08 gennaio 2011

Appello: SI AI DIRITTI NO AI RICATTI

La società civile con la Fiom: "Sì ai diritti, No ai ricatti". Firma l'appello di Camilleri, Flores d'Arcais e Hack

Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l’accordo, l’impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l’insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente.

Per questo ci sembra che la richiesta di sciopero generale, avanzata dalla Fiom, sia sacrosanta e vada appoggiata in ogni modo. L’inaudito attacco della Fiat ai diritti dei lavoratori è un attacco ai diritti di tutti i cittadini, poiché mette a repentaglio il valore fondamentale delle libertà democratiche. Ecco perché riteniamo urgente che la società civile manifesti la sua più concreta e attiva solidarietà alla Fiom e ai lavoratori metalmeccanici: ne va delle libertà di tutti.

Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack

Primi firmatari: don Andrea Gallo, Antonio Tabucchi, Dario Fo, Gino Strada, Franca Rame, Luciano Gallino, Giorgio Parisi, Fiorella Mannoia, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Lorenza Carlassarre, Sergio Staino, Gianni Vattimo, Furio Colombo, Marco Revelli, Piergiorgio Odifreddi, Massimo Carlotto, Valerio Magrelli, Enzo Mazzi, Valeria Parrella, Sandrone Dazieri, Angelo d'Orsi, Lidia Ravera, Domenico Gallo, Marcello Cini, Alberto Asor Rosa.

(4 gennaio 2011)

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La bufala della sfida dei paesi emergenti

di Joseph Halevi

il manifesto 07/01/2011

Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare.
In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni autonoma controparte sociale, la Fiom appunto. Il successo della politica di Valletta fu dovuto all'insieme della crescita del paese che con l'incremento della massa dei redditi, nonché della spesa pubblica in autostrade, generalizzò la domanda e l'uso dell'auto.
Oggi il paragone con quel periodo, buio dal lato dei diritti sindacali in fabbrica tant'è che il Pci promosse una campagna per far entrare la Costituzione nelle fabbriche, risiede nella volontà aziendale di rendere la forza lavoro malleabile a piacere, volendo formalmente espellere la Fiom che non accetta i criteri imposti dall'azienda. È come se Valletta, che fino ai grandi scioperi del 1962 privilegiava il sindacato aziendale Sida e la Uilm, avesse bandito la Fiom dal correre alle elezioni della commissione interna; cosa allora impossibile malgrado il clima di violenta repressione antioperaia.

La differenza cruciale tra oggi e quel lontano periodo sta nell'assenza di prospettive di un sostenuto sviluppo capitalistico per l'economia europea. Non c'è nessuna crescita europea e italiana capace di rilanciare la Fiat. La crescita dei paesi emergenti è fuori tiro perché, a eccezione del Brasile, la presenza Fiat è inconsistente. In questi giorni,senza nemmeno sollecitare la Fiat a rendere pubblici i piani di produzione per l'Italia, i media dominanti si sono sbracciati nel difendere l'operato politico dell'azienda giustificandolo con la sfida proveniente dai paesi emergenti. Pura ideologia antisindacale. Infatti se si vuole raccogliere la sfida cinese in Cina bisogna esserci. Nel 2010 la produzione cinese di auto è stata di 17 milioni di unità, provenienti nella stragrande maggioranza dalle locali filiali delle multinazionali dell'auto operanti in partenariato con società cinesi. L'esportazione di automobili dalla Cina è ancora minima, prevalentemente verso alcune zone asiatiche e fra un po' verso la Turchia. Ciò significa che la sfida posta dall'emergere di Pechino si gioca tuttora sulla produzione e sul mercato interno. Con Torino la sfida cinese non c'entra.

La politica della Fiat nei confronti di Torino è invece tutta in rapporto al mercato interno italiano e europeo. La strategia è derivata dall'esperienza della deindustrializzazione americana aggravata dalla stagnazione europea e dalle perdite di quote di mercato. Negli Stati uniti il requisito sociale per dare corpo al processo di delocalizzazione verso zone low cost per riesportare verso la più ricca madrepatria è stato il forte declino sindacale a partire dagli anni Ottanta. Man mano che si indebolivano, i sindacati accettavano di incorporare le esigenze delle aziende e per poi ritrovarsi con minore capacità negoziale mentre la delocalizzazione continuava. Vedi il documentario di Michael Moore sulla devastazione di Flint, sede della General Motors. Non è un caso che, come elencato da Maurizio Zipponi al Tg3 di Linea Notte il 4/5 gennaio, si conoscano i programmi di produzione della Fiat per la Serbia, la Turchia, la Polonia ma poco o niente sull'Italia. L'idea che le nuove condizioni contrattuali possano portare a spettacolari incrementi di produttività è fallace. Per ottenere significativi aumenti di produttività tali da avere effetti competitivi e di diffusione sul territorio, è necessario che le innovazioni tecnologiche si accompagnino a un salto della scala di produzione verso valori di gran lunga superiori alle 500-600 mila unità attuali.

Se questo fosse il vero obiettivo, gli investimenti e la lista dei modelli da produrre si concentrerebbero sull'Italia e secondariamente altrove. Tuttavia, le aspettative circa l'allargamento della scala di produzione dipendono principalmente dalla dinamica della domanda aggregata, cioè dai redditi dell'insieme dei salariati europei. La domanda è stagnante ed i salari reali sono in calo, quindi spazi per espandere la scala di produzione non ce ne sono. Anzi, le innovazioni dovranno assumere per forza di cose delle caratteristiche tipo downsizing che comporta l'outsourcing. Ne discende l'importanza primaria delle zone low cost, finanziate con molti soldi pubblici, della Polonia e della Serbia nonché della Turchia, per poter poi riesportare verso l'Europa occidentale. La malleabilità richiesta ai lavoratori di Mirafiori è per Torino la strada della deindustrializzazione, della disoccupazione e della precarizzazione di massa.

