12 dicembre 2012

Intervento di Piero Maestri (Sinistra Critica) all’assemblea di “Cambiare si può”

Carissime e carissimi,
siamo qui oggi perché anche noi convinte/i che c’è un urgente bisogno di cambiare, e che “cambiare si può”.
Questa convinzione ce la danno ogni giorno i movimenti sociali e politici che non solo resistono alle politiche liberiste del governo Monti (come di quelli precedenti), ma lo fanno sulla base di una proposta forte di alternativa politica e sociale: il movimento NoTav – che da anni resiste di fronte ad uno scempio del territorio per affermare un’altra idea del bene comune e della democrazia; il movimento degli studenti e degli insegnanti, che difendono non la scuola esistente, ma la possibilità di una scuola davvero pubblica e che sia luogo di formazione e crescita culturale; le/i giovani che si battono per conquistare un futuro degno; le lavoratrici dell’ospedale S.Raffaele di Milano, che difendono il loro posto di lavoro difendendo il ruolo fondamentale della sanità pubblica; le centinaia di vertenze di lavoratrici e lavoratori in difesa del posto di lavoro; le esperienze di comitati contro il debito e per l’audit cittadino; le/i precarie/i che affermano il loro bisogno di reddito e diritti e tanti altri movimenti e iniziative; gli operai e i cittadini di Taranto che non vogliono scegliere tra lavoro, diritti e salute, perché salute e lavoro devono essere un diritto per tutte e tutti.
Lotte sociali ed esperienze importanti che si sono però espressi in forma ancora troppo frammentaria ed inefficace; per questo la preoccupazione maggiore che abbiamo oggi di fronte non è solamente la possibilità di un ennesimo governo neoliberista – a guida del centrodestra o del centrosinistra – quanto la difficoltà a ricostruire un’opposizione politica e sociale a queste politiche. Un’opposizione che deve evidentemente collocarsi in una posizione alternativa al centrosinistra, senza alcuna possibilità di accordi prima o dopo le elezioni con quest’ultimo.
Crediamo sia necessario e possibile un progetto elettorale alternativo che sappia collegarsi e saper parlare a quelle mobilitazioni e al potenziale di radicalizzazione sociale, con un programma all’altezza della sfida delle politiche di austerità e dei ricatti della Troika e della Bce e del governo Monti che parta dai bisogni sociali dei soggetti prima citati.
Una coalizione che abbia chiari riferimenti programmatici, antiliberisti e di rilancio di un’economia sociale e che risponda ai bisogni dei più deboli.
Condividiamo le proposte sottolineate da Livio Pepino nella sua introduzione. Aggiungeremmo da parte nostra il rifiuto del pagamento del debito – perché sul ricatto del debito sono fondate le politiche di austerità; una decisa caratterizzazione di genere, non solo per la difesa delle condizioni di vita e dei diritti delle donne, ma che apra definitivamente alla loro partecipazione al processo decisionale; una politica di garanzia dei diritti delle persone Lgbt e per un allargamento dei diritti civili e sociali; la cancellazione delle leggi che producono razzismo e clandestinità e per la libertà di movimento e soggiorno per le donne e gli uomini migranti, la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori – che devono riconquistare garanzie, poteri di rappresentanza, salari dignitosi; per il reddito e una nuova stagione di diritti che metta fine alle leggi “precarizzanti” come il pacchetto Treu, la legge 30, la riforma Fornero; contro il patto per la “produttività”.
È sulla base di questi contenuti che possiamo scrivere un programma condiviso. E su quel programma costruire una proposta elettorale alternativa con alcune caratteristiche chiare:
* fuori a alternativa dal centrosinistra, prima e dopo le elezioni – non solo per i suoi programmi attuali ma per quello che ha fatto e fa tutti i giorni (per fare solo un esempio, chi oggi come Nichi Vendola chiede la cancellazione del progetto degli aerei F35, sembra dimenticarsi, un po’ ipocritamente, che quel progetto fu firmato da Forceri, sottosegretario del governo Prodi che lui stesso appoggiava);
* un progetto che vada oltre le esperienze del passato e non ne ricalchi gli errori; una proposta fuori e contro qualsiasi coalizione con il PD – evitando le contraddizioni di un sostegno al centrosinistra in regioni chiave come la Lombardia e il Lazio; una proposta nuova, interessante e utile, non finalizzata a riprodurre apparati, non meramente autorappresentativa, plurale, appetibile soprattutto per giovani generazioni e per i movimenti e per lavoratrici e lavoratori dal futuro sempre più incerto; una proposta che “ribalti” completamente gli attuali assetti della sinistra, le sue vecchie simbologie, i suoi ceti politici che si auto-riproducono, che punti quindi a far emergere un “nuovo” che non sia semplice ideologia nuovista ma valorizzi le esperienze di lotta e movimento, senza per questo cadere in opzioni già viste di “autopromozione” di nuovi ceti politici.
Evitando anche di innamorarsi di nuove iconografie, come quella «arancione», che vista da Milano è solamente un «centrosinistra dal volto umano».
Facciamo quindi tutti un passo indietro per far entrare in campo nuove forze sociali e di movimento.
Questa proposta deve essere quindi capace di dare vita ad una dinamica partecipata, con assemblee locali aperte e democratiche, nelle quali si possano scegliere in maniera trasparente e condivisa programmi, candidature, forme della campagna elettorale.
Come? Siamo d’accordo con la proposta di comitati promotori locali che già da domani siano il riferimento di questo progetto e siano capaci di coinvolgere sul territorio le realtà sociali più interessanti, le esperienze di lotta, i comitati di difesa del territorio e, soprattutto, una giovane generazione che non sia ancora stata toccata dalle esperienze (spesso fallimentari) di passate elezioni.
In quei comitati si dovranno trovare regole certe e condivise per la scelta dei programmi,delle candidature, dei contenuti e delle modalità della campagna elettorale.
Una proposta finale sulla necessità di valorizzare il ruolo delle compagne e delle donne: loro stesse che partecipano a questo progetto decidano – nel caso sia necessaria per la legge elettorale un’indicazione per il/la “premier” – la donna che possa rappresentare questa candidatura. E diventi riferimento per tutte e tutti.

