15 ottobre 2012
13 ottobre 2012
L'Artico si sta sciogliendo
tratto da The Irish Times (traduzione Gigi Viglino)
Vai al libro "L'impossibile capitalismo verde"
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LA VERITÀ, come diceva Winston Churchill, è
incontrovertibile. «La perfidia può attaccarla, l’ignoranza può
deriderla, ma alla fine, lei è lì». Grattiamo via gli strati di
negazione, offuscamento e falsità che oscurano il cambiamento climatico
ed emerge una nuda verità: la calotta artica sta morendo – e con essa le migliori speranze dell’umanità per un futuro prospero e prevedibile.
Nella più drammatica riconfigurazione della carta geografica del
mondo dalla fine dell’ultima Era Glaciale, la calotta glaciale artica è
ora avviata a un collasso accelerato.
Nel 2007, il gruppo intergovernativo di lavoro sul clima (Ipcc), mise in guardia che a meno di una drastica riduzione globale delle emissioni, l’oceano artico sarebbe stato libero dai ghiacci in estate verso la fine del secolo.
Nel 2007, il gruppo intergovernativo di lavoro sul clima (Ipcc), mise in guardia che a meno di una drastica riduzione globale delle emissioni, l’oceano artico sarebbe stato libero dai ghiacci in estate verso la fine del secolo.
Era straordinariamente ottimista. Il 16 settembre
scorso, la banchisa artica ha raggiunto il livello minimo mai
registrato, a 3,41 milioni di Km quadrati, appena metà della media
1979-2000. L’area di ghiaccio marino persa è 41 volte l’Irlanda [circa 9/10 volte l’Italia]. La diminuzione dell’ampiezza dell’area ghiacciata è allarmante, ma la diminuzione del 72 per cento
del suo volume è peggiore. Non solo la superficie si restringe, ma il
ghiaccio che sopravive si sta assottigliando precipitosamente.
Il professor Peter Wadhams, del Polar Ocean Physics Group, ha definito un «disastro globale»
i dati del settembre 2012. Egli prospetta la distruzione del ghiaccio
estivo dell’Artico per il 2015-16 – oltre mezzo secolo in anticipo sulle
proiezioni dell’Ipcc. «Il collasso finale verso quello stato si sta producendo e sarà probabilmente completo entro quelle date» ha aggiunto.
È difficile esagerare l’ampiezza di quanto sta
accadendo nella regione artica. La calotta polare artica copriva il 2
per cento della superficie terrestre, e l’effetto albedo del ghiaccio
significava che grandi quantità di energia solare erano rilanciate nello
spazio dalla lucida massa di ghiaccio bianco.
La scomparsa del ghiaccio e la sua sostituzione con lo scuro oceano aperto, crea un drammatico punto di non ritorno nell’equilibrio energetico planetario.
La scomparsa del ghiaccio e la sua sostituzione con lo scuro oceano aperto, crea un drammatico punto di non ritorno nell’equilibrio energetico planetario.
«In base ai nostri calcoli, la radiazione extra che viene
assorbita è l’equivalente di circa 20 anni di CO2 supplementare aggiunta
dall’uomo» ha detto il prof. Wadhams.
Con le emissioni globali di biossido di carbonio (CO2) che già
salgono vertiginosamente molto al di sopra di quanto gli scienziati
hanno avvertito rappresentare un grave rischio per l’umanità,
l’iniezione di una nuova massiccia fonte di ulteriore energia nei
sistemi della Terra non poteva venire in un momento peggiore.
L’emisfero nord sta già provando qualche brusco assaggio della futura destabilizzazione climatica prodotta dallo scioglimento dell’Artico.
L’emisfero nord sta già provando qualche brusco assaggio della futura destabilizzazione climatica prodotta dallo scioglimento dell’Artico.
Il jet stream [una corrente di venti ad alta quota],
attiva tra il freddo Artico e le più tiepide latitudini medie, domina
gran parte del nostro clima, e si sta indebolendo e diventando più
irregolare, mentre la fusione del ghiaccio artico accelera e la regione si riscalda.
Le ondate di freddo intenso che hanno fatto tremare e bloccato
l’Irlanda nel 2010 e 2011, così come le incessanti piogge della scorsa
estate, sono probabilmente connesse alla perdita di copertura ghiacciata
dell’Artico. La debolezza del jet stream sta portando ai cosiddetti
eventi bloccanti: episodi climatici estremi, come siccità, gelo o
inondazioni che persistono per periodi insolitamente lunghi. L’ondata di
caldo del 2010 in Russia e l’estrema siccità dell’estate scorsa negli
USA sono altri due eventi correlati.
«Siamo in un territorio inesplorato» dice James Overland dell’Università di Washington. L’indebolimento del jet stream significa «violenti cambiamenti di temperature e un numero più grande di eventi estremi». L’ultima volta che l’Artico è stato libero dai ghiacci, si ritiene sia stato durante il periodo Eemiano, circa 125.000 anni fa,
quando il livello globale dei mari era da quattro a sei metri più
elevato di oggi. Ma i livelli attuali di CO2 nell’atmosfera sono già
molto più elevati che durante il periodo Eemiano, e bisogna andare
indietro di parecchi milioni di anni per trovare un’altra era nella
storia della Terra paragonabile a quella attuale per i livelli di questo
potente “gas serra” che intrappola il calore.
Inerzie nel sistema implicano che finora abbiamo provato solo gli
effetti più miti del crescente squilibrio nel nostro sistema climatico. A
luglio è stato registrato un altro storico indice regionale. In soli
quattro giorni la fusione del ghiaccio superficiale della Groenlandia è
passata dal 40 al 97 per cento.
«Era talmente straordinario che ho messo in dubbio il risultato: era vero o era dovuto a un errore dei dati?» ha detto Son Nghiem della NASA.
«Era talmente straordinario che ho messo in dubbio il risultato: era vero o era dovuto a un errore dei dati?» ha detto Son Nghiem della NASA.
Tra il 2003 e il 2008 si sono fusi più di 2.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio terrestre da Groenlandia, Antartide e Alaska.
Dato che la banchisa artica estiva galleggia sull’acqua, la sua fusione non aumenta direttamente il livello dei mari, ma siccome va verso la distruzione finale, per la stabilità della vicina massa di ghiaccio terrestre della Groenlandia la partita è chiusa. L’acqua ghiacciata bloccata lì è sufficiente per innalzare da sei a sette metri il livello globale dei mari nel corso del tempo.
