perciò ha esortato i militari a stilare immediatamente una lista dei detenuti e a rispettare i loro diritti. Ieri il quotidiano indipendente al-Masry al-Youm aveva pubblicato un elenco di nomi di uomini e donne, in gran parte tra i 15 e i 48 anni, che sono svaniti nel nulla tra il 25 gennaio (primo giorno delle manifestazioni) e il 9 febbraio, due giorni prima delle dimissioni del raìs-faraone (le autorità egiziane non hanno finora fornito una cifra ufficiale degli arrestati durante gli scontri nei quali, secondo l’Onu e Human Rights Watch, sono state uccise oltre 300 persone).

Nassir Amin, avvocato alla guida del Centro arabo per l’indipendenza e la giustizia, ha aggiunto da parte sua che alcuni manifestanti potrebbero trovarsi nelle mani dell’esercito, ma un numero molto maggiore sarebbe stato arrestato da poliziotti in borghese, ossia della famigerata baltagiyyeh (polizia politica). Alcuni cyber-militanti protagonisti della rivolta hanno detto di aver ricevuto da alti gradi delle Forze Armate l’assicurazione che «tutti i manifestanti svaniti nel nulla saranno ritrovati». Ma i dubbi restano e le preoccupazioni per la loro sorte sono forti.

Entro dieci giorni l’Egitto avrà una nuova costituzione, promettono ancora i militari del Consiglio Supremo delle Forze Armate, che hanno affidato la direzione della commissione competente ad un giudice in pensione, Tareq Beshry. A sorpresa, però, hanno anche inserito nel gruppo un Fratello Musulmano, l’avvocato ed ex deputato Sobhi Salah. Che la confraternita, tuttora considerata fuorilegge ma da sempre tollerata, stia ricevendo un’ulteriore legittimazione costituzionale è segnalato anche da un’intervista ad un noto portavoce, Essam El Arian, fatta da una rete televisiva imprecisata, ma ripresa dalla tv di stato, in una prima volta assoluta per l’Egitto.

Altra novità di rilievo è la una nuova sfida all’ Esercito della «Coalizione dei giovani» anti-Mubarak, che aveva promosso la protesta del 25 gennaio. La Coalizione ha annunciato che se il Consiglio Supremo delle Forze Armate, che da venerdì scorso ha il controllo del paese, non comunicherà al più presto un calendario delle tappe del suo lavoro, non sarà cambiato il governo, come è stato promesso, e non sarà abolita la legge d’emergenza in vigore dal 1981, venerdì prossimo, giornata della «Marcia della Vittoria», potrebbe ricominciare un sit-in in piazza Tahrir. I vertici militari da parte loro hanno ribadito la loro contrarietà agli scioperi dei lavoratori che lottano e manifestano per migliorare la loro condizione e non soltanto per arrivare ad un Egitto più democratico. Secondo l’Esercito «il popolo deve capire che scioperi e sit-in e l’alt nel lavoro e nella produzione e i danni alle industrie non risolveranno i loro problemi…Il risultato di questo prolungato stato di instabilità sociale sarà catastrofico». I giovani, aggiungono i comandanti militari, devono «salvaguardare le infrastrutture sociali ed economiche, perchè la democrazia significa dialogo e non contrapposizione». In sostanza i militari dicono agli egiziani: la vostra ribellione è finita con la cacciata di Mubarak, ora tutti zitti e al lavoro e non turbate il sistema economico e sociale egiziano che vede il 40% della popolazione vivere in povertà, con 2 dollari al giorno.

13 febbraio 2011

L'Egitto, la Striscia di Gaza e le rivoluzioni mediterranee: una nuova Era?

di Angela Lano
www.infopal.it

InfoPal. In Tunisia come in Egitto, il popolo ha vinto contro il Tiranno. Sono state rivoluzioni non-violente, duramente aggredite dai rispettivi regimi. Centinaia di morti e feriti sono stati il prezzo delle due rivolte popolari che hanno posto fine al potere di dittatori violenti, amati e sostenuti politicamente ed economicamente dall'Occidente.
Una guerra da vincere. Le battaglie sono state vinte, ma speriamo che anche le guerre lo siano, perché certamente Israele e i suoi sponsor statunitensi ed europei non permetteranno facilmente che Paesi-chiave come l'Egitto - il cui governo è stato un fedele e prezioso partner nell'oppressione dei palestinesi - si emancipino del tutto dal loro giogo. La definitiva liberazione dell'Egitto dall'influenza israelo-statunitense potrebbe, come sappiamo, significare la permanente apertura del valico di Rafah, e dunque, in qualche modo, la fine del disumano assedio alla Striscia di Gaza, che da quattro anni affama 1,5 milioni di persone. Israele non permetterà, senza mettere in campo tutti i propri illegali mezzi, che l'assedio sia spazzato via. C'è dunque da aspettarsi di tutto, in queste settimane.
Sostegno alle rivoluzioni monocolore? I palestinesi della Striscia hanno atteso con preoccupazione e speranza l'esito della rivoluzione egiziana. Il governo di Gaza aveva contenuto le manifestazioni di piazza pro-rivoluzione temendo che la vittoria del regime del Cairo sulla volontà del popolo d'Egitto avrebbe avuto effetti ancora più nefasti per i palestinesi. Osservando dall'esterno tali precauzioni, qualcuno, tra i non pochi islamofobici attivisti "pro-Palestina" italiani, ne aveva subito approfittato per sottolineare il parallelismo tra il regime quisling e corrotto (si leggano i tanti documenti del "Palestine Papers"), e ormai inviso ai più, dell'Anp di Ramallah, e il governo assediato di Gaza. Ma si sa, per certa sinistra (non tutta, per fortuna!), i governi popolari e le rivoluzioni devono avere un solo preciso colore, gli altri non sono ammessi o accreditabili... Infatti, parallelamente, altri analisti, sempre italiani, e sempre sostenitori delle rivolte rosso fuoco, hanno iniziato a diffondere articoli in cui la rivoluzione popolare egiziana veniva screditata e assimilata ad altre, pilotate da Cia e Mossad... Forse è un'abitudine italiana, quella di dubitare di tutto, tranne di ciò di cui davvero si dovrebbe, o forse è il vizio insanabile del settarismo e dello spirito di "tribù" a farci diffidare di tutto ciò che non appartiene al nostro stesso identico schieramento, ma tant'è... La rivoluzione egiziana ha spazzato via in modo non-violento il clan Mubarak, aprendo il Paese alla prospettiva d'un futuro. E i palestinesi, in massa anche loro, si sono riversati nelle strade della Striscia e della Cisgiordania a manifestare entusiasmo e tanta speranza per se stessi e per i loro fratelli egiziani.
Egiziani liberi di sostenere i palestinesi. Ricordo ancora una visita a un centro caritatevole egiziano, al Cairo, alla fine dell'Operazione Piombo Fuso contro Gaza, nel gennaio 2009: era un'organizzazione gestita (in modo non ufficiale in quanto vietato dal governo), dai Fratelli Musulmani. Nell'edificio, aperto al pubblico, fervevano i preparativi per una spedizione di aiuti ai gazesi vittime della feroce aggressione israeliana. Mi colpì la dedizione dei tanti volontari, il loro coinvolgimento e la loro solidarietà ai fratelli e sorelle palestinesi. Un'attitudine che il regime Mubarak non favoriva certamente, ma tollerava, purché non avesse connotazioni pubbliche e troppo "politiche", sgradite all'amico e padrone Israele. Conservo ancora nella mente l'imbarazzo di uomini e donne di buona volontà egiziani, politici e cittadini comuni, a dover abbassare la testa e lavorare segretamente, o "non ufficialmente", a sostegno dei propri vicini palestinesi. C'era in tanti, giovani e adulti, una rassegnazione disperata, una rabbia repressa e malcelata che rivelava i prodromi di un futuro e potenziale cambiamento. Quello che, ci auguriamo, è iniziato ieri, con la fine dell'era Mubarak e della sottomissione al diktat Israelo-americano. La rivoluzione egiziana, con la sua forza, coraggio, non-violenza e determinazione rapresenta un momento storico di grande impatto per tutti i popoli arabi soggiogati da dittature pagate e sostenute dai nostri regimi occidentali. E' una speranza anche per tutto il Mediterraneo.

12 febbraio 2011

La tenacia del del popolo egiziano ha costretto Mubarak alla fuga, ora democrazia e libertà. No ad una tutela militare e statunitense

La fuga di Mubarak verso Sharm el Sheik, senza i famigliari ma con molti bagagli, è la conseguenza - positiva e sperata da settimane - della tenacia e della permanente mobilitazione della piazza egiziana, che non ha raccolto l'invito minaccioso dell'esercito a smobilitare (e a tornare al lavoro).
Ora i generali si appresterebbero a prendere in mano anche i poteri formali, oltre a quelli reali (politici e d economici) che già detengono. E' l'unica soluzione che l'establishment egiziano e i suoi numerosi protettori internazionali hanno trovato per tentare di impedire una dinamica insurrezionale che estrometta tutti i responsabili del regime. Gli attacchi ripetuti alle caserme in giro per il paese - oltre alla manifestazioni che continuano a occupare le piazze e gli scioperi annunciati e praticati - dicono che il passaggio di poteri parziale deciso da Mubarak non ha bloccato la protesta e per questo Usa e Ue hanno dovuto spingere l'esercito a fare il passo.
La gioia per la partenza di Mubarak, resa ancora più grande dal fatto che segua quella del dittatore tunisino Ben Ali e che coincide con una rivolta che soffia in tutto il nord Africa, non ci fa dimenticare le preoccupazioni di fronte al ruolo contro-rivoluzionario dell'esercito e al freno che Usa e Ue cercheranno di mettere alle rivolte (d'altra parte i golpe a bassa intensiatà ssembrano quelli preferiti dal "democratico" Obama, dall'Honduras ad Haiti...).
Ora speriamo che il Movimento 6 aprile e tutte le forze poltiche e sociali che si sono impegnate nelle mobilitazioni sapranno darsi un coordinamento e una direzione, insieme ai sindacati che organizzano gli scioperi, per impedire che l'esercito riporti la situazione sotto controllo dei soliti noti, amici degli Stati Uniti e di Israele.
La combinazione della lotta contro la crisi (la fame!) e per i diritti democratici deve sfociare al più presto in elezioni per un'Assemblea costituente, ma per arrivarci occorre un'autorganizzazione popolare che non deleghi nessuno (tantomeno l'esercito!) a gestire la transizione.
Sinistra Critica - e la sua rete internazionale - continua a sostenere la mobilitazione popolare e le forze politiche e sociali impegnate in una vera rivoluzione democratica e nella lotta per la giustizia sociale.
Esecutivo Nazionale Sinistra Critica

La rivoluzione è possibile

Mubarak si è dimesso sotto la spinta della sollevazione popolare. Non sappiamo cosa succederà ora, se la delusione prenderà il posto della speranza. Ma Il Cairo mostra qual è la strada del cambiamento

di Salvatore Cannavò

www.ilmegafonoquotidinano.it

Centinaia di migliaia di persone festeggiano a piazza Tahrir, al Cairo, dopo l'annuncio delle dimissioni di Hosni Mubarak. Se ieri sera il raìs aveva cercato di strappare un altro lembo di potere, la rivolta spontanea e determinata, lucida e sostanzialmente pacifica di milioni di persone lo ha costretto alla resa, a fuggire via, a gettare la spugna.

UN ESITO INCERTO. Non sappiamo cosa succederà ora in Egitto, quanto le forze del vecchio regime riusciranno a resistere e a restaurare il proprio potere, magari con cambiamenti di facciata. Ma, al di là degli esiti, la sollevazione popolare ha riproposto all'attenzione del mondo intero il tema del cambiamento come espressione di un'iniziativa di massa. Gli egiziani ci dicono che la rivoluzione è possibile.
Il cambiamento non è frutto di giochi di palazzo, di complicati origami politici, di mosse e contromosse, schemi geometrici ma cammina sulle gambe popolari, sulla mobilitazione di massa. Le “masse” tornano in campo e prendono parola, nel modo più semplice e diretto, riproducendo, probabilmente, antichi errori e dovendo subire altrettante delusioni. Ma la strada è tracciata e questa notizia costituisce una boccata d'ossigeno anche per noi che assistiamo a piccoli fenomeni di “risveglio sociale” pur se informi e poco incisivi.
Certo, l'Italia non è l'Egitto e nonostante la ridicola macchiesta sulla presunta nipote neanche Berlusconi è Mubarak. Non c'è l'esercito a puntellare il "regime" italiano ma le televisioni e la corte di palazzo. Eppure, la strada indicata dalla sponda sud del Mediterraneo ha una valenza generale, indica una modalità. E ci dice che, davvero, se non ci riprendiamo il nostro protagonismo, la nostra volontà di cambiamento non andremo da nessuna parte.

LA CRISI ITALIANA. Assistiamo a una verticale “decadenza” delle classi dirigenti di questo paese, incapaci di trovare il bandolo della matassa e della governabilità. Il governo Berlusconi è in evidente crisi di consenso e legittimità ma non sgombra il campo e si fa forte della maggioranza parlamentare – peraltro acquistata in contanti – di uno zoccolo d'uro di elettorato che resiste, di un ruolo padronale del proprio leader che nessuno osa mettere in discussione. Il centrosinistra, le opposizioni, offrono uno spettacolo pietoso fatto di formule algebriche e di schemi tattici privi di contenuti, di idee, di proposte, quali che siano. La “borghesia” italiana balbetta e si contorce in uno scontro interno per la sopravvivenza sul mercato globale – cos'è se non questa la strategia di Marchionnee il suo scontro con la traballante Marcegaglia? - la Chiesa offre, ancora una volta,la prova della sua connaturata ipocrisia, e la sinistra si divide tra essere “ancella del Pd” o ruota di scorta non necessaria. Resta in campo l'esempio offerto dalla Fiom e dagli studenti che riecheggia quello che proviene dall'altra sponda del Mediterraneo: il protagonismo diretto, la democrazia di base, la sollevazione popolare come mezzo, e anche come contenuto, di una trasformazione sociale reale e durevole.

UN'INDICAZIONE POSITIVA. Perché, anche se appare una prospettiva lontana e irrealizzabile, è questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. La destrutturazion dell'agenda politica imposta da venti anni di berlusconismo e antiberlusconismo, narrazioni contrapposte di un'unica visione economica e sociale; il rimaneggiamento dell'ordine del discorso costituito, il ripristino di bisogni inespressi e demonizzati. Il bisogno del lavoro, del reddito, della casa, di un ambiente sano, di una vita degna di essere vissuta. Tutto questo non ha futuro nel quadro politico esistente, con le caste e le cricche che si spartiscono il potere; nemmeno l'auspicabile uscita di scena di Berlusconi offrirebbe speranze in tal senso. Solo un rivolgimento profondo potrebbe ridare fiato a un discorso sul futuro. Come disse in una celebre serata televisiva il compianto Mario Monicelli, in Italia per cambiare davvero, “ci vorrebbe una rivoluzione”. Come in Egitto.

03 febbraio 2011

Intervista a Gilbert Achcar: le proteste in Medio Oriente e nel Maghreb

L'esempio della Tunisia è stato seguito dall'Egitto, creando un'onda d'urto in tutta la regione. Destabilizzando regimi, privi di qualsiasi forma di legittimità reale.

Questa intervista telefonica è stata rilasciata da Gilbert Achcar, docente presso il SOAS dell’Università di Londra, a Doug Henwood (l’originale sonoro si può ascoltare sul sito: http://www.leftbusinessobserver.com/Radio.html#S110129) il 27 gennaio 2011. Con gli eventi in corso e quindi dagli esiti imprevedibili al momento in cui è stata rilasciata questa intervista, essa è comunque utile per individuare le dinamiche che sono alla base di questa ondata di proteste popolari che sta dilagando in Medio Oriente e nel Maghreb.

Gilbert Achcar è nato in Senegal e cresciuto in Libano. Nel 1983 ha lasciato il suo Paese e adesso vive a Londra, dove insegna presso la School of Oriental and African Studies.

