08 maggio 2010

Que se vayan todos!

di Galapagos
«Que se vayan todos» è uno degli urli più famosi della protesta popolare. A gridarlo a fine '99 erano milioni di argentini esasperati dalla politica di rigore (e poliziesca) varata da Fernando de la Rúa che tentava di porre rimedio al «massacro» di Menem. Un urlo - «andate tutti a farvi fottere» - accompagnato da decine di morti (novanta, gli ufficiali). Come è andata a finire è noto: nel 2002, falliti tutti i tentativi, l'Argentini dichiarò di non essere più in grado di onorare il proprio debito pubblico. Fu la dichiarazione di bancarotta dello stato, il default, come scrivevano i giornali.
Oggi la Grecia è allo stesso punto dell'Argentina del 2002. Anzi, è nella stessa situazione nella quale si trovava la Polonia all'inizio degli anni '90. Molti fanno finta di non ricordarlo, ma anche Varsavia fece default e rinegoziò il debito pubblico ottenendo-imponendo uno sconto del 50%. La Polonia si è ripresa e l'Argentina anche. La Grecia che farà? Al piede di Atene, la Ue ha messo un enorme palla di ferro - come si faceva per i galeotti - con la quale ha vincolato gli aiuti finanziari. Ma aiuti a chi? I dati su chi possiede il debito pubblico greco (300 miliardi di euro) non sono precisi al centesimo, tra pochi giorni dovremmo sapere (c'è una richiesta della Autorità di controllo) l'esatto ammontare, ma si sa che a detenere molti dei bond sono banche tedesche e francesi, fondi di investimento (attratti dagli alti rendimenti) e compagnie di assicurazione, anche italiane. L'accordo tra Grecia, Fmi e Ue prevede che mano a mano che i bond sul mercato verranno a scadenza saranno sostituti da nuove obbligazioni emesse dalla Ue. Di fatto la Grecia non vedrà un euro dei 110 miliardi di prestiti che le sono stati concessi: i soldi finiranno tutti nelle tasche degli investitori più o meno istituzionali.
Come per la crisi scatenata dai mutui subprime (quando i soldi prestati non servirono a garantire la casa e il lavoro ai poveracci, ma alle banche per non farle fallire) anche nel caso della Grecia accadrà lo stesso. Anzi accadrà di più. Le condizioni poste alla Grecia,faranno precipitare il paese in profonda recessione con una caduta del Pil sia nel 2010 (-4%) che nel 2011. La manovra correttiva imposta a Atene è superiore in proporzione a quella dell'Italia nel 1992. Allora furono prelevati dalle tasche degli italiani oltre 95 mila miliardi di lire con il risultato di un '93 di recessione, appena riequilibrata dal maggiore export che, grazie alla svalutazione della lira, rese più competitive le merci italiane. Tanto che l'anno seguente il saldo della bilancia commerciale si chiuse con un attivo di oltre 50 mila miliardi di lire.
Ma la Grecia non «gode» neanche della possibilità della svalutazione e quindi la manovra si risolverà solo in recessione, accompagnata da un aggiustamento dei conti pubblici. Forse necessario, visto che negli ultimi 5 anni il debito pubblico ellenico con il governo conservatore di Karamanlis è salito da 180 a 300 miliardi di euro. Certo, la Grecia non ha mai brillato per trasparenza nella spesa, però ci sono tante cose che non tornano. La prima riguarda l'evasione fiscale: possibile che in Grecia ci siano solo 5 mila famiglie che denunciano più di 100 mila euro di reddito annuale? Girando per il porto del Pireo si possono ammirare yacht di una bellezza, e di un costo enorme: sono la prova delle migliaia di evasori che pullulano nel paese. Nel quale l'evasione fiscale è pari a circa il 30%.
Evasione legata a un «nero» enorme che in piccola parte interessa anche il lavoro, ma che si esalta nel lavoro autonomo e nel capitale. Che non ama il ministro delle finanze, ma quello del tesoro, visto che larga parte dell'evasione veniva reinvestita in titoli pubblici. Dei quali, dalla seconda metà del 2009, i «risparmiatori» hanno cominciato a disfarsi, mandando soldi all'estero e dando la prima spallata alla solidità dei conti pubblici facendo lievitare i rendimenti dei bond. Con il prestito Ue l'evasione fiscale (per chi detiene ancora bond) sarà garantita. A questo punto sarebbe meglio che la Grecia dichiarasse il default, uscisse dall'euro (e dalla Nato) e, con una dracma svalutata, tentasse di rilanciare la proprio economia.