In difesa della rivoluzione tunisina. Solidarietà con lo sciopero generale del 13 dicembre!

Giovedi 13 dicembre, per la terza volta nella sua lunga storia, l’UGTT (Unione generale tunisina del lavoro) convoca una giornata di sciopero generale: in questo modo, non solo protesta contro l’attacco del 4 dicembre alla sua sede nazionale da parte delle milizie islamiste, ma sceglie di difendere il futuro stessi della rivoluzione.
Se il partito al potere Ennadha lancia le sue milizie all’assalto delle sedi sindacali è perché ritiene che l’UGTT sia la spina dorsale della resistenza al tentativo di sottoporre l’intera società al suo modello reazionario e religioso.
Da diversi mesi Ennadha ha moltiplicato i suoi attacchi contro i lavoratori, le donne e i giovani. Visibilmente, il fatto che abbia dovuto fare qualche passo indietro dopo lo sciopero generale di Siliana della scorsa settimana, ha portato Ennadha a cercare di terrorizzare gli attivisti sindacali.
Se Ennadha vuole spezzare la centrale sindacale UGTT è perché questa gioca un ruolo insostituibile nella resistenza al perseguimento delle politiche economiche neoliberiste e sociali ereditate da Ben Ali. In particolare il potere vorrebbe continuare a vendere le società pubbliche ai suoi amici dal Qatar.
Se Ennedha si comporta in questo modo è anche perché l’UGTT, che mantiene legami di lunga data con le organizzazioni femministe, rappresenta un ostacolo nel suo desiderio di sfidare gli ampi diritti a partire dal 1956.
La rivoluzione tunisina si trova oggi di fronte a un bivio: attaccando le sedi dell’organizzazione sindacale che è stata la base del movimento per l’indipendenza, Ennadha vuole provocare una rottura; vuole scrivere una nuova storia basata su principi reazionari e religiosi.
La lunga tradizione di lotte del popolo tunisino rende possibile una controffensiva vittoriosa, come dimostrano l’ampiezza degli scioperi e delle manifestazioni regionali che sono seguite immediatamente all’attacco del quartier generale della UGTT il 4 dicembre.
La Quarta Internazionale e le sue sezioni esprimono la loro più forte solidarietà allo sciopero generale di giovedì 13 dicembre e si impegna a promuovere una più ampia solidarietà alla stessa giornata di sciopero.
Parigi, 9 dicembre 2012