La catastrofe globale degli uni è un’opportunità commerciale per gli altri. Governi e imprese dell’energia, in particolare la Shell, stanno sgomitando per prendere posizione nel saccheggio del petrolio e dei minerali nascosti sotto il ghiaccio in rapida scomparsa della regione. È come dare fuoco alla casa per stare al caldo.
Dato che la banchisa artica estiva galleggia sull’acqua, la sua fusione non aumenta direttamente il livello dei mari, ma siccome va verso la distruzione finale, per la stabilità della vicina massa di ghiaccio terrestre della Groenlandia la partita è chiusa. L’acqua ghiacciata bloccata lì è sufficiente per innalzare da sei a sette metri il livello globale dei mari nel corso del tempo.
La catastrofe globale degli uni è un’opportunità commerciale per gli altri. Governi e imprese dell’energia, in particolare la Shell, stanno sgomitando per prendere posizione nel saccheggio del petrolio e dei minerali nascosti sotto il ghiaccio in rapida scomparsa della regione. È come dare fuoco alla casa per stare al caldo.
*John Gibbons è uno scrittore e commentatore su temi dell’ambiente.
10 ottobre 2012
Appello internazionale per una mobilitazione contro il pagamento del debito.
Dal movimento degli Indignados e di
Occupy WS nasce un appello alla mobilitazione contro il pagamento del
debito che inizi simbolicamente il 13 Ottobre, due giorni
prima dell'anniversario della morte di Thomas Sankara. Riportiamo la
traduzione dell'appello nella speranza che anche in Italia si innesti
una dinamica di opposizione al pagamento del debito ampia e plurale, che
sia in grado di connettersi ai grandi movimenti che dalla Grecia agli
Stati Uniti stanno ormai irrompendo sulla scena internazionale in
maniera costante.
Alle istituzioni finanziarie internazionali abbiamo da dire una sola cosa: non vi dobbiamo NIENTE!
Ai nostri amici, salle nostre famiglie, alle nostre comunità,
all'umanità e alla natura che rende la nostra vita possibile, noi
dobbiamo tutto.
Agli abitanti di questo mondo diciamo: unitevi alla resistenza, non avete nulla da perdere fuorchè i vostri debiti.
Il 13 ottobre nella Settimana internazionale di Azione contro il Debito ci mobiliteremo in diverse città del mondo: Barcellona, Madrid, Messico, Parigi, New York..
La risposta dello Stato alla crisi economica e finanziaria è stata la
stessa ovunque: tagli alla spesa e misure di austerità con il pretesto
della riduzione del deficit e del risanamento di un debito pubblico che è
risultato diretto di decenni di politiche neoliberiste. Quelle stesse
politiche neoliberali che per decenni in America Latina, Asia e Africa
hanno sottratto risorse economiche e naturali e sfruttato vite umane e
che sono oggi imposte anche in Europa e nel Nord America.
I governi asserviti alla finanza stanno usando questo pretesto per
ridurre ulteriormente la spesa sociale, i salari e le pensioni, per
smantellare e privatizzare i servizi sociali, per deregolamentare le
leggi sul lavoro e per aumentare le tasse della maggioranza, mentre
incentivi e sgravi fiscali sono concessi a grandi imprese, ai ricchi,
all'1%.
La campagna per assoggettare il mondo al debito pubblico e privato è un attacco ben calcolato alla possibilità stessa
di democrazia. E' un aggressione alle nostre case, alle nostre
famiglie, ai nostri servizi sociali, alle nostre comunità e al fragile
ecosistema del pianeta. Tutto ciò viene distrutto dalla produzione
infinita necessaria a ripagare i creditori, i quali non hanno fatto
nulla per monopolizzare il benessere che ci chiedono di produrre per
loro.
Di fronte a questi attacchi coordinati alle nostre conquiste sociali,
la lotta di resistenza si sta organizzando in giro per il mondo: ci
sono scioperi nazionali generali e i movimenti degli "indignados" sono in crescente attività. In Islanda la popolazione ha rifiutato di pagare il debito di Icesave
al Regno Unito e all'Olanda. In Equador la popolazione ha costretto il
governo ad un Audit sul debito che ha permesso al paese di non pagare
milioni di dollari di debito. In Argentina, Brasile, Bolivia, Zimbabwe,
Mali, Burkina Faso, Indonesia e Filippine, e in tanti altri paesi, le
popolazioni hanno resisto e si sono opposte al pagamento del debito per
decenni. In Spagna e in Portogallo dal 15 settembre enormi
manifestazioni contro il debito hanno raccolto più di un milione di
persone e un movimento su larga scala sta crescendo circondando il
Parlamento di Madrid per richiedere un processo Costituente.
Noi di Occupy/ Real Democracy Now / 15 M/ Movimento contro il Debito
chiamiamo ad una lotta di resistenza e di ripudio del debito pubblico e
privato. La lotta al debito include: lottare per un'istruzione pubblica
gratuita, per un'assistenza sanitaria gratuita, per la difesa delle case pignorate
e per la richiesta di un aumento dei salari, nonchè fornire mutuo
soccorso. Ma è anche un primo passo per costruire una nuova economia
basata sui principi di eguaglianza, solidarietà e cooperazione e non
sull'avidità, l'accumulazione e la competizione.
In Europa così come in Egitto e Tunisia, imparando dai nostri
colleghi in America Latina, nell'Africa sud-Sahariana e in Asia, le
iniziative per un audit cittadino sul debito pubblico
analizzano quanta parte del debito pubblico è illegittimo, odioso o
insostenibile, e va quindi cancellato. Pagare questi creditori vuol dire
rubare ciò che di diritto appartiene alle popolazioni; i pagamenti
continueranno così ad essere causa della chiusura di scuole e ospedali,
di tagli alle pensioni, e così via. E il debito alimenterà altro debito.
Noi non siamo debitori, quindi noi non pagheremo! Noi non siamo un
prestito. Leggi sbagliate hanno permesso questo debito. Riscriviamole
assieme.
