14 settembre 2011

Messico. Nascita di una nuova forza politica dei lavoratori.


Il 27 agosto scorso si è celebrato il congresso di fondazione dell’Organización política del pueblo y los trabajadores (OPT) “per la liberazione nazionale e l’emancipazione sociale”. Questa iniziativa era stata annunciata in ottobre del 2010 da Martín Esparza, segretario generale del sindacato messicano degli elettricisti (SME) nel corso di un meeting che ha riunito più di 60000 persone nell’Estadio Azteca a cttà del Messico. All’origine di questa iniziativa si trova la presa di coscienza crescente nel seno del SME del fatto che, davanti all’accanimento del governo contro il sindacato, e alla situazione catastrofica del paese, la lotta sul terreno politico diventa più che mai necessaria. Il governo di Calderón ha in effetti fatto di tutto per provare di essere il nemico dichiarato di tutti i lavoratori, e al servizio esclusivo dell’oligarchia e dell’imperialismo.
In questo senso, l’OPT fa chiaramente referenza alla lotta per la conquista del potere politico e alla necessità di rovesciare la classe politica, rappresentante dell’oligarchia, attualmente alla testa del paese. Va sottolineato che la partecipazione dell’OPT alle elezioni non appare tra le sue priorità, e che non intende essere prigioniera si nessun calendario istituzionale. La chiamata dello SME ha ricevuto risposta da parte di altre organizzazioni operaie, contadine, indigene, popolari e politiche, e rappresenta un passo storico nella conquista dell’indipendenza politica dei lavoratori. In effetti, se delle organizzazioni che si richiamano al socialismo sono sempre esistite in Messico, nessun partito ha mai riunito al suo interno il grosso dei lavoratori, difendendo un programma che si rivendica di lotta di classe. Per delle ragioni storiche, le organizzazioni sindacali sono sempre state legate, in modo corporativo, al partito-stato (il Partido Revolucionario Institucional) che ha governato il paese per 70 anni. La conquista delle libertà sindacali più elementari è lontana dall’essere realizzata, come è dimostrato dall’accanimento del governo contro lo SME (cf, solidaritéS no 189).
Liberazione nazionale o socialismo?
Nel corso degli ultimi mesi hanno avuto luogo dei dibattiti importanti, che hanno permesso di abbozzare i contorni della nuova OPT. Se i documenti adottati menzionano in modo esplicito la necessità di lottare per una trasformazione attuale della società, designano l’attuale modello economico e politico come il responsabile della catastrofe attuale, e adottano un tono anticapitalista, il socialismo, anche se menzionato, appare più come un orizzonte lontano da raggiungere, senza una vera visione strategica né elementi di transizione. L’elemento forte del programma sembra piuttosto orientato sulla liberazione nazionale e la lotta contro l’imperialismo che, nella tradizione messicana, significa soprattutto nazionalista e distributivo. Va notato anche che l’internazionalismo figura in buon posto nei documenti dell’organizzazione e che questi fanno esplicitamente referenza ai processi rivoluzionari in corso nel mondo arabo e alle ribellioni che stanno nascendo in Europa. Certi aspetti organizzativi, che hanno suscitato degli importanti dibattici, come il diritto di organizzarsi in tendenza nel seno dell’organizzazione, così come la tattica da adottare davanti al processo elettorale del 2012, saranno dibattuti nel prossimo congresso dell’organizzazione, che si terrà nel mese di marzo dell’anno prossimo.
Oltre il congresso
Se il congresso ha indubbiamente rappresentato un successo importante raggruppando un po’ più di un migliaio di delegati di 22 stati, l’OPT dovrà far fronte a una situazione di violenza sempre più incontrollabile e alla presenza sempre più importante (e riconosciuta) di personale militare nordamericano. L’OPT lancerà la sua prima campagna di affiliazione in qualche giorno. In un contesto di crisi politica e sociale acuta e di fronte a un regime inetto, la nascita di questa nuova forza rappresenta un passo importante verso l’organizzazione degli oppressi. Insieme al Movimiento de Regeneracón Nacional (MORENA) di Andrés Manuel López Obrador, l’OPT può contribuire ad accelerare un confronto con il regime, che appare inevitabile a medio termine, come quelli che si producono in questo stesso momento in molti luoghi del globo.
Héctor Márquez, correspondant de solidaritéS au Mexique traduzione dal francese di Maria Benciolini



11 settembre 2011

Guardando all'11/9 dieci anni dopo: gli Usa sono i migliori alleati di Bin Laden


di Noam Chomsky
traduzione di Paola Lepori

[...]Ci restano due possibilità: o Bush e soci sono colpevoli del “crimine internazionale supremo”, inclusi tutti i mali che hanno prodotto come conseguenza, oppure decidiamo che i processi di Norimberga furono una farsa e che gli alleati si siano resi colpevoli di omicidio giudiziario[...]

