03 gennaio 2011

La fatica di lavorare alla Fiat

Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano

Nessuno ne parla ma i carichi di lavoro negli stabilimenti di Marchionne sono già aumentati con un impatto pesante sulle patologie muscolo-scheletriche e rischi sempre crescenti per la salute.

Nel 2007, 68 ex-manager e dirigenti di Fiat Auto finirono sotto inchiesta a Torino a seguito della denuncia di 187 operai della Carrozzerie di Mirafiori che avevano contratto malattie per sforzo ripetuto. Non trovando soluzione per via negoziale gli operai si rivolsero al giudice e quei manager decisero di patteggiare la pena. Soluzione avallata dal tribunale anche perché nel frattempo l'azienda aveva modificato l'organizzazione del lavoro in linea. L'ipotesi di reato era piuttosto grave: lesioni gravi e gravissime poiché gli operai, tra il 1992 e il 2002, hanno accusato disturbi a mani, spalle e braccia dovuti alle modalità di lavoro nelle linee di produzione.

Il fatto risale solo a pochi anni fa e nel frattempo la Fiat ha iniziato ad adottare, dal 2006, la metodologia Ergo-Uas che consente di valutare il rischio di sovraccarico biomeccanico di tutto il corpo. Un sistema molto sofisticato dotato di tabelle e di una metrica delle funzioni operative sezionate movimento per movimento in modo da definire il tempo esatto che una certa funzione richiede e il tempo di riposo necessario per evitare di pesare sulla salute degli operai. Inutile dire che tale sistema è considerato unilaterale dalla Fiom che ha realizzato una serie di studi (a cura di Franco Tuccino) per certificare come l'obiettivo della Fiat di far lavorare di più i suoi operai, riducendo i tempi morti o quelle operazioni “a non valore aggiunto”, alla fine pesano moltissimo sulla salute. Del resto basta ascoltare le testimonianze degli operai stessi. In un'inchiesta della stessa Fiom, a cura di Eliana Como e basata su interviste realizzate con 100 mila operai, nel 68% dei casi si lamentano i movimenti ripetuti delle braccia e delle mani mentre il 32% (ma la percentuale sale al 44% tra gli operai di 3° livello) lamenta posizioni disagiate che provocano dolore. Soprattutto, il 40% degli intervistati, 47% tra le donne, ritiene che la propria saluta sia stata compromessa dalla condizione di lavoro. E questa “percezione” in realtà è suffragata da alcuni dati. I lavoratori con ridotte capacità lavorative, prodotte dalle mansioni, sono, secondo i dati prodotti dalla Fiom e non smentiti dalla Fiat, 1500 sui 5500 dello stabilimento di Mirafiori e addirittura 2200 su 5500 nello stabilimento di Melfi. Le patologie più diffuse sono quelle muscolo-scheletriche: discopatie lombosacrali, tendiniti, etc.

Secondo un'ulteriore indagine effettuata dal patronato Cgil, Inca, su un campione di circa 400 operai di Melfi, con età media di 38 anni, le patologie sono state riscontrate nel 45% dei casi.
Basta parlare con gli operai per rendersi conto della situazione. «In fabbrica io sono addetto allo smistamento dei pezzi – ci dice Pasquale Loiacono di Mirafiori – e questi pesano 6 o 7 chili l'uno. La mansione è sempre la stessa, tutto il giorno per otto ore e il mio non è il lavoro peggiore». Montare il pezzo sulla linea di montaggio, infatti, sottopone a un altro tipo di stress, quella della ripetitività e della monotonia.
E' la stessa Inail ad aver realizzato delle tabelle in cui si afferma la correlazione tra determinate attività lavorative e alcune patologie: tendinite alla spalle da lavoro al montaggio o alla saldatura; tendinite mano-polso per lavorazioni meccaniche; sindrome tensiva del collo per compiti ripetitivi legati all'uso della forza. Esistono poi alcune condizioni lavorative che, se presenti, possono determinare il superamento delle soglie minime di rischio per l'acquisizione di determinate patologie: ad esempio, operazioni di durata di 45 secondi per un'ora continuativa; sforzo delle mani una volta ogni cinque minuti per due ore complessive, e così via. Movimenti che in una fabbrica come Melfi, Pomigliano o Mirafiori sono la norma. «Noi lavoriamo in piedi tutto il tempo», aggiunge Loiacono, «e il montaggio di una boccola alla scocca dell'auto si ripete con movimenti lenti delle mani e delle dita per ore e ore».

