22 maggio 2011

Mediterraneo, anticapitalismo sulle due sponde

di Piero Maestri

Su invito del Nouveau partì anticapitaliste francese, il 7 ed 8 maggio si è svolto a Marsiglia il primo degli incontri tra le organizzazioni anticapitaliste del Mediterraneo.

Un incontro la cui proposta è nata nel contesto particolare in cui le rivoluzioni nel Maghreb e in Medioriente hanno evidenziato la capacità dei popoli di prendere in mano il loro destino.

Il ravvicinamento degli anticapitalisti e dei rivoluzionari si pone dunque come una necessità sia per favorire i processi rivoluzionari in corso che per fronteggiare i guasti crescenti della crisi.

Il primo obiettivo, che era quello di riunire il massimo numero possibile di organizzazioni, è stato raggiunto: 19 delegazioni rappresentanti 11 paesi (Marocco, Tunisia, Egitto, Libano, Irak, Grecia, Italia, Corsica, Spagna, Cipro del Nord, Palestina) hanno infatti risposto all’invito.

Durante due giorni i delegati hanno potuto dibattere e scambiarsi opinioni nel corso di riunioni seminariali su diversi temi quali : i processi rivoluzionari in corso e la situazione delle mobilitazioni nell’area mediterranea; la crisi globale del capitalismo, le sue conseguenze sociali ed ecologiche e le resistenze sociali; le resistenze e le solidarietà di fronte alla guerra e alle occupazioni; le politiche razziste e di freno all’immigrazione nel quadro dell’Europa fortezza. Dibattiti ricchi di insegnamenti sulla situazione politico-sociale dei diversi paesi rappresentati. Questo incontro ha permesso alle organizzazioni di discutere e, per certune di lavorare insieme per la prima volta, come conferma la decisione, presa in occasione di una riunione improvvisata, delle organizzazioni del Maghreb e del Machrek, di ritrovarsi rapidamente per organizzare degli incontri anticapitalistici dei paesi arabi.

Il dibattito ha preso avvio dal riconoscimento che troppo spesso le organizzazione della sinistra europea hanno sofferto – appunto – di eurocentrismo, che le ha spesso portate a non comprendere (e non sostenere) i processi di mobilitazione della sponda sud.

Le rivoluzioni tunisina ed egiziana e le crescenti mobilitazioni di massa in molti paesi della regione richiedono invece uno sforzo di incontro e di scambio, perché si aprano due opportunità storiche parallele: nei paesi del sud l’occasione di costruire nuovi sindacati indipendenti, organizzazioni radicali di massa, strutture di democrazia diretta – che hanno bisogno di un aiuto da parte di tutte/i perché si tratta di una nuova esperienza che ha bisogno di sostegno politico e materiale; nell’Europa mediterranea si apre invece l’occasione di saldare le resistenze alla crisi con un rinnovato internazionalismo, che riconosca i soggetti che hanno messo in crisi l’equilibrio imperiale a sud come naturali alleati della loro lotta – riconoscimento che presuppone anche la capacità di rispettare e curare i plurali e differenti cammini delle rivoluzioni.

Siamo oltre la solidarietà, siamo alla comune lotta contro l’imperialismo e il sistema capitalistico globale.

La discussione ha posto molti spunti di riflessione, che hanno riguardato la nuova composizione di classe (con il racconto dei compagni egiziani del loro impegno insieme ai giovani precari del Cairo), la necessità di costruire partiti rivoluzionari di massa e fronti progressisti che siano capaci di amplificare le crisi politiche e conquistare larghi spazi di libertà e autonomia per porre la questione di una trasformazione economico-sociale, le esperienze di “contropotere” e di difesa dal basso delle conquiste per consolidare i processi di partecipazione popolare, il bisogno di una solidarietà visibile, e così via.

Una particolare attenzione è stata data anche alla guerra e all’intervento militare in Libia – che è stato condannato da tutti i soggetti presenti come ipocrita e diretto a garantire il controllo politico-economico sulla regione frenando le lotte rivoluzionarie in corso nel mondo arabo.