Siamo al decimo anniversario delle orrende atrocità dell’11 settembre 2001 che, si ritiene comunemente, hanno cambiato il mondo. Il primo maggio, la presunta mente del piano criminale, Osama Bin Laden, veniva assassinato in Pakistan da un commando Statunitense d’elite, i Navy SEALs, dopo essere stato catturato, senza protezione e disarmato, nell’operazione Geronimo.

Un certo numero di analisti ha osservato che, benché Bin Laden fosse stato finalmente ucciso, aveva ottenuto alcuni importanti successi nella sua battaglia contro gli Usa. “Ha sostenuto più volte che l’unica maniera di tenere gli Stati Uniti fuori dal mondo Musulmano e sconfiggere i suoi satrapi era trascinare gli Americani in una serie di piccole ma costose guerre che li avrebbero infine portati alla bancarotta”, scrive Eric Malgoris. “‘Dissanguando gli Stati Uniti’ testuali parole”. Gli Stati Uniti, prima sotto George W. Bush e poi sotto Barack Obama, sono andati dritti incontro alla trappola di Bin Laden… Spese militari grottescamente ingigantite, e l’assuefazione al debito… potrebbero essere l’eredità più perniciosa dell’uomo che pensava di poter sconfiggere gli Stati Uniti” – soprattutto dal momento che l’estrema destra sta cinicamente sfruttando il debito, con l’acquiescenza dell’establishment Democratico, per minare quello che rimane dei programmi sociali, dell’istruzione pubblica, dei sindacati, e, in generale, ciò che resta degli ostacoli alla tirannia delle corporation.

Che Washington fosse destinata a realizzare i ferventi desideri di Bin Laden fu subito chiaro. Come trattato nel mio libro Undici settembre, scritto poco dopo gli attacchi, chiunque avesse familiarità con la regione poteva arrivare alla conclusione “che un attacco massiccio alla popolazione Musulmana sarebbe la risposta alle preghiere di Bin Laden e dei suoi affiliati, e condurrebbe gli Stati Uniti e i loro alleati in una ‘diabolica trappola,’ come ha detto il ministro degli esteri Francese”.

Il funzionario della Cia responsabile della caccia a Osama Bin Laden dal 1996, Michael Scheuer, scrisse poco dopo che “Bin Laden è stato preciso nel descrivere le ragioni per cui ha deciso di muoverci guerra. [Lui] si propone di alterare drasticamente le politiche Statunitensi e Occidentali verso il mondo Islamico,” e ha avuto un ampio margine di successo: “Le forze armate e le politiche Statunitensi stanno completando la radicalizzazione del mondo Islamico, qualcosa che Osama Bin Laden sta provando a fare con grande, sebbene incompleto, successo dai primi anni Novanta. Di conseguenza, penso sia ragionevole concludere che gli Stati Uniti d’America rimangono il solo alleato indispensabile di Bin Laden.” E senza dubbio è ancora così, persino dopo la sua morte.

Il primo 11 Settembre

Esisteva un’alternativa? Con ogni probabilità il movimento Jihadista, gran parte del quale estremamente critico riguardo Bin Laden, poteva essere diviso e indebolito dopo l’11 Settembre. Il ‘’crimine contro l’umanità,’’ com’è stato giustamente definito, poteva essere affrontato come un crimine, con un’operazione internazionale per prendere in custodia i probabili sospettati. Questo venne riconosciuto all’epoca, ma l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.

In Undici settembre, ho citato la conclusione di Robert Fisk che “l’orrendo crimine” dell’11 Settembre era stato commesso con ‘’cattiveria e crudeltà inaudita,’’ un giudizio accurato. E’ utile ricordare che i crimini avrebbero potuto essere anche peggiori. Si pensi, per esempio, se l’attacco fosse arrivato al punto di coinvolgere la Casa Bianca, uccidendo il presidente, imponendo una brutale dittatura militare che avesse ucciso decine di migliaia di persone e torturato altre decine di migliaia costituendo al contempo un centro del terrore internazionale che avrebbe aiutato a imporre altrove Stati del terrore e della tortura dello stesso tipo e realizzato una campagna internazionale di omicidi; e come scossa ulteriore, avesse coinvolto un team di economisti – chiamateli ‘i ragazzi di Kandahar’ – che avrebbero rapidamente portato l’economia ad una delle peggiori depressioni della sua storia.

Questo, francamente, sarebbe stato molto peggio dell’11 Settembre.

Sfortunatamente non è un caso ipotetico. E’ successo. L’unica inesattezza di questo breve resoconto è che il numero dovrebbe essere moltiplicato per 25 per ottenere i corrispettivi pro capite, la misura appropriata. Sto ovviamente parlando di quello a cui in America Latina ci si riferisce spesso come “il primo 11 Settembre”: 11 Settembre 1973, quando gli Stati Uniti riuscirono nel loro intenso sforzo di far cadere il regime democratico di Salvador Allende in Cile con un golpe militare che mise al potere il brutale regime del Generale Pinochet. L’obiettivo, nelle parole dell’amministrazione Nixon, era uccidere il “virus” che avrebbe potuto incoraggiare tutti quegli “stranieri [che] hanno in mente d fregarci” per ottenere il controllo delle loro risorse e impedire che perseguissero un’intollerabile politica di sviluppo autonomo. Sullo sfondo, l'opinione del Consiglio di Sicurezza Nazionale secondo cui, se gli Stati Uniti non avessero controllato l’America Latina, non avrebbero poturo aspettarsi di “ottenere un ordine positivo altrove nel mondo.”

Il primo 11 Settembre, diversamente dal secondo, non ha cambiato il mondo. Non fu “nulla di rilevante”, come Henry Kissinger assicurò al suo capo pochi giorni dopo.

Questi eventi di scarsa rilevanza non si limitavano al golpe militare che ha distrutto la democrazia cilena e messo in moto la storia di orrori che ne seguì. Il primo 11 Settembre non è stato altro che l'atto di una tragedia iniziata nel 1962, quando John F. Kennedy cambiò la missione dell’esercito in America Latina da “difesa emisferica” – un retaggio anacronistico della Seconda Guerra Mondiale – a “sicurezza interna,” un concetto interpretato in maniera agghiacciante dai circoli latinoamericani dominati dagli Stati Uniti.

In ‘’Storia della Guerra Fredda’’ pubblicata di recente dall’Università di Cambridge, lo studioso dell'America Latina John Coatsworth scrive che da allora sino al “collasso Sovietico nel 1990, il numero di prigionieri politici, vittime di tortura, ed esecuzioni di dissidenti politici non-violenti in America Latina, superò di gran lunga lo stesso numero dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti dell’Est Europeo,” includendo anche molti martiri religiosi e omicidi di massa, sempre col supporto o per iniziativa di Washington. L’ultimo grande atto di violenza fu il brutale omicidio di sei intellettuali di rilievo latinoamericani, preti gesuiti, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino. I responsabili erano i membri di un battaglione salvadoregno d’elite che aveva già lasciato una scioccante scia di sangue. Freschi di corso d'addestramento alla Jfk School of Special Warfare, avevano agito su ordine diretto dell’alto comando di uno stato cliente degli Stati Uniti.

Dal rapimento e la tortura all’omicidio

Tutto ciò, e molto altro ancora, è archiviato come elemento di scarsa rilevanza, e dimenticato. Coloro la cui missione è dominare il mondo possono beneficiare di uno scenario più confortante, ben spiegato nel numero corrente del prestigioso (e prezioso) giornale del Royal Institute of International Affairs di Londra. L’articolo principale tratta del “visionario ordine internazionale” della “seconda metà del Ventesimo Secolo” caratterizzato dalla “universalità della visione statunitense della prosperità commerciale.” C’è qualcosa di vero in questo resoconto, ma non illustra il punto di vista di coloro che si trovano all’estremità sbagliata delle armi da fuoco.

Lo stesso vale per l’omicidio di Osama Bin Laden, che chiude se non altro una fase della “guerra al terrore” ri-dichiarata dal presidente George W. Bush dopo il secondo 11 Settembre. Passiamo ad alcuni pensieri su quell’evento e sulla sua rilevanza.

Il Primo Maggio 2011, Osama è stato ucciso nel suo pressoché sguarnito complesso da 79 incursori del Navy SEAL, entrati in Pakistan in elicottero. Dopo che molte oscure versioni sono state diffuse dal governo e poi smentite, i rapporti ufficiali hanno reso sempre più evidente come l’operazione sia stata un omicidio pianificato, che ha violato ripetutamente norme di diritto internazionale elementari, a cominciare dall’invasione stessa.

Sembra ci sia stato il tentativo di arrestare la vittima, che era disarmata, cosa che presumibilmente i 79 membri del commando, che non si erano trovati di fronte alcuna resistenza– tranne che, scrivono nei rapporti, da parte di sua moglie, disarmata anch’essa, cui hanno sparato per legittima difesa quando si è gettata contro di loro, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca – avrebbero potuto facilmente fare.

Una ricostruzione plausibile degli eventi è fornita dal corrispondente Yochi Dreazen, veterano del Medio Oriente, e da colleghi di Atlantic. Dreazen, ex corrispondente militare per il Wall Street Journal, è corrispondente anziano per il National Journal Group, che si occupa di affari militari e sicurezza nazionale. Secondo la loro inchiesta, il piano della Casa Bianca sembra non avesse mai preso in considerazione di catturare Bin Laden vivo: “Secondo un ufficiale Statunitense anziano a conoscenza dei fatti, l’amministrazione aveva chiarito al clandestino Joint Special Operations Command dell’esercito che voleva Bin Laden morto. Un alto funzionario informato sull’attacco disse che i SEALs sapevano che la loro missione non era prenderlo vivo.”

L’autore aggiunge: “Per molti di quelli che al Pentagono e alla CIA avevano speso quasi un decennio nella caccia a Bin Laden, uccidere il militante era un atto di vendetta necessario e giustificato.” Inoltre, “catturare Bin Laden vivo avrebbe procurato all’amministrazione una serie di fastidi politici e legali.” Meglio, quindi, ucciderlo, scaricare il suo corpo in mare senza l’autopsia considerata necessaria dopo un’uccisione – una mossa che, com’era prevedibile, ha provocato rabbia e dubbi in gran parte del mondo Musulmano.