Il problema non è solo della Fiat ma europeo. Secondo i dati della Fondazione europea di Dublino sulle condizioni lavorative, il 57% della forza lavoro effettua movimenti ripetuti degli arti superiori e il 33% lo fa in modo intenso; sono 44 milioni (il 30%) i lavoratori in Europa che accusano dolori alla schiena e il 17% alle braccia. Il costo totale dei dolori muscolo-scheletrici in Europa oscilla tra lo 0,5 e il 2% del Pil, quindi si tratta di un costo sociale rilevante che ricade non solo sulle stesse aziende ma anche sulla collettività per il tramite dell'assistenza sanitaria.
Ovviamente tutto ciò è noto alle imprese che infatti sviluppano sistemi di valutazione degli sforzi e della condizione lavorativa come nel caso del sistema Ergo-Uas che la Fiat sta applicando. Spiegare come funziona è piuttosto complicato ma sostanzialmente si tratta di applicare alle funzioni operative dei modelli standard che indicano la tempistica di lavoro da rispettare con alcuni scostamenti determinati proprio dalla necessità di evitare le patologie. Per applicare il sistema Ergo-Uas la Fiat ha disdetto l'accordo del 1971 che regolava i ritmi di lavoro aumentando però di circa il 5% i carichi sugli operai. La spiegazione è che migliorando le caratteristiche ergonomiche di una postazione di lavoro la riduzione delle pause non comporta maggiori rischi. Ovviamente il sistema è contestato dalla Fiom che chiede una maggiore scientificità dell'analisi dei rischi e una sperimentazione più ampia e meglio confrontata con altri metodi e sistemi. Per capire il problema è sufficiente un esempio: applicando il sistema Ergo-Uas la Fiat arriva a ridurre le pause a 30 minuti nell'arco delle 8 ore lavorative. Secondo un altro modello, l'Ocra (occupational ripetitive actions), le pause dovrebbero essere di 10 minuti ogni 50 minuti continuativi di lavoro, quindi almeno il doppio.

02 gennaio 2011

Lettera aperta dai lavoratori Fiat Mirafiori agli studenti

www.ateneinrivolta.org

Dai lavoratori Fiat Mirafiori,

Agli studenti e alle studentesse dell’Università e a tutto il mondo della, formazione

Viviamo in un periodo in cui il ceto politico e la classe dominante, anche attraverso un uso cinico della crisi economica, stanno ulteriormente peggiorando le condizioni di vita, di studio e di lavoro di tutti i settori più deboli della società. Vorremmo farvi partecipi della nostra condizione.

Noi operai della Fiat circa trent’anni fa ambivamo e sceglievamo di entrare a lavorare in fabbrica con la prospettiva di un, seppur basso ma sicuro, salario mensile che ci consentisse un futuro dignitoso per noi e per la nostra famiglia: questa piccola sicurezza ci ha concesso, nel tempo, di poterci permettere il consumo di beni materiali in cambio del nostro lavoro fisico.

Alle prime autovetture comprate a rate, andava a sommarsi il mutuo della casa e magari la rata del prestito per sostenere lo studio dei nostri figli, per assicurargli, illudendoci, un futuro migliore del nostro.

Per anni abbiamo continuato ad ingurgitare e defecare beni materiali, producendo humus che concimava la pianta del sistema capitalistico. In fabbrica parlavamo (e magari qualcuno stupidamente investiva) di azioni, di borsa, di bolle di mercato…ed intanto quotidianamente i lavoratori morivano sui luoghi di lavoro. Ora in fabbrica si usa come arma psicologica la cassa integrazione, in questo modo non guadagni, non spendi e quindi non sei nessuno, non esisti.

Il sistema capitalistico vuole cancellare in un sol colpo il passato (i diritti e il reddito conquistati con lotte, con sacrifici e morte dai nostri padri) ed il futuro, cioè la possibilità di studio e di emancipazione per i nostri figli, in cambio di un presente sempre più improntato ad un consumismo immediato. Questa condizione, sempre peggiorata negli ultimi decenni, ci porta a pensare che non è più possibile lottare individualmente o settorialmente; ci porta a credere che sia sempre più necessario costruire dei percorsi di unità.

Vogliamo essere uniti nelle lotte perché noi crediamo che così si possano migliorare le opportunità di chi studia e di chi lavora.

Uniti, perché il mondo del lavoro e quello scolastico vivono già una condizione precaria e gli interventi attuali volgono al loro peggioramento.

Uniti, perché gli studenti di oggi, domani entreranno in un mondo del lavoro precario e noi, come hanno fatto i nostri genitori, dobbiamo far si che la nostra lotta respinga i provvedimenti di chi vuole fare solo“cassa” sulle vite dei più deboli.

Oggi studenti e operai insieme possono creare un ponte, dove il mondo della formazione e la classe operaia e lavoratrice si uniscano per proporre un dialogo e un’unità per respingere gli attacchi di una società in cui solo una piccola parte decide per tutti.

Per noi è importante uscire dalla fabbrica.

Siamo convinti che sia necessario che tutte le realtà che oggi sono colpite in modo trasversale dai governi e dalle classi dominanti, debbano trovare un primo momento di confronto, di conoscenza, di discussione che porti a rafforzare le lotte di tutti e a mettere in campo una forza adeguata per poter tornare a migliorare le nostre condizioni di vita.

Per questo facciamo un appello per un’assemblea lavoratori-studenti, nei tempi più brevi possibili, da concordare insieme.

Gli operai e le operaie della Fiat Mirafiori (aderiscono lavoratori di Agile-ex Eutelia, di Comdata, lavoratori e precari della scuola, del settore delle telecomunicazioni, interinali e delle cooperative sociali)

SEMINARIO NAZIONALE GIOVANI DI SINISTRA CRITICA

MANTOVA 7-8-9 GENNAIO 2011

Venerdì 7 Gennaio

Ore 14: Accoglienza
Ore 15.30: L'assalto al cielo! L'ottobre e le rivoluzioni tradite. (Franco Turigliatto)
Ore 19.30: Cena
Ore 21: riunione studenti

Sabato 8 Gennaio

Ore 8.30: Colazione
Ore 9.30: Che cos'è il partito? Teorie sulla formazione politica.(Cinzia Arruzza)
Ore 14.: Pranzo.
Ore 16: Partito, classe, autorganizzazione oggi. (Felice Mometti)
Ore 20.00: Cena
Ore 21.30: Festa

Domenica 9 Gennaio

Ore 8.30: Colazione
Ore 10:Per un'alternativa sociale una nuova sinistra (Piero Maestri)
Ore 13: Partenza

01 gennaio 2011

Anniversario Piombo Fuso: un appello da Gaza

Decine di Ong e associazioni della Striscia chiedono la fine dell'assedio e l'intervento della comunita' internazionale a tutela dei diritti dei palestinesi


Noi palestinesi della striscia di Gaza sotto assedio, oggi, a due anni dall’attacco genocida di Israele alle nostre famiglie, alle nostre case, alle nostre fabbriche e scuole, stiamo dicendo basta passività, basta discussione, basta aspettare – è giunto il momento di obbligare Israele a rendere conto dei suoi continui crimini contro di noi. Il 27 dicembre 2008 Israele ha iniziato un bombardamento indiscriminato della striscia di Gaza. L’attacco è durato 22 giorni, uccidendo, secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, 1417 palestinesi di cui 352 bambini. Per 528 sconvolgenti ore, le forze di occupazione israeliane hanno scatenato i mezzi provenienti dagli Stati Uniti: F15, F16, Carri armati Merkava, il fosforo bianco proibito in tutto il mondo, hanno bombardato ed invaso la piccola enclave costiera palestinese dove risiedono 1.5 milioni di persone, tra le quali 800.000 sono bambini e oltre l’80% rifugiati registrati alle Nazioni Unite. Circa 5.300 feriti sono rimasti invalidi.