il manifesto 06/05/2010

06 maggio 2010

La giovinezza DEL potere. Il vero volto di Blocco Studentesco e Casa Pound

Luca Zaia e la Lega partono con il piede sbagliato

www.infocat.it
Grave la riconferma di Renato Chisso come assessore regionale alle infrastrutture. Un segno di inequivocabile continuità con il sistema degli appalti costruito dalla Giunta Galan-Chisso.
I propositi elettorali sbandierati dalla Lega in difesa del territorio si infrangono subito sugli scogli della spartizione delle poltrone e del business degli appalti. Per la Riviera e il Miranese l’unica speranza può venire dall’autorganizzazione dei cittadini. Sul territorio il neo eletto Presidente Luca Zaia parte nel modo più sbagliato. Dove è finito il cambiamento tanto promesso? La riconferma di Renato Chisso come assessore regionale alle infrastrutture, con tanto di delega aggiuntiva alla Legge speciale per Venezia è un segno di inequivocabile continuità con il sistema di affari e appalti costruito dalla Giunta di Giancarlo Galan. “
Adottare la Terra”, difendere ambiente e agricoltura uno degli slogan più gettonati da Luca Zaia in campagna elettorale; ma il non aver cambiato il titolare di uno degli assessorati più importanti come le Infrastrutture, significa riconoscere in toto quel piano devastante fatto di autostrade e di giganteschi insediamenti che mira a stravolgere il territorio dell’intera Regione. Riviera e Miranese tra le aree più critiche: Romea Commerciale, Camionabile, Veneto City, Città della Moda, elettrodotto aereo Dolo-Camin distruggerebbero sotto una valanga di cemento e asfalto una delle zone più belle e più importanti del Veneto. Alla maggioranza dei cittadini e della Riviera, compresi tanti elettori della Lega, apparirà chiara quella che può essere letta, a piacere, come una “calata di brache” o come l’esito di un accordo precostituito. Chi votando Lega pensava di salvarsi da autostrade e “New City” dovrà ricredersi: con la riconferma di Renato Chisso, le promesse elettorali del Carroccio per la difesa del territorio si sono già infrante sugli scogli della spartizione delle poltrone e del business legato alle grandi opere. A gioire saranno invece le imprese che con la Giunta Chisso-Galan hanno già fatto incetta di appalti, prime tra tutte Gemmo Holding, Mantovani e FIP Group, Impregilo, Adria Infrastrutture. Ormai l’unico modo rimasto ai cittadini per difendersi è quello di organizzarsi in modo autonomo e indipendente, così come stanno facendo da tempo e con successo tanti attivisti e simpatizzanti di CAT.

Atene, dallo sciopero alla tragedia


La più grande manifestazione della storia greca, secondo i sindacati che l'hanno indetta, è stata funestata dalla morte di tre impiegati di una banca assalita a colpi di molotov. Un esito che ha confuso e scosso la piazza. Domani nuove manifestazioni mentre il Parlamento voterà il piano di austerità. Il governo chiede l'unità nazionale ma resta solo
La più grande manifestazione di sempre nella storia recente della Grecia. “Ma anche la più triste” dice Dimitri, uno dei dirigenti della Sinistra anticapitalista greca, testimone della assurda violenza che ha provocato tre morti a seguito del lancio di bottiglie molotov contro una banca di Atene. L’episodio ha marchiato a sangue una giornata nata sotto altri auspici, per quanto si temessero comunque gli scontri con la polizia. Al termine della manifestazione, infatti, un gruppo di black bloc, ha preso di mira, con il lancio di bottiglie molotov, la sede della Marfin Egnatia Bank, al centro di Atene, con i propri dipendenti al lavoro nel giorno dello sciopero. Le molotov sono arrivate inaspettate. Le persone bloccate dentro, una ventina, non sono riuscite a uscire dalla porta e sono così dovute salire ai piani superiori. Ma tre di loro, due donne, di cui una, impiegata della banca, incinta, e un uomo, non ce l’hanno fatta a salvarsi e sono morte di asfissia. La donna incinta è stata ritrovata semicarbonizzata.
La giornata era cominciata con una grande manifestazione popolare, la più grande nella storia greca, come dicono i sindacati che l’hanno indetta, il Gsee, del settore privato, e l’Adedy del pubblico. In piazza molta più gente – centomila o forse più - di quanta ne possa mobilitare la sinistra, moltissimi giovani ma anche famiglie con carrozzine al seguito. E come vuole la tradizione greca, con un’adesione allo sciopero del 100%, o quasi.

