09 febbraio 2011

Se non ora quando? Sempre! Diciamo noi

“Noi vogliamo tutto” è il nostro manifesto/volantino di partecipazione alla manifestazione, sottoscritto dal Comitato per i diritti delle prostitute [leggi il loro comunicato]. Per adesioni scrivere a femminismoasud@inventati.org oppure a ombrellirossi@grrlz.net. Chiunque stia realizzando uno spezzone dagli ombrelli rossi in qualunque città può farlo proprio (a destra potete leggere info sulle città in cui ci saranno spezzoni ribelli, liberi e indecorosi).

Potete scaricare il volantino in pdf per l’appuntamento a Roma dove noi, le femministe e i disertori e le sex workers saremo insieme. Da scaricare anche il logo, il banner per blog e siti, il volantino in .doc da riadattare per altre città.

Appuntamento a Roma, 13 febbraio, ore 14.00, Piazza del Popolo (pagina evento facebook).

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NOI VOGLIAMO TUTTO

Ombrelli rossi per i diritti di tutte le donne

Siamo donne, uomini, femministe, sex workers, disertori del patriarcato.
Viviamo sulla nostra pelle l’assenza di diritti, la precarietà, la mancanza di prospettive.
Vogliamo futuro. Vogliamo respirare. Vogliamo poter scegliere.

Siamo tutt* egualmente consapevoli dell’esistenza di regole economiche che favoriscono i ricchi e massacrano chiunque altr@.

Siamo in vendita.

Sono in vendita le nostre braccia, le nostre vite, la nostra testa, i nostri corpi.
Chi prova ad autodeterminare la propria vita diventa oggetto di repressione. Perché a pochi piace un mondo di soggetti liberi.

Si preferisce invece una società di operai, badanti, schiave, precarie, disoccupati, lavoratrici del sesso, alla mercé del primo manager pronto a cancellare diritti, reddito, casa, lavoro.

Nelle società decadenti, quelle in cui nessuno sa proporre una alternativa, chi ha poca fantasia ottiene potere attraverso iniziative autoritarie.

Perseguitare gli stranieri per fare finta di difendere la sicurezza economica degli italiani.
Perseguitare i gay e le lesbiche per fare finta di difendere il sacro valore della famiglia.
Perseguitare le donne per fare finta di difendere la continuità della specie, per fare finta di difenderne la dignità, il corpo, la vita.
Perseguitare chiunque esprima un libero pensiero per fare finta di difendere i potenti che governano.

Le vittime vengono descritte come carnefici. I carnefici si autodescrivono in quanto vittime.

Le donne lo sanno. Accade ogni giorno. In ogni luogo in cui un uomo uccide una donna mentre i media sono attenti a definirne la nazionalità o a giustificarlo affinché non si sappia che la violenza in famiglia è la prima ragione di morte violenta per tutte le donne.

Accade negli angoli bui in cui sono costrette le sex workers. Relegate nelle periferie fredde e insicure, da ordinanze di sindaci sceriffi armati a salvaguardia del decoro e della moralità. Ed è in quegli angoli che spesso le sex workers perdono la vita, mentre i media ignorano queste morti e nei titoli pronunciano chiara la parola “prostituta” e omettono di specificare che l’assassino è un cliente.

Accade alle straniere, lavoratrici del sesso, badanti, costrette ad obbedire ad un padrone, un uomo o lo Stato, per evitare di essere rinchiuse in un C.I.E.

Noi non ci riconosciamo nelle omissioni, nei moralismi, nelle bugie di chi consegna i nostri corpi autodeterminati allo Stato, alla nazione, in nome di una dignità che nessuno ci riconosce mai quando diciamo che non abbiamo patria, nazione, perché non abbiamo certezze economiche, prospettive di studio, libertà di scelta.

Noi non ci riconosciamo nella chiamata alle armi per una caccia alle streghe animata da misoginia e omertà a protezione dei veri responsabili del disastro italiano.

Non riuscirete a metterci le une contro le altre perché chi usa la guerra tra poveri in qualunque battaglia crea separazione sociale per dare credito a chi su quella separazione specula.

Vale per quelli che istigano la guerra tra stranieri e italiani.
Vale per quelle che istigano la separazione tra donne perbene e donne permale.

Scendiamo in piazza anche per dirvi questo.

Perché noi non vogliamo essere usat*.
Perché noi vogliamo di più.
Perché noi vogliamo tutto.


Femminismo a Sud (http://femminismo-a-sud.noblogs.org)
Comitato per i diritti delle prostitute (
http://www.lucciole.org)

Per adesioni: femminismoasud@inventati.org oppure ombrellirossi@grrlz.net

05 febbraio 2011

Miseria e Libertà - Documento delle delgate dell'assemblea nazionale delle delgate e dei delegati Fiom CGIL

Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati Fiom-Cgil
Cervia, 3-4 febbraio 2011

MISERIA E LIBERTA’

Abbiamo opinioni e idee diverse sull’appello “Se non ora quando”, ci sentiamo però coinvolte da un appuntamento di donne che dice BASTA all’indecente trasformazione della politica, che si nutre e fa sfoggio dell’intreccio tra sesso, potere e danaro.
Come metalmeccaniche, a partire dalle lotte con cui abbiamo difeso e continuiamo a difendere libertà, dignità, diritti e democrazia nel lavoro e per il lavoro per tutte e tutti, saremo nelle piazze il 13 febbraio sulla base di queste ragioni:
La mercificazione del corpo delle donne e la loro svalutazione simbolica sono strettamente legate da una parte alla loro esclusione e marginalizzazione nel mercato del lavoro, dall’altra all’aumento dello sfruttamento e della fatica nel lavoro produttivo e in quello di cura a causa dell’inaccettabile e crescente autoritarismo padronale a cui si accompagna una politica di smantellamento dello stato sociale.
Politiche restrittive e misogine sono le due facce di un modello sociale in cui il ricatto e la mercificazione sessuale sono offerte alle donne come strumento di affermazione individuale e di successo. Modello che intesse anche le relazioni di lavoro e familiari e contro cui ci siamo sempre battute per difendere dignità e diritti delle donne contro i ricatti e la violenza.
Agli uomini non chiediamo amicizia ma di mettere in discussione, a partire da sé, la miseria di un modello maschile, quale quello rappresentato dal Presidente del Consiglio.
Come lottiamo contro l'uso del corpo delle donne come oggetto di scambio sessuale, così rifiutiamo ogni strumentalizzazione del valore politico della ribellione delle donne.
Libertà femminile e autodeterminazione costruiscono misura e valore della dignità delle donne, forza radicale di cambiamento.
Come metalmeccaniche promuoveremo entro il prossimo mese una nostra iniziativa nazionale per avviare una riflessione che, a partire dalla soggettività delle donne, affronti anche i temi relativi alla riconquista del contratto nazionale.

Le delegate della “Assemblea Nazionale delle delegate e dei delegati Fiom-Cgil”

03 febbraio 2011

Berlusconi: il vero scandalo è il sessismo

Le ultime vicende di Berlusconi ripropongono, ancora una volta e all'ennesima potenza, l'utilizzo maschile del potere per comprare i corpi di giovani donne. La vera questione, che purtroppo in troppi, anche a sinistra, evitano di affrontare è quella dell'immagine maschile delle donne che emerge dallo stillicidio di scandali che segnano da tempo il dibattito pubblico.
Quella che va in scena è la rappresentazione estrema di una concezione, ben più diffusa, che associa all'esercizio del potere maschile la pretesa di servirsene per comprare, utilizzare ed esibire il corpo delle donne. Ciò che colpisce, però, nelle prime espressioni di indignazione e mobilitazione lanciate in questi giorni contro il capo del governo e il suo comportamento, è proprio l'assenza di questa denuncia. Si rischia di prendere la scorciatoia, ben più comoda, di continuare a prendersela con l'anello debole del sistema, le donne “per male” del capo, per evitare di affrontare il cuore dello scandalo e chiamare in causa, oltre a Berlusconi, l'insieme della politica maschile e dei suoi esponenti. Non crediamo giusto, quindi, associarci a campagne che si riducano a una presa di distanza dalle cattive ragazze per portare in piazza quelle perbene, evitando di denunciare l'essenza stessa del patriarcato e della violenza maschile che alimenta l'intera vicenda. Questo tipo di impostazione trova sostenitori troppo convinti tra i molti uomini che, pure in questi giorni, non hanno speso una parola, sui giornali o nel dibattito politico, per denunciare il sessismo di Berlusconi, scivolando invece in battute misogene sulle donne di cui si serve.
Vogliamo manifestare contro i rapporti sociali di genere che fanno di Berlusconi un esemplare della maggioranza degli uomini italiani, contro la misoginia che lo caratterizza. Non vogliamo cavarcela dicendo che non siamo come quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga. Preferiamo denunciare che pochi, soprattutto nelle istituzioni, hanno detto “Esistono altri uomini”.

