11 ottobre 2010

Palestina - Inquinamento a Gaza: la crisi dell’acqua

da Nena News

Quasi il 95% dell’acqua pompata nella Striscia non e’ potabile. E Israele continua a impedire l’ingresso dei materiali per riparare i depuratori.

REPORTAGE di CARLO SORDO OLIVE’* , Gaza City, 4 ottobre 2010 – La Striscia di Gaza e’ la prigione a cielo aperto piu’ grande al mondo. I suoi confini segnano 41 km di frontiera che la separano dai suoi vicini, Israele e Egitto. All’interno del carcere di Gaza sono rinchiusi un milione e mezzo di palestinesi, per lo piu’ rifugiati, precedentemente cacciati dalla loro terra natia in Haifa o nelle aree dove oggi sorge Tel Aviv, durante la Nakba del 1948. Spogliati delle loro case e della loro terra, e oggi confinati all’interno di un carcere progettato da diversi carnefici e complici, tra cui Israele, l’Egitto e la nostra cara comunita’ internazionale.

Senza voler entrare in un dibattito politico approfondito, ho voluto indagare in dettaglio le condizioni di degrado ambientale che esistono e persistono dentro Gaza. L’equilibrio ideale dei cicli naturali e’ stato distrutto gia’ molto tempo fa e poco o non abbastanza è stato detto circa lo stato attuale delle condizioni ambientali all’interno di questa gabbia di cemento. Non giudicatemi frivolo se desidero parlare di ambiente e inquinamento, in un luogo come Gaza dove oltre l’80% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

Non e’ mio obiettivo lasciare a margine la situazione socio-economica, ne’ sottovalutare le azioni concrete [1] che permetterebbero di ridurre o eliminare le condizioni di estrema poverta’ e vulnerabilità, create in modo vergognoso, principalmente dalle politiche adottate da Israele. Al contrario, questo breve articolo si propone proprio di metter in relazione il tema dell’ambiente con la povertà e la vulnerabilità dei palestinesi che vivono nella prigione di Gaza.

Il ciclo naturale comincia dall’uso della terra e dal consumo giornaliero dell’acqua, acqua da bere, per lavarsi, per l’irrigazione, per gli animali. Il 95% dell’acqua pompata a Gaza e’ inquinata, non adatta a essere bevuta. Come e’ facilmente immaginabile, un milione e mezzo di persone generano quotidianamente una quantita’ enorme di rifiuti. Ma a Gaza esistono solo tre depuratori di acque reflue, depuratori che ricevono ogni giorno tra i 40.000 e i 50.000 metri cubi di acque impure. Succede cosi che i depuratori sono costretti ad operare al di sopra delle effettive capacita’, e che di conseguenza solo una minima parte delle acque impure venga effettivamente trattata [2], quindi parte delle acque residue inquinanti e nocive vengono scaricate direttamente in mare. In poche parole, più di 80.000 m3 di acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare ogni giorno a Gaza [3].

La costa di Gaza, anch’essa occupata e controllata dalla marina israeliana, ha una vasta riserva di gas naturale, della quale i legittimi proprietari, i Gazaui, vengono privati. Lasciando la popolazione in una situazione di dipendenza energetica totale da parte di Israele. L’energia che entra a Gaza e’ di due tipi, mediante cioe’ l’importazione di carburante da Israele, carburante che viene trasformato in energia termica (circa il 20% del totale di energia nella Striscia di Gaza) o importando energia elettrica direttamente da Israele. Entrambe le fonti sono come rubinetti che Israele mantiene aperti a suo totale piacimento. |Non e’ pertanto cosi difficile rendersi conto che, come le altre infrastrutture di base, gli impianti di trattamento delle acque reflue funzionano solo se e quando Israele lo permette.