All’interno di questo meeting il Npa ha organizzato anche un incontro pubblico (con la partecipazione di centinaia di persone) incentrato sui processi rivoluzionari, al quale sono intervenuti un rappresentante delle delegazioni tunisine (a nome del Fronte del 14 Gennaio), un rappresentante delle delegazioni egiziane (nello stesso spirito unitario) e un rappresentante del Fronte popolare per la liberazione della Palestina; per il Npa è intervenuto un compagno di Marsiglia che ha fatto il punto sulla situazione dei migranti tunisini a Marsiglia e infine hanno chiuso Olivier Besancenot e la nuova portavoce del Npa Myriam Martin.

Aldilà del piacere di ritrovarsi, di conoscersi e di discutere insieme in commissione e, in maniera informale, durante i pasti, questi incontri confermano la necessità e la possibilità reale di un lavoro comune al fine di lottare contro il sistema capitalista ed imperialista. E ciò si ritrova nella dichiarazione finale che propone un gruppo di continuità incaricato di preparare i prossimi incontri che avranno luogo in un paese del Sud del Mediterraneo e che avranno l’obiettivo di costruire anche campagne comuni (per esempio per l’annullamento del debito dei paesi della sponda sud o contro l’intervento militare imperialista e la Nato)

Certo si è trattato di una prima volta ma lo slancio e l’entusiasmo dei delegati per la proposta di continuare i dibattiti, la riuscita degli incontri indica come questi dovrebbero essere i primi di una lunga e fruttuosa serie. Con lo scopo di organizzare simultaneamente azioni comuni in tutto il Mediterraneo.

Dall’Italia ha partecipato una delegazione di Sinistra Critica, che ha rilevato una fortissima omogeneità di fondo nelle analisi e nella concezione dell’impegno politico anticapitalista con le altre forze presenti.

Appello dei partecipanti al primo incontro delle organizzazioni anticapitaliste del Mediterraneo

La revuelta de la "generaciòn perdida"

In Spagna sta accadendo qualcosa che mai si era visto, quello che può essere chiamato "Movimento del 15 Maggio", la cui nascita è un avvenimento veramente storico. A due giorni delle elezioni amministrative le piazze di più di cinquanta città sono occupate da quelli che, con lo slogan “non ci rappresentano”, hanno perduto la fiducia nella politica e adesso si fanno vedere ogni giorno nelle assemblee in strada e nelle piazze. Anche se nessuno si sarebbe aspettato un movimento di tale entità, la cosa strana è il fatto che non avesse avuto luogo prima: quando la disoccupazione giovanile aveva toccato il 45%, quando il 63% dei cittadini spagnoli vivevano con mille euro al mese o ancora meno; tutto questo mentre le grandi imprese raggiungevano profitti record e stipendi mai visti per i dirigenti delle stesse. Duecentocinquantamila famiglie sono sotto sfratto perché non riescono a pagare il mutuo, mentre la stessa banca che le lascia senza casa e con molti debiti ottiene, come premio, quasi due punti del PIL nei piani di salvataggio pubblico; la gente a questo punto scende in strada e prende parola.

I cittadini, con il motto “Non siamo merce nelle mani dei politici e dei bancheri”, non si vedono rappresentati da una classe politica permanentemente colpita da scandali di corruzione e che in una crisi sistemica come questa ragalano benefici alle banche e agli istituti finanziari, precarizzando sempre più la vita della maggior parte della popolazione.

La riforma delle pensioni, quella delle casse di risparmio, le riforme universitaria e quella dei contratti collettivi sono le cause che producono queste conseguenze. I tentativi di mobilitazione più recenti possiamo individuarli in due date: la prima è il 7 aprile, con la grande manifestazione convocata dalla piattaforma studentesca “Gioventù senza futuro”. Con lo slogan “Senza pensione, senza casa, senza lavoro, senza paura”, migliaia di giovani sono scesi in strada in differenti città spagnole per riavere indietro il futuro di una intera generazione che il Fondo Monetario Internazionale ha definito “una generazione perduta”.