La devastazione ha superato in ferocia tutti i precedenti massacri sofferti a Gaza, come per esempio i 21 bambini ammazzati a Jabalia nel marzo 2008 o i 19 civili uccisi mentre si rifugiavano nella loro casa durante il massacro di Beit Hanoun del 2006. La carneficina ha addirittura superato gli attacchi del novembre 1956 nei quali le truppe israeliane hanno indiscriminatamente radunato ed ucciso 274 palestinesi nella città di Khan Younis (sud della striscia) ed altri 111 a Rafah (nord). Fin dal massacro di Gaza del 2009, cittadini del mondo si sono assunti la responsabilità di fare pressione su Israele perchè rispetti la legge internazionale, attraverso la strategia già collaudata del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Come è stato fatto nel movimento globale BDS che fu così efficace nel porre un termine al regime di apartheid sudafricano, chiediamo con forza alle persone di coscienza di unirsi al movimento BDS creato da oltre 170 organizzazioni palestinesi nel 2005. Come in Sudafrica lo squilibrio di forze in campo e di rappresentazione in questa lotta può essere controbilanciata da un potente movimento di solidarietà internazionale con il BDS in testa, portando i responsabili dell’atteggiamento israeliano a rendere conto delle proprie azioni, cosa in cui la comunità internazionale ha ripetutamente fallito. Allo stesso modo, sforzi civili e fantasiosi come le navi del Free Gaza che hanno rotto l’assedio cinque volte, la Gaza Freedom March, la Gaza Freedom Flotilla, e i molti convogli via terra non devono smettere di infrangere l’assedio, evidenziando la disumanità di tenere 1,5 milioni di cittadini di Gaza in una prigione a cielo aperto.

Sono passati ora due anni dal più grave degli atti di genocidio israeliani, che dovrebbe aver lasciato la persone senza alcun dubbio sulla brutale vastità dei piani di Israele per i palestinesi. L’assalto assassino verso gli attivisti internazionali a bordo della Gaza Freedom Flotilla nel Mar Mediterraneo ha reso palese al mondo il poco valore che Israele ha dato alle vite palestinesi finora. Il mondo ora sa, ed adesso dopo 2 anni nulla è cambiato per i palestinesi.

Il rapporto Goldstone è arrivato e passato: nonostante il suo elencare una dopo l’altra le contravvenzioni alle legge internazionale, “crimini di guerra” israeliani e “possibili crimini contro l’umanità”, nonostante l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Croce Rossa, e tutte le più grosse associazioni per i diritti umani abbiano fatto una chiamata per una fine a un’assedio medievale e illegale, esso continua con la stessa violenza. L’11 novembre 2010 il capo dell’UNRWA John Ging ha dichiarato: “non ci sono stati cambiamenti concreti per la popolazione sul terreno per quanto riguarda la loro situazione, la loro dipendenza da aiuti, l’assenza di ogni risarcimento o ricostruzione, nessuna economia…le distensioni, come sono state descritte, non sono state nulla di più che una distensione politica nelle pressioni verso Israele ed Egitto”

Il 2 dicembre 22 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, e Medical Aid for Palestinian hanno prodotto il report “Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade (Speranze in polvere, la continuazione del blocco)”, chiamando per un’azione internazionale che forzi Israele ad abbandonare incondizionatamente il blocco, descrivendo come i palestinesi di Gaza sotto l’assedio israeliano continuino a vivere nelle stesse disastrose condizioni. Solo una settimana fa l’Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dettagliato “Separate end Unequal (separati e diseguali)” che denuncia gli atteggiamenti israeliani come pratiche di apartheid, facendo eco ad affermazioni simili da parte degli attivisti sudafricani anti-apartheid.

Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà e incontrare amici palestinesi o famiglie da Tulkarem, Gerusalemme o Nazaret, vogliamo avere il diritto di viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che lascia i nostri bambini morti e molti più feriti o con cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco israeliano ed armi chimiche. Vogliamo vivere senza essere umiliati ai check point israeliani o la vergogna di non poter provvedere alle nostre famiglie a causa della disoccupazione portata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo una fine del razzismo che è a fondamento di quest’oppressione.

Domandiamo: quando i Paesi del mondo si comporteranno secondo le fondamentali premesse che gli esseri umani debbano essere trattati in maniera equa, senza differenze di origine, etnia o colore – è così esagerato affermare che i bambini palestinesi abbiano gli stessi diritti di ogni altro essere umano? Sarete capaci un giorno di guardarvi indietro e dire che siete stati dalla parte giusta della storia o avrete supportato l’oppressore?