05 ottobre 2012
FIOM Cgil - Sergio Bellavita "Le vere ragioni per cui sono stato dimesso"
Molti compagni sono davvero increduli rispetto a
quanto accaduto intorno alla mia "dimissione" dalla segreteria. Non si
capacitano che Landini, unanimemente riconosciuto come difensore dei
diritti dei lavoratori e della democrazia stessa, possa rimuovere dalla
segreteria un compagno per dissenso. Eppure e' cosi'. Non c'e' nessun
altra ragione che ha spinto, per la prima volta nella storia dei
metalmeccanici, un segretario Fiom a rimuovere un componente di
segreteria. Con questo atto autoritario Landini e Airaudo rompono la
maggioranza congressuale degli ultimi 3 congressi estromettendo la rete
28 aprile.
Il dissenso. Di cosa sono accusato? Tralascio le vergognose, false e pretestuose ricostruzioni che vogliono il sottoscritto impegnato a organizzare contestazioni a Landini. Cosi' come e' francamente assurdo dover rispondere alle menzogne che descrivono il sottoscritto d'accordo nelle segreterie e contrario nei comitati centrali... Delle due l'una: o mi sono opposto troppo o troppo poco. La macchina del fango ha lavorato alacremente per screditare le ragioni che ho sostenuto attraverso il discredito del singolo, la denuncia dell'untore. C'e' una vecchia e poco nobile tradizione in questo senso. (...)
Il dissenso. Di cosa sono accusato? Tralascio le vergognose, false e pretestuose ricostruzioni che vogliono il sottoscritto impegnato a organizzare contestazioni a Landini. Cosi' come e' francamente assurdo dover rispondere alle menzogne che descrivono il sottoscritto d'accordo nelle segreterie e contrario nei comitati centrali... Delle due l'una: o mi sono opposto troppo o troppo poco. La macchina del fango ha lavorato alacremente per screditare le ragioni che ho sostenuto attraverso il discredito del singolo, la denuncia dell'untore. C'e' una vecchia e poco nobile tradizione in questo senso. (...)
Tralasciando tutto cio', l'accusa che mi viene mossa e' riferita alla presunta scelta di rompere con la linea maggioritaria e di aver scelto, in un'ottica Cgil, di ricostruire l'opposizione in tutte le categorie della confederazione.
Tutto cio' e' facilmente smontabile. E' evidente a tutti che la Fiom ha dismesso l'opposizione sociale. Ha dismesso l'alterita' e l'opposizione alla paurosa deriva della Cgil con conseguenze nefaste, sconfitta su art.18 e pensioni.
Dopo il 16 ottobre 2010 la Fiom poteva svolgere uno straordinario ruolo di catalizzatore di un vasto movimento contro le politiche del governo e contro marchionne. Cio' avrebbe portato probabilmente la fiom allo scontro frontale con la cgil. landini e Airaudo hanno deciso di non farlo. Cosi la lotta Fiom si e' mantenuta alta sul terreno mediatico,forte di un consenso e di una domanda sociale straordinaria,ma e' via via scemata nelle pratiche concrete, nella politica contrattuale. Da qui una gestione della vertenza per il contratto tutta piegata al tentativo di cercare uno spiraglio per la riaffermazione della titolarita' Fiom piu' che orientata a costruire conflitto in rapporto con i lavoratori.
Cosi come nella vertenza Fiat, dopo la chiusura con sbagliati accordi sindacali di due stabilimenti al sud, termini imerese e irisbus e la pesante vicenda ex bertone, resta forte lo scontro sul terreno dei diritti sindacali e delle agibilita' fiom e sempre piu' evanescente la battaglia contro il modello autoritario e schiavistico di marchionne. In tutto questo considero profondamente sbagliato e incoerente con le battaglie di questi anni, con il valore che diamo al contratto nazionale, considerare l'accordo del 28 giugno come argine agli accordi separati, come riferimento per la democrazia sindacale. Proprio l'accordo che ha accolto le deroghe al contratto, che ha cancellato ruolo e funzioni del contratto nazionale.
Io non ho cambiato idea. Continuo a rivendicare la Fiom del congresso di Livorno e Montesilvano. Rivendico la Fiom che discute, che cerca, con la fatica che la democrazia richiede, di lavorare sempre all'unita' della categoria e della stessa con i lavoratori. La Fiom che parlando il linguaggio semplice e radicale dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici li conquistava alla lotta, dimostrando, in tanto lerciume della politica, che si puo' coniugare dire e fare.
Prendo atto che questo non e' piu' l'orientamento maggioritario in Fiom. C'e' una svolta, profonda dei gruppi dirigenti. Per queste ragioni il dissenso e' particolarmente avversato.
Ho atteso mesi prima di denunciare pubblicamente quanto avviene in Fiom. L'ho fatto per non ledere l'immagine della Fiom, per il bene dei lavoratori.
Oggi, con la rottura netta che landini e airaudo hanno deciso, credo tempo fa, e' necessario organizzare tutti coloro che vogliono salvare la lunga stagione della Fiom. Organizzare coloro, e sono tanti, che vogliono continuare a lottare.
Per mesi ho denunciato negli organismi preposti la gestione scarsamente democratica dell'organizzazione. Ho denunciato le scarse, scarsissime segreterie e quindi l'impossibilita' di poter discutere collettivamente almeno le grandi scelte, su fiat, contratto ecc. Cosi come ho contestato il perenne ricorso al voto di fiducia al segretario nelle discussioni al comitato centrale. Sono stato impossibilitato a esercitare il ruolo a cui il comitato centrale mi aveva chiamato, dalla partecipazione ai direttivi provinciali, agli attivi dei delegati. Persino gli ordini del giorno conclusivi li potevo leggere solo pochi minuti prima del voto.
Queste sono in sintesi le gravissime colpe che hanno indotto landini e airaudo a dimettermi. Oggi ripartiamo, con chi ci sta, a organizzare l'opposizione alla svolta, al rientro nei ranghi della Fiom. Ripartiamo con i tanti e le tante che non vogliono chinare il capo e vogliono lottare contro Monti,Marchionne,Squinzi. E che hanno il diritto e il bisogno di un sindacato democratico, combattivo e di classe. Prossimo appuntamento il 27 ottobre con il "no monti day"
04 ottobre 2012
MOZIONE CONCLUSIVA DEL 3° CONGRESSO NAZIONALE DI SINISTRA CRITICA.
Una crisi epocale
La fase storica che attraversiamo è caratterizzata da una crisi generale della società, così come l'abbiamo conosciuta storicamente. Tutti gli elementi costitutivi ne sono scossi.