La seconda data fondamentale è stata il 15 maggio, creata dalla rete sociale “Democrazia reale adesso”. La manifestazione convocata ha visto l’adesione di centinaia di collettivi; tra questi proprio la piattaforma studentesca “Gioventù senza futuro”. Una manifestazione di massa che è terminata a Madrid tra la repressione della polizia e l’arresto di 24 giovani manifestanti. Il giorno seguente, la Puerta del Sol, cosiddetta Kilometro Zero, ha cominciato a riempirsi di gente. Ogni giorno alle otto di sera le piazze spagnole hanno richiamato sempre più “indignati” (molti dei quali hanno dormito nelle piazze stesse); specialmente la Puerta del Sol di Madrid, rinominata dagli occupanti “Piazza della soluzione” o “La nostra Piazza Tahir” con riferimento alle rivoluzioni in nord Africa.

Sono le stesse motivazioni che hanno spinto sia le mobilitazioni europee di quest’anno (per esempio gli studenti di “Gioventù senza futuro” hanno come riferimento le rivolte italiane dello scorso autunno), sia quelle del mondo arabo che hanno ormai provocato un fortissimo effetto-contagio.
Tutti i settori che fino ad ora erano rimasti assopiti cominciano a risvegliarsi ed unirsi, confluendo in un movimento ampio ed eterogeneo. Gli studenti e i giovani senza futuro, i disoccupati, i precari, gli sfrattati. Tutti insieme ogni giorno per le strade, costruendo una nuova politica non assoggettata ai mercati. Ogni giorno più persone ricominciano a credere che “La rivoluzione è possibile”, con un altro modo di fare politica, e che uniti si può vincere. Sanno che c’è ancora molto lavoro davanti a loro: grazie alle commissioni create in ogni città il principale lavoro è la diffusione della protesta per aumentare il numero dei manifestanti.

Grazie alle grandi assemblee vengono portate avanti le rivendicazioni in maniera concreta, anche incontrando difficoltà dovute all’eterogeneità delle piazze; ma non hanno fretta, perché adesso sono loro che scandiscono il tempo, stabiliscono le linee guida per una classe politica sempre più spaventata.
La Giunta elettorale ha dichiarato illegale la manifestazione che “Gioventù senza futuro” vorrebbe indire sabato, il giorno prima delle elezioni (giorno del silenzio elettorale). Gli studenti si sono dichiarati “insorti” e partiranno domani (oggi n.d.T) dalla Puerta del Sol in corteo con lo slogan “Non c’è democrazia se governano i mercati” per bloccare la città. Intanto il vicepresidente del governo, Rubalcaba, ha dichiarato che “non ci sarà sgombero con la forza a meno che non abbiano luogo atti di violenza o altre infrazioni della legge”. Il governo sa che utilizzare la repressione in questo momento significa aumentare l’indignazione verso il proprio operato, che è una delle cause principali per la quale è cominciata la protesta.

Nessuno sa cosa succederà oggi e nei prossimi giorni, tuttavia è chiaro che la chiamata ad una “Spanish revolution” è sempre più forte, e gli occupanti non sembrano rassegnarsi, hanno ormai perduto ogni tipo di timore.

di Isabel Serra da Madrid

19 maggio 2011

Battere Berlusconi ai ballottaggi e vincere al referendum. C'è spazio per una sinistra innovativa e radicale

NOTA DELL'ESECUTIVO NAZIONALE DI SINISTRA CRITICA

La sconfitta di Berlusconi e le crepe del centrodestra costituiscono la notizia più rilevante di queste elezioni amministrative. Il caso di Milano è evidente ma anche gli insuccessi diffusi della Lega stanno lì a testimoniare una crisi della compagine governativa. I limiti evidenti del governo, gli effetti della crisi, la speranza di un cambiamento motivano un voto che utilizza quello che ha a disposizione. Il risultato di Pisapia, in particolare, recupera una parte dell'astensionismo di sinistra e beneficia del crollo del centrodestra solo in parte spiegabile con i voti, modesti andati al "terzo polo" di Udc-Fli-Api. Il fatto che la Lega sia costretta a fermarsi offre spunti nuovi e produrrà una movimentazione all'interno del Carroccio (il cui risultato delle scorse regionali era stato comunque sopravvalutato).
Pisapia più che un volto e una proposta di alternativa radicale è stato un buon candidato democratico, pulito, efficiente, credibile. Il successo della lista Pd lo dimostra. Ed è stato utilizzato soprattutto per dare un colpo a Berlusconi.