"Servizi" e rifiuti tossici, si riapre il caso

di Andrea Palladino

il manifesto 07/01/2011

È un'aria strana quella che tira dalle parti di palazzo San Macuto. Via del Seminario, in piena Roma barocca, è sempre stata la sede dei misteri italiani. Qui passò Nilde Iotti, quando presiedeva la commissione sulla P2. Qui si affacciava Carlo Taormina, quando preparava la vergognosa relazione finale sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E qui la commissione bicamerale sui rifiuti, presieduta da un altro avvocato celebre, Gaetano Pecorella, prepara oggi la fase finale del dossier sulle navi dei veleni.
La testimonianza di Francesco Fonti e la vicenda del cargo Cunski sembrano ormai archiviate, sepolte. Manca una spiegazione decente su questa vicenda, qualcuno che racconti perché per cinque anni si è dato credito alla storia dell'ex collaboratore di giustizia che oggi tutti giudicano inattendibile. O è un folle, oppure le sue parole nascondevano - e nascondono - qualcos'altro.
C'è una pista che preme particolarmente alla commissione. Un filo che riporta al 1995, ai mesi che hanno preceduto la morte del capitano De Grazia, l'ufficiale della marina - medaglia d'oro alla memoria - che stava ricostruendo le rotte della navi a perdere, delle carrette cariche di scorie affondate nel mar Mediterraneo. Indagini che sono morte insieme a lui, che nessun altro uomo della nostra Marina Militare ha avuto il coraggio e la forza di riprendere.
Nei mesi scorsi sono entrati in gioco i servizi di sicurezza, vero enzima dei segreti italiani. Tra le carte della commissione Pecorella c'è un documento che promette rivelazioni scottanti. È datato 11 dicembre 1995, e dimostrerebbe - secondo alcune indiscrezioni - un finanziamento proveniente dal governo Dini ai servizi italiani per la gestione di un traffico di rifiuti nucleari e di armi. Il documento sarebbe ancora secretato, e non ne conosciamo la provenienza, che, in questi casi, non è un fattore secondario. Ma è la data del documento a colpire, a ricollegarsi - in una incredibile coincidenza temporale - con la morte del capitano di corvetta Natale De Grazia.
Nome in codice Pinocchio
È il 13 maggio 1995. Davanti agli uomini della forestale guidati dal colonnello Rino Martini si presenta una fonte confidenziale. Viene ascoltato con il patto di non rivelare la sua identità, utilizzando un articolo del codice di procedura penale specifico, che serve a tutelare i confidenti. Il suo racconto punta il dito su un personaggio chiave del mondo delle scorie pericolose, Orazio Duvia. È un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli, una vera e propria piattaforma logistica dei rifiuti tossici. Il confidente - che si fa chiamare, con una certa ironia, Pinocchio - spiega quali sono i presunti legami di Duvia con il mondo delle fabbriche di armi e con quel groviglio di poteri che ancora oggi dominano la città di La Spezia. Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche - a capo Spartivento - la Rigel. Un cargo che, secondo "Pinocchio", era pieno di «materiale nucleare (uranio additivato)».
La testimonianza è fondamentale. È la prima volta che nell'inchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria - Francesco Neri - e di Matera - Nicola Maria Pace - appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta.
«Affondamenti sospetti»
Il periodo tra il maggio e il dicembre del 1995 è frenetico. Natale De Grazia è la persona del gruppo che si dedica alla ricostruzione delle rotte delle navi a perdere, a partire dalla Rigel. Vengono acquisiti gli atti del processo contro gli armatori e i caricatori della nave, già accusati di truffa all'assicurazione e affondamento doloso dalla Procura di La Spezia. Un processo terminato con una condanna fino al terzo grado per il reato di affondamento doloso, mentre l'ipotesi dell'associazione per delinquere è caduta nel corso del processo.
Rileggere oggi quelle carte conservate negli archivi del Tribunale di La Spezia è però fondamentale per capire il contesto dell'affondamento della nave Rigel, sospettata di aver trasportato uranio additivato. Nell'ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati, il giudice istruttore di La Spezia parla non di un singolo affondamento, ma di tante navi affondate in maniera dolosa e sospetta. L'ipotesi era che esistesse «un'associazione criminosa avente lo scopo di commettere più reati di naufragio doloso e truffe aggravate ai danni di varie società di assicurazione». Più naufragi, non solo la Rigel. Ed era questa la pista seguita da Natale De Grazia e la prima, solida conferma giudiziaria dell'esistenza di diverse navi disperse nelle acque del Mediterraneo. Cosa trasportavano? Chi ha organizzato l'affondamento?
Una questione di Stato
I magistrati si rendono subito conto che quell'indagine è esplosiva. Pensare a traffico di rifiuti nucleari, gestiti da gruppi massonici e criminali, per poi essere gettati in mare, faceva tremare i polsi anche ad investigatori testardi come De Grazia. Perché era evidente che un traffico del genere non poteva avvenire senza la copertura di parti importanti dello stato. Pensando, poi, al centro della rete, la città di La Spezia, sede di basi Nato, della Marina Militare, del centro di addestramento dei reparti speciali, di fabbriche di armi, era evidente che far uscire una nave carica di uranio non poteva essere un gioco per semplici truffatori.
E così i magistrati in quei mesi scrissero al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Lo ricorda Francesco Neri, nella sua testimonianza del 1997 durante l'inchiesta per la morte di Natale De Grazia: «Ricordo che unitamente al collega Pace della Procura circondariale di Matera comunicammo al Capo dello Stato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dell'ingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiesi al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi». Informative dei servizi poi realmente confluite negli incartamenti dell'inchiesta. Dunque, l'intelligence italiana conosceva sicuramente l'indagine sulle navi.
Un tragico dicembre
Natale De Grazia era sul punto di chiudere le indagini. Aveva già programmato di utilizzare le festività di fine anno per preparare un rapporto finale, con le conclusioni della lunga inchiesta. Il sei dicembre a Reggio Calabria viene sentito - per la seconda volta - il teste "alfa alfa", ovvero Aldo Anghessa. Oscuro trafficante, fortemente sospettato di agire spesso per interessi non chiari o come agente provocatore, due giorni prima del ponte dell'immacolata depone davanti a Natale De Grazia. E introduce un nuovo nome, che sarà fondamentale per l'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Giampiero Sebri. «È disposto a collaborare», spiega Anghessa. Sebri qualche anno più tardi - nel 1997 - deporrà a lungo davanti ai magistrati della Dda di Milano, raccontando di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari. Indicherà anche Giancarlo Marocchino e l'ufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, Luca Rajola Pescarini, come personaggi coinvolti, a suo dire, nel traffico. Per quelle dichiarazioni venne condannato per calunnia, condanna penale poi revocata qualche mese fa dalla Corte di Cassazione.
Quattro giorni dopo l'interrogatorio Natale De Grazia, insieme al maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta, riceve sei deleghe dal procuratore Neri, per compiere indagini a La Spezia e a Como. Chi doveva incontrare De Grazia non lo sappiamo. Il 12 dicembre parte e a mezzanotte viene stroncato da un arresto cardiaco, in circostanze mai chiarite.
I servizi segreti
Il documento arrivato nei mesi scorsi negli uffici della commissione Pecorella che dimostrerebbe l'erogazione di fondi ai servizi segreti per la gestione dei rifiuti nucleari e di armi ha la data - secondo quanto riportato dal quotidiano Terra - dell'11 dicembre 1995, ovvero il giorno prima del viaggio di De Grazia. Il capitano di corvetta sentiva il pericolo come vicino, vicinissimo. Lo raccontava al cognato, mentre da qualche mese - dopo una perquisizione decisamente anomala a Roma - aveva il timore di entrare in contrasto con pezzi importanti dello stato. Sapeva di essere vicino alla verità, e questo lo preoccupava. Quello che probabilmente non sapeva era che quello stesso stato che gli pagava lo stipendio per bloccare i traffici criminali di rifiuti e di armi, finanziava - segretamente - chi quei traffici li copriva o, addirittura, li organizzava.