Le acque reflue scaricate in mare minacciano la vita marina mare, eliminando e riducendo il numero delle specie marine. Con conseguenze drammatiche per la vita di 3.700 pescatori che sopravvivono - insieme alle loro famiglie- pescando. Le acque impure rilasciate in mare hanno progressivamente indebolito e impoverito tale gruppo sociale e un intero mercato dal quale dipendono oltre 6.000 lavoratori e le loro famiglie. Un mercato che e’ stato vivo per centinaia di anni, fino a quando il blocco di Israele non e’ iniziato; la zona di accesso ai pescatori e’ stata progressivamente e illegalmente ridotta da Israele a partire dal 2002: da 20 miglia nautiche concordate dagli Accordi di Oslo alle attuali 3 miglia nautiche, tanto che oggi i pescatori palestinesi non possono avventurarsi a pescare oltre 3 miglia (e anche meno), senza rischiare di essere colpiti, arrestati e imprigionati nelle carceri israeliane. Le loro barche vengono confiscate e i motori, che hanno anche un valore in alcuni casi di 4000 dollari, requisiti nei porti israeliani e rivenduti successivamente.

Va ricordato che durante il suo ultimo assalto militare denominato “Piombo fuso”, nel quale sono state uccise 1.326 persone [4] (di cui 540 erano donne e bambini), l’esercito israeliano ha distrutto deliberatamente parte degli impianti di trattamento delle acque reflue (oltre a ospedali, centri medici, ambulanze, ecc) [5].

L’intera popolazione Gazaui estrae dal Sistema Acquifero – attraverso pozzi – l’acqua potabile per il consumo quotidiano. Tale acqua proviene da una falda acquifera che si trova immediatamente sotto il suolo di Gaza [6]. L’ammontare annuo dell’acqua pompata e’ ben al di sopra (circa il doppio) di quella che nella falda refluisce (acqua dolce, pioggia e altri affluenti sotterranei). Cosi ogni volta c’e’ sempre meno acqua nel sottosuolo di Gaza, e a causa della sovraestrazione, vi e’ stata una progressiva intrusione di acqua salata marina proveniente dalla costa, dal momento che la pressione marina e’ maggiore rispetto a quella del bacino interno sotterraneo. La maggior parte della superficie di Gaza contiene più di 500 ppm [7] di cloruro di sodio (comunemente noto come sale da cucina e mescolato con altri sali in piu’ basse concentrazioni), cosi che la maggior parte della popolazione Gazaui consuma acqua con quantita’ eccessive di sale (la concentrazione di sale nell’acqua potabile raccomandatoa dall’OMS è di 20 ppm) [8] e, cosa ancora piu’ incredibile, la popolazione consuma acqua nella quale in precedenza sono state scaricarte le acque reflue.

Inoltre l’elevata concentrazione di sale permette di coltivare solamente quei prodotti agricoli che gia’ contengono elevate concentrazioni saline, come i pomodori (Gaza era famosa in passato per l’export di pomodorini ciliegia di alta qualita’ fino a quando Israele non ha chiuso tutti i confini, impedemdo l’export.) Il risultato e’ un suolo ad alte concetrazioni saline che ha raggiunto livelli di pH compresi tra 8 e 9 [9], con una conseguente diminuizione in quantita’ e qualita’ delle coltivazioni agricole, che non soddisfano la necessita’ di una dieta varia per la popolazione, costringendo i residenti ad importare generi alimentari da Israele. [10]

La autorita’ israeliane impediscono qualsiasi azione di desalinizzazione dell’acqua marina, inoltre vietano l’entrata degli strumenti e materiali da costruzione per riparare i depuratori, non distribuiscono acqua alla popolazione occupata [11] come invece dovrebbero fare in virtu’ del diritto internazioanale e come il diritto umanitario prevede che avvenga da parte del potere occupante sul territorio occupato.Risoluzione della corte internazionale di Giustizia. [12]

All’inizio del testo, mi sono chiesto, quali sono le ripercussioni ambientali nel carcere di Gaza? Le condizioni di degrado ambientale si legano all’estrema poverta’ in cui vivono i detenuti Gazaui.