Sul piano ambientale, assistiamo ad una drammatica evidenza della insostenibilità globale della produzione capitalistica e dello sfruttamento umano delle risorse della terra. Si sono prodotti e continuano a prodursi trasformazioni ambientali, cambiamenti climatici e fenomeni di penuria alimentare devastanti che solo una decisa inversione di rotta sul piano economico potrebbe far sperare di tamponare e forse di risolvere.
Appare con nettezza a settori sempre più vasti dell'opinione pubblica la stridente contraddizione tra la salvaguardia di livelli minimamente accettabili di qualità dell'aria, dell'acqua e dei cibi e una produzione basata sulla massimizzazione dei profitti. Si moltiplicano casi di evidente incompatibilità tra la salvaguardia dell'occupazione e quella della salute dei lavoratori, delle lavoratrici e dei cittadini stessi, a meno di una immediata e drastica inversione di rotta negli assetti produttivi, sociali e democratici.
Sul piano economico, la crisi finanziaria si intreccia con quella di sovrapproduzione, rendendo inaccettabili per ampi settori delle classi dominanti le ricette tradizionali “anticicliche”; si è prodotto nel corso degli ultimi venti anni un colossale spostamento di reddito dal lavoro al capitale, cosa che rende sempre più asfittici i mercati interni e accelera la spirale recessiva.
Nel frattempo, i profitti finanziari per i grandi investitori internazionali continuano a crescere, mettendo sempre più alle strette i bilanci pubblici di numerosi stati, che scelgono di destrutturare ciò che resta dello stato sociale postbellico e di mettere sul mercato servizi e proprietà un tempo pubbliche, spesso considerati (a ragione) elementi di civiltà.
Si realizza una gigantesca ridefinizione della scala di potere economico, anche nelle classi dominanti, con un vasto spostamento di capacità produttive verso l'Asia (e in generale verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e con una lotta (intercapitalistica) tra potenze capitaliste globali (vecchie e nuove) esacerbata che impoverisce e mette fuori mercato i settori capitalistici più arretrati e più marginali e produce una progressiva concentrazione tendenzialmente monopolistica.
Sul piano politico, dopo la ostentata esibizione della “superiorità” economica e democratica del modello capitalistico al fine di portare a conclusione la crisi irreversibile del modello su cui si erano strutturati i paesi detti “socialisti”, la democrazia borghese, privata del condizionamento fondamentale della lotta dei ceti subalterni, torna a rivelarsi di nuovo per quello che è, una finzione politico-ideologica al solo scopo di mimare nel parlamento una rappresentanza popolare, ma senza alcun nesso con i bisogni e le aspirazioni reali della grande maggioranza e ferreamente subordinata ad assetti economico sociali presunti immodificabili.
La crisi della democrazia assume in Europa uno spessore inedito di fronte al trasferimento dei poteri decisionali nelle mani della tecnocrazia della UE, una tecnocrazia strettamente vincolata agli interessi del grande capitale continentale industriale e finanziario e totalmente e perfino formalmente sottratta ad ogni controllo popolare seppure mediato attraverso gli strumenti istituzionali dei singoli stati, dove comunque sono gli organismi esecutivi ad avere sempre maggiori poteri a discapito della stessa democrazia "rappresentativa".
A tutto ciò si assomma, in particolare in Italia, una definitiva crisi di credibilità degli apparati politici e partitici creatisi nella cosiddetta “seconda repubblica”, complessivamente inquinati dal prevalere degli interessi personali e/o di cricca e di potere e sfrontatamente disinteressati rispetto agli interessi di chi dovrebbero rappresentare. Il personale politico istituzionale appare a sempre più vasti settori di opinione pubblica come un “mandarinato”, definito giustamente casta, del tutto lontano dai problemi e dagli assilli quotidiani delle cittadine e dei cittadini.
Prosegue a livello internazionale il processo di riarmo e l'utilizzo dello strumento militare come elemento fondamentale della politica di presenza e di controllo di materie prime da poter bruciare sull'altare del produttivismo e dagli spostamenti globali degli assetti geopolitici. I bisogni sociali e di libertà e di indipendenza politica e culturale dei popoli sono calpestati come non mai negli ultimi venti anni anche da una ripetuta serie di guerre - oltre che dal preesistere di regimi dittatoriali e sanguinari - che rinfocolano nelle nazioni e nelle culture oppresse un senso di frustrazione e di desiderio di vendetta che allarga gli spazi per le correnti integraliste e terroristiche a discapito delle correnti progressiste e nazionaliste rivoluzionarie.
Il valore delle resistenze
Eppure in questa crisi le resistenze stanno avvenendo in forme anche superiori alle attese o alle previsioni. Il ritorno contestuale di Occupy e degli Indignados esprime il grado di incomprimibilità di una certa attitudine alla rivolta ma soprattutto un attaccamento di tipo nuovo alla democrazia e alla possibilità di incidere sulle decisioni.
Le rivoluzioni tunisina e egiziana e le lotte antidittatoriali nello Yemen, nel Bahrein, in Libia e in Siria, la ripresa delle lotte in Palestina, dimostrano come questo quadro di crisi possa produrre anche grandi sussulti e importanti esperienze di liberazione e come, nonostante la crisi della sinistra a livello internazionale e la la tendenza controrivoluzionaria prevalente, la prospettiva della rivoluzione sia tutt'altro che espunta dalla storia.
Esistono, correnti sotterranee, o sotto traccia, che attraversano il pianeta e che improvvisamente esplodono, bucando la crosta della pace sociale e ponendo problemi inediti.
Non sappiamo se in Italia si produrranno nell'immediato diramazioni di questa rivolta. Notiamo oggi che le forme di politicizzazione sono più complesse del passato e vivono una relazione dialettica tra l'elemento politico e quello sociale. E danno vita, così, nella persistente crisi della soggettività di classe organizzata, a una domanda politica di tipo nuovo che richiede strumenti adeguati, attenzione, agilità di movimento.