Come l’inchiesta pubblicata da Atlantic ha osservato: “La decisione di uccidere Bin Laden immediatamente è stata finora l’immagine più chiara di un aspetto della politica contro il terrorismo dell’amministrazione Obama passato inosservato. L’amministrazione Bush catturò migliaia di militanti sospetti e li spedì nei campi di detenzione in Afghanistan, Iraq e Guantanamo. Di contro, l’amministrazione Obama si è concentrata sull’eliminazione di singoli terroristi piuttosto che cercare di catturarli vivi.” Questa è una differenza sostanziale tra Bush e Obama. Gli autori citano l’ex cancelliere della Germania Ovest Helmut Schmidt, il quale “ha dichiarato alla tv tedesca che il raid Usa è stato ‘chiaramente una violazione del diritto internazionale’ e che Bin Laden avrebbe dovuto essere detenuto e processato,” provocando la reazione del procuratore generale americano Eric Holder, il quale “ha difeso la decisione di uccidere Bin Laden benché non rappresentasse una minaccia immediata per i Navy SEALs, dicendo a una commissione della Casa Bianca che l’attacco era stato perfettamente legale, legittimo e appropriato da ogni punto di vista.”

L’eliminazione del corpo senza autopsia è stata anch’essa motivo di critica da parte degli alleati. L’avvocato inglese Geoffrey Robertson, che gode di grande considerazione e che si era già espresso a favore dell'operazione e contro l’esecuzione per mere considerazioni di pragmatismo, ha descritto la dichiarazione di Obama “è stata fatta giustizia” come “un’assurdità” che sarebbe dovuta risultare ovvia a un ex professore di diritto costituzionale. La legge Pakistana “richiede un’indagine in caso di morte violenta, e la legge internazionale sui diritti umani stabilisce che il ‘diritto alla vita’ richieda un’indagine ogni qualvolta una morte violenta sia causata dall’azione del governo e della polizia. Gli Stati Uniti si trovano perciò nell’obbligo di aprire un’inchiesta che chiarisca al mondo le vere circostanze dell’uccisione.”

Molto opportunamente, Robertson ci ricorda che “non è sempre stato così. Quando venne il momento di prendere in considerazione il destino di uomini ben più malvagi di Osama Bin Laden – i massimi dirigenti del nazismo – il governo britannico li avrebbe voluti impiccati entro sei ore dalla cattura. Il presidente Truman era riluttante e citò l’affermazione del giudice Robert Jackson che un’esecuzione di massa ‘si dimostrerebbe difficile da digerire per le coscienze americane e non sarebbe ricordata con orgoglio dai nostri figli… l’unica via è dimostrare l’innocenza o la colpevolezza degli accusati dopo un’udienza tanto imparziale e scevra di passioni quanto lo permettono i tempi e dopo un verdetto che renda le nostre ragioni e le nostre motivazioni chiare.’”

Eric Margolis commenta che “Washington non ha mai reso pubbliche le prove che Osama Bin Laden fosse dietro agli attacchi dell’11 Settembre,” presumibilmente questa è una delle ragioni per cui “i sondaggi mostrano che un terzo degli Americani intervistati credono che dietro agli attacchi dell’11 Settembre ci sia il governo Usa e/o Israele,” mentre nel mondo musulmano lo scetticismo è più diffuso. “Un processo a porte aperte negli Stati Uniti o all’Aia avrebbe mostrato queste affermazioni alla luce del giorno,” continua, una ragione pratica per cui Washington avrebbe dovuto attenersi alla legge.

Nelle società che professano il rispetto della legge, i sospetti presi in custodia sono sottoposti a un processo equo. Sottolineo “sospetti”. Nel Giugno 2002, il capo del Fbi Robert Mueller, in quella che il Washington Post descrisse come “una delle sue dichiarazioni pubbliche più dettagliate sull’origine degli attacchi,” poté solo dire che “gli investigatori ritengono che l’idea degli attacchi dell’11 Settembre al World Trade Center e al Pentagono venne ai leader di al-Qaeda in Afghanistan, la reale cospirazione venne messa a punto in Germania e i finanziamenti giunsero attraverso gli Emirati Arabi Uniti dall’Afghanistan.”

Ciò che l’Fbi credeva e pensava nel Giugno del 2002, non era di loro conoscenza otto mesi prima, quando Washington rigettò le timide offerte dei talebani (non sappiamo quanto serie) di consegnare Bin Laden affinché venisse processato se fossero state sottoposte loro delle prove. Perciò non è vero, come ha dichiarato il presidente Obama nel suo discorso alla Casa Bianca dopo la morte di Bin Laden, che “appurammo rapidamente che gli attacchi dell’11 Settembre erano stati opera di al-Qaeda.”

Non c’è mai stata ragione di dubitare di ciò che riteneva l’Fbi a metà 2002, ma questo ci lascia ben lontani dalla prova di colpevolezza che si richiede nelle società civili – e qualsiasi siano le prove, queste non garantiscono comunque la liceità dell’uccisione di un sospetto che, a quanto sembra, avrebbe potuto essere facilmente preso in custodia e processato. Ciò rimane vero per le prove prodotte da allora. Così, la Commissione per l’11 Settembre fornì ampie prove circostanziali del ruolo di Bin Laden nell’11 Settembre, perlopiù sulla base di ciò che era stato riferito delle confessioni dei prigionieri di Guantanamo. E’ oggetto di dubbio che questo materiale possa essere accettato da una corte indipendente, considerando la maniera in cui furono ottenute le confessioni. In ogni caso, la conclusione dell’indagine autorizzata dal Congresso, comunque ci si possa lasciar convincere da essa, è molto lontana dall’essere emessa da una corte credibile, quella che cambierebbe la categoria dell’accusato da sospetto a prigioniero.

Si è fatto un gran parlare della “confessione” di Bin Laden, ma quella era una vanteria, non una confessione, con lo stesso grado di credibilità della mia “confessione” di aver vinto la maratona di Boston. La vanteria ci dice molto sul personaggio ma nulla sulla sua effettiva responsabilità di quello che riteneva un grande successo, del quale voleva prendersi il merito.

Chiaramente, tutto ciò a prescindere dai giudizi sulla sua colpevolezza, che sembrava evidente persino prima dell’inchiesta dell'Fbi e continua ad esserlo.

Crimini di aggressione

E’ opportuno aggiungere che la responsabilità di Bin Laden fu riconosciuta in gran parte del mondo musulmano, e condannata. Un esempio significativo è l’illustre religioso Libanese Sheikh Fadlallah, molto rispettato da Hezbollah e dai gruppi sciiti in generale, anche fuori dal Libano. Lui aveva una certa esperienza sugli omicidi. Era stato l’obiettivo di un attentato: per mezzo di un’autobomba di fronte ad una moschea, in un’operazione organizzata dalla Cia nel 1985. Lui si salvò ma altre 80 persone vennero uccise, per lo più donne e bambine che lasciavano la moschea – uno di quegli innumerevoli crimini che non rientrano negli annali a causa dell'“informazione asimmetrica”. Sheikh Fadlallah condannò aspramente gli attacchi dell’11 Settembre.

Uno dei maggiori specialisti del movimento Jihadista, Fawaz Gerges, suggerisce che il movimento avrebbe potuto essere diviso allora, se gli Stati Uniti avessero saputo sfruttare l’opportunità che gli si presentava anziché mobilitare il movimento, in particolare con l’attacco all’Iraq, una fortuna inaspettata per Bin Laden, che portò a un deciso incremento del terrorismo, come le agenzie di intelligence avevano previsto. Alle udienze Chilcot che si occupavano dei retroscena dell’invasione dell’Iraq, per esempio, l’ex capo dell’agenzia di intelligence Britannica MI5 testimoniò che sia l’intelligence inglese che quella Usa sapevano che Saddam non rappresentava alcuna minaccia concreta, che era probabile che l’invasione avrebbe causato un aumento del terrorismo, e che l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan avrebbe radicalizzato parte di una generazione di musulmani che interpretavano le azioni militari come un “attacco all’Islam”. Come spesso accade, la sicurezza non era una priorità alta nell’agenda di Stato.

Potrebbe essere utile chiederci come avremmo reagito se un commando Iracheno fosse atterrato nel complesso di George W. Bush, l’avesse ucciso, e gettato il suo corpo nell’Atlantico (dopo i rituali di sepoltura appropriati, naturalmente). Indiscutibilmente, non era un “sospettato” ma il “mandante” che diede l’ordine di invadere l’Iraq – cioè di commettere “il crimine internazionale supremo che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto racchiude tutto il male possibile”, la formula per cui i criminali nazisti vennero impiccati: centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati, distruzione di gran parte del paese e del suo retaggio culturale, e il sanguinoso conflitto settario che si è ora diffuso nel resto della regione. Altrettanto indiscutibilmente, questi crimini superano di gran lunga qualsiasi cosa sia stata attribuita a Bin Laden.

Affermare che tutto ciò sia incontrovertibile, come di fatto è, non significa che non ci sia chi lo nega. L’esistenza di sostenitori della teoria secondo cui la terra è piatta non cambia il fatto che, senza ombra di dubbio, la terra non è piatta. Allo stesso modo, è incontrovertibile che Stalin e Hitler si siano resi responsabili di crimini orrendi, benché i loro partigiani possano negarlo. Tutto ciò dovrebbe essere troppo ovvio per essere commentato, e lo sarebbe, salvo che in un’atmosfera di isteria così estrema da annichilire il pensiero razionale.

Ugualmente, è indiscutibile che Bush e i suoi complici abbiano commesso il “crimine internazionale supremo” – il crimine d’aggressione. Questo crimine fu definito piuttosto chiaramente dal giudice Robert Jackson, Capo di Consiglio per gli Stati Uniti a Norimberga. Un “aggressore”, aveva proposto Jackson al Tribunale nel suo discorso d’apertura, è lo Stato che per primo commette l’atto di invadere con le sue forze armate, con o senza dichiarazione di guerra, il territorio di un altro stato…” Nessuno, nemmeno i più accesi sostenitori dell’aggressione, negano che Bush e i suoi complici abbiano fatto esattamente questo.

Inoltre, potremmo far bene a ricordare le eloquenti parole di Jackson a Norimberga sul principio d’universalità: “Se determinati atti in violazione dei trattati sono crimini, lo sono sia che vengano compiuti dagli Stati Uniti o dalla Germania, e non possiamo sancire una regola di condotta criminale contro gli altri, che non possa essere invocata contro di noi.”

E’ altrettanto chiaro che le dichiarazioni d’intenzioni sono irrilevanti, anche se sono in buona fede. Documenti interni rivelano che i fascisti giapponesi fossero convinti che, devastando la Cina, stessero lavorando per renderla un “paradiso terrestre”. E anche se sembrerebbe difficile da immaginare, è concepibile che Bush e gli altri credessero di proteggere il mondo dalla distruzione delle armi nucleari di Saddam. Tutto irrilevante, benché ardenti partigiani da ogni lato possano cercare di convincersi del contrario.

Ci restano due possibilità: o Bush e soci sono colpevoli del “crimine internazionale supremo”, inclusi tutti i mali che hanno prodotto come conseguenza, oppure decidiamo che i processi di Norimberga furono una farsa e che gli alleati si siano resi colpevoli di omicidio giudiziario.

La Mentalità Imperiale e l’11 Settembre

Pochi giorni dopo l’assassinio di Bin Laden, Orlando Bosch è morto pacificamente in Florida, dove risiedeva col suo complice Luis Posada Carriles e molti altri affiliati del terrorismo internazionale. Dopo essere stato accusato di decine di crimini terroristici dall'Fbi, Bosch ottenne il perdono presidenziale da Bush I, malgrado le obiezioni del dipartimento di Giustizia che arrivò alla conclusione “inevitabile che sarebbe pregiudizievole per l’interesse pubblico che gli Stati Uniti costituissero un rifugio sicuro per Bosch.” La coincidenza di queste morti richiama alla mente la dottrina di Bush II – “già… una norma non scritta delle relazioni internazionali,” secondo l’illustre specialista di relazioni internazionali di Harvard Graham Allison – che revoca “la sovranità degli stati che forniscono rifugio ai terroristi.”

Allison si riferisce alla dichiarazione di Bush II, diretta ai talebani, che “coloro che danno rifugio ai terroristi sono altrettanto colpevoli dei terroristi stessi.” Questi Stati perciò hanno perso la loro sovranità e sono oggetto legittimo di bombardamenti e terrore – per esempio, lo stato che ha dato rifugio a Bosch e ai suoi affiliati. Quando Bush proclamò questa nuova “norma non scritta delle relazioni internazionali,” nessuno si acorse che stava invitando all’invasione e alla distruzione degli Stati Uniti e all’uccisione del suo presidente.

Nulla di tutto ciò, naturalmente, rappresenta un problema se rigettiamo il principio di universalità del giudice Jackson, e adottiamo invece il principio secondo cui gli Stati Uniti si sono auto-immunizzati contro il diritto internazionale e le convenzioni – come, di fatto, il governo ha messo in chiaro di frequente.

Vale anche la pena di riflettere sul nome che è stato dato all’operazione Bin Laden: Operazione Geronimo. La mentalità imperiale è così radicata che pochi sembrano essere capaci di intuire che la Casa Bianca glorifica Bin Laden chiamandolo “Geronimo” – il capo indiano Apache che guidò la coraggiosa resistenza agli invasori delle terre Apache.

La scelta casuale del nome riporta alla mente la disinvoltura con cui diamo alle armi mortali i nomi delle vittime dei nostri crimini: Apache, Blackhawk… potremmo reagire diversamente se la Luftwaffe avesse chiamato i suoi aerei da combattimento “Ebreo” o “Zingaro”.

L’esempio menzionato ricadrebbe nella categoria dell’ “eccezionalismo Americano,” non fosse per il fatto che la disinvolta soppressione dei propri crimini e praticamente onnipresente tra le potenze, tranne quelle che sono sconfitte e costrette a riconoscere la realtà.

Forse l’omicidio era percepito dall’amministrazione come un “atto di vendetta,” come conclude Robertson. E forse il rigetto dell’opzione legale del processo riflette la differenza tra la cultura morale del 1945 e quella di oggi, come suggerisce ancora. Qualsiasi fossero i motivi, difficilmente avevano a che fare con la sicurezza. Come nel caso del “crimine internazionale supremo” in Iraq, l’omicidio di Bin Laden dimostra che la sicurezza non è una priorità alta nell’agenda dello stato, contrariamente a quanto generalmente sostenuto dalla dottrina.