Noi, inoltre, chiamiamo la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità e proteggere il popolo palestinese dalle feroci aggressioni di Israele, finire immediatamente l’assedio con un risarcimento completo della distruzione di vite ed infrastrutture di cui siamo stati afflitti da quest’esplicita pratica di punizione collettiva. Assolutamente nulla può giustificare pratiche internazionali feroci come l’accesso limitato all’acqua e all’elettricità a 1,5 milioni di persone. L’omertà internazionale nei confronti della guerra genocida che ha avuto luogo contro più di 1,5 milioni di persone rende palese la complicità in questi crimini.

Facciamo anche un’appello a tutti i gruppi di solidarietà palestinesi ed alle organizzazioni della società civile internazionale per esigere:

- La fine dell’assedio che è stato imposto alla popolazione palestinese della West Bank e della striscia di Gaza come conseguenza dell’esercizio della loro scelta democratica.

- La protezione delle vite civili e proprietà, come stipulato dalla legge umaitaria internazionale e dalla legge internazionale riguardo i diritti umani, come la quarta convenzione di Ginevra.

-Il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici

- Che i rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza siano immediatamente riforniti di supporto materiale e finanziario per affrontare le immense avversità che stanno vivendo

- Fine dell’occupazione, apartheid ed altri crimini di guerra

- Immediati risarcimenti e compensazioni per tutte le distruzioni portate avanti dalle forze di occupazione israeliane nella striscia di Gaza

Boicotta, disinvesti e sanziona, unisciti a molti sindacati in tutto il mondo, università, supermercati, artisti e scrittori che rifiutano di intrattenere l’apartheid di Israele. Parla della Palestina, per Gaza, e soprattutto AGISCI. Il tempo è adesso.

Gaza assediata, Palestina

27 dicembre 2010

List of signatories:

General Union for Public Services Workers

General Union for Health Services Workers

University Teachers’ Association

Palestinian Congregation for Lawyers

General Union for Petrochemical and Gas Workers

General Union for Agricultural Workers

Union of Women’s Work Committees

Union of Synergies—Women Unit

The One Democratic State Group

Arab Cultural Forum

Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel

Association of Al-Quds Bank for Culture and Info

Palestine Sailing Federation

Palestinian Association for Fishing and Maritime

Palestinian Network of Non-Governmental Organizations

Palestinian Women Committees

Progressive Students’ Union

Medical Relief Society

The General Society for Rehabilitation

General Union of Palestinian Women

Afaq Jadeeda Cultural Centre for Women and Children

Deir Al-Balah Cultural Centre for Women and Children

Maghazi Cultural Centre for Children

Al-Sahel Centre for Women and Youth

Ghassan Kanfani Kindergartens

Rachel Corrie Centre, Rafah

Rafah Olympia City Sister

Al Awda Centre, Rafah

Al Awda Hospital, Jabaliya Camp

Ajyal Association, Gaza

General Union of Palestinian Syndicates

Al Karmel Centre, Nuseirat

Local Initiative, Beit Hanoun

Union of Health Work Committees

Red Crescent Society Gaza Strip

Beit Lahiya Cultural Centre

Al Awda Centre, Rafah

27 dicembre 2008, a Gaza il cielo si oscurò

Gli aerei israeliani colpirono per tutto il giorno la Striscia. Era l’inizio di «Piombo fuso» che dopo tre settimane avrebbe lasciato sul terreno 1.400 palestinesi morti, tra i quali centinaia di donne e bambini.

Gerusalemme, 27 dicembre 2010, Nena News

Apparvero in cielo all’improvviso intorno alle 11.30, le decine di cacciabombardieri israeliani che il 27 dicembre di due anni fa colpirono massicciamente e in più punti la Striscia di Gaza facendo strage in particolare di agenti di polizia riuniti per una cerimonia ufficiale. Ma era solo l’inizio di «Piombo fuso», il nome con il quale è nota l’offensiva israeliana contro Gaza, che in tre settimane avrebbe ucciso oltre 1.400 palestinesi e ferito almeno altri 5mila, in buona parte civili (gli israeliani uccisi furono 13, quasi tutti militari caduti in combattimento o per fuoco amico). Senza dimenticare le molte migliaia di abitazioni distrutte o danneggiate gravemente. Immensi i danni alle infrastrutture civili.