Perdonatemi l’espressione, ma esistono pochi carceri al mondo dove i prigionieri sono obbligati a bere acqua contaminata dalle proprie feci, in modo pubblico, sotto gli occhi di tutti e con immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. E ‘evidente che Gaza è diventata un grande tappeto colorato dove si possono sperimentare tutti i giochi possibili (come fanno i bambini quando sono piccoli), ma in questo caso giochi di occupazione militare; un tappeto sotto il quale nascondere, letteralmente, le nefandezze degli autori, le élite dei politici, le elite economiche e militari di Israele, senza pero’ che ci si dimentichi delle responsabilita’ della comunità internazionale e dell’Egitto, e in ultima analisi, dell’Autorità Palestinese e di Hamas, creando una situazione che nessuno vuole sia portata alla luce del sole.

* Carlos Sordo Olive’ e’ un cooperante spagnolo che coordina diversi progetti all’interno della Striscia di Gaza . L’articolo, in versione originalein spagnolo, e’ stato pubblicato su www.ruedasdemolino.periodismohumano.com

tratto da Nena-News

Note

[1] Quando dico concrete, reali, mi riferisco a vere azioni di pressione internazionale e non certo a un presunto processo di riabilitazione che segue la distruzione condotta da Israele.

[2] La DBO, la domanda complessiva di ossigeno dell’uscita dal depuratore di Gaza City e’ di un valore medio compreso tra 50 e 80.

[3] Secondo le informazioni fornite dal laboratorio di depurazione di Gaza City, l’eliminazione di agenti patogeni e residui organici delle acque reflue parzialmente depurate e’ tra il 70% e il 90% (tra i mesi di ottobre 2009 e gennaio 2010).

[4] Secondo dati ONU “Occupied Palestinian Territory, Gaza Flash Appeal

[5] Secondo report ONU e dati pubblicati da Amnesty internacional del 2009 con il titolo “Israel-Gaza, Operation Cast Lead, 22 days of death and destruction.

[6] Limite al di sopra della zona di saturazione, a partire dalla quale su puo’ estrarre acqua dalla falda.

[7] Ppm e’ l’unita’ di misura di concentrazione di una soluzione. Si riferisce alla quantita’ di mg (milligrammi) in un kg di soluzione.

[8] Secondo il documento intitolato “Background document for development of WHO guidelines for drinking water Quality” edito da OMS: in gemerale i cloruri non sono tossici, grazie al fatto che vengono espulsi dal sistema dei reni. Tuttavia effetti dannosi e anche morte sono statu riportati in seguito a ingestión accidentali di dosi eccessive di cloruro di sodio. Tra gli effetti. nausea, vomito, convulsioni, spasmi e rigidita’ muscolare, edema polmonare e cerebrale. Un consumo excesivo di sale peggiora qualsiasi insufficienza cardiaca e genra effetti negativi dovuti dagli alti livelli di sodio nell’acqua potabile.

[9] Come dato comparativo, le zone piu’ aride del planeta sono caratterizzate da valori alti di pH tra 8 e 8,5.

[10] La maggior parte della frutta e verdura nella Striscia viene importata da Israele

[11] Permettono pero’ l’entrata di acqua imbottigliata israeliana a prezzi superiori a quelli di mercato.