Il problema di fondo per noi e la sinistra di classe è farsi trovare pronti nel momento in cui questa rivolta dovesse esprimersi sapendo che non lo farà nelle forme classiche e che, anzi, potrebbe sorprenderci più di quanto noi stessi immaginiamo. Non sappiamo se, come e quando si produrrà un sussulto delle lotte anche in Italia, ma scommettiamo sul riavvio di un ciclo di lotte, sulla rivolta contro il capitalismo consapevole che le forme di politicizzazione sono oggi diverse e più complesse. Per questo approntiamo una serie di strumenti di interventi e di costruzione che valorizzino le nostre diverse collocazioni e competenze.
Il caso italiano
Il governo di Mario Monti non è stato, agli occhi dei più, quel governo salvifico che avrebbe permesso all'Italia di risalire la china ma uno dei tanti governi che ha operato a colpi di tagli sociali e tasse. Il suo prestigio è offuscato, il consenso ridotto. Dal suo punto di vista Monti ha svolto il ruolo per cui è stato chiamato in campo: stabilizzare i ceti dominanti - difficile parlare, oggi, di una borghesia italiana come se ne poteva parlare negli anni 70, 80 o anche 90, tanti sono i conflitti, i punti di contrasto, le appartenenze diverse e gli interessi sovrapposti - sconquassati dagli effetti perversi del berlusconismo (e soprattutto non tutelati di fronte alla crisi internazionale) e in cerca di nuovi equilibri. Sul piano sociale Monti ha realizzato quanto si era ripromesso: garantire il capitale finanziario - scontentando un po' i settori maggiormente interessati alla produzione - in primis le banche, garantire il capitalismo europeo che ruota attorno alla Bce e alla mediazione franco-tedesca, far pagare il risanamento al lavoro dipendente senza colpire le rendite, i profitti e i grandi capitali, sterilizzerare il conflitto sociale grazie all'apporto del Pd e a quello, più riottoso ma comunque garantito, della Cgil. Che poi tutto questo sia servito a risolvere la crisi è altra cosa.
La crisi è sempre là, i problemi congiunti e speculari di sovra-capacità produttiva - ben esemplificati dal caso Fiat che utilizza a pieno la crisi stessa per sferrare colpi di maglio al lavoro dipendente sul piano delle conquiste storiche (contratto e statuto lavoratori - e di fragilità finanziaria da parte delle grandi banche e dei bilanci pubblici costituiscono ancora un punto irrisolto. E che nessuna delle politiche messe in atto - né il liberismo euro-tedesco né il morbido keynesismo obamiano, né i tentativi di Draghi di destreggiarsi tra questi due poli - sembra in grado di risolvere. Si conferma una linea di fondo che abbiamo tutti cercato di sostenere e cioè che solo una alternativa radicale, anticapitalista, fondata su democrazia e pubblicizzazione dei grandi gangli economici, potrà permettere di intravedere qualche via di uscita.
Sul piano politico, però, il lavoro di Monti ha forse dato più frutti perché quella che sembrava una vittoria inarrestabile, alle prossime elezioni, del Partito democratico deve oggi fare i conti con il progetto centrista e moderato dello stesso Monti, dei circoli di potere che lo spalleggiano, di formazioni come l'Udc e della rimodulazione del quadro politico. Per il Pd si tratta di fare i conti per l'ennesima volta con la propria ineliminabile contraddizione: ha portato acqua alla gestione liberista della crisi, oggi vorrebbe smarcarsene ma, oltre a non riuscirci è costretto anche a fare i conti con una possibile sconfitta del proprio progetto e il non accesso, assai probabile, alle leve del comando.
La contraddizione del Pd non ci stupisce, da tempo sottolineiamo che il cambio di paradigma più rilevante avvenuto nel corso degli ultimi venti anni è il cambio di natura di quella formazione politica da espressione riformista e moderata di interessi sociali ancorati al mondo del lavoro - una classica socialdemocrazia - a difesa e tutela di interessi borghesi ancorati al mondo del capitale produttivo ma anche finanziario come dimostra l'intreccio con il mondo bancario. E' una constatazione che ancora manca al resto della sinistra più o meno radicale o di classe, collocata alla nostra destra, che non smette di oscillare tra la ricerca di una indipendenza e il bisogno di alleanze con il Pd per nutrire ambizioni personali o esigenze burocratiche e di apparato.
Eppure, il quadro politico dimostra ancora l'esistenza di un vasto spazio alla sinistra del Pd come alternativa credibile e netta alle sue politiche in direzione di una rifondazione della sinistra di classe - magari con settori anticapitalisti alleati a opzioni "riformiste" classiche ma tutte legate alla difesa degli interessi del proletariato - alternativa e in opposizione anche al Pd e ai suoi alleati. E' questo che spiega il successo di Syriza in Grecia e non certo la formula che l'ha animata, del resto frutto di anni e anni di attività spesso senza efficacia sociale e incidenza significativa. Nel vivo di una crisi epocale, una sinistra alternativa al progressismo liberale - o come vogliamo chiamare cose come il Pasok - ha rappresentato una chance per ampi settori popolari.
L'alternatività è resa più complicata in Italia dalla presa della cosiddetta anti-politica raffigurata nel momentaneo successo della lista Grillo. Un successo che non potrà che essere accresciuto da casi come quelli che hanno messo sottosopra il Lazio e il Pdl e sancito la sconfitta sul campo della Polverini. Non abbiamo approfondito fino in fondo questo fenomeno e, spesso, lo osserviamo a distanza e con malcelata diffidenza. Il fatto è che nell'espressione classicamente qualunquista del "sono tutti uguali" oggi c'è una verità di fondo: sono veramente tutti uguali perché applicano tutti la stessa politica, condita con colorazioni diverse a seconda dello schieramento vincente - un po' di razzismo e populismo con la destra, un po' di buonismo e di rispetto istituzionale per il centrosinistra - solo che questa verità non emerge nella sua connotazione di classe e non aiuta a dirottare l'evidente rabbia sociale verso gli obiettivi adeguati. Anzi, è del tutto evidente che un settore consistente delle classi dominanti utilizza l'antipolitica per sparare sulla politica ufficiale, del tutto indifendibile, per strappare assetti migliori o vere e proprie concessioni immediate. Il nostro compito è quello di alimentare un'"antipolitica" di classe che abbia come punto di attacco, non solo la denuncia della "casta" ma soprattutto la sostanziale identità dei partiti sulle questioni sociali.