28 novembre 2012

FULL MONTI - Contro il governo che ci lascia in mutande

Sabato 1 Dicembre - ore 10.00
MANIFESTAZIONE
Università di Verona 
(Polo Zanotto)


Ci hanno raccontato che con la caduta di Berlusconi si sarebbero risolti tutti i problemi dell’Italia. Ma il governo Monti ha proseguito, con più forza, nella stessa direzione intrapresa da tutti gli altri governi a livello europeo: far pagare la crisi a chi non l’ha provocata, ai cittadini e alle popolazioni.
  • Hanno innalzato l’età pensionabile, rubandoci il futuro: mentre la disoccupazione giovanile cresce ed il lavoro diventa sempre più precario e povero, la prospettiva di una giovane d’oggi è lavorare fino a 70 anni per una pensione da fame.
  • Molte aziende chiudono, diminuiscono salari e pensioni riducendo il potere d’aquisto e precipitando ampi settori sociali verso la povertà.
  • La preoccupazione del governo è “rassicurare i mercati” e salvare le banche, mentre taglia sanità ed istruzione pubbliche, già terribilmente impoverite dalle diete liberiste degli anni ‘90. Nel contempo si appresta a spendere 127 milioni per ognuno dei 90 nuovi aerei da guerra F35.
  • Si tagliano i trasporti pubblici nazionali e locali, mentre si spendono 20 miliardi per il devastante ed inutile TAV, 1 miliardo per l’altrettanto distruttivo Traforo delle Torricelle.
  • Il governo e chi lo sostiene hanno di fatto abolito l’art.18 per attaccare la lotta e la resistenza di lavoratrici e lavoratori e laddove non arrivano a erodere la democrazia con la legge, arrivano con i manganelli e con la repressione contro coloro che alzano la testa e si ribellano.
  • Ci parlano di sacrifici necessari, di senso di responsabilità per pagare il debito pubblico, ereditato da anni di corruzione, evasione fiscale, ma soprattutto provocato da una politica fiscale che grava da sempre su salari e pensioni, mentre i profitti e i grandi patrimoni crescono senza che aumenti il prelievo fiscale.
  • In questo contesto la destra xenofoba e violenta cerca di strumentalizzare il malcontento sociale, fomentando razzismo e guerra tra poveri, con atti violenti e aggressioni.
Questo è il risultato del governo Monti, questa è la politica del Partido Democratico, del Popolo delle Libertà, dell’UdC e di tutte quelle forze politiche, sociali e sindacali che direttamente o indirettamente appoggiano e sostengono questo massacro sociale.
In Italia, le piccole resistenze che si sono prodotte in questi anni sono state generose, ma anche fragili e frammentate. C’è bisogno di una connessione, di ribaltare le politiche di austerity e la loro logica. Come in tutta Europa i cittadini e le popolazioni si stanno ribellando, anche in Italia è giunta l’ora della rivolta!

LA CRISI LA PAGHI CHI L’HA CREATA!
SIAMO IL 99% E SIAMO IN CREDITO!