[12] Risoluzione della corte internazionale di Giustizia. Vedi anche “Apartheid contro il popolo palestinese” di David Bondia (www.alcor.palestina.cat)


Acqua partecipata, una proposta concreta

di Alberto Lucarelli
Riconquistare la sovranità popolare sui beni comuni attraverso la partecipazione dei cittadini. Ai seminari tematici di Firenze, organizzati dal Forum dei movimenti per l'acqua, si è tentato di delineare i passaggi necessari per consentire all'istituto della partecipazione di fare il gran salto di qualità e di porsi, per alcuni versi, al di là, dentro e oltre i principi della convenzione internazionale di Aarhus sulla partecipazione pubblica ai processi decisionali che, seppur rilevanti ed innovativi, si pongono ancora su un piano di democrazia formale piuttosto che di democrazia deliberativa.
La riconquista da parte dei cittadini della sovranità sui beni comuni, ovviamente limitata dalla tutela dei diritti delle generazioni future, intesa quale etica della responsabilità collettiva, deve porsi perlomeno due obiettivi primari: 1) ridare dignità e potere decisionale ai comuni e alle loro aziende speciali; 2) passare da una partecipazione dei cittadini ipocrita e "di facciata" ad una partecipazione vera ed effettiva, che non degradi il cittadino a mero utente del servizio in una logica privatistica e contrattualistica.
Tale processo, che conduce a quella che è stata definita la gestione pubblica partecipata, è maturo per essere attuato, quanto meno per ciò che concerne il governo dell'acqua. Lo straordinario successo della campagna referendaria dimostra che i referendum non si possono creare in laboratorio, o se volete, in maniera strumentale, nelle segreterie di partito. Il quasi milione e mezzo di firme raccolte per arrestare la furia delle privatizzazioni ed il progetto della creazione dei monopoli privati - quanto di meno liberale possa esistere - è la dimostrazione che è possibile giungere a questi risultati soltanto se alla mobilitazione e al fenomeno partecipativo si associa un processo continuo di formazione e informazione della cittadinanza attiva. Questo processo di conoscenza perpetuo rappresenta il miglior antidoto a forme di confusionismo sociale, di cooptazione, di strumentalizzazioni dall'alto. Rischi possibili ed eventuali del fenomeno partecipativo.
E allora, proprio perché siamo in presenza di questi processi straordinari, dobbiamo essere pronti a configurare e realizzare modelli di governo pubblico partecipato, immediatamente realizzabili. Modelli ovviamente non statici ma flessibili, inclusivi e pronti ad essere modificati in relazione alle esigenze delle singole realtà locali. Ma questa flessibilità ed adattabilità va costruita sulla condivisione di alcuni principi, e soprattutto sulla base di regole di diritto pubblico, proprio per evitare le nefaste esperienze della governance, tese ad indebolire lo spazio pubblico e a sostituire l'atto amministrativo con il contratto e la frammentazione degli interessi generali.
Va immaginato un modello di governo pubblico partecipato che dia la possibilità ed il potere ai comuni e ai cittadini di riconquistare la sovranità sui beni di loro appartenenza. Ma la vera e forte novità deve essere questa: accanto alla partecipazione-procedura, occorre prevedere la partecipazione-gestione. In sostanza, gli organi di governo delle aziende speciali, o di altri eventuali enti di diritto pubblico di riferimento dei comuni, dovranno essere composti anche da rappresentanti dei cittadini, delle associazioni, dei comitati, dei movimenti, dei lavoratori.
Sui criteri di selezione per la scelta dei rappresentanti ovviamente dovrà aprirsi un dibattito all'interno dei movimenti e delle istituzioni che, a mio avviso, non dovrà riprodurre i meccanismi tipici e a-tipici che caratterizzano il funzionamento dei partiti, perché ciò svilirebbe l'unicità del processo in corso. La democrazia deliberativa ha un'essenza e una natura diversa e su questo punto dovrebbe aprirsi un dibattito serio che veda coinvolti soprattutto politologi, sociologi, antropologi e giuristi. Occorre aprire al più presto un forum sugli aspetti teorici e applicativi della democrazia deliberativa, soprattutto in collegamento al governo dei beni comuni, avendo ben chiaro che essa può funzionare soltanto in presenza di un'amministrazione pubblica di qualità che serva con indipendenza gli interessi pubblici e che non serva interessi clientelari e/o pseudo pubblici.
Un punto di partenza è comunque chiaro e netto: per i beni comuni la gestione tecnocratica, per delega o peggio ancora per cooptazione clientelare, va superata. In questo senso si è orientata l'azienda speciale Eau de Paris, che dal primo gennaio 2010 gestisce l'acqua nella capitale francese. Cittadini e associazioni, ancorché con poteri consultivi, sono presenti nel consiglio di amministrazione dell'azienda speciale. Credo che si possa partire da questo modello per andare oltre. In questo senso, provo a presentare alcune proposte di partecipazione-gestione relative sia al comune che all'azienda speciale che, da subito, potrebbero essere inserite negli statuti comunali e disciplinate da relativi regolamenti, tenendo altresì presente che, dopo la riforma costituzionale del 2001, le suddette fonti normative hanno acquisito rilevanza costituzionale. Occorre dunque prevedere:
1) un consiglio comunale allargato alla partecipazione dei comitati, dei movimenti, delle associazioni, dei lavoratori - con potere di voto - ogni qual volta si discutano e si approvino gli indirizzi di governo dell'acqua e gli inerenti impegni di spesa, di bilancio e di investimento; 2) un comitato di sorveglianza dell'azienda speciale, con poteri di controllo, magari sul modello dell'art. 6 del disegno di legge della giunta pugliese in tema di ripubblicizzazione dell'acquedotto; 3) un consiglio di amministrazione dell'azienda speciale con la partecipazione, e con poteri non meramente consultivi, delle suddette realtà.
La democrazia deliberativa non può che attuarsi attraverso la partecipazione-gestione (cda allargato) che implica in sé altresì la partecipazione di indirizzo e consultiva (consiglio comunale allargato) e la partecipazione-controllo (comitato di sorveglianza).
Per il governo e la gestione dei beni comuni non è più possibile restare ancorati a quel modello di partecipazione introdotto in Italia a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando il dibattito intorno ai beni comuni e alla cittadinanza attiva era pressoché inesistente e aveva principalmente l'obiettivo di riequilibrare il rapporto cittadino-amministrazione, uscendo da una visione autoritaria del diritto pubblico. Oggi occorre un modello che, valorizzando le assemblee comunali, metta i cittadini in grado di partecipare, ovvero di proporre, gestire, controllare.
Per ottenere ciò, oltre alla necessaria spinta dal basso, considerando che la partecipazione non può essere intesa come un dono dall'alto altrimenti rischierebbe di trasformarsi in strumento di controllo, pressione e selezione di interessi, occorre uno scatto d'orgoglio e una volontà chiara dei comuni. L'alta dignità costituzionale attribuita loro gli dovrebbe consentire di prendere l'iniziativa e di trasformare in norme operative i principi della partecipazione-gestione, accanto ovviamente alla volontà di costituire o di attivare le aziende speciali.