A Torino vince il tradizionale patto sociale che comprende i poteri forti, Fiat e San Paolo, il vecchio apparato socialdemocratico moderato del Pci, le organizzazioni sindacali, fino ad arrivare alla stesso apparato della Fiom. Dura la sconfitta delle forze politiche della destra che si inserisce nelle più generali difficoltà del berlusconismo. La resistenza operaia di Mirafiori non ha riscontri elettorali significativi testimonianza dei difficili rapporti di forza tra le classi.

A Bologna vince il Pd ma a fatica e soprattutto non costituisce una alternativa essendo la candidatura Merola in piena continuità con il malgoverno passato. Il grande successo della lista Grillo erode consensi a destra e sinistra mentre il Pd subisce una sonora sconfitta a Napoli.

La destra perde, il centrosinistra si rafforza ma con importanti contraddizioni al suo interno. Il Pd non ha deciso se stare con il "centro" o con le componenti alla sua sinistra, l'Idv subisce una forte battuta di arresto mitigata solo dal successo di De Magistris, Vendola ottiene un buon risultato sulle liste di Sel ma forse in misura minore alle aspettative, la Federazione della sinistra si salva solo in alleanza e probabilmente archivierà l'ipotesi di costruire una sinistra alternativa.

Lo spazio a sinistra, pur esistendo ancora, non viene occupato adeguatamente. Non funziona l'esperimento torinese che Sinistra Critica - che pure conferma i suoi voti e registra un buon risultato della candidatura operaia di Lojacono - ha fatto con la Fds e neanche quello della lista "Napoli non si piega". Il Pcl praticamente scompare e sembra pagare la sua linea isolazionista e indisponibile a unità. Ma come evidenziano le liste Grillo, il successo di De Magistris, le numerose liste alternative al Pd in varie città che ottengono buoni risultati, quello spazio resta disponibile nonostante l'inadeguatezza dei soggetti in campo. C'è una voglia di cambiamento che aspetta di essere organizzata e rappresentata.

Alla luce dei risultati, confermiamo la scelta di non aver voluto presentare una lista propagandistica a Milano. Dal voto di domenica e lunedì, infatti, si conferma che una presenza elettorale di stampo propagandistico, identitaria o, peggio, nostalgica non ha nessuna attrattiva. Ovviamente si tratta di un limite perché è chiaro che Pisapia e De Magistris, come Fassino a Torino, si collocano all'interno di un classico antiberlusconismo: etico quello di Milano, "giudiziario" e anticamorra quello di Napoli, di "potere" quello di Torino. Nessuna di queste candidature riesce però a esprimere un profilo sociale e di classe e resta distante da una prospettiva anticapitalista. La loro presenza, se pure viene utilizzata nell'immediato per incrinare il potere berlusconiano, non è certo sufficiente a disegnare un'alternativa sociale. Se la sinistra vuole giocare un ruolo deve quindi avere un certo radicamento e presentare candidature credibili. Guardare al futuro piuttosto che al passato, riuscire a cambiare passo anche per competere con l'insidia rappresentata dal movimento grillino che si conferma ancora come la novità elettorale. Ci sarà da riflettere e serviranno ulteriori approfondimenti.

Gli altri esperimenti prodotti da Sinistra Critica hanno avuto successo in particolare Cattolica con il 4,2% a Giona Di Giacomi che costringe il Pd al ballottaggio; Casoria dove l'alleanza con Sel e Fds ha prodotto il 5,28; Monfalcone con la lista "comunista e anticapitalista", con una forte presenza operaia, al 2,2%. In linea con i dati delle politiche 2008 lo 0'6% di Rimini.