E la crescita, accidenti?

L’impasse della crisi capitalista

di Michel Husson*

Grow, dammit, grow! (La crescita, maledizione, la crescita! NdT) è il titolo di un recente articolo apparso su The Economist (1). Si tratta di un dossier che propone una riflessione generale su quali possano essere i metodi migliori per rilanciare la crescita della macchina capitalista che il settimanale neoliberale riassume così: riforme strutturali e politiche macroeconomiche prudenti. Recenti studi, condotti dal FMI (2) mostrano in effetti che i tagli ai bilanci compromettono la crescita economica e che la ricetta del "rilancio economico" ( rigore finanziario + stimolo monetario), proposta ad esempio dal ministro dell’economia francese Christine Lagarde, risulta essere una chimera.

Questa critica " keynesiana " è alla base, tra l’altro, del "Manifeste des économistes atterrés" (3). Essi hanno perfettamente ragione di esserlo (atterriti, spaventati). E le loro proposte, che consistono in una regolamentazione della finanzia e nella ricerca di nuove fonti di finanziamento per risanare i deficit pubblici accumulati, sono legittimi e razionali. Detto questo, una cosa è il fatto di sottolineare le dinamiche recessioniste delle politiche fin qui adottate; ma altra cosa è andare bene oltre e sostenere che il ritorno della crescita permetterebbe di risolvere tutti i problemi.

Questo, per prima cosa, poiché non basta saltare sulla sedia come un bambino gridando "crescita! crescita! crescita!" perché questa si realizzi. In una nota su questo argomento, il prolisso Artus (noto analista attivo presso la società finanziaria Natixis, banca di investimento del gruppo bancario BPCE NdT) confessa, e la cosa gli fa sicuramente onore, che in realtà nessuno sa bene come fare. I problemi sono ben identificati ma "sussiste una forte incertezza sulle politiche economiche adeguate a risolvere questi problemi" (4). In effetti ci troviamo di fronte ad "idee piuttosto incerte sui fattori esplicativi più importanti della debole crescita delle imprese del Sud della zona euro: le regole del mercato del lavoro, la fiscalità, la formazione non sembrano giocare un ruolo decisivo".

Una seconda ragione: la crescita ha in gran parte abbandonato i paesi economicamente avanzati, diventando una prerogativa del resto del mondo e soprattutto dei paesi emergenti. Oggi, i paesi avanzati rappresentano il 39% del PIL mondiale contro il 50% nel 1990. Nei dieci anni precedenti la crisi, il PIL è progredito ad un ritmo annuale del 2,6% nei paesi avanzati, circa la metà in meno rispetto al resto del mondo dove la crescita media è stata del 5% annuo. La crisi non fa altro che accentuare questo fenomeno. Le ultime previsioni del FMI per il 2011 indicano una crescita del 2.2% nei paesi avanzati, e del 6,4% nel resto del mondo (5). In questo stesso rapporto, l’FMI pone una domanda cruciale:" la lenta crescita delle economie avanzate comporterà necessariamente una crescita altrettanto lenta nelle economie emergenti"? La risposta è che ci sono "buone ragioni per pensare che le buone performance delle economie emergenti continueranno".

Una terza ragione: la ripartizione. Ammettiamo che vi sia un supplemento di crescita ma che questo sia fatto proprio da una frazione ridotta della popolazione, come è avvenuto di regola negli ultimi vent’anni. Questo,evidentemente, non cambia nulla dal punto di vista del livello di vita della stragrande maggioranza della popolazione. La sola differenza, è che si potrebbe sperare nella creazione di qualche nuovo impiego. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che tali nuovi posti di lavoro saranno mantenuti per sempre, cosa che, ad esempio, non è avvenuto, nel medio termine, in un paese come la Francia (6). Ma pur supponendo che questo sia il caso, ci troviamo in una situazione "malthusiana" nella quale il destino dei salariati dipende dal consumo dei ricchi. In questa circostanza, sarebbe meglio ridurre il tempo di lavoro e distribuire meglio il reddito piuttosto che "sgobbare" per una crescita economica i cui beneficiari sarà sempre e solo una minoranza della popolazione.

La questione di fondo è che il capitalismo ha bisogno della crescita e che è proprio grazie a questo criterio che esso valuta lo stato di dell’economia. Come il ciclista che cade dalla bicicletta se smette di pedalare, così il capitalismo entra in crisi quando non riesce più ad ottenere guadagni di produttività. L’idea di uno stato stazionario del capitalismo è, di conseguenza un ossimoro (una contraddizione in termini NdT). A questo d’altronde si richiamano esplicitamente le critiche della crescita come quella di Herman Daly (7), o, più recentemente, di Tim Jackson (8) che scrive nel suo rapporto: " la produttività del capitale molto probabilmente diminuirà. I rendimenti saranno meno elevati e suddivisi su uno spazio di tempo più lungo. La redditività - nel senso tradizionale del termine - diminuirà. Tutto questo pone dei problemi in un economia basata sulla crescita, ma non avrebbe alcuna importanza in un economia di prosperità". Il che è assurdo: il capitalismo non può funzionare bene (9) e rimettere in causa la crescita pur mantenendo un quadro economico capitalista non ha alcun senso. La critica della crescita o sarà anticapitalista o non sarà.

Ed è anche per questo che il sistema capitalista è fondamentalmente incapace di trattare la questione climatica. Come immaginare, per esempio, un capitalista che ridurrà la propria redditività per fabbricare dei prodotti concepiti per durare a lungo? Come non constatare che l’ecotassa si è di fatto annullato di fronte agli incentivi alla rottamazione? A conti fatti appare impossibile rispettare gli obbiettivi di riduzione delle emissioni senza bloccare la crescita economica (10). La crisi sociale e ecologica necessita dunque un rovesciamento di prospettiva: piuttosto che cercare i mezzi per rilanciare la crescita che dovrebbe creare posti di lavoro, bisogna rimettere le cose al loro posto. Detto in altro modo: partire dai bisogni sociali democraticamente definiti e riflettere alla loro soddisfazione ottimale. La prima tappa è la rimessa in causa dell’attuale distribuzione dei redditi che fa dipendere il benessere della maggioranza della popolazione - occupazione compresa - dai rendimenti azionari. E la seconda è la rimessa in discussione della proprietà privata che priva la società della possibilità di scegliere le proprie priorità.