Coordinamento femminista di Sinistra Critica
Organizzazione per la sinistra anticapitalista

Intervista a Gilbert Achcar: le proteste in Medio Oriente e nel Maghreb

L'esempio della Tunisia è stato seguito dall'Egitto, creando un'onda d'urto in tutta la regione. Destabilizzando regimi, privi di qualsiasi forma di legittimità reale.

Questa intervista telefonica è stata rilasciata da Gilbert Achcar, docente presso il SOAS dell’Università di Londra, a Doug Henwood (l’originale sonoro si può ascoltare sul sito: http://www.leftbusinessobserver.com/Radio.html#S110129) il 27 gennaio 2011. Con gli eventi in corso e quindi dagli esiti imprevedibili al momento in cui è stata rilasciata questa intervista, essa è comunque utile per individuare le dinamiche che sono alla base di questa ondata di proteste popolari che sta dilagando in Medio Oriente e nel Maghreb.

Gilbert Achcar è nato in Senegal e cresciuto in Libano. Nel 1983 ha lasciato il suo Paese e adesso vive a Londra, dove insegna presso la School of Oriental and African Studies.

Domanda: Nelle ultime due settimane sono scoppiate delle incredibili rivolte in tutto il Medioriente. Cominciamo con la Tunisia: qual è la tua opinione su ciò che sta avvenendo nel Paese?
Risposta: È importante, in primo luogo, chiedersi quali sono le prospettive dal punto di vista politico. Bisogna capire se c’è la possibilità che il regime passato trovi qualche forma di continuità o se verranno apportate delle modifiche radicali almeno in campo politico. Nello scontro, infatti, entrano in scena due forze, che rappresentano due alternative: la possibile partecipazione al nuovo governo dei rappresentanti del vecchio regime e la pressione esercitata dagli esponenti dell’opposizione politica di sinistra, dei movimenti sociali e della federazione sindacale, affinché si crei un nuovo governo, in cui non figurino personaggi provenienti dal vecchio regime. Nella lotta si inserisce l’esercito, che prova a ritagliarsi un ruolo in questi avvenimenti, avendo contribuito in qualche modo alla fuga del dittatore, abbandonandolo, ma continuando d’altra parte a rappresentare una forza di riserva per il regime. Al momento la situazione è abbastanza instabile ed è ancora aperta ogni possibilità se parliamo di chi, in ultima istanza, farà parte del prossimo governo e chi coordinerà l’organizzazione delle elezioni future, che è un’altra delle questioni in campo.
D: Attualmente esistono delle formazioni politiche, dei movimenti alternativi che possano inserirsi in questo vuoto politico?
R: Sì. Certo, le strutture di regime sono ancora lì, anche se sono indebolite. Lo stesso partito di maggioranza è in stato di decomposizione. Molti esponenti, fra cui anche i ministri, appartenenti a quel partito hanno rassegnato formalmente le dimissioni. Il partito di maggioranza di fatto non ha più la maggioranza. Le strutture repressive, di solito considerate la spina dorsale dei regimi (mi riferisco alle forze di polizia, le forze di sicurezza e via dicendo), ed in misura minore l’esercito stesso, sono divise. Questa spaccatura negli apparati ha sicuramente indebolito il dittatore e l’ha portato alla fuga. Ma il regime, se pensiamo al suo carattere sociale, non è realmente minacciato, nel senso che vi è uno scontro su chi governerà o su chi imporrà la forza nel prossimo periodo, ma la federazione sindacale in sé non rappresenta un’alternativa radicale rispetto a quello che già esiste.