Nell'immediato Sinistra Critica si impegnerà per la sconfitta di Berlusconi a partire dai ballottaggi di Milano e Napoli. Continueremo a lavorare per una sinistra unita e radicale, senza ideologismi o soluzioni identitarie ma con un lavoro politico orientato al conflitto e al radicamento sociale. Soprattutto, costruiremo a fondo la campagna elettorale per il referendum, rafforzata dal grande successo della consultazione in Sardegna, con il 60% di affluenza al voto e il 98% contro il nucleare. Se a Milano Berlusconi ha ricevuto una sconfitta netta, il successo dei Sì il 12 e 13 giugno potrà costituire il Ko definitivo.

14 maggio 2011

Cgil, meno conflitti e più servizi

Un servizio sull'Espresso spiega tutte le attività "collaterali" di Cgil, Cisl e Uil: dai patronati ai Caaf, dagli Enti bilaterali a banche e fondi pensione. Durissima la lettera del segretario generale che minaccia il ricorso al tribunale

La lettera di Susanna Camusso all'Espresso:

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=16339

di Salvatore Cannavò, da L'Espresso, 5 maggio 2011


"Perdiamo iscritti, e la Cisl potrebbe diventare nel medio periodo il più grande sindacato italiano". Quando Susanna Camusso ha lanciato questo allarme durante l'ultimo Comitato direttivo, lo scorso 23 febbraio, tra gli uomini della Cgil girava una voce inquietante: in provincia di Milano la Cisl sarebbe già il primo sindacato. A quel punto, le parole del segretario generale hanno messo in chiaro a tutti che non c'è più molto tempo per invertire la tendenza che porterebbe a uno storico sorpasso. Occorre fare in fretta, cambiare pelle, trovare nuovi canali di contatto con i lavoratori, attivarsi su nuovi fronti, proprio come sa fare bene la Cisl. Ed entrare in concorrenza con il sindacato guidato da Raffaele Bonanni soprattutto sul terreno dei nuovi business, quelli che fanno da compensazione alla difficoltà di trovare nuovi iscritti, e da argine alla crisi della contrattazione.

Lo slogan del futuro potrebbe essere: "meno conflitti e più servizi". In sostanza, premere l'acceleratore sulle attività collaterali: quella dei patronati, ma soprattutto i nuovi filoni come la consulenza fiscale e previdenziale agli iscritti, quella sulle vertenze legali, o attività più propriamente economiche come gli enti bilaterali, fino alla presenza nei consigli di amministrazione di banche, fondi pensione, fondi sanitari. Avendo ben presente un rischio. Diventare un sindacato-gestore, che si fa ente economico e giuridico, comporta la tentazione di trasformarsi in centro di potere, o luogo di smistamento di pratiche clientelari. Come ha dimostrato la "parentopoli" romana, che ha visto dirigenti sindacali più preoccupati di collocare figli e nipoti all'Atac, l'azienda pubblica di trasporto della Capitale, che della bontà del servizio pubblico.