* articolo apparso sulla rivista francese Regards del mese di Novembre 2010. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

1. " How to grow ", The Economist, 9 Octobre 2010.
2. FMI, Recovery, Risk, and Rebalancing, World Economic Outlook October 2010.
3. Manifesto degli economisti atterriti
4. " Paesi del Sud della zona euro: problemi ben identificati, ma molte incertezze sulle buone soluzioni", Flash Natixis n°508, 4 ottobre 2010.
5. FMI, déjà cité.
6. E se la crescita non creasse occupazione? nota hussonet n°23, ottobre 2010.
7. Herman Daly, Steady-State Economy, 1991; Beyond Growth, 1996. 8. Tim Jackson, Prosperity without growth?, Sustainable Development Commission, 2009.
9. Richard Smith, " Beyond growth or beyond capitalism? ", real-world economics review n°53, giugno 2010.
10. Crescita senza CO2 CO2 ?, nota hussonet n°24, ottobre 2010.

07 gennaio 2011

E voi cosa farete?

Proponiamo un'interessante lettura della manifestazione del 14 dicembre, tratta dal sito ReteScuole, ben diversa dalla lettera di Saviano agli studenti.

www.retescuole.net
di Michele Corsi

Il DDL Gelmini è stato approvato ieri anche al Senato. Gli studenti universitari di Roma avevano dato vita il giorno prima ad una grande manifestazione pacifica. A dieci giorni dai "moti" del 14 dicembre, forse è possibile qualche considerazione che può esserci utile per i tempi a venire.

I giorni successivi al 14 i media hanno enfatizzato al massimo gli incidenti che si erano prodotti dopo l'annuncio del voto di fiducia a Berlusconi, mentre l'imponente manifestazione della mattina era subito sparita dalla visualizzazione informativa. Questa scelta è ovvia per le tv di Berlusconi: avevano la necessità di ricondurre tutto ad una questione di ordine pubblico. Il problema è che la stessa scelta ha caratterizzato anche il racconto della giornata da parte dei media che si posizionano contro Berlusconi, o per lo meno non sono a lui troppo favorevoli.

Eppure gli incidenti occorsi in Piazza del Popolo e dintorni erano di una gravità ben inferiore a quella che si era registrata in situazioni analoghe ad Atene e Londra. I media inglesi e greci, però, non hanno sottolineato più di tanto quelle espressioni "violente". E non hanno perso di vista il "nocciolo" della questione.

Nei giorni successivi il 14, poi, spariva dai media il "nocciolo" della questione, cioé il fatto che il Senato si apprestasse a votare il DDL Gelmini, mentre si moltiplicavano gli allarmi per la manifestazione studentesca che si preparava.

Non è solo questione di media. Le "organizzazioni di massa" d'opposizione, politiche e sindacali, si sono espresse allo stesso modo: l'impressione che davano era che temessero di più la possibilità di incidenti che il passaggio parlamentare del DDL Gelmini. Gli incidenti del 14 hanno fatto scattare tutta una serie di reazioni automatiche anche in quegli intellettuali che, almeno in teoria, dovrebbero manifestare simpatia nei confronti degli studenti. Saviano ha usato accenti molto duri verso i "50 imbecilli" che secondo lui avrebbero provocato incidenti, in una lettera che, a sua volta, non offriva nemmeno una riga, però, al "nocciolo" della questione, cioé la riforma Gelmini.

In realtà la ricostruzione degli avvenimenti del 14, offerta da un volume tale di testimonianze da renderla inoppugnabile, permette una lettura ben diversa da quella poco accorta di Saviano. Nella mattina si erano svolte manifestazioni che avevano visto marciare insieme pezzi fondamentali dell'opposizione "di base" al governo: studenti, metalmeccanici, terremotati, ecc. Una inedita unità assai poco sottolineata. L'annuncio che Berlusconi era sopravvissuto ha fatto scattare un senso di impotenza enorme: noi che là non c'eravamo possiamo però ben intuire, andando con la nostra memoria emotiva a quel momento, il desiderio intenso, battuto, che Berlusconi fosse sfiduciato. La massa frustrata si è poi trovata nell'impossibilità di manifestare questa emozione sotto i palazzi del potere. La polizia aveva infatti bloccato gli accessi alle strade con i suoi mezzi. A parte qualche episodio marginale, la rabbia dei manifestanti si è sfogata contro quei mezzi, cioé contro l'ostacolo fisico che li separava dalla possibilità di manifestare il proprio dissenso. Un ostacolo che in altri Paesi non c'è. Gli studenti inglesi hanno potuto manifestare anche sotto Westminster, i manifestanti del Tea Party statunitense hanno invaso addirittura il Congresso per protestare contro la riforma sanitaria e nessuno ha tolto loro un capello. Che i cittadini possano protestare sotto i palazzi del potere è un diritto democratico, che va difeso. Non è cosa "naturale" isolare i luoghi della democrazia e delle decisioni dalla libera espressione della gente.