Dopo tutto la burocrazia della federazione sindacale, la sua leadership, è coesistita con il regime molto più a lungo di quanto non ci si sia scontrata. È per questo che non rappresenta in sé, nella sua struttura, un’alternativa radicale. Anche se è vero che ha una qualche forma di autonomia. Adesso, ad esempio, all’interno dell’unione sindacale c’è un ripiegamento a sinistra ed è in corso una battaglia politica. Quindi il sindacato è l’alternativa più accreditata, in termini di istituzioni già esistenti, alla struttura tradizionale di regime. Riguardo alle forze di opposizione, il partito Ennahdha, che è un’organizzazione islamica ed ha un background fondamentalista, considerata l’alternativa più forte, è comunque in Tunisia molto più debole rispetto ai suoi corrispettivi di altri Paesi della regione e quindi non può assolutamente ricoprire il loro stesso ruolo. Le cose in Tunisia sono in continuo mutamento. Non possiamo neanche dire con certezza se questo governo cadrà o meno. Attualmente le forze che mirano alla conciliazione sono alla ricerca di un compromesso e dicono: “Bene, adesso dobbiamo lasciare che a decidere sia il popolo e dobbiamo solo preoccuparci che le elezioni siano veramente libere per la prima volta nella storia di questo Paese. Potremo farlo solo grazie agli ultimi avvenimenti: la rivolta popolare.” Per alcuni questo non è sufficiente e la questione centrale resta chi presiederà l’organizzazione delle elezioni, che è poi una questione centrale per determinare la successione.
D: Qual è il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’ex potenza coloniale?
R: È curioso vedere come questo Paese sia vessato da istituzioni internazionali/occidentali. Considerando quello che è sempre successo nei Paesi circostanti, la Tunisia è sempre stata considerata un modello positivo, soprattutto dalla Francia. Negli Stati Uniti, invece, (come abbiamo scoperto grazie a Wikileaks) esisteva una certa consapevolezza riguardo al livello di corruzione del regime. Questo è quanto viene fuori dalle pubblicazioni di Wikileaks, ovvero dai report del personale statunitense presente in Tunisia. Da quanto emerge dai documenti, sono tutti d’accordo nel sottolineare l’alto grado di corruzione presente all’interno del regime di Ben Ali. Adesso, il fatto che questo regime sia scosso dalle fondamenta preoccupa molto sia Washington che Parigi per quanto riguarda le possibili ripercussioni e soprattutto a causa dell’ossessione rappresentata dai movimenti fondamentalisti islamici e dalla possibilità che essi possano rappresentare un interlocutore attivo. Ad essere spaventata, però, è soprattutto la Francia, per ovvi motivi di prossimità geografica e a causa dell’ immigrazione tunisina verso il suo territorio. Proprio per il fatto che, come dicevi, la Francia è l’ex potenza coloniale, puoi immaginare quali e quanti siano i legami esistenti fra i due Paesi. Ovviamente sia Washington che Parigi vorrebbero sin da ora stabilizzare la situazione e dire : “Ok, avete avuto la vostra Rivoluzione dei gelsomini”, cercando di inscriverla nella stessa categoria della Rivoluzione delle rose o altre simili. Insomma, niente di temibile, dopotutto. Comunque una manifestazione appartenente alla sfera della democrazia. Nelle ultime analisi è stata addirittura associata a categorie occidentali. Una rivoluzione, insomma, che non ha un reale potere sovversivo, non va oltre le manifestazioni. L’analisi dominante è questa. Anche gli ammonimenti pronunciati dal capo dell’esercito tunisino, le sue dichiarazioni contro il protrarsi delle proteste, sono certamente incoraggiate da Francia e Stati Uniti. Sarebbero contenti, questi ultimi, di vedere segni di continuità nell’apparato politico piuttosto che vederlo minacciato.