Domanda: Nelle ultime due settimane sono scoppiate delle incredibili rivolte in tutto il Medioriente. Cominciamo con la Tunisia: qual è la tua opinione su ciò che sta avvenendo nel Paese?
Risposta: È importante, in primo luogo, chiedersi quali sono le prospettive dal punto di vista politico. Bisogna capire se c’è la possibilità che il regime passato trovi qualche forma di continuità o se verranno apportate delle modifiche radicali almeno in campo politico. Nello scontro, infatti, entrano in scena due forze, che rappresentano due alternative: la possibile partecipazione al nuovo governo dei rappresentanti del vecchio regime e la pressione esercitata dagli esponenti dell’opposizione politica di sinistra, dei movimenti sociali e della federazione sindacale, affinché si crei un nuovo governo, in cui non figurino personaggi provenienti dal vecchio regime. Nella lotta si inserisce l’esercito, che prova a ritagliarsi un ruolo in questi avvenimenti, avendo contribuito in qualche modo alla fuga del dittatore, abbandonandolo, ma continuando d’altra parte a rappresentare una forza di riserva per il regime. Al momento la situazione è abbastanza instabile ed è ancora aperta ogni possibilità se parliamo di chi, in ultima istanza, farà parte del prossimo governo e chi coordinerà l’organizzazione delle elezioni future, che è un’altra delle questioni in campo.
D: Attualmente esistono delle formazioni politiche, dei movimenti alternativi che possano inserirsi in questo vuoto politico?
R: Sì. Certo, le strutture di regime sono ancora lì, anche se sono indebolite. Lo stesso partito di maggioranza è in stato di decomposizione. Molti esponenti, fra cui anche i ministri, appartenenti a quel partito hanno rassegnato formalmente le dimissioni. Il partito di maggioranza di fatto non ha più la maggioranza. Le strutture repressive, di solito considerate la spina dorsale dei regimi (mi riferisco alle forze di polizia, le forze di sicurezza e via dicendo), ed in misura minore l’esercito stesso, sono divise. Questa spaccatura negli apparati ha sicuramente indebolito il dittatore e l’ha portato alla fuga. Ma il regime, se pensiamo al suo carattere sociale, non è realmente minacciato, nel senso che vi è uno scontro su chi governerà o su chi imporrà la forza nel prossimo periodo, ma la federazione sindacale in sé non rappresenta un’alternativa radicale rispetto a quello che già esiste.
Dopo tutto la burocrazia della federazione sindacale, la sua leadership, è coesistita con il regime molto più a lungo di quanto non ci si sia scontrata. È per questo che non rappresenta in sé, nella sua struttura, un’alternativa radicale. Anche se è vero che ha una qualche forma di autonomia. Adesso, ad esempio, all’interno dell’unione sindacale c’è un ripiegamento a sinistra ed è in corso una battaglia politica. Quindi il sindacato è l’alternativa più accreditata, in termini di istituzioni già esistenti, alla struttura tradizionale di regime. Riguardo alle forze di opposizione, il partito Ennahdha, che è un’organizzazione islamica ed ha un background fondamentalista, considerata l’alternativa più forte, è comunque in Tunisia molto più debole rispetto ai suoi corrispettivi di altri Paesi della regione e quindi non può assolutamente ricoprire il loro stesso ruolo. Le cose in Tunisia sono in continuo mutamento. Non possiamo neanche dire con certezza se questo governo cadrà o meno. Attualmente le forze che mirano alla conciliazione sono alla ricerca di un compromesso e dicono: “Bene, adesso dobbiamo lasciare che a decidere sia il popolo e dobbiamo solo preoccuparci che le elezioni siano veramente libere per la prima volta nella storia di questo Paese. Potremo farlo solo grazie agli ultimi avvenimenti: la rivolta popolare.” Per alcuni questo non è sufficiente e la questione centrale resta chi presiederà l’organizzazione delle elezioni, che è poi una questione centrale per determinare la successione.
D: Qual è il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’ex potenza coloniale?