Con questo umore occorre fare i conti sul serio perché agita una parte rilevante dei settori a cui ci rivolgiamo, soprattutto il precariato intellettuale ma anche il mondo del lavoro. Non si tratta di intestarsi "l'anti-politica" ma di padroneggiare meglio le sovrapposizioni tra rivendicazioni sociali e rabbia contro le istituzioni e cogliere le opportunità in un settore magmatico ma oggi presente sulla scena politica.
Sul fronte sociale, in fondo, si sconta la negatività del ruolo del sindacato di masse accanto all'impasse di quello alternativo. Lo sciopero del Pubblico impiego del 28 settembre ne costituisce un esempio significativo. Ma anche la vicenda Fiat, al di là della resistenza Fiom, ha dimostrato l'inadeguatezza strutturale di un sindacato confederale come la Cgil che invece di mobilitare tutte le sue forze per isolare il tentativo di Marchionne, stimolando conflitto, resistenza, agendo sull'insieme del patronato italiano, ha scelto la via della contrattazione difensiva, prima siglando l'accordo del 28 giugno e poi accettando il tavolo sulla produttività. La recente svolta moderata del gruppo dirigente della Fiom, visibile e netta, con l'involuzione del suo dibattito interno, che vede proprio compagne/i della Rete 28 Aprile-Opposizione Cgil, come "vittime" designate, avvalora questa necessità. Così come la vita interna e la pratica sindacale del maggior sindacato alternativo, l'Usb, conferma il bisogno di una discussione di fondo.
L'offensiva borghese non ha trovato nessuna risposta significativa, soprattutto dopo la caduta di Berlusconi e il venir meno del collante dell'opposizione al suo governo. La complicità dei sindacati confederali si è alimentata nella acquiescenza diffusa, a sua volta alimentandola: sono state così cancellate le pensioni di anzianità, rese sempre più aleatorie quelle di vecchiaia, ridotti brutalmente gli ammortizzatori sociali, è stato cancellato l'art. 18, i dipendenti pubblici sono seriamente minacciati di licenziamento, ecc. senza nessuna contestazione di massa.
Ciò non significa che sia spenta ogni capacità di reazione e di resistenza alle politiche padronali. Anche in questi anni e perfino in queste ultime settimane si sono prodotte mobilitazioni operaie, di lavoratori, precari, giovani di risposta a specifici attacchi delle classi dominanti, soprattutto per tentare di impedire la chiusura di posti di lavoro (dall'Alcoa all'Almaviva) o, almeno, per attenuarne le conseguenze sociali. E in questi mesi si sono mobilitati e continuano a mobilitarsi settori sociali nuovi, sul piano della difesa dei "beni comuni", contro produzioni inquinanti (Taranto) o Grandi opere destinate solo alla salvaguardia dei profitti (Val di Susa). Resistenze differenziate e articolate che, finora, non hanno mai trovato un momento di coordinamento e unità d'azione, catalizzando un'attenzione più ampia e un'incidenza più profonda.
Un movimento contro la crisi
Per questo motivo ci impegniamo a puntellare, rafforzare e costruire le occasioni di mobilitazione e di discussione di massa per far avanzare l'ipotesi di un Movimento unitario contro la crisi che continua a costituire il nostro orientamento di fondo. Un movimento democratico e plurale, indipendente dal quadro politico e alieno da tentazioni politiciste e in grado di realizzare un programma di lotta e di obiettivi che contrasti la crisi e indichi le vie per uscirne:
- il rifiuto del pagamento del debito illegittimo e la realizzazione di un'auditoria con congelamento del pagamento degli interessi;
- una riforma fiscale che faccia pagare chi non ha mai pagato, colpisca le rendite e i profitti a vantaggio dei redditi da lavoro dipendente, colpisca i grandi patrimoni battendo l'evasione fiscale a partire dall'abolizione del segreto bancario;
- una piano per una banca pubblica nazionale, pubblicizzando, sotto il controllo di utenti e lavoratori, le banche in crisi ma anche le aziende che minacciano licenziamenti e chiusura a partire da Fiat, Ilva, Alcoa e altre ancora;
- Un piano pubblico nazionale, sotto controllo democratico, di opere ecologiche, difendendo e allargando i cosiddetti beni comuni, risanando il territorio, sviluppando un'economia ecologicamente sostenibile e democraticamente governata, riducendo l’orario di lavoro e redistribuendo il lavoro tra tutte/i;
- La stabilizzazione dei lavoratori precari e un pacchetto di diritti del lavoro da difendere e da riconquistare a partire dall'articolo 18 e dalla democrazia nei luoghi di lavoro. C’è inoltre da incrementare il salario e in questo senso rilanciamo la proposta di Sinistra Critica sul salario sociale presentata in Parlamento nella forma di legge di iniziativa popolare e su cui abbiamo raccolto 50 mila firme;
- La difesa e l'ampliamento dei diritti sociali fondamentali, dalle pensioni alla sanità ai servizi sociali, alla difesa della scuola e dell’università pubbliche.
- L'unità di diritti con i lavoratori, lavoratrici, cittadini migranti e per il diritto alla cittadinanza sulla base della residenza in Italia;
- Il superamento delle evidenti discriminazioni legislative verso i soggetti Lgbt a partire dall'elaborazione di un dibattito collettivo su un Welfare di tipo individuale e non più familista.
Un primo impegno di lavoro, sia sul piano politico sia su quello sindacale e dei movimenti, è quello di cominciare a misurarsi sul “teatro europeo”, togliendo alle classi dominanti il monopolio di quel teatro, costruendo mobilitazioni e scioperi coordinati, organizzazione e autorganizzazione transnazionale, momenti di confronto reale (al di là della ritualità e del moderatismo di certi Social Forum). Sperimentare lotte (siano esse sindacali, giovanili o ambientali) sul piano europeo, dunque sul teatro indicato da tutti strumentalmente o realmente come il teatro decisivo, può ridare fiducia ai movimenti, ricostruire una nuova partecipazione, contribuire a sbloccare una situazione che sembra paralizzata.
Uno dei contributi principali che Sinistra critica può dare a sbloccare questa situazione deve essere perciò un impegno serio e paziente per arrivare a determinare le condizioni per la creazione di un vero terreno di lavoro coordinato a livello continentale tra tutte le opposizioni di classe operanti nei vari paesi europei. Attraverso l'iniziativa propagandistica, ma anche attraverso l'indizione e la partecipazione ad iniziative di mobilitazione e il radicamento nei movimenti, sempre sostenendo la necessità di una lotta europea, contro una politica che è europea e contro una classe dominante che sempre meno è solo nazionale.
