18 gennaio 2011

Editoriale AiR: referendum di Mirafiori e Sciopero del 28 Gennaio

www.ateneinrivolta.org

“Lavoratori lungimiranti, con voi una svolta storica”; in questo modo Sergio Marchionne commentava i risultati del referendum di Mirafiori, con queste parole l’a.d. Fiat giudicava la vittoria del Si ottenuta con il 54% dei voti a favore dell’accordo e il 46% contrario.
Effettivamente le stesse parole che Marchionne ha dedicato ai lavoratori che hanno votato sì andrebbero riferite e rivolte a chi ha votato no, lungimirante infatti è stato chi non ha ceduto al ricatto dalla Fiat che, come sappiamo, poneva gli operai di fronte ad una scelta “libera e democratica” tra perdere il posto di lavoro o perdere i diritti.
Appare altrettanto “democratico” che a decidere sui turni di lavoro di chi sta alla catena di montaggio e alla lastratura siano stati gli impiegati e i colletti bianchi, che più di tutti all’interno della fabbrica sono a stretto contatto con i vertici aziendali. I problemi e le condizioni degli operai di Mirafiori potrebbero apparire lontani dalle istanze che hanno sollevato gli studenti durante lo scorso autunno. In realtà guardando più attentamente, la resistenza degli operai di Mirafiori e le mobilitazioni studentesche dei mesi passati sono legate da un filo rosso, un filo rosso che parla del rifiuto ad accettare il ricatto a cui gli studenti e gli operai sono sottoposti. Entrambi infatti subiscono il ricatto della crisi, di un presente e di un futuro sempre più incerti, a entrambi viene detto da parte del Governo e di Marchionne che la riforma Gelmini e la nuova organizzazione del lavoro sono “necessari” per stare al passo con l’Europa, per essere “competitivi” di fronte alla globalizzazione.
La realtà, lo abbiamo più volte ripetuto, è un’altra, e ci descrive un Paese che, in linea con le direttive europee, ha scelto deliberatamente di attuare una vera e propria macelleria sociale, fatta di diritti negati come a Mirafiori, di futuro rubato come per gli studenti, addirittura di una vera e propria rimozione del “problema” come avviene per i migranti. A questo punto, e forse come mai era avvenuto nel corso degli ultimi anni, la vera “necessità” è quella di unire realmente le lotte e le resistenze presenti nel nostro Paese. La necessità di unità e di fronte comune però, questa volta, deve andare oltre lo stare in piazza insieme, deve superare il semplice elemento solidale; è necessario infatti aprire un processo più ampio, forse anche più difficile, in cui però si creino le condizioni per un’opposizione sociale che possa programmare e pianificare insieme le mobilitazioni dei prossimi mesi.
Da questo punto di vista lo sciopero del 28 gennaio della Fiom ci fornisce un’occasione importante e decisiva, se infatti da quella giornata riusciremo a far partire questo tipo di processo allora le mobilitazioni degli studenti, la resistenza degli operai, le lotte territoriali e dei migranti potrebbero trovare un canale importante e decisivo, forse potrebbero veramente aprire una nuova ed esaltante stagione di conflitto. Da questo punto di vista pensiamo che il movimento studentesco giochi un ruolo centrale in questa situazione, per questo nelle assemblee e nelle iniziative che ci accompagneranno fino al 28 Gennaio insisteremo sulla necessità di aprire questo nuovo processo. Del resto di fronte a questo tipo di attacco continuiamo a pensare che, come ci siamo più volte chiesti in questi mesi, la domanda centrale resti sempre la stessa: se non ora, quando?

AteneinRivolta

Il popolo tunisