06 novembre 2011

L’odore della morte non nasconde la puzza dei fiumi di denaro e profitti che l’hanno provocata.


A Genova e in Liguria, ormai ad ogni autunno, siamo di fronte ad alluvioni con tragiche conseguenze. A Genova, ancora lo scorso anno, con lo straripamento del Chiaravagna a Sestri Ponente, e oggi con l’esondazione del Bisagno e del Fereggiano, con un bilancio di ben 6 vittime. E solo pochi giorni fa la tragedia delle Cinque Terre, a Monterosso e Vernazza, con altri morti e interi paesi devastati.
Il profitto e la cementificazione del territorio sono le cause prime di questi colpevoli disastri. Interi quartieri genovesi, come ad esempio Quezzi, sono stati costruiti a stretto contatto dei torrenti e dei rivi, se non addirittura nel loro alveo. Si sono coperti interi tratti di torrenti e corsi d’acqua, ristretti gli alvei naturali. E’ quindi una ovvia conseguenza che, in presenza di piogge più forti, le acque si riprendano i loro spazi. Paradossalmente e senza alcuna vergogna, il presidente del Consiglio Berlusconi afferma che “si è costruito laddove non si doveva costruire”, come se i suoi governi non avessero varato due condoni edilizi nel 2003 e nel 2009, e ancora pochi giorni fa non si pensasse di riproporne un terzo all’interno dei provvedimenti economici e finanziari che il governo vuol mettere in atto.
Ma l’insieme delle compagini governative che si sono succedute in questi ultimi decenni, di destra come di centrosinistra, hanno pesanti responsabilità nel non aver progettato e finanziato ciò che occorrerebbe veramente: un grande progetto nazionale di messa in sicurezza e di manutenzione del territorio. Destra e centrosinistra, invece, sostengono in maniera bipartisan progetti e finanziamenti per “grandi opere” di ulteriori cementificazioni e sconvolgimenti ambientali, come la TAV, o come il Terzo valico o la Gronda autostradale per l’area genovese. A tutto ciò si sommano poi le scelte delle amministrazioni locali, anch’esse peraltro tutte sostenitrici di queste “grandi opere”.
Lo vogliamo dire utilizzando le parole usate dal geologo del CNR Mario Tozzi, conosciuto conduttore del programma televisivo “La gaia scienza”: “La Regione Liguria nel suo piano casa – il peggiore tra tutti – ha previsto di portare la distanza minima dagli alvei da dieci a tre metri. E’ una roba da criminali. Non si può far finta di nulla. E poi quando succede la disgrazia ti lamenti e vuoi la calamità naturale ... Ma lì non dovresti aggiungere nemmeno una pietra in più. Come al solito, si danno concessioni edilizie per fare cassa ... Siamo un paese medievale che brucia territorio inutilmente. Duecentomila ettari all’anno, mentre in Inghilterra solo diecimila. Questo è il vero spread.” E Tozzi si riferisce al piano casa varato dal Consiglio regionale della Liguria non chissà quanto tempo fa, ma nello scorso febbraio. Così come per il nuovo PUC (Piano Urbanistico Comunale), in corso di approvazione in questi giorni nel Consiglio comunale a Genova, con cui la destinazione d’uso di amplissime aree sarà lasciata alla “contrattazione” con i privati.
Ma alle critiche formulate da Legambiente, secondo cui “con questo Piano l’amministrazione persevera, in modo anche peggiore, con il sistema dell’urbanistica contrattata portata avanti dalla giunta Pericu-Gabrielli, con un’ulteriore cementificazione della città”, la sindaco Vincenzi ha risposto che “la vostra è un’idea di pianificazione che aveva la sinistra negli anni ‘80, noi abbiamo cercato di evolverci”. Ecco, la responsabilità politica della Giunta comunale, a nostro avviso, non si esaurisce certo nella polemica se era giusto o meno chiudere le scuole, né se a livello di strutture tecniche di prevenzione siano state date tempestivamente o meno previsioni e disposizioni preventive, ma stanno soprattutto nelle scelte strategiche di fondo che prediligono “grandi opere” e infrastrutture, piuttosto che cura del territorio, e che vengono appunto da tempi lontani e da sempre nuovi appetiti di grandi costruttori. E intanto, a Sestri Ponente, il palazzo costruito sul torrente Chiaravagna è sempre lì ...
Genova, 6 novembre 2011
Sinistra Critica – organizzazione per la sinistra anticapitalista Coordinamento provinciale – Genova

05 novembre 2011

La battagglia per l'acqua come risposta alla crisi


di Marco Bersani (Attac)

C’entra la battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua con la crisi e con le politiche monetariste della Banca Centrale Europea? Moltissimo e per diversi motivi.
Il primo dei quali ha a che fare con la risposta che Governo e poteri forti hanno dato alla vittoria referendaria dello scorso giugno. Consapevoli di aver perso il consenso sociale, preoccupati dell’evidente erosione della catena culturale che per più di due decenni ha legato le persone all’idea del pensiero unico del mercato, Governo e poteri forti hanno rilanciato una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, giustificandola con le risposte da dover dare all’Unione Europea in merito alla riduzione del debito pubblico. La stessa Unione Europea, nell’ormai famosa lettera-diktat, con la quale chiede addirittura modifiche della Costituzione al nostro Paese, rilancia le politiche liberiste proprionel senso della svendita del patrimonio pubblico e della messa sul mercato di tutti i beni comuni.
L’operazione ideologica, che sottende a questo perseverare in politiche che sono state la causa stessa della crisi globale, è quella che tenta di far credere, come se fossimo nell’antica Grecia, che esistano nuove divinità impalpabili e inconoscibili - i cosiddetti mercati – che tuttavia provano emozioni: possono dare e togliere fiducia, divenire euforici o collerici, turbarsi. E che alle popolazioni non resti altro che fare continui sacrifici in loro onore, sperando di ingraziarli per suscitare la loro benevolenza o per mitigarne la collera. Di conseguenza, il voto della maggioranza assoluta del popolo italiano a favore dell’uscita dell’acqua dal mercato e dei profitti dall’acqua non può essere considerato perché cause di forza maggiore, ed indipendenti dalle volotà umane, impongono altre strade e direzioni.
Il secondo motivo sta proprio nella radicalità della battaglia del movimento per l’acqua. Avendo scelto, con la legge d’iniziativa popolare e con la battaglia referendaria, l’obiettivo strategico di non limitarsi a contrastare le privatizzazioni selvagge cercando di ottenere una riduzione del danno, bensì di disegnare uno scenario di fuoriuscita totale dei beni comuni dalle gestioni attraverso SpA, il movimento per l’acqua apre nuovi scenari che parlano di nuovo ruolo della fiscalità generale, di necessità di una nuova finanza pubblica, di ridisegno radicale degli enti locali di prossimità, di cultura dellademocrazia come partecipazione. Tutti obiettivi che cozzano inevitabilmente con la costruzione di un’Unione Europea che, lungi dall’essere stata pensata come entità politica e culturale, è stata forgiata come spazio monetario con un unico scopo: il consolidamento dei dogmi liberisti, attraverso le politiche della Banca Centrale Europa, finalizzate esclusivamente alla stabilità dei prezzi, all’equilibrio di bilancio e allo stimolo della concorrenza e sottratte, attraverso la totale “indipendenza” dai Governi, a qualsivoglia controllo democratico dei cittadini.
La battaglia per la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni contrasta inevitabilmente con il patto di stabilità esterno ed interno, perché è esattamente attraverso questo strumento che si impedisce agli Stati di poter esercitare un ruolo pubblico nell’economia e si costringono gli enti locali al drastico restringimento delle loro funzioni, fino al loro smantellamento definitivo. Significativa a questo proposito la norma contenuta nell’art. 4 della manovra finanziaria estiva che, nell’obbligare –nonostante il voto referendario- i Comuni a vendere tutti i servizi pubblici locali, prevede che i ricavi di tali vendite possano essere introitati dai Comuni stessi e spesi per opere che non verranno conteggiate nel patto di stabilità interno (come dire, se vuoi asfaltare una strada o costruire un asilo devi vendere l’acqua o il trasporto pubblico).
Nell’attuale contesto di crisi, ciò che sta succedendo è il trasferimento di un debito del sistema bancario e finanziario agli Stati e da questi ultimi ai cittadini; ovvero, si salvano le banche socializzandone gli oneri e poi si interviene per evitare il default degli Stati con misure di macelleria sociale che mandano in default i cittadini. Si tratta di una gigantesca trasposizione dal welfare, che aveva caratterizzato, seppur in forme differenti tra loro, tutti i paesi dell’Unione Europea della seconda parte del ‘900, come compromesso sociale tra il capitale e il lavoro, verso un sistema di bankfare, all’interno del quale il ruolo del pubblico diviene esclusivamente quello di sostenere, a spese dei cittadini, il sistema bancario e finanziario internazionale, causa prima della crisi in atto.
Il risultato è un circolo vizioso grazie al quale il debito degli Stati è notevolmente aumentato proprio grazie al fatto che i governi hanno deciso di accollarsi le perdite del capitale finanziario.
Ma l’idea di invertire la rotta non sfiora neppur lontanamente i poteri forti politico-economici, tant’è che la linea di “rigore” è stata recentemente rafforzata con alcune misure a livello comunitario, in primis attraverso le sei proposte legislative per il rafforzamento del patto di stabilità, così riassumibili: ulteriore controllo della spesa pubblica, ulteriori restrizioni nei parametri relativi a debito e deficit, obbligo di deposito cauzionale a garanzia del rispetto delle raccomandazioni, nuove regole di redazione dei bilanci, set di indicatori economici per valutare gli squilibri, ammende in caso di mancato rispetto. Sono tutte norme conseguenti al nuovo “Patto per l’Euro”, approvato dal Consiglio Europeo il 24-25 marzo 2011 e che prevede obiettivi comuni per tutti i governi, a partire dalla “sostenibilità” della finanza pubblica, con l’ unico scopo di riaffermare il primato dell’impresa e del mercato sui beni comuni, i diritti sociali e del lavoro.
Che fare, dentro questo quadro? E’ evidente che per il movimento per l’acqua, dopo la straordinaria vittoria referendaria, si aprono nuovi scenari di lotta. La realizzazione dei risultati referendari, con la ripubblicizzazione di tutte le gestioni dei servizi idrici e la loro gestione partecipativa e senza profitti è senz’altro il primo compito. Da questo punto di vista la mobilitazione per l’approvazione dellalegge d’iniziativa popolare da una parte e il lancio della campagna di “Obbedienza civile” per l’autorganizzazione della riduzione delle tariffe in obbedienza al voto del popolo italiano, sono gli obiettivi immediati. Ma possono essere portati a vero compimento solo se collocati in una mobilitazione più ampia che prenda di petto le politiche monetariste dell’UE e liberi un nuovo ruolo del pubblico nella finanza e nell’economia.
Un primo obiettivo non può che riguardare il debito. Un debito che va studiato ed esaminato attraverso la creazione di auditorie popolari che facciano l’anamnesi dello stesso, ne identifichino le responsabilità e ne propongano la drastica riduzione/ristrutturazione sino al suo non pagamento.
Un secondo obiettivo riguarda il controllo dei capitali finanziari
, a partire dall’approvazione della FTT, ovvero la tassa su tutte le transazioni finanziarie, sino alla costruzione di condivise politiche fiscali europee.
Un terzo obiettivo deve diventare l’apertura di un fronte per il superamento del patto di stabilità, cominciando a sottrarre allo stesso tutta la spesa rivolta all’accesso ai beni comuni naturali e sociali e all’erogazione e qualità dei servizi pubblici locali.
Infine, la riapertura di uno spazio nuova di finanza pubblica che preveda la risocializzazione del sistema bancario, a partire dalla ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti, il cui capitale pubblico è immenso, ma tutto orientato alla valorizzazione finanziaria e all’investimento in dannose grandi opere.
Con la vittoria referendaria il movimento per l’acqua ha inserito un fortissimo granello di sabbia negli ingranaggi dell’economia liberista, ora si tratta di costruire percorsi, alleanze e intrecci a livello nazionale ed europeo per arrivare tutte e tutti assieme a ingripparne definitivamente il motore. La grande manifestazione nazionale a Roma del prossimo 26 novembre sarà il primo passo in questa direzione.

4 novembre, no alle parate e alle spese militari!


Il 4 novembre ricorre l'anniversario della fine di uno dei più terribili massacri della storia, nulla di più lontanto dunque dall'idea di un festa delle forze armate. Anche quest'anno invece Verona offre piazza Brà per l'ennesima esibizione militare e così un sindaco leghista che fino a qualche tempo fa inneggiava con il suo partito alla seccessione, ora rifluisce nella più mite, ma non meno insopportabile, retorica patriottarda.
In particolare, in questo periodo di crisi profonda, ci parrebbe certamente più opportuna una politica che anziché versare retorica, tagliasse le spese militari (ad esempio 700 milioni di euro a semestre per la guerra in Afghanistan e per le altre missioni; 3,6 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35; oltre un miliardo di euro spesi solo nei primi tre mesi della guerra in Libia) a favore di una spesa sociale in difesa dei posti di lavoro, dell'istruzione e della sanità pubbliche. .
Noi però non nutriamo alcuna fiducia né in questo governo, né nell'opposizione parlamentare quanto mai preoccupata di far rispettare i diktat liberisti e antidemocratici della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che in nome del pagamento del debito pubblico stanno costringendo anche l'Italia ad una vera e propria macelleria sociale.
Sinistra Critica è invece convinta della necessità di una mobilitazione sociale, in grado di praticare una democrazia diretta, che rivendichi il blocco delle misure economiche del governo, la rinegoziazione del debito pubblico e l'introduzione di misure (come la patrimoniale) che vadano a reperire i soldi da chi non ha mai pagato per investirli nella spesa sociale.
No alle parate e alle spese militari! No alla retorica patriottarda che nasconde la crisi economica! Che se ne vada tutta questa calsse politica! Non paghiamo noi la loro crisi ed il loro debito!
Sinistra Critica - Organizzazione per la sinistra anticapitalista

03 novembre 2011

Alemanno sperimenta le sue regole autoritarie: solidarietà a studenti/studentesse in piazza a Roma

Il sindaco/podestà Gianni Alemanno – dopo aver vietato illegittimamente e impunemente le manifestazioni nel centro di Roma – sperimenta oggi sugli studenti la repressione verso che coscientemente e legittimamente viola provvedimenti che vogliono impedire la libera espressione e le libere manifestazioni.
Prima l’avvertimento ai presidi affinché schedassero chi usciva dalle scuole per andare in corteo, poi i controlli all’interno delle scuole da parte delle “forze dell’ordine” (agli ordini di chi?), infine le cariche al corteo, il sequestro degli studenti in piazza e la costrizione alla schedatura in fila per uno. Scene cilene, o siriane che non possono essere tollerate.
Siamo incondizionatamente dalla parte delle studentesse e degli studenti che hanno deciso di manifestare a Roma e invitiamo tutte le forze democratiche a protestare e a organizzare una disobbedienza di massa alle “regole” di Alemanno.
È pericolosamente in atto un “strategia della provocazione” da parte degli esponenti della destra (Sacconi che grida al pericolo terrorista collegandolo al 15 ottobre, Alemanno che si comporta da podestà fascista, ecc....) per provare a delegittimare e fermare l’estendersi di una rivolta che potrà travolgerli e che consapevolmente chiede che si ponga fine alle politiche che vogliono far pagare la crisi a chi non l’ha provocata.
Non ci fermeranno, noi a casa non torniamo!

Dichiarazione di Flavia D’Angeli e Piero Maestri, portavoce di Sinistra Critica

02 novembre 2011

Il referendum che fa paura


La decisione greca di consultare i cittadini getta nel panico mezza Europa segno dello scarto tra tecnocrazie e democrazia. Eppure, il referendum e la possibilità di decidere è l'unica strada contro gli apprendisti stregoni
di Salvatore Cannavò
www.ilmegaonoquotidiano.it

Cosa c’è di meglio delle parole dell’agenzia di rating Fitch a proposito dell’eventualità di un referendum in Grecia sulle misure anticrisi, per capire cosa ci sta riservando l’Unione europea e quali fulmini si abbatteranno sui cittadini europei? “Il referendum greco – dice Fitch - mette a repentaglio la stabilità e la vitalità stessa dell'euro”. Terrore e panico sui mercati, le borse sprofondano, la politica europea va in subbuglio. La borsa italiana, ovviamente, scende più delle altre perché chi può pensare che un governo guidato da Silvio Berlusconi e dalla sua corte possa solo pensare di risolvere una crisi di questa portata?

Il punto, però, in questo caso non è tanto Berlusconi quanto l’opposizione feroce che viene fissata tra le esigenze del risanamento e la democrazia. E così scopriamo che Sarkozy si dice “costernato” per la decisione annunciata dal premier greco Papandreou, la Germania è terrorizzata e Francoforte perde il 3,8 per cento in una sola giornata. Secondo il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick il referendum greco è una “roulette russa” mentre il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Junker ipotizza il fallimento per Atene se si ricorrerà al voto dei cittadini. Sembra di risentire Sergio Marchionne quando avvertiva gli operai di Pomigliano sui rischi del referendum in fabbrica.

A questo punto non è più nemmeno tanto sicuro che il referendum si farà. Papandreou sta facendo dichiarazioni su dichiarazioni per assicurare che non succederà nulla mentre su diversi giornali internazionali si sottolinea il fatto che la Costituzione greca non consente referendum su materie fiscali. Insomma, non si deve votare né partecipare alle decisioni. Sembra che l’unica forma di consultazione dei cittadini sia quella del tacito consenso. In caso contrario si può sempre spaccare qualche vetrina, così si sfoga un po’ la rabbia ma nessuna borsa viene infranta.

Il punto, invece, è che bisognerebbe proprio poter decidere. Poter essere consultati proprio quando tutti gli schemi stanno saltando e con essi tutte le regole e anche le stesse leggi, immutabili, dell’economia liberista. Del resto, la Grecia dimostra che ci si muove su coordinate inedite. Si pensi alla decisione di svalutare i titoli del debito del 50 per cento in possesso delle banche, con il loro consenso. Come sempre avviene di fronte a ipotesi di fallimento, i creditori sono i primi a favorire la capacità di rimborso dei debitori anche se costretti a pagare qualche prezzo. Ma è sempre meglio incassare il 50 per cento che nulla anche perché i mercati hanno già scontato quella svalutazione. Però, se sono “gli indignati” a proporre una moratoria sul debito e una sua ricontrattazione, giudicando quale sia quello legittimo e quale, invece, quello da non rimborsare, scatta subito l’accusa di utopismo o di scarso senso della realtà.

Il problema è che se davvero si dovrà agire sul piano della riduzione consistente e visibile dei debiti pubblici le stangate saranno di una durezza impensabile. Se solo si pensa che il debito pubblico italiano è di circa 1900 miliardi di euro mentre il Pil non arriva a 1600 miliardi, si capisce che per arrivare a una percentuale del debito sul Pil, poniamo del 100 per cento, servirà, in assenza di crescita economica, una manovra da 300 miliardi. E non è un caso che circoli la cifra di 400 miliardi. Un governo di unità nazionale dovrà servire proprio a questo.

Mai come in questo momento servirebbe la presenza sulla scena politica di movimenti e cittadinanza in grado di dire la propria, di decidere cosa è possibile sacrificare e chi dovrebbe fare questi sacrifici. In un paese che, secondo i dati di Bankitalia, ha una ricchezza netta di circa 8600 miliardi di cui il 44 per cento è concentrato nelle mani del 10 per cento delle famiglie, noi non abbiamo dubbi su chi debba pagare il risanamento. Ma proprio per questo la più ampia discussione e, quindi, anche lo strumento del referendum, costituirebbe l’unica garanzia di procedere sulla giusta strada. Anche perché i vari capi di governo si sono rivelati finora dei perfetti apprendisti stregoni (e quello italiano, nemmeno apprendista).