Dopo le grandi manifestazioni e scioperi in Portogallo, a Madrid, in Grecia e in Francia, i principali appuntamenti europei della prossima fase sono la manifestazione contro l'austerità convocata dai sindacati inglesi a Londra il 21 ottobre cui seguirà, il giorno dopo, una Conferenza internazionale a cui decidiamo di partecipare nelle forme più utili.
L'altra occasione è il decennale del Social Forum europeo a Firenze di novembre che ci impegniamo a costruire e in cui intendiamo lavorare sia all'affermazione della campagna contro il debito per rilanciare la necessità della mobilitazione e del coordinamento europeo.
Altrettanto importante sarà l'appuntamento di Madridi del 3-4 novembre organizzato dagli Indignados che segue la mobilitazione di Francoforte del maggio scorso.
In Italia ci sarà l'appuntamento del No Monti Day del 27 ottobre, scadenza utile che intendiamo costruire aprendola maggiormente ai movimenti reali oggi esistenti - dalla Val Susa a Taranto, dai comitati per l'acqua, agli studenti - in modo da costruire un luogo praticabile da tutte le radicalizzazioni sociali e politiche esistenti.
Allo stesso tempo siamo impegnati nella raccolta di firme per il Referendum sull'articolo 18 e l'articolo 8 che, nonostante le forme politiciste con cui questa iniziativa è stata promossa.può essere utilizzata come strumento di intervento nei luoghi di lavoro e contribuire alla costruzione del movimento unitario contro la crisi.
Ci impegniamo, ancora, nella solidarietà militante alle rivolte arabe a partire da quella al popolo siriano oppresso e represso dalla dittatura di Assad. Intendiamo questa solidarietà anche come sostegno concreto a quelle realtà militanti, piccole ma reali, che lavorano per società democratiche, laiche e rivoluzionarie. Va in questo senso il nostro impegno a partecipare al Forum sociale mondiale di Tunisi nel marzo 2013.
Le nostre elezioni
Dentro questa agenda c'è, gioco forza, la scadenza elettorale che segnerà il dibattito, già lo sta facendo, dei prossimi mesi e che rischia di essere il freno principale di una possibile mobilitazione di massa. Le elezioni si presentano quanto mai incerte: l'assetto dei ceti dominanti è ancora in divenire, non sfugge a nessuno che il bandolo della matassa della crisi sia nelle mani degli equilibri europei e che, proprio per questo, esistono corpose pulsioni nazionaliste che alimentano sia formazioni di destra - Alba dorata o FN - che illusioni a sinistra. Nel dibattito sull'uscita dall'euro sono largamente verificabili queste illusioni: il nodo è la politica di austerità: la moneta è solo uno dei tanti strumenti di questa politica.
E' difficile prevedere come saranno gli schieramenti elettorali se prima non si conoscerà la legge elettorale. Le stesse spinte all'alleanza con il Pd che si sono riaffacciate nel movimento di Di Pietro e che non hanno mai abbandonato il partito di Vendola - o la stessa FdS come dimostrano le prese di posizione del Pdci o il dibattito interno a Rifondazione - possono essere frustrate dall'esito delle primarie democratiche e dalla possibile vittoria di Renzi. Il quale esprime con sufficiente linearità il cambio di natura già avvenuto nel Pd ma che, pure, attrae quella voglia di "nuovo" che, a sua volta, si nutre del rifiuto della politica.
In questo senso la nostra impostazione ribadisce gli assi fondamentali che ci siamo sempre dati:
Una proposta di incontro e di coalizione politica, certamente condivisibile, deve partire dal rilancio di una mobilitazione sociale unitaria contro le politiche della Bce e del governo Monti e contro il pagamento del debito, per la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori, per il reddito, i diritti civili, la riconversione ecologica della produzione e della società.
E' su questa mobilitazione che possiamo costruire le basi e i nodi di una rete della sinistra alternativa che vada oltre le esperienze del passato e non ne ricalchi gli errori - magari in forma ancora meno credibile e riconoscibile. Una sinistra che a quel punto si può anche porre obiettivi di presenza elettorale - fuori e contro qualsiasi coalizione con il Pd - che non siano residuali o subalterni. Anche in questo caso, però, perché sia feconda ed efficace occorre la capacità di una proposta nuova, interessante e utile. Non finalizzata a riprodurre apparati, non meramente auto-rappresentativa, plurale: abbiamo bisogno di costruire un luogo, senza primogeniture, formato da diverse esperienze, non ideologico, né riconducibile a simboli già esistenti ma, al contrario, appetibile soprattutto per giovani generazioni e per i movimenti e per lavoratrici e lavoratori dal futuro sempre più incerto.
Possiamo dunque lavorare su questa base per avviare, dopo questo congresso, tutte le interlocuzioni utili, avanzando questa proposta e assumendo così un profilo riconoscibile. Sinistra Critica deve essere titolare della propria proposta e del proprio profilo. Deve agire a tutto campo e distinguersi anche su questo terreno. Sapendo che la soluzione non può essere né "il blocco dei comunisti" ne la riedizione della "sinistra arcobaleno" ma un'ipotesi che faccia i conti con quella situazione sociale, con le attese attuali, con il contesto dell'anti-politica, con la sfiducia nei partiti e nelle forme classiche, con la confusione che regna rispetto allo scontro di classe. Lavoriamo, quindi, perché si affermi questa ipotesi consapevoli comunque che non affronteremo questa scadenza a qualunque condizione.
Per una sinistra anticapitalista
Sinistra Critica punta, fin dalla nascita, alla costruzione di una nuova Sinistra anticapitalista, ecologista, femminista, ampia e plurale, democratica ed efficace socialmente, impegnata nella costruzione di una dimensione internazionale delle lotte.
Su questa strada intendiamo costruire un'articolazione dei nostri strumenti di lavoro e dei nostri progetti, valorizzando le diverse competenze e abilità della nostra piccola, ma preziosa, organizzazione. Ci prendiamo il diritto di sperimentare progetti e modalità diverse del nostro lavoro e di allestire le sedi in cui governare in termini unitari e solidali.