D: Quindi l’esempio della Tunisia è stato seguito da manifestazioni simili in tutta la regione. La più grande è quella esplosa in Egitto. Cosa pensi stia accadendo adesso in Egitto?
R: Sì, la rivolta tunisina ha creato una sorta di onda d’urto in tutta la regione. Gli effetti dell’onda d’urto si sono visti in Algeria, in Egitto, in Yemen, in Giordania. È un movimento esteso e non finirà di certo qui. Gli ingredienti principali della rivolta sono da una parte le condizioni economico-sociali, pessime già da tempo, e dall’altra i regimi oppressivi presenti in tutta l’area. Non dimentichiamo che questi regimi sono privi di qualsiasi forma di legittimità reale. La scintilla di tutto, pertanto, è rappresentata dagli avvenimenti tunisini che danno una lezione importante e per tutti facilmente individuabile: quando le masse scendono in strada a protestare possono vincere la repressione. È per questo che la paura che attanagliava i popoli della regione, sta finalmente svanendo, o per lo meno è molto ridotta. Questo è quello che sta succedendo anche in Egitto. La differenza è che in Egitto la sollevazione non ha avuto un inizio spontaneo, come quella tunisina. Più che altro è stata organizzata dalle forze politiche e in particolare da una coalizione di forze di opposizione al regime di Mubarak, forze liberali e di sinistra, ma anche la più grande forza di opposizione del Paese rappresentata dai Fratelli Musulmani, alla luce di quanto accaduto in Tunisia. Questo tipo di opposizione al regime è figlia di un movimento nato da tempo allo scopo di impedire all’attuale presidente di designare il figlio come suo successore, di ottenere elezioni presidenziali libere e di dare la possibilità a chi ne abbia voglia di partecipare in qualità di candidato alle elezioni, che attualmente sono completamente controllate dal regime. La figura centrale che viene fuori da questa mobilitazione come possibile alternativa al presidente Mubarak è l’ex capo dell’Agenzia Atomica, Muhammad El-Baradei, che è visto dall’opposizione liberale, come dall’opposizione di sinistra e da tutte le forme di opposizione del Paese, come l’unica figura che goda di prestigio sia a livello nazionale che internazionale in grado di rappresentare un’alternativa credibile per l’opposizione. È in atto, dunque, una specie di braccio di ferro tra opposizione e regime. Se continua così, se il regime dimostra di non riuscire a controllare e a fermare il movimento di opposizione, si apre la possibilità che questa dittatura si trasformi e che a prendere il potere sia lo stesso esercito che adesso abbandona Mubarak. Sappiamo che la spina dorsale del regime in Egitto è rappresentata dall’esercito. Lo stesso Mubarak proviene dall’esercito. Andando indietro nella storia, ricordiamo che il Paese è governato dall’esercito ininterrottamente dal 1952 e il fatto stesso che l’esercito abbia deciso di abbandonare Mubarak rappresenta un evento importantissimo. In un modo o in un altro, sia che si formi un comitato militare o qualcosa di simile, è difficile adesso intravedere una prospettiva, perché per ora l’esercito non è ancora riuscito a organizzarsi in maniera strutturata. Non ci resta che aspettare e vedere…