Raduni e commemorazioni per le vittime palestinesi di « Piombo fuso» sono previsti oggi in molte città del mondo, anche a Roma. Stasera alle ore 18, si terra’ una manifestazione con candele e fiaccole in Piazza S. Marco e sulle scale del Campidoglio, che proseguirà in Piazza Navona, dove è stato allestito uno stand della Mezzaluna rossa palestinese. Nelle stesse ore dovrebbe fare ingresso a Gaza la «Carovana dell’Asia» con beni di prima necessità. La carovana era partita da Nuova Delhi in India lo scorso 2 dicembre e ha attraversato Pakistan, Iran, Turchia, Siria, Libano, Giordania ed Egitto.

Nel primo giorno di «Piombo fuso» i morti palestinesi furono stimati tra i 200 e i 300: il giorno con più caduti nei 60 anni di conflitto israelo-palestinese. I feriti furono 700. Tra gli obiettivi colpiti nelle prime fasi degli attacchi gli edifici della pubblica amministrazione e delle forze dell’ordine dipendenti dal governo di Hamas (che dal 2007 controlla Gaza), obiettivo ufficiale dell’offensiva lanciata dal governo israeliano. Tra gli obiettivi colpiti c’è una caserma di polizia in cui stava avvenendo la cerimonia di diploma per i nuovi ufficiali, nel cui bombardamento sono morte circa 40 persone tra cui il comandante della polizia di Gaza, Tawfiq Jaber (alla fine del conflitto saranno 230 i morti tra i membri delle forze dell’ordine dipendenti dal governo di Hamas). Il secondo giorno viene colpita anche anche l’università islamica di Gaza. I palestinesi rispondono con lanci di razzi che causano una vittima e diversi feriti tra gli israeliani.

Nell’arco di tempo che va dal 31 dicembre 2008 al 2 gennaio 2009, i raid di Israele uccidono diverse figure di rilievo di Hamas, tra cui Nizar Rayyan. Il 3 gennaio comincia anche l’attacco di terra, con il sistema sanitario di Gaza al collasso e con 250.000 abitanti senza elettricità e l’acqua corrente limitata. Il 6 gennaio 2009, un raid israeliano colpisce una scuola dell’Unrwa (Onu) adibita a rifugio per civili, facendo 40 morti. Pochi giorni dopo verrà colpito il quartier generale dell’Unrwa mentre si diffondono voci sull’utilizzo da parte di Israele di proiettili con fosforo bianco, confermate dall’indagine svolta dal giudice internazionale Richard Goldstone.

Nella serata del 17 gennaio il gabinetto di sicurezza dello Stato di Israele annuncia un «cessate il fuoco» unilaterale, precisando di aver realizzato e superato gli obiettivi prefissati dell’Operazione Piombo fuso. Cesseranno dunque i bombardamenti, i colpi di artiglieria e le incursioni, ma l’esercito di occupazione non abbandonerà l’area finché verranno lanciati ordigni. Hamas inizialmente non riconosce questa tregua, in quanto nessuna delle sue proposte (tregua di un anno, con possibilità di rinnovo, qualora Israele abbandoni la Striscia entro 5-7 giorni e ponga fine al blocco della Striscia di Gaza) è stata presa in considerazione. Dopo ventidue giorni, oltre 1.400 (tra i quali 410 bambini) vengono uccisi, i feriti invece sono 5.300. Da parte israeliana si calcolano invece 13 vittime, di cui tre civili e quasi 200 i feriti. Ma «Piombo fuso» in realtà non è mai finita. Prosegue il duro assedio israeliano (ed egiziano) di Gaza e nove attivisti turchi sono stati uccisi lo scorso 31 maggio da commando israeliani lanciati all’attacco delle navi della Freedom Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari. Rimangono inascoltate le raccomandazioni contenute nel rapporto preparato dal giudice Goldstone, ora giudicato un «nemico» dalle autorità israeliane.