Il congresso ha legittimato l'agibilità della proposta politica che è stata avanzata: costruire degli strumenti dell'autorganizzazione per realizzare una più ampia area anticapitalista. La legittimità di questa opzione si traduce in una sua sperimentazione, a partire dal suo approfondimento, e a cui dedicare strumenti (sito), sedi, risorse, energie, dibattito, iniziativa politica.
Vogliamo quindi provare a fare dei passi avanti sugli strumenti per l'autorganizzazione a partire da quanto indicato nel documento congressuale, su alcune delle ipotesi:
un progetto per Rid;
un progetto ecologista;
l'ipotesi di una Rete sindacale per l'autorganizzazione, raccordata al progetto più generale di radicamento di Sc nei posti di lavoro;
un progetto Lgbt cui destinare forze adeguate;
una discussione su come questa ipotesi si realizza in campo femminista;
il rafforzamento dell'intervento studentesco e la sua valorizzazione nel processo di discussione dell'area anticapitalismo;
la definizione di un progetto culturale che valorizzi gli strumenti editoriali di cui disponiamo.
Crediamo, in particolare, che Rivolta il debito abbia una potenzialità non ancora espressa. Ad esempio vanno colte le possibilità interne all'appello "Per una nuova finanza pubblica" promosso insieme ad altre strutture e che si presenterà al Forum di Firenze. Esiste in quel quadro una possibilità concreta per realizzare dei veri e propri audit, che coinvolgano forze vive. Ma si possono anche organizzare veri e propri collettivi di Rid in grado di costruire vertenzialità sociale e dare quindi gambe reali a un progetto di campagna nazionale.
Oltre a questa proposta il congresso ha legittimato altre ipotesi di costruzione e strumentazione. Rispetto al mondo del lavoro, occorre valorizzare e sviluppare l’intervento e il radicamento nei luoghi di lavoro ridefinendo meglio gli strumenti e le linee di intervento di SC con la costituzione di un esecutivo lavoro stabile, la costruzione di pagine web “Sinistra Critica Lavoro” specificamente dedicate, la produzione regolare di volantini e notiziari, scritti centralmente e adattabili ai differenti contesti, un maggiore coordinamento die settori di interventi e la relazione, peraltro già avviata, con analoghe esperienze di altri paesi europei.
Lavoreremo nei prossimi mesi alla realizzazione di un'assemblea dei lavoratori e lavoratrici, precari, disoccupati che rifaccia il punto della situazione sindacale e che metta in agenda l'efficacia del nostro intervento nei luoghi di lavoro.
Lavoreremo inoltre per il sostegno e l'integrazione nel progetto più generale di Sc della presenza e dell'attività dei nostri circoli che intervengono e svolgono un lavoro politico in realtà territoriali e periferiche in città medio-piccole.
Un’altra sperimentazione sarà quella della partecipazione alla vita del Comitato No Debito, lavorando perché sia uno strumento utile alla costruzione del movimento unitario contro la crisi, soprattutto se tale movimento saprà lavorare per il coordinamento e il reciproco riconoscimento tra tutte le esperienze di lotta che si sviluppano nel paese.
Costruiremo una campagna nazionale che riponga al centro dell'attenzione dei lavoratori e dell'opinione pubblica la insostenibilità della proprietà privata e della gestione privatistica di aziende che costituiscono realtà cruciali e nevralgiche nella tutela degli equilibri occupazionali, ambientali e sociali di interi territori e a volte dell'intero paese, per rivendicarne il passaggio alla proprietà pubblica possibile solo attraverso la partecipazione e la gestione di tutti, lavoratori, utenti e cittadini.
Di fronte a fatti drammatici, come quelli dell'Alcoa e dell'Ilva, questo obiettivo può diventare una rivendicazione concreta e immediata per le lavoratrici e i lavoratori in lotta per difendere l'occupazione e per i cittadini che vogliono preservare il proprio territorio e il proprio futuro.
Il congresso da mandato al coordinamento nazionale di mettere a punto, rapidamente, una riorganizzazione degli strumenti di comunicazione a partire dal sito nazionale di Sc e dalla rivista Erre. Si tratta di definirne meglio gli ambiti, i ruoli, l'intreccio tra produzione cartacea e pubblicazione online anche in relazione ai diversi strumenti della nostra area.
Il coordinamento nazionale è anche chiamato a una riflessione sulle sedi e gli strumenti di dibattito culturale e di formazione a partire dal ruolo del centro studi Livio Maitan su cui occorre fare un primo bilancio.
Dopo il congresso andrà fatto un "secondo giro" città per città per discutere della realizzabilità delle varie ipotesi in sede locale o anche di ipotesi diverse.
In particolare sul progetto dell'area anticapitalista ci impegniamo a realizzare nei prossimi mesi un seminario nazionale di approfondimento in forme inclusive, coinvolgendo strumenti come Rid, e in uno spirito collaborativo.
Il valore di Sinistra Critica
Sinistra Critica è un patrimonio comune. La nostra organizzazione, infatti, è una riserva di idee e di orientamenti programmatici che hanno un valore al di là della progettualità più immediata e che costituiscono spunti di dibattito e approfondimento;
- l'orizzonte politico della rottura con il capitalismo e la concezione dell'autorganizzazione come strumento centrale della lotta nell'idea della Prima Internazionale che "l'emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi";
- il valore centrale del lavoro dipendente nelle sue molteplici forme come soggetto pervasivo in grado di rovesciare gli attuali rapporti di dominio;
- la necessità di saper fondere soggettività e fasi di politicizzazione diverse per costruire un movimento anticapitalismo plurale dal punto di vista generazionale, di genere e orientamento sessuale, di etnia;
- l'internazionalismo come progetto comune basato sulla "comune comprensione degli avvenimenti" e sulla realizzabilità di progetti comuni. In questo senso ribadiamo la centralità del campo giovani cui Sc lavora da sempre e la necessità di migliorare i nostri strumenti internazionali;
- il rifiuto di ogni concezione e pratica burocratica nella costruzione di un soggetto politico, nel rapporto con e nei movimenti di massa, nella progettazione di una società alternativa;
- il ruolo di un soggetto organizzato come motore del cambiamento e non come fine in sé.
Questa elencazione, del tutto provvisoria ed esemplificativa, costituisce l'indicazione di cosa intendiamo per "bene comune", un progetto organizzato e militante in cui far vivere progetti anche diversi il cui funzionamento dovrà essere garantito da una gestione unitaria.
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