R: È curioso vedere come questo Paese sia vessato da istituzioni internazionali/occidentali. Considerando quello che è sempre successo nei Paesi circostanti, la Tunisia è sempre stata considerata un modello positivo, soprattutto dalla Francia. Negli Stati Uniti, invece, (come abbiamo scoperto grazie a Wikileaks) esisteva una certa consapevolezza riguardo al livello di corruzione del regime. Questo è quanto viene fuori dalle pubblicazioni di Wikileaks, ovvero dai report del personale statunitense presente in Tunisia. Da quanto emerge dai documenti, sono tutti d’accordo nel sottolineare l’alto grado di corruzione presente all’interno del regime di Ben Ali. Adesso, il fatto che questo regime sia scosso dalle fondamenta preoccupa molto sia Washington che Parigi per quanto riguarda le possibili ripercussioni e soprattutto a causa dell’ossessione rappresentata dai movimenti fondamentalisti islamici e dalla possibilità che essi possano rappresentare un interlocutore attivo. Ad essere spaventata, però, è soprattutto la Francia, per ovvi motivi di prossimità geografica e a causa dell’ immigrazione tunisina verso il suo territorio. Proprio per il fatto che, come dicevi, la Francia è l’ex potenza coloniale, puoi immaginare quali e quanti siano i legami esistenti fra i due Paesi. Ovviamente sia Washington che Parigi vorrebbero sin da ora stabilizzare la situazione e dire : “Ok, avete avuto la vostra Rivoluzione dei gelsomini”, cercando di inscriverla nella stessa categoria della Rivoluzione delle rose o altre simili. Insomma, niente di temibile, dopotutto. Comunque una manifestazione appartenente alla sfera della democrazia. Nelle ultime analisi è stata addirittura associata a categorie occidentali. Una rivoluzione, insomma, che non ha un reale potere sovversivo, non va oltre le manifestazioni. L’analisi dominante è questa. Anche gli ammonimenti pronunciati dal capo dell’esercito tunisino, le sue dichiarazioni contro il protrarsi delle proteste, sono certamente incoraggiate da Francia e Stati Uniti. Sarebbero contenti, questi ultimi, di vedere segni di continuità nell’apparato politico piuttosto che vederlo minacciato.
D: Quindi l’esempio della Tunisia è stato seguito da manifestazioni simili in tutta la regione. La più grande è quella esplosa in Egitto. Cosa pensi stia accadendo adesso in Egitto?
R: Sì, la rivolta tunisina ha creato una sorta di onda d’urto in tutta la regione. Gli effetti dell’onda d’urto si sono visti in Algeria, in Egitto, in Yemen, in Giordania. È un movimento esteso e non finirà di certo qui. Gli ingredienti principali della rivolta sono da una parte le condizioni economico-sociali, pessime già da tempo, e dall’altra i regimi oppressivi presenti in tutta l’area. Non dimentichiamo che questi regimi sono privi di qualsiasi forma di legittimità reale. La scintilla di tutto, pertanto, è rappresentata dagli avvenimenti tunisini che danno una lezione importante e per tutti facilmente individuabile: quando le masse scendono in strada a protestare possono vincere la repressione. È per questo che la paura che attanagliava i popoli della regione, sta finalmente svanendo, o per lo meno è molto ridotta. Questo è quello che sta succedendo anche in Egitto. La differenza è che in Egitto la sollevazione non ha avuto un inizio spontaneo, come quella tunisina. Più che altro è stata organizzata dalle forze politiche e in particolare da una coalizione di forze di opposizione al regime di Mubarak, forze liberali e di sinistra, ma anche la più grande forza di opposizione del Paese rappresentata dai Fratelli Musulmani, alla luce di quanto accaduto in Tunisia. Questo tipo di opposizione al regime è figlia di un movimento nato da tempo allo scopo di impedire all’attuale presidente di designare il figlio come suo successore, di ottenere elezioni presidenziali libere e di dare la possibilità a chi ne abbia voglia di partecipare in qualità di candidato alle elezioni, che attualmente sono completamente controllate dal regime. La figura centrale che viene fuori da questa mobilitazione come possibile alternativa al presidente Mubarak è l’ex capo dell’Agenzia Atomica, Muhammad El-Baradei, che è visto dall’opposizione liberale, come dall’opposizione di sinistra e da tutte le forme di opposizione del Paese, come l’unica figura che goda di prestigio sia a livello nazionale che internazionale in grado di rappresentare un’alternativa credibile per l’opposizione. È in atto, dunque, una specie di braccio di ferro tra opposizione e regime. Se continua così, se il regime dimostra di non riuscire a controllare e a fermare il movimento di opposizione, si apre la possibilità che questa dittatura si trasformi e che a prendere il potere sia lo stesso esercito che adesso abbandona Mubarak. Sappiamo che la spina dorsale del regime in Egitto è rappresentata dall’esercito. Lo stesso Mubarak proviene dall’esercito. Andando indietro nella storia, ricordiamo che il Paese è governato dall’esercito ininterrottamente dal 1952 e il fatto stesso che l’esercito abbia deciso di abbandonare Mubarak rappresenta un evento importantissimo. In un modo o in un altro, sia che si formi un comitato militare o qualcosa di simile, è difficile adesso intravedere una prospettiva, perché per ora l’esercito non è ancora riuscito a organizzarsi in maniera strutturata. Non ci resta che aspettare e vedere…