Nei primi giorni dopo il 14, gran parte della sinistra e del "popolo viola" ha cercato di leggere quegli incidenti come opera di infiltrati. Non si può negare la possibilità che vi fossero infiltrati, ma le "prove" che sono state portate non hanno retto due giorni. Si è passati allora ad incolpare misteriose cupole di centri sociali ed antagonisti, settori politici in realtà divisi e in crisi quanto lo sono i partiti della sinistra più moderata. Eppure i fatti hanno la testa dura: gli studenti arrestati erano incensurati e sconosciuti ai nutriti schedari della polizia; l'episodio del ragazzo che ne ha colpito col casco un altro nell'intento grottesco di "fare servizio d'ordine", è la dimostrazione della totale confusione che regnava nella piazza; nelle assemblee della Sapienza che si sono svolte dopo il 14 non vi è stato alcun settore significativo di studenti che abbia rinnegato i fatti del 14. Gli stessi studenti che sono stati ricevuti da Napolitano, oggi osannati, hanno comunque fatto educatamente presente al Presidente che loro erano gli stessi del 14.

Queste reazioni automatiche e impaurite da parte di media, intellettuali ed organizzazioni del campo "antiberlusconiano" ci dicono una cosa, molto semplice: non si vuole accettare che il 14 c'è stata una reazione di massa, radicale, rabbiosa, violenta e spontanea. Quello che una volta si chiamava "moto di piazza". I ricordi citati sono andati, con grande stupore da parte degli studenti, al '77, una congiuntura storica che non ha nulla a che vedere con l'attualità. Anche gli intellettuali che ancora oggi fanno riferimento a quell'esperienza hanno cercato di intepretare i fatti in quella chiave, compiendo un errore di analisi speculare alla sinistra più moderata, ma altrettanto grave: non hanno perso l'abitudine di valorizzare i fatti sociali solo quando questi si manifestano in scontri con le forze dell'ordine; oggi, dopo la manifestazione pacifica del 22, non sanno che dire.

In realtà il 14 dicembre assomiglia a ciò che è avvenuto tante volte nella storia d'Italia. I moti spontanei di chi si opponeva al fascismo nelle strade di Parma, i moti dei ragazzi con le magliette a strisce del 1960, quelli degli universitari di Valle Giulia nel 1968, o degli operai di Corso Traiano nel 1969. Tutti episodi, violenti, spontanei e di massa, che hanno segnato epoche, e ai quali, a posteriori, gli storici di qualsiasi orientamento attribuiscono una importanza fondamentale per il mutamento progressivo della nostra società. Anche perché molti dei loro protagonisti siedono ora negli uffici dirigenti di banche, tv, giornali o sugli scranni del Parlamento, in tutte e due gli schieramenti. Certe analisi ossessionate dalla non violenza ascoltate in questi giorni, mi ricordano la rigidità di certe ideologie che ascoltavo con scetticismo in passato quando qualche gruppetto spiegava tutto a suon di citazioni tratte dai sacri testi. L'Unità d'Italia che ci apprestiamo a celebrare è stata fatta con delle guerre, dal fascismo ci siamo liberati con la guerriglia. I non violenti assoluti ci riflettano. Non perché oggi dobbiamo fare le stesse cose (mi pare ovvio che NON dobbiamo fare le stesse cose), ma perché l'ideologia pacifista, al pari di qualsiasi ideologia, ci impedisce di cogliere i fenomeni sociali nuovi che accadono sotto i nostri occhi. I moti del 14 dicembre non vanno giudicati: vanno analizzati. Essi ci sono stati, stanno lì davanti a noi, ci parlano: dobbiamo ascoltarli. E, a mio avviso, ci dicono questo.