Noam Chomsky è Professore emerito presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Mit. E’ autore di numerosi bestseller di politica tra cui: 11 Settembre: c’era un’alternativa (Seven Stories Press)

(*) Articolo pubblicato su TomDispatch

10 settembre 2011

Le bugie di Sacconi sull'art. 18. Una storia operaia

Il racconto di un licenziamento "politico", avallato dalle Rsu e protetto proprio dallo Statuto dei lavoratori che il governo vuole cancellare
di Gigi Malabarba

Licenziato dalla Fiat. Una decina di anni fa, nel corso di un lunghissimo conflitto sindacale nello stabilimento Alfa Romeo di Arese, venni licenziato per motivi politici (così sarà riconosciuto) dalla direzione Fiat, che aveva acquisito il noto marchio del 'biscione' con tutti i suoi dipendenti. Allora ero operaio alla catena di montaggio e da oltre vent'anni delegato sindacale, anche con ruoli dirigenti, prima nella Fiom-Cgil e poi nel sindacalismo di base. Si dà il caso che, grazie ai meccanismi perversi di rappresentanza che dalla metà degli anni '90 conferiscono rappresentatività ai firmatari di contratti e non in misura proporzionale al voto dei lavoratori e delle lavoratrici, la maggioranza formale delle Rsu era costituita da organizzazioni che mal sopportavano la mia presenza in azienda tanto quanto la direzione Fiat.

Accordo sindacati-azienda. Per cui, dopo anni costellati da provvedimenti di espulsione attraverso liste pilotate di cassintegrati da collocare a 'zero ore' e di successive vertenze che riuscivano a vanificarne i propositi (stiamo parlando di decine di espulsioni e di reintegri.), una parte dei sindacati insieme all'azienda definisce accordi che consentono di concentrare alcuni dei lavoratori più sindacalizzati - e quindi scomodi - e alcuni invalidi in reparti destinati alla chiusura: tutti in mobilità, quindi nessuna discriminazione.

Reintegrato grazie all'articolo 18. E' attraverso il combinato disposto dell'azione dell'articolo 28 dello Statuto dei lavoratori (condanna dell'azienda per attività antisindacale) e dell'articolo 18 della medesima legge (obbligo di reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa) che ottengo il diritto a rientrare nel mio posto di lavoro. Il giudice del lavoro in prima istanza e la Corte d'Appello successivamente riconoscono l'esplicita volontà persecutoria della Fiat, a cui viene imposto di cancellare il provvedimento 'politico'.

Attacco all'articolo 18. Confindustria e governo Berlusconi, con l'appoggio di alcuni sindacati complici (la definizione è del ministro Sacconi) e di insigni giuristi democratici come il professor Pietro Ichino, decidono di sferrare un attacco aperto all'articolo 18, ricevendo una straordinaria risposta di massa: chi può dimenticare le centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici che invasero Roma il 23 marzo 2002, forse la più grande manifestazione del dopoguerra?

Fine della persecuzione. La Fiat, che sperava di beneficiare dei favori del governo amico, era ricorsa in Cassazione contro il mio reintegro. Ma, a pochi giorni dalla convocazione delle parti al Palazzaccio e di fronte all'assenza delle modifiche di legge sperate; anzi, alla vigilia di un referendum che chiedeva persino l'estensione dello Statuto alle aziende con meno di 16 dipendenti, per la prima volta nella storia - a quanto risulta per casi analoghi - rinuncia alla Cassazione e pone fine alla persecuzione.

Sacconi e Maroni a favore dei licenziamenti facili. Da allora il ministro Sacconi, così come il ministro Maroni, ma non solamente loro, si affannano a studiare le strade per imporre la libertà di licenziamento attraverso operazioni di aggiramento dello Statuto, legate all'introduzione di nuove norme contrattuali, cosiddette flessibili. Non contento, nell'attuale manovra finanziaria Sacconi ha inserito il famigerato articolo 8, che consente a una rappresentanza sindacale aziendale di poter derogare con un accordo alle leggi nazionali, ivi compreso ovviamente il noto articolo 18 dello Statuto.

Ministro bugiardo. Non ho bisogno di aggiungere argomenti per definire bugiardo il ministro che nega tutto ciò, ma non certo per ignoranza, dato che per i suoi trascorsi di dirigente sindacale della componente socialista della Cgil ben conosce la materia. Oggi sarebbe sufficiente non la maggioranza delle Rsu, terminali aziendali di sindacati comparativamente rappresentativi, ma un semplice sindacato di comodo (come il padano Sin.pa) che sottoscrivesse un accordo con l'impresa per cancellare con una firma leggi e contratti.

Un attentato alla Costituzione, senza ombra di dubbio. E sarebbe giusto, oltre agli scioperi e alle iniziative legali e istituzionali di ogni tipo evocate dai palchi dello sciopero generale del 6 settembre, provare anche ad agire con forme di insubordinazione non convenzionali, quando in pericolo è la democrazia. E cancellare per decreto le organizzazioni sindacali non complici è questo.