Occupy Monti

19 novembre 2012

Gaza: lettera dei cooperanti italiani

Gaza City, 18 Novembre 2012
Siamo al quinto giorno di attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza.
Scriviamo questo comunicato nel mezzo del suono incessante dei bombardamenti, che proseguono ininterrottamente giorno e notte, tenendoci svegli e nel terrore assieme a tutta la popolazione di Gaza.
Sentiamo sulle nostre teste il rumore continuo dei droni e dei caccia F16 che sorvolano il cielo della Striscia.
Ogni attacco di questa offensiva militare indiscriminata e sproporzionata riaccende i terribili ricordi di Piombo Fuso.
Al momento le strade di Gaza, solitamente caotiche e affollatissime, sono surrealmente deserte, la gente non può far altro che cercare rifugio nelle proprie case.
L’esercito israeliano con l’operazione militare “Pilastro della Difesa” sta colpendo tutta la Striscia di Gaza, spesso in aree densamente popolate mettendo a rischio la vita dell’intera popolazione civile.
Da mercoledì 14 novembre le forze aeree israeliane hanno condotto più di 1000 bombardamenti, decine di attacchi dalle navi militari, portando a 50 il numero dei morti, di cui 13 bambini e 4 donne. Circa 500 persone sono state ferite dagli attacchi, l’80% dei quali sono civili e molte sono in condizioni critiche. Nella notte del 18 novembre sono stati bombardati gli uffici dei principali organi di informazione palestinesi, un gravissimo attacco deliberato alla stampa e all’informazione che ha causato il ferimento grave di sei giornalisti.
Il Ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, ha dichiarato che l’escalation è iniziata con un’"enorme offensiva partita da Gaza" a cui Israele avrebbe legittimamente risposto con una reazione “molto dura, anche se ampiamente anticipata". Ha inoltre affermato che "è necessaria e urgente un'azione che riduca le tensioni, dia sicurezza a Israele e restituisca un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza".
Non possiamo condividere queste posizioni.
Le ostilità sono cominciate giovedì 8 novembre con l’incursione via terra dell’esercito israeliano a est di Khan Younis che ha causato la morte di Hamid Abu Daqqa, un adolescente di 13 anni che giocava a pallone davanti casa.
Quella israeliana non è una “dura reazione” ma piuttosto un’offensiva indiscriminata che colpisce principalmente la popolazione civile di Gaza, soggetta da sempre alle incursioni via terra, mare e aria sul suo territorio. I bombardamenti di cui siamo testimoni in questi giorni colpiscono una popolazione imprigionata dal blocco israeliano, illegale secondo il diritto internazionale umanitario, che da cinque anni impedisce il movimento delle persone e isola quasi completamente la Striscia di Gaza dal resto del mondo.
Il lancio di circa 400 razzi dalla Striscia di Gaza ha causato 3 vittime tra i civili israeliani. Condanniamo ogni attacco nei confronti dei civili. Non possiamo accettare che il Governo Italiano parli di piena sicurezza da un lato e di un “minimo di tranquillità” dall’altro. Crediamo però che anche la popolazione di Gaza così come quella israeliana abbia diritto ad una piena sicurezza e alla massima tranquillità. Ciò può essere possibile solo con la fine dell’assedio e dell’occupazione, con il pieno rispetto dei diritti umani e della dignità del popolo palestinese.
Ci appelliamo al governo italiano e alla comunità internazionale affinché si adoperino per mettere fine a questa aggressione illecita contro i civili palestinesi.

I cooperanti italiani presenti a Gaza

18 novembre 2012

Ballando il foxtrot

La manifestazione del 14 novembre, la composizione di classe, la richiesta di uno spazio sociale e politico al tempo con il ritmo del movimento. Che oscilla tra passo lento e veloce
di Felice Mometti
Nel ritmo base del foxtrot ogni passo lento occupa due battiti musicali e ogni passo veloce un solo battito.
14 dicembre 2010 - 14 novembre 2012. Un sottile, ma robusto, filo lega queste due date. E' il riemergere di una composizione sociale e di classe che non si fa irrigimentare nello "stato di eccezione" imposto dal Governo e dai partiti che lo sostengono. Due anni fa molte analisi confinarono quella rivolta nell'ambito di un antiberlusconismo, certo poco educato e insofferente alle pantomime della politica istituzionale, che attraversava l'intera società. Ciò che invece muoveva coscienze, condizioni materiali, immaginari era non solo, ed oggi possiamo dire non tanto, la cacciata della maschera di Arcore - già entrata in una rabbiosa agonia - ma l'apparizione, la messa in forma, di soggetti e contenuti che debordavano i tradizionali confini di una sinistra più o meno radicale. Una politicità, connaturata negli avvenimenti e nei comportamenti, alla ricerca di linguaggi e strumenti che facessero bruciare le tappe, senza rallentamenti dovuti alle macerie del passato. Obiettivamente era molto difficile arrivare in orario a quell'appuntamento, nonostante le premesse. Gli orologi non erano sincronizzati e segnavano ancora ore diverse.
La grande manifestazione della Fiom, aperta ai "movimenti", di due mesi prima aveva riacceso la vana speranza della possibilità di un fronte politico-sociale costruito per addizione aritmetica con l'illusione che il gruppo dirigente di quel sindacato, nelle sue varie sfumature e ognuno con propri alleati, potesse fare da catalizzatore universale. Fece solo una breve supplenza. E i posizionamenti politici, allora in embrione, successivamente emersero e si incaricarono di fare chiarezza, rendere evidente il vicolo cieco in cui si era infilata quella strategia politica e sindacale. La corsa all'indietro di queste settimane, il rientro nell'alveo della Cgil, della maggioranza della Fiom assume un duplice aspetto: la salvaguardia di una struttura sindacale e l'impossibilità della stessa, così com'è, di oltrepassare i confini di una rappresentanza verticale e gerarchica, per categorie professionali, della forza-lavoro. Questa svolta più o meno improvvisa ha lasciato sul posto una smarrita sinistra interna.
La politica è questione di spazi e tempi. Spazi sociali conquistati e tempi politici agiti nella contemporaneità dell'azione dei soggetti in movimento. Non si danno gli uni senza gli altri. Se la consapevolezza della crucialità del tempo politico vissuto da soggetti incompatibili con la governance dell'eccezione permanente non trova uno spazio sociale adeguato per esprimersi si è destinati a incrociare sulla propria strada solo lo Stato e i suoi apparati repressivi. Questo è ciò che è accaduto il 15 ottobre dello scorso anno. Ciò che lo ha depontenziato, ridotto a "questione di ordine pubblico". Al di là di tutte le ricostruzioni dello scena, i malcelati opportunismi, le elaborazioni del lutto. Ricomporre l'infranto, diceva Walter Benjamin, non per riconquistare una linearità e una progressività delle esperienze e delle lotte, peraltro mai esistite. La differenza tra le mobilitazioni spagnole, greche, del movimento Occupy fino a qualche mese fa e quelle italiane non sta tanto in una minore frammentazione, in un maggior coordinamento, in una minore incisività degli apparati ideologici e mediatici, nella diversa articolazione della crisi. Tutto questo c'è, è presente, conta, ma non tanto da costituirne la differenza specifica. E' il punto di precipitazione, di condensazione delle mobilitazioni, delle lotte, dei comportamenti politici, degli immaginari sociali e generazionali che fa la differenza, che produce lo scarto e riapre nuovi spazi e ritma nuovi tempi.
In Italia oggi questa condensazione e questo scarto ancora non si danno. Ci sono tanti sintomi, segnali ma non ancora una riconoscibiltà evidente. Certo non aiutano atteggiamenti che si affannano a proporre l'importazione di modelli inapplicabili come Syriza, il movimento Occupy o degli Indignados. E aiutano ancora meno le aggregazioni elettorali infarcite di feticismo costituzionale e nostalgie keynesiane che hanno come interlocutore un popolo che non esiste più, quello della sinistra. La paura dello sfondamento elettorale a sinistra delle liste di Grillo fa montare la guardia a casematte ormai vuote. Per dirla ancora parafrasando Benjamin: si è persa "l'aura politica", e non da oggi. Quella collocazione nelle coscienze, nelle aspettative, nei comportamenti, nelle prospettive che rendeva inaggirabili le organizzazioni politiche e sociali della sinistra più o meno radicale. E' da questo dato che bisogna ripartire facendo molta attenzione a quello che produce il conflitto sociale e di classe ed ai soggetti protagonisti.
Dall'inizio del mese di ottobre è stato un susseguirsi di sommovimenti locali e nazionali che hanno messo di nuovo in chiaro la natura e la consistenza di settori significativi della nuova composizione sociale e di classe. In parte, quelli più dinamici, giovani e precari con delle identità che non mettono al centro la traduzione necessariamente politica e elettorale della propria condizione sociale e materiale. E componenti, generalmente meno giovani, che si rifugiano nelle lotte locali o settoriali perchè esauste dei fallimenti della sinistra. Attardarsi solo a criticare le debolezze e la contraddittorietà, che pur ci sono e non vanno dimenticate, di questa composizione sociale significa nei fatti collocarsi nel ruolo di spettatori che applaudono, se va bene, o fischiano. Se non si coglie la politicizzazione in continuo divenire di questi soggetti che lottano, che ha dei momenti di coagulo come è stato il 14 novembre, si possono anche fare degli intermezzi utili, come il No Monti day, ma la musica è un'altra. E' quella di un anticapitalismo a densità variabile, spesso confuso, che si esprime a ondate intermittenti. La lotta di classe non segue le leggi dell'aritmetica ma quelle dell'algebra è stato detto da qualcuno e la necessità di uno spazio sociale e politico che sia all'altezza di questa esigenza è sempre più impellente.