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05 maggio 2010

Israele ha arrestato 1.451 palestinesi dall'inizio dell'anno.


Gaza - Infopal. Il ricercatore specializzato nelle questioni dei prigionieri 'Abd en-Naser Farwana ci ricorda che il totale degli arresti di palestinesi dall'inizio dell'anno è di 1.451, con una media di 12 al giorno. Farwana, che è un ex prigioniero, sottolinea che la maggior parte degli arresti si è verificata in Cisgiordania; solo 28 nella Striscia di Gaza, oltre a 25 pescatori che sono stati trattenuti per un lasso di tempo.
La città di al-Quds (Gerusalemme) è quella che nel mese di marzo ha assistito ad un aumento sostanziale degli arresti, dopo gli scontri avvenuti a seguito dell'inaugurazione della sinagoga Hurva ('delle rovine') nei pressi della moschea al-Aqsa. Gli arresti non si limitano certo ai maschi, ma riguardano anche donne (9) e ragazzini (oltre 100).
Il periodo indagato è quello tra il 1 gennaio e il 30 aprile, pertanto ci sta che vi siano palestinesi che nello stesso lasso di tempo sono stati arrestati più d'una volta, ma che ogni volta sono stati registrati come 'nuovo arresto'. Farwana evidenzia come il ritmo degli arresti, negli scorsi quattro mesi, si sia intensificato: gennaio, 377; febbraio, 322; marzo, 478; aprile, 274.
Questi arresti sono avvenuti nella maniera 'tradizionale': irruzioni nelle case, sequestro delle persone direttamente in strada o sul posto di lavoro, ma anche durante scontri (come quelli avvenuti ad al-Quds), oppure ai checkpoint; ma si ricordino anche i pescatori di Gaza, arrestati in mare aperto. Tutte queste situazioni sono accompagnate da danni psicologici e morali, e talvolta da aggressioni fisiche.
Farwana ci ha spiegato che non tutti coloro che vengono arrestati diventano detenuti: molti restano agli arresti per un certo numero di giorni, quindi coloro la cui detenzione viene prolungata sono una minoranza rispetto a quelli che poi vengono rilasciati dopo un breve periodo di fermo. Ciò si riflette in una diminuzione del totale dei prigionieri palestinesi che attualmente si trovano nelle carceri israeliane: sono 7.000, in base agli ultimi dati disponibili, e vi è da attendersi che il loro numero scenda nei prossimi mesi.
Farwana ha anche ricordato che le autorità occupanti, attraverso i loro addetti nelle prigioni, "hanno intensificato le loro scandalose violazioni e le loro misure oppressive contro i diritti dei prigionieri, in maniera particolarmente grave negli ultimi mesi, ed è così che si spiega l'aumento del numero dei prigionieri allontanati verso Gaza". Farwana si aspetta che il livello di queste violazioni salga nel prossimo periodo: vanno infatti elevandosi le voci di coloro che chiedono provvedimenti restrittivi nei confronti dei prigionieri, il che accrescerà di certo le sofferenze sia dei prigionieri che dei loro familiari, pertanto si renderà necessaria un'immediata mobilitazione in loro favore.
Durante il periodo indagato, inoltre, vi è stata anche la morte del prigioniero Ra'id Mahmoud Ahmad Abu Hammad, 31 anni, della cittadina di al-'Ayzariyyeh (al-Quds), avvenuta dentro la sua cella in cui veniva tenuto in isolamento nel carcere di Bi'r as-Sab' (Beersheba), dopo aver trascorso circa 5 anni di una condanna a 10 anni. Con la morte di Ra'id il numero dei "martiri" palestinesi nelle carceri israeliane è salito così a 198.

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