Ma come la mettiamo con l'accordo del 28 giugno sottoscritto dalle parti sociali, Cgil compresa, che consente le stesse identiche deroghe, anche quella sui licenziamenti, purchè si tratti di accordi aziendali sottoscritti dalla maggioranza delle Rsu dei sindacati firmatari di quel 'patto sociale'? In tutto il gruppo Fiat la Fiom e i sindacati di base non firmatari dei diktat di Marchionne sarebbero cacciati dalle fabbriche perché 'minoranza'! L'operaio e delegato sindacale Malabarba sarebbe stato licenziato e mai più reintegrato e tutta quella sollevazione popolare del 2002-2003 buttata al vento. Sacconi è un bugiardo, ma Susanna Camusso per poter contrastare la liquidazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori deve ritirare quella firma di giugno, che ha aperto la strada al decreto governativo, come le chiedono la Fiom e tutte le forze sindacali non complici.

Mestre 06 settembre 2011 - sciopero generale



04 settembre 2011

Sciopero generale 6 settembre: non paghiamo il loro debito! A loro la crisi a noi la rivolta!


Governo e Parlamento stanno eseguendo gli ordini ricevuti dalla Banca Centrale Europea, dalle istituzioni europee, dagli istituti finanziari e da Confindustria: affrontare la crisi capitalistica imponendo un vero e proprio massacro sociale alle classi popolari. La doppia manovra del 6 luglio e del 13 agosto estorce nel giro di 4 anni e in diverse forme 130 miliardi di euro ai lavoratori e ai ceti popolari per trasferirli alle banche, ai padroni e agli speculatori, per garantire i loro bond , i loro titoli tossici e i loro profitti.
Lo fa attraverso l’aumento dei tickets sanitari, riducendo il valore delle pensioni e aumentando ulteriormente l’età pensionabile, taglieggiando ancora i lavoratori pubblici e abolendo di fatto, con le deroghe aziendali, compresa quella sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, i contratti nazionali di lavoro, con drastici tagli alle agevolazioni fiscali e assistenziali, con gigantesche riduzioni della spesa pubblica nazionale e degli Enti Locali e un conseguente tracollo dei servizi pubblici, ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni cercando di capovolgere la vittoria dei SI’ nei referendum.
Tutto questo, si dice, per pagare il debito dello Stato. Ma questo debito è nato soprattutto:
• dalle massicce riduzioni fiscali elargite alle classi ricche e dalla loro evasione fiscale;
• dagli enormi finanziamenti dello Stato per tenere in piedi le banche private.
RIFIUTIAMO DI RICONOSCERE E DI PAGARE UN DEBITO ILLEGITTIMO, CHE NON E’ STATO FATTO DA NOI, che serve a garantire le speculazioni dei potentati finanziari.
Devono pagare coloro che non hanno mai pagato: il capitale, le banche e le rendite. Bisogna imporre una patrimoniale sulle fortune accumulate nel tempo, la nazionalizzazione delle banche; e, dopo decenni di stangate, una redistribuzione a favore delle classi lavoratrici, un reddito sociale per i senza lavoro, l’istituzione di un salario minimo di garanzia, la distribuzione del lavoro riducendo l’orario, un vasto piano di servizi pubblici e di risanamento ambientale, la drastica riduzione delle spese militari e la fine delle missioni di guerra all’estero, la rinuncia alle costosissime, inutili e dannose grandi opere come la TAV, il ponte sullo Stretto di Messina o il MOSE. Occorre un grande schieramento di lotta e di mobilitazione, per costruire rapporti di forza capaci di bloccare la manovra, affermando gli interessi e i bisogni di lavoratori, lavoratrici, disoccupati, precari.
L' “opposizione” parlamentare approva di fatto le misure liberiste imposte dall'Europa e dalle banche, rammaricandosi solo di non essere lei a gestirle. Il governo Berlusconi ormai logoro, mostra il vero volto della Lega Nord, forza antipopolare legata ai poteri economici e realmente ostile alle classi sociali più deboli.
Lo sciopero generale del 6 settembre, dichiarato dalla CGIL “per modificare una manovra ingiusta e iniqua”, dopo che peraltro solo appena poche settimane fa aveva firmato negativi e pesantissimi accordi di “patto sociale” con i sindacati complici e la Confindustria (accordo del 28 giugno e documento del 4 agosto), sciopero dichiarato per la stessa data anche dall’USB e altri sindacati di base su una piattaforma di difesa dei diritti dei lavoratori “contro la dittatura delle banche e dell’Unione europea”, costituisce un primo momento di lotta per tutte le lavoratrici e i lavoratori, per cercare di fermare l’aggressione violenta di governo e padroni.
La lotta non potrà però essere breve e risolversi in un giorno; servono comitati unitari e autorganizzati per una mobilitazione prolungata che duri nel tempo per piegare un padronato che vuole la nostra pelle. E i lavoratori dovranno muoversi insieme alle nuove generazioni e ai protagonisti delle nuove ribellioni sociali. Dobbiamo resistere unminuto più dei padroni e dei governi, con gli scioperi nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e con le tende nelle piazze.

Il 6 settembre partecipiamo alle manifestazioni organizzate sul territorio!

Sinistra Critica - Organizzazione per la sinistra anticapitalista