Traduzione dall’inglese di Teresa Patarnello
Nena News ringrazia la docente universitaria e scrittrice
Cinzia Nachira per aver reso disponibile l’intervista.

26 gennaio 2011

Egitto blindato, il pugno di ferro del regime

Schierati migliaia di agenti antisommossa, centinaia di arresti, cariche della polizia al Cairo e in altre citta'. Ma la rivolta non si ferma. Intanto la Casa Bianca e l'Italia si schierano con il dittatore Mubarak

Roma, 26 gennaio 2011, Nena News – L’Egitto è blindato. Gli arresti preventivi eseguiti la scorsa notte e gli oltre 500 compiuti oggi al Cairo e in altre città, hanno consentito alle forze di sicurezza di contenere la rivolta del Pane della Libertà che ieri, per la prima volta in 30 anni, ha fatto vacillare il regime del presidente-faraone Hosni Mubarak. Al Cairo migliaia di uomini dei reparti antisommossa schierati in Piazza Tahrir e lungo il Nilo, hanno caricato gruppi di manifestanti che in vari quartieri della capitale per tutto il giorno hanno tentato di forzare il blocco e di raggiungere i palazzi delle istituzioni. Scontri sono avvenuti anche nei pressi del Consolato italiano. Bloccata e dispersa nel centro del Cairo una manifestazione congiunta di giornalisti e avvocati. I servizi segreti da parte loro isolato Twitter e, per diverse ore, anche Facebook privando gli organizzatori delle proteste di strumenti vitali di comunicazione. Gli hacker egiziani hanno risposto bloccando i siti web del governo. Poco fa è apparso il primo ministro Ahmed Nazif che prima ha rimarcato il diritto dei giovani a manifestare il loro malessere e poi ha lanciato pesanti avvertimenti nei confronti di coloro che violeranno la legge.

La Casa Bianca intanto fa sapere di seguire «da vicino» gli eventi in Egitto ma Washington ha già affermato il suo pieno sostegno a Mubarak, suo storico alleato in Medio Oriente.

Barack Obama sostiene il diritto dei tunisini alla democrazia, alla libertà e a migliori condizioni di vita ma lo nega agli egiziani. Il governo guidato dal presidente egiziano Hosni Mubarak «è stabile e sta cercando soluzioni per rispondere alle legittime necessità della popolazione». Così si è espressa ieri il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, commentando le imponenti manifestazioni antigovernative che si sono tenute in tutte le principali città egiziane e in cui sono rimasti uccisi quattro dimostranti (a Suez) e un poliziotto (al Cairo). Una posizione che spiega bene l’idea che l’Amministrazione Usa ha della democrazia in Medio Oriente e in Nordafrica: i popoli arabi devono rimanere sotto il tallone di regimi brutali se questi svolgono una politica favorevole agli interessi americani nella regione e compiacente nei confronti di Israele. E’ questo il caso dell’Egitto, paese molto diverso dalla Tunisia nelle strategie americane per il ruolo «moderato» che svolge da decenni nel conflitto israelo-palestinese e per la repressione sistematica dei Fratelli Musulmani, ritenuta la più consistente delle forze di opposizione in Egitto. Non solo Washignton ma tutti i governi occidentali rimangono in silenzio di fronte alle farse elettorali organizzate dal regime egiziano – che si concludono immancabilmente con la vittoria schiacciante del partito di Mubarak – perchè elezioni libere e trasparenti potrebbe portare al potere gli islamisti e forze progressiste che, tra le altre cose, si oppongono alla politica compiacente verso gli Usa e Israele che svolge il presidente egiziano, al potere da ben 30 anni.