il manifesto 01/10/2010

10 ottobre 2010

PER IL 16 OTTOBRE E ANCHE PER DOPO


Nel nostro paese si sta producendo la più violenta aggressione padronale ai diritti, alle conquiste, alle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori dal dopoguerra ad oggi: blocco della contrattazione ad ogni livello per i dipendenti pubblici, disdetta del contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici, drastico innalzamento dell’età pensionabile, massiccio
licenziamento dei precari (a partire da quelli della scuola, dell’università e della ricerca), ricatto occupazionale per ottenere la deroga a diritti contrattualmente e perfino costituzionalmente garantiti, smantellamento del diritto del lavoro attraverso l’introduzione dell’arbitrato, prossima abrogazione dello statuto dei diritti dei lavoratori da sostituire con uno statuto dei lavori.

Nel frattempo, all’ombra della crisi economica, si allarga l’impoverimento di vastissimi strati di lavoratori e la disoccupazione, in particolare dei giovani e nel mezzogiorno. Dilagano la precarietà e il lavoro nero che spogliano di diritti fondamentali fasce crescenti di lavoratori, privandoli, in primo luogo, del diritto di unirsi e di lottare. Si sfascia lo stato sociale, il servizio sanitario, la scuola pubblica al fine di sostenere i profitti e permettere lo sviluppo dei servizi privati.