Il nostro Paese è stanco di quella massa di buffoni che siede al governo. Gli studenti universitari di Roma (così come gli studenti medi hanno fatto a Milano) hanno attraversato, per la prima volta, i quartieri popolari: se fossero stati considerati una massa di facinorosi, come sono stati dipinti per dieci giorni dai media, pensiamo davvero che sarebbero stati accolti così festosamente dai loro abitanti? Gli automobilisti bloccati si sarebbero messi a salutarli col clacson invece di sclerare? In Italia c'è una massa di scontento in ebollizione che attende il momento di farla finita con questo governo, dentro un incrocio, estremamente pericoloso per i potenti, ma che dovrebbe essere magico per le forze di opposizione, di crisi politica e crisi economica, in una situazione in cui anche le forze dell'ordine si sentono poco rispettati da chi li comanda. Una coincidenza che in altri Paesi ha provocato "moti" che hanno spazzato via governi e dittatori nel giro di pochi giorni.

E' quello al quale dobbiamo lavorare? No di certo. Non siamo il Kirghizistan. Ma la potenza inespressa della rivolta che cova nella massa di studenti, precari, operai, dovrebbe dire alle forze politiche e sindacali che allo scontento collettivo va dato espressione, spazio, organizzazione, forza d'impatto. Un piccolo esempio. Una settimana fa Forza Nuova voleva aprire una sede in pieno centro a Milano. Cosa succede normalmente in questi casi? Che si muovono gruppi più o meno organizzati di giovani che per impedire lo scempio si "scontrano" con le forze di polizia pagando prezzi altissimi in termini di denunce, ecc. Invece questa volta è accaduto un fatto nuovo: l'iniziativa se l'è presa in carico la Camera del Lavoro. Ed ha imposto con la propria "mole" e Ia propria iniziativa che quella sede non venisse aperta. Il risultato è stato ottenuto lo stesso, ma senza incidenti, senza violenza, senza giovani denunciati o manganellati dalla polizia. La Camera del Lavoro di Milano è rivoluzionaria? No: è una tra le più moderate d'Italia e il suo segretario è considerato un terrificante "destro". Ma ha capito una cosa: è il vuoto di iniziativa di chi dovrebbe organizzare la protesta che provoca "incidenti". La violenza nasce dal basso nel momento in cui dall'alto delle organizzazioni, ci si rifiuta di usare la forza di cui si dispone. Per questo la sinistra ha difficoltà a "vedere" i moti del 14 dicembre: perché costituiscono lo specchio della propria inazione.

Quindi, cari politici e intellettuali che avete predicato sino alla noia in questi giorni sul pericolo della violenza, ora, cosa farete? Cosa farà Susanna Camusso, neosegretaria della Cgil, che agli studenti ha raccontato che "non ci sono le condizioni per lo sciopero generale"? Potrebbe spiegare a noi lavoratori quando queste condizioni sarebbero propizie? Aspetta che Berlusconi si rafforzi di nuovo? O che il tasso di disoccupazione raddoppi? O che Marchionne sia imitato da ogni padrone in tutta Italia? Cosa farà Pantaleo, segretario della FLC, il potente sindacato dei lavoratori della conoscenza, che pronuncia molti discorsi di sinistra, va alle manifestazioni della Fiom, ma non ha fatto l'unica cosa concreta di sinistra che avrebbe potuto fare e cioé proclamare uno sciopero della scuola e dell'università? Cosa farà Bersani, il grande stratega politico che in una situazione estremamente propizia come l'attuale l'unica cosa che gli viene in mente è promettere a Casini la futura presidenza del consiglio? Casini, quello che è d'accordo con la riforma Gelmini della scuola, che apprezza Marchionne e che se ne frega della disoccupazione? E Saviano, lo aspettiamo al varco: ha dato degli "imbecilli" a quelli del 14, provi ad insultare con pari passione anche Fini, che ha votato a favore del DDL Gelmini. Signori, quando comincerete ad analizzare i fenomeni sociali e ad ascoltarli invece di precipitarvi a condannarli? Quando comincerete a fare il vostro mestiere? Siete contenti? Gli universitari il 22 hanno dimostrato quello che già era evidente: di essere ragionevoli e intelligenti. Bene, e ora voi, dirigenti della sinistra, dirigenti dei sindacati, intellettuali, voi: cosa farete?