L’Egitto è blindato. Gli arresti preventivi eseguiti la scorsa notte e gli oltre 500 compiuti oggi al Cairo e in altre città, hanno consentito alle forze di sicurezza di contenere la rivolta del Pane della Libertà che ieri, per la prima volta in 30 anni, ha fatto vacillare il regime del presidente Mubarak. Al Cairo migliaia di uomini dei reparti antisommossa schierati in Piazza Tahrir e lungo il Nilo, hanno caricato gruppi di manifestanti che in vari quartieri della capitale per tutto il giorno hanno tentato di forzare il blocco e di raggiungere i palazzi delle istituzioni. Scontri sono avvenuti anche nei pressi del Consolato italiano. Bloccata e dispersa nel centro del Cairo una manifestazione congiunta di giornalisti e avvocati. I servizi segreti da parte loro isolato Twitter e, per diverse ore, anche Facebook privando gli organizzatori delle proteste di strumenti vitali di comunicazione. Gli hacker egiziani hanno risposto bloccando i siti web del governo. Poco fa è apparso il primo ministro Ahmed Nazif che prima ha rimarcato il diritto dei giovani a manifestare il loro malessere e poi ha lanciato pesanti avvertimenti nei confronti di coloro che violeranno la legge.

La Casa Bianca intanto fa sapere di seguire «da vicino» gli eventi in Egitto ma Washington ha già affermato il suo pieno sostegno a Mubarak, suo storico alleato in Medio Oriente.

Barack Obama sostiene il diritto dei tunisini alla democrazia, alla libertà e a migliori condizioni di vita ma lo nega agli egiziani. Il governo guidato dal presidente egiziano Hosni Mubarak «è stabile e sta cercando soluzioni per rispondere alle legittime necessità della popolazione». Così si è espressa ieri il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, commentando le imponenti manifestazioni antigovernative che si sono tenute in tutte le principali città egiziane e in cui sono rimasti uccisi tre dimostranti (a Suez) e un poliziotto (al Cairo). Una posizione che spiega bene l’idea che l’Amministrazione Usa ha della democrazia in Medio Oriente e in Nordafrica: i popoli arabi devono rimanere sotto il tallone di regimi brutali se questi svolgono una politica favorevole agli interessi americani nella regione e compiacente nei confronti di Israele. E’ questo il caso dell’Egitto, paese molto diverso dalla Tunisia nelle strategie americane per il ruolo «moderato» che svolge da decenni nel conflitto israelo-palestinese e per la repressione sistematica dei Fratelli Musulmani, ritenuta la più consistente delle forze di opposizione in Egitto. Non solo Washignton ma tutti i governi occidentali rimangono in silenzio di fronte alle farse elettorali organizzate dal regime egiziano – che si concludono immancabilmente con la vittoria schiacciante del partito di Mubarak – perchè elezioni libere e trasparenti potrebbe portare al potere gli islamisti e forze progressiste che, tra le altre cose, si oppongono alla politica compiacente verso gli Usa e Israele che svolge il presidente egiziano, al potere da ben 30 anni

Sfiorano il ridicolo le dichiarazioni di Franco Frattini. «Speriamo che il presidente Hosni Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e lungimiranza», ha commentato il ministro degli esteri italiano ai microfoni di «Radio Anch’Io», pur sapendo che il regime di Mubarak è accusato di crimini e abusi gravissimi. Dopo aver difeso il dittatore tunisino Ben Alì, poi fuggito in Arabia Saudita, ora Frattini si schiera a difesa anche di quello egiziano.