Per non parlare delle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori migranti, che, oltre a subire in modo ancora più pesante questa offensiva, vengono additati perfino da esponenti governativi come responsabili di tutti i mali e vengono sottoposti a sistematiche vessazioni per indurli ad accettare qualunque condizione di lavoro.

Sul piano politico il governo accentua la sua vocazione autoritaria, pianificando una complessiva controriforma costituzionale.
Questa aggressione viene accompagnata da una vasta campagna sulla necessità di archiviare definitivamente la lotta di classe riservando ai soli padroni il monopolio della affermazione dei propri interessi. Proprio nel momento della massica crisi del capitalismo i lavoratori e le lavoratrici si vedono costretti a chinare la testa e a rassegnarsi a un futuro senza speranza.

La decisione della Federmeccanica di disdettare il contratto dei metalmeccanici col pieno sostegno del governo, della Confindustria e dei sindacati complici (CISL e UIL) ha aperto una nuova fase dello scontro di classe nel nostro paese. Anche perché le recenti posizioni della Confindustria di critica alla politica economica del governo e il suo allarme sulla crescita rischiano di alimentare, anche nella CGIL, e al suo massimo livello, la pericolosa illusione che sia possibile resuscitare in qualche modo un nuovo patto sociale concertativo. Un grave errore che costringerebbe a continui compromesi al ribasso finendo così con il lasciare ancora più sola la FIOM. Oggi la divisione contribuisce a depotenziare le mobilitazioni e ad assecondare il progetto padronale, che va analizzato in tutta la sua radicalità e insidiosità. Queste dinamiche potrebbero domani essere addirittura accelerate dalla crisi del berlusconismo politico, in un clima di emergenza da nuova solidarietà nazionale. Al contrario occorre sostenere l¹unificazione delle lotte e costruire l'autorganizzazione dal basso.

Berlusconi e Marchionne sono le facce di una medesima medaglia, quella della prevaricazione dei diritti sociali e democratici e dell’assalto alle condizioni di vita delle masse in nome del mercato e dei profitti.
Ecco perché riteniamo che la giornata di lotta indetta dai metalmeccanici Fiom per il 16 ottobre possa e debba diventare un primo punto di convergenza dei movimenti e delle lotte in corso, per invertire la tendenza alla rassegnazione e alla frammentazione, per ricreare una rete di relazioni politiche e sociali.
Quella del 16 ottobre, che pure è una manifestazione sindacale, può ricreare attorno alla lotta per la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori una vasta coalizione sociale di opposizione democratica e anticonfindustriale.

Facciamo perciò appello alle lavoratrici e ai lavoratori anche di altre categorie, colpiti (altrettanto se non di più dei metalmeccanici) dalla crisi, ai collettivi autorganizzati di delegate e di delegati che non accettano la rassegnazione sindacale, agli studenti che rifiutano i tagli e le controriforme di Tremonti e di Gelmini, ai movimenti di difesa della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche, ai movimenti per la difesa del territorio, dell’ambiente, dei beni comuni, ai movimenti i difesa dei diritti civili o in difesa della democrazia, alle organizzazioni sindacali e alle associazioni non concertative, a fare del 16 ottobre una grande giornata di opposizione sociale e politica.

Alessandra Algostino (docente di diritto costituzionale Università di Torino), Checchino Antonini (giornalista), Saidou Moussa Ba (mediatore culturale), Sergio Bellavita (segreteria nazionale Fiom), Piero Bevilacqua (Università di Roma, La Sapienza), Fabrizio Burattini (direttivo nazionale Cgil), Riccardo Bellofiore (Università di Bergamo), Giorgio Cremaschi (Presidente comitato centrale Fiom), Lidia Cirillo (Quaderni Viola), Fabiola Correale (AteneinRivolta), Roberto Firenze (Usb), Pasquale Loiacono (Fiom Mirafiori), Franco Lovascio (Usb), Francesco Locantore (Coordinamento Precari scuola), Gigi Malabarba (rivista Erre), Giorgio Parisi (Università di Roma, La Sapienza), Stefano Quitadamo (Cub Maflow), Giorgio Sestili, (AteneinRivolta), Stefano Tassinari (scrittore), Massimiliamo Tomba (Università di Padova), Giovanna Vertova (Università Bergamo), Gianluca Vitale (avvocato Asgi)

07 ottobre 2010

NO INCENERITORE CA' DEL BUE

MANIFESTAZIONE-CORTEO SABATO 9 OTTOBRE
(ore 14,30 Stazione Porta Nuova - ore 16 p.zza Bra)
organizzata dai comitati locali contro l'inceneritore


CONTRIBUTO DI SINISTRA CRITICA E ATTAC
Dopo più di 20 e con una storia infinita in cui sono entrate tangenti, sospensioni e riprese dei lavori ed enormi sprechi di denaro l' impianto di smaltimento di rifiuti di Ca' del Bue fortissimamente voluto dal sindaco della Lega Nord, FlavioTosi e dalla sua giunta comunale potrebbe iniziare a funzionare. La Regione prima e la Provincia poi hanno dato l'ok con la valutazione strategica ambientale e si potrà partire, secondo il presidente di Agsm, leghista anche lui, tra 4 anni.
Non è una bella notizia e i comitati attivi da tempo sul territorio e oggi in piazza lo sanno. L'impianto sarà un termovalorizzatore che conterà su quattro forni. Due già esistenti e due "a griglia", costruiti dall'azienda spagnola Urbaser, che fà parte del gruppo Acs di proprietà di Florentino Perez, il presidente del Real Madrid.
A Ca' del Bue ci sarà un arsenale capace di smaltire mille tonnellate di rifiuti al giorno, a ciclo continuo. I forni hanno un costo e non si possono spegnere e riaccendere spesso. Verona, che con il 48% di materiali riciclati è una delle città più "riciclone" d'Italia, produrrebbe però solo 350 tonnellate di rifiuti da incenerire. E il resto? Bisognerà andarlo a raccattare da altre parti del Veneto. Ad esempio nel vicentino, dal distretto della concia con tutto quel che comporta trattare rifiuti di quel tipo.
La Urbaser, che ha vinto la gara per la gestione dell'impianto, avrebbe firmato un accordo con l'amministrazione di Verona che le darebbe il diritto di bruciare 500 tonnellate di rifiuti al giorno per 25 anni. Se fosse così, i cittadini che si danno da fare per la raccolta differenziata vedrebbero i loro sforzi completamente vanificati.
La vicenda dimostra che la Lega sui rifiuti ci vede doppio: a Treviso promuove il riciclaggio secondo criteri moderni con l'impianto di Vedelago mentre a Verona, con Tosi, dà via libera all'inceneritore. Il fatto è che alla fine gli inceneritori sono un bel business . Lo smaltimento dei rifiuti viene pagato 112 euro a tonnellata, cui bisogna aggiungere i contributi pubblici sulle energie rinnovabili e assimilabili , il famigerato Cip 6. Questi contributi derivano dal 7 % delle bollette pagate dai cittadini.
L'UE ha poi liberalizzato il mercato dell'energia e in Italia il decreto Ronchi ha aperto la strada all'ingresso dei privati non solo nella gestione dei servizi idrici ma pure per lo smaltimento dei rifiuti e per i trasporti pubblici locali. I movimenti per l'acqua- dopo aver raccolto 1 milione e 400 mila firme contro la privatizzazione- hanno chiesto la moratoria per l'ingresso dei privati fino al referendum. E oggi chi scende in piazza sà che gestire i rifiuti in un altro modo è possibile.
Riduzione- Riuso-Recupero- Riciclo sono infatti gli assi su cui si dovrebbe fondare una moderna politica dei rifiuti gestita non per il profitto ma insieme ai cittadini e per il territorio.
Invece si vuole che la produzione di rifiuti aumenti e questo succede anche per le scelte delle imprese produttrici e della grande distribuzione.Aumento costante della quantità di merci che però durano sempre meno, imballaggi su imballaggi solo a scopo pubblicitario, catene commerciali in mano a grandi multinazionali:è' la logica della crescita infinita e del consumo fine a se stesso che alimenta il business degli inceneritori.
Non possiamo quindi aspettarci soluzioni dal mercato soprattutto in questo momento di crisi economica nè dalla privatizzazione delle ex aziende municipalizzate che pensano alla finanza e alla borsa e non certo ai bisogni e alla salute dei cittadini. Gestioni che coinvolgono tra l'altro il centro destra tanto quanto il centro sinistra.
I comitati che lottano contro gli inceneritori, a Verona come a Napoli chiedono che la salute delle persone e dell'ambiente siano prioritarie rispetto alla logica del profitto e rispetto agli interessi delle imprese produttrici, delle lobby degli inceneritori e delle multinazionali che li costruiscono e dei gestori, le multiutilities, ora in via dei privatizzazione. E' una lotta che sosteniamo, come ci sforziamo di favorire l'incontro e la contaminazione dei comitati che si battono per la sostenibilità ambientale, contro il consumo del territorio, contro le privatizzazioni e le finanziarizzazioni .
Sinistra Critica e Attac- Verona