D'altra parte, è dall'inizio degli anni Novanta, grazie alla concertazione, che il sindacato ha via via dato spazio a comitati paritetici, commissioni congiunte, organismi di vigilanza, tutti luoghi decisionali in cui i rapporti con imprese e governo si confondono. Prendiamo l'Inpdap e l'Inps: l'attività di vigilanza che i sindacati svolgono nella previdenza pubblica si traduce in un "Comitato di indirizzo e vigilanza" che ha ben 24 membri perché deve far posto alle associazioni dei lavoratori dipendenti (una decina), degli autonomi, dei datori di lavoro. Poltrone, e gettoni di presenza per tutti: 810 mila euro i compensi e i rimborsi pagati nel 2009 (sia pure in calo quasi della metà per effetto dei tagli di Tremonti). Senza contare l'ufficio di presidenza del Comitato, per il cui funzionamento l'Inps spende 221 mila euro, e il cui vertice è di pertinenza dei rappresentanti dei lavoratori dipendenti, ed è attualmente affidato a uno storico dirigente della Cgil, Guido Abbadessa (il quale prima ricopriva lo stesso incarico all'Inpdap).
Il nodo, per il sindacato, è quello dei soldi. Dagli oltre 5,7 milioni di tesserati (di cui 3 milioni pensionati) la Cgil ricava una cifra complessiva - stimando 10 euro mensili a testa - di oltre 680 milioni di euro all'anno, che servono a tenere in piedi una struttura poderosa, con 16 mila funzionari e sedi in tutto il paese; con lo stesso criterio di calcolo la Uil (con 2.184.000 tessere, tra cui 575 mila pensionati) incassa 250 milioni e la Cisl (con 4,5 milioni di tesserati di cui 2,2 pensionati) 540. Se declina l'introito delle tessere, per tenere in piedi la baracca occorre dunque trovare nuove entrate. Quali?

Il santo patronato
I patronati (l'Inca-Cgil, l'Inas-Cisl, l'Ital-Uil) sono stati il primo business in cui il sindacato si è diversificato. Le entrate complessive di tutti i 27 patronati ammontano a circa 370 milioni di euro (dato 2009 tratto dalla Relazione generale sulla situazione economica del paese) e vengono dal disbrigo delle pratiche su contributi, pensioni, infortuni, immigrazione, ammortizzatori sociali, invalidità civili e previdenza sociale. Chi paga? Il ministero del Welfare, che gira al sindacato un contributo dello 0,226 per cento (ora ridotto da Tremonti allo 0,178) sul monte contributi delle pratiche che si concludono positivamente. L'Inca incassa circa 85 milioni, l'Inas 64 milioni, al terzo posto le Acli, con circa 40 milioni di contributi. Un legame così forte, quello con il ministero del Welfare, che il ministro Maurizio Sacconi sta studiando come compensare il taglio del collega dell'Economia: un'ipotesi è quella di appaltare alle sedi estere del patronato la selezione di badanti e colf da collocare nel mercato del lavoro italiano. Un affare con un potenziale di circa 20 milioni di euro.
Nei patronati il sindacato occupa una parte consistente della sua "forza lavoro": sono 1.723 gli operatori della Cgil, 1.100 quelli della Cisl (le Acli arrivano a occupare ben 5.000 persone, volontari inclusi). Numeri di un'azienda medio-grande. Ma i patronati sono anche strategici sul piano delle tessere: si stima che metà delle pratiche pensionistiche risolte diano luogo a nuovi iscritti.

Tu litighi, io incasso
Gli uffici-vertenze si occupano di risolvere i contenziosi con le aziende, e non hanno contributi pubblici ma entrate volontarie. Vi ricorrono i singoli lavoratori o le cause collettive. Una singola vertenza genera mediamente tra i 1000 e i 2000 euro (ma alcune hanno prodotto anche 40 mila euro) e per ogni causa vinta il 10 per cento resta al sindacato. L'ufficio vertenze della Cgil-Lazio, per esempio, ha incassato in un anno un milione di euro.