Traduzione dall’inglese di Teresa Patarnello
Nena News ringrazia la docente universitaria e scrittrice
Cinzia Nachira per aver reso disponibile l’intervista.

02 febbraio 2011

Israele pretende 'bustarelle' per far entrare la merce a Gaza

Al-Jazeera

WikiLeaks rivelava che, per far entrare la propria merce a Gaza, compagnie statunitensi erano costrette da ufficiali israeliani al pagamento di "tangenti". Uno dei numerosi documenti WikiLeaks rivelati lo scorso dicembre, includeva un documento diplomatico statunitense in base al quale, i carichi merci diretti verso la Striscia di Gaza erano collusi con giri di corruzione.

Questo era emerso da numerose testimonianze di uomini d'affari americani ai quali, per poter far entrare il carico con i propri prodotti "Made in Usa" a Gaza, Israele aveva chiesto il pagamento di vere e proprie "bustarelle".

Il 14 giungo 2006 è una delle tante date alle quali risalgono alcuni di questi episodi. Quel giorno, le compagnie americane che furono sottoposte al pagamento della "tangente" furono Coca-Cola Co., Caterpillar Inc. e Motorola Inc. Tutte avevano lamentato il fenomeno di corruzione presso i valichi di frontiera tra Israele e la Striscia di Gaza.

A fine maggio scorso, diverse navi cargo statunitensi attesero dai 3 ai 4 mesi prima di poter entrare a Gaza. Il loro carico ammontava a circa 1,9 milione dollari. Ai distributori fu detto di dover pagare delle "tasse straordinarie", il cui valore, tuttavia, corrispondeva a 75 volte quelli che erano i costi standard stabiliti per questo processo dagli ufficiali del governo di Israele.

All'epoca, gli ufficiali israeliani negarono qualunque anomalia di questa natura al valico di Karni (al-Mintar) sostenendo che, al contrario, le proprie operazioni (commerciali) avevano subito una battuta d'arresto sin dall'assoluto insediamento di Hamas (giugno 2007) nella Striscia di Gaza.

Dai documenti WikiLeaks trapela invece che, presso il valico di Karni, ai distributori di Cola-Cola fu chiesto di pagare oltre 3 mila dollari per ciascun carico.

Interessante la testimonianza di Joerg Hartmann, dirigente della compagnia Coca-Cola in Cisgiordania.
"Quale sarebbe il ricavo del pagamento di 3 mila dollari?", si chiese. Hartmann allora pretese che, qualora avesse pagato, il suo carico si sarebbe dovuto posizionare, per lo meno, tra le prime file di camion in attesa di entrare a Gaza. Sembra che le prime due o tre file di camion che entrano el territorio palestinese assediato siano riservate alle compagnie israeliane, da cui la nomea di "fila israeliana". Ovviamente, queste pagano costi decisamente inferiori, a detta di Hartmann.

L'uomo d'affari statunitense accusa un "ufficiale di alto rango" di essere a capo di un giro di corruzione proprio su quel valico, mentre aggiunge che, a condividere la speculazione, dall'altra parte vi sarebbero partner palestinesi.

Tangenti e blocco. Altri casi sono emersi poi dai distributori delle compagnie Procter & Gamble Co., Caterpillar, Philip Morris, Westinghouse, Hewlett-Packard Co., Motorola., Aramex e Dell Inc.. Tutte hanno denunciato casi di corruzione presso i valichi di frontiera con Israele.

Pare che almeno due, quali Coca-Cola e Westinghouse, abbiano pagato a Israele questa "tangente" mentre, il rappresentante di Caterpillar avrebbe raccontato di essersi rifiutato di pagare 2.667 dollari per il passaggio verso Gaza di due piccoli generatori.

In realtà, il giro di corruzione qui emerso era stato smascherato ben prima che Hamas prendesse il controllo della Striscia di Gaza.
Prima di allora, infatti, la chiusura dei valichi di frontiera era comunque frequente a causa delle decisioni unilaterali di Israele come per i fatti di violenza tra le parti sul campo. Tuttavia, secondo quanto Hartmann riferiva a diplomatici Usa nei documenti, i rischi che, qualora si fosse imposto un blocco sulla Striscia di Gaza, il fenomeno sarebbe soltanto potuto crescere, erano stati previsti.

In seguito all'attacco omicida dei commando israeliani contro la Freedom Flotilla (maggio 2010), solo dietro pressione internazionale, il valico alla frontiera con Gaza aveva ricevuto attenzione con alleggerimenti che restano comunque sporadici (in questi giorni invece si è tornati ad una chiusura ad oltranza dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, in conseguenza ai fatti che stanno investendo l'Egitto ndr).

"Siamo a conoscenza (del fenomeno di corruzione, ndr)... Nessuno qui ha niente a che vedere con questi fatti", aveva detto uno dei portavoce delle autorità israeliane, Adar Avisar.

Parallelamente, già nel 2006 era stata la Banca mondiale (Bm) a lanciare un monito sulle modalità operative in atto presso il valico di Karni, quando lo aveva definito "polo di corruzione per entrambi i lati della frontiera".

http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2011/01/20111617116558943.html