02 ottobre 2010

In movimento verso il 16 ottobre

CONTRO LA CRISI UNIAMO LE LOTTE

:: in movimento verso la manifestazione nazionale FIOM del 16 ottobre ::


Lavoro, istruzione, beni comuni.

E' tempo di resistere insieme


Aperitivo >>> Dibattito

MERCOLEDI' 6 OTTOBRE

ore 18.30


presso

Ciclofficina Popolare La Scatenata

(via Dietro Campanie San Tomaso 4 - Lungadige Sammicheli 9, giù dalle scalette)

con:

Stefano Zantedeschi – segretario Fiom Verona

Evrin Galesso – Ateneinrivolta

Francesco Avesani – Movimenti per l'Acqua Verona


PARTECIPA ::: RIBELLATI ::: PASSAPAROLA


La crisi economica non è finita. Lavoratrici e lavoratori, studenti, insegnanti, migranti la vivono ogni giorno sulla loro pelle. Capitale finanziario, poteri forti, confindustria, banche usano quel che rimane del governo Berlusconi-Lega Nord per stritolare il lavoro dipendente, insistere sulla riforma dell'universitaria, sui tagli all'istruzione pubblica, sulla privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni, per condannare i migranti a forza lavoro sempre più ricattabile.

L'opposizione, parlamentare ed extraparlamentare, è del tutto inadeguata se non inconsistente. Cisl e Uil sono ormai asservite alla logica confindustriale. La FIOM resiste, tenendo duro sulla vertenza Fiat e sull'offensiva padronale. Ma è necessario costruire una resistenza alla crisi e una prospettiva di via d'uscita alla stessa. Il punto centrale è l'unità delle lotte, l'individuazione di una piattaforma unitaria con l'obiettivo di far pagare la crisi a chi l'ha provocata.

La manifestazione indetta dalla FIOM per il 16 ottobre è un' occasione di convergenza del più ampio numero di lotte e soggetti sociali, un appuntamento centrale che deve avere un “domani”: la presenza in piazza il 16 ottobre sarà tanto più utile quanto più darà vita a organismi unitari per una resistenza comune alla crisi e agli attacchi del governo e del padronato.


LE NOSTRE VITE VALGONO PIU' DEI LORO PROFITTI

Sinistra Critica - Attac