Caaf in rosso
Poi ci sono i Caaf, i centri di assistenza fiscale che aiutano nella compilazione della dichiarazione dei redditi. Come "intermediari fiscali", sono diventati società a responsabilità limitata, cioè società di capitali i cui soci di riferimento sono i sindacati e le loro articolazioni territoriali. Peccato che da un po' i Caaf siano spesso in passivo, causa eccesso di dipendenti. Quello della Cgil del Lazio, ad esempio, ha accumulato un debito di 14 milioni e deve ricorrere a un taglio sui circa 150 lavoratori, che potrebbero andare a ingrossare le fila di quei "licenziati dalla Cgil" che stanno conducendo una vertenza contro il sindacato di Susanna Camusso.
Per sanare il rosso, una mano la potrebbe dare l'Inps, che ha deciso di abolire il servizio di ricezione gratuita dei moduli 730 che fino all'anno scorso potevano essere consegnati presso i suoi sportelli. Questo aumenterà il giro d'affari dei Caaf e il conto che presentano allo Stato. Anche se è prevista una tariffa pagata dall'utente, il Caaf ottiene infatti un contributo pubblico per ogni pratica svolta (730, Unico, Ici): l'assegno staccato dal Welfare si aggira intorno ai 200 milioni annui. A cui si aggiungono i soldi pagati dall'Inps per la realizzazione degli Isee (l'indice di situazione economica delle famiglie), un servizio che nel 2009 ha fatto incassare ai Caaf 102 milioni.
I vertici dei Caaf, come i presidenti dei patronati, vengono nominati dalle segreterie provinciali e regionali: l'Inca-Cgil è diretto da Morena Piccinini, che prima era componente della segreteria confederale, così come lo era Antonino Sorgi, presidente dell'Inas-Cisl, mentre il presidente di Ital-Uil, Giampiero Bonifazi, fa anche parte del Cnel, grande area di parcheggio di dirigenti sindacali.

Sbarco nella finanza
Le strutture che stanno ridisegnando il sindacato di domani sono gli Enti bilaterali. Secondo la legge Biagi dovrebbero servire a regolare il mercato del lavoro, programmare attività formative, di fatto, servono ad allevare nuove leve burocratiche e mini-apparati. Il numero dei loro componenti non è mai meno di tre per parte sindacale (quanti quelli dei datori di lavoro. E questo per ogni categoria nazionale, per ogni struttura provinciale o regionale. Le categorie sono 89, i sindacati più rappresentativi sono almeno 4 o 5, le provincie oltre 120 e le regioni 20: viene fuori una schiera di qualche migliaio di funzionari. Tutti pagati da aziende e lavoratori: il contributo per finanziarli si calcola infatti sull'imponibile previdenziale del monte dei salari (in media 0,20 per cento a carico delle aziende, altrettanto a carico dei lavoratori).

Nomenklatura sanità
Da quando il Tfr alimenta la previdenza complementare, la gestione dei fondi sanitari è diventata ambitissima. Nonché inevitabilmente numerosa. Prendiamo il fondo Sanimpresa: funziona dal 2003 per gestire l'assistenza sanitaria ai dipendenti della Confcommercio di Roma insieme a Cgil, Cisl e Uil. Ebbene, il consiglio di gestione è formato da 36 persone, metà espressione delle imprese e metà dei sindacati. Come il Fonchim, fondo pensione dei chimici, che ha 2,5 miliardi di patrimonio ed è governato a un'assemblea di delegati formata da 31 rappresentanti delle imprese e 31di parte sindacale. Poi c'è il consiglio d'amministrazione (7+7) il Collegio dei Revisori (2+2) e la Consulta dei soci fondatori (9+9), con spese generali pari a 1,5 milioni di euro oltre al milione per il personale. Analogo il caso del Fondo Cometa, per i metalmeccanici, che ha un'assemblea di delegati più grande (45+45), un cda di 6+6.

Tutti insieme appassionatamente
Infine Cgil, Cisl e Uil insieme sono tra i fondatori dell'Unipol, che ha da poco dato vita alla holding finanziaria Ugf. Dentro: assicurazioni, banche, fondi di investimento, leasing e altre attività finanziarie. Tra i 25 membri del consiglio di amministrazione della Ugf - che stacca un compenso di 50 mila euro all'anno ciascuno più 1.500 euro di gettone di presenza alle riunioni - accanto a uno della Cgil, uno della Cisl e due della Uil, ci sono amministratori che provengono dai sindacati di artigiani, commercianti e agricoltori (Cna, Confesercenti e Cia). Un curriculum per tutti dà l'idea di quanta carriera possa fare un sindacalista che entra nei nuovi ranghi manageriali, quello di Sergio Betti: carriera nella Cisl in Toscana, poi consigli degli enti bilaterali edile e agricolo, cda dell'Università di Siena, della Camera di Commercio, del patronato Inas ed oggi, oltre che nel cda di Ugf, è presidente di Marte. Che cosa è? La prima società di brokeraggio assicurativo creata direttamente da un sindacato, la Cisl. Che è già, certamente il primo sindacato: almeno per il suo senso degli affari.

(13 maggio 2011)

13 maggio 2011

Per la Palestina, con Vittorio nel cuore

Sinistra Critica sulla manifestazione del 14 maggio
Le rivoluzioni e le rivolte che si sono aperte in tutto il Mediterraneo e in Medio Oriente rappresentano finalmente una ventata di aria fresca, un evento storico di portata globale, un’opportunità affinché non solo le dittature arabe entrino in una salutare crisi che possa definitivamente spazzarle via, ma che gli interessi occidentali nel mantenimento dello status quo venga smascherato e combattuto.
Anche se le forze della controrivoluzione – interne ed esterne al mondo arabo – stanno cercando di chiudere alla svelta la porta aperta dalle rivolte di massa e popolari, nulla sarà comunque più come prima. Le donne e gli uomini, soprattutto giovani, in Tunisia e in Egitto hanno mostrato a tutte/i che “si può fare”, che la rivoluzione è possibile.
Nemmeno Israele e la Palestina sono rimasti indenni. Il governo israeliano è fortemente preoccupato che possano cambiare gli equilibri nella regione, che le popolazioni arabe possano essere protagoniste del proprio destino e che si affermi la democrazia: niente favorisce meglio gli interessi sionisti dei regimi autocratici, che proclamano ogni giorno la loro solidarietà ai palestinesi e agiscono come stretti alleati dell’ordine statunitense ed europeo nella regione, ovviamente favorevole agli interessi israeliani e degli stessi regimi arabi, ordine che costringe i palestinesi all’occupazione permanente, all’espropriazione delle loro terre, e persino all’oblio.
Per questo la Nato è intervenuta in Libia, non certo per proteggere la popolazione civile o aiutare un processo di trasformazione democratica, ma per frenare ogni possibile cambiamento radicale e mantenere il controllo sulle dinamiche economiche e politiche della regione. Per questo l’occidente rimane alla finestra di fronte alla repressione del regime siriano, che garantisce anch’esso in qualche modo un equilibrio necessario a Israele e l’occidente.
Noi stiamo dalla parte delle rivolte, delle manifestazioni, del protagonismo arabo. Un protagonismo che si è mostrato anche in Cisgiordania e Gaza, grazie soprattutto alle/ai giovani del “movimento 15 marzo” che hanno manifestato la loro voglia di protagonismo, la loro protesta contro dinamiche politiche bloccate e troppo spesso concentrate sulla competizione tra Hamas e Fatah che sulla resistenza all’occupazione. Hanno manifestato la loro voglia di una rivoluzione anche in Palestina. Questo vento nuovo ha portato all’accordo tra Hamas e Fatah che potrebbe finalmente riaprire una stagione positiva per l’unità palestinese, anche se allo stesso tempo potrebbe tagliare fuori le sinistre laiche e progressiste e i movimenti della società civile. L’unità palestinese è importante perché può rilanciare l’iniziativa contro l’occupazione e la resistenza all’espropriazione. Il compito del movimento internazionalista di solidarietà è quello di sostenere questa resistenza, di sostenere la partecipazione e il protagonismo palestinese, di contribuire alla denuncia e all’isolamento politico del governo israeliano – in particolare attraverso il consolidamento della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro lo stato sionista.
Sinistra Critica parteciperà alla manifestazione del 14 maggio per contribuire alla visibilità di questa solidarietà internazionalista con la Palestina, e saluta l’iniziativa del Convoglio Restiamo Umani che in questi giorni porterà a Gaza l’abbraccio e la solidarietà di tante/i, con la Palestina e Vittorio Arrigoni nel cuore, perché il suo esempio e il suo ricordo sono un continuo stimolo all’iniziativa per la fine dell’occupazione e per la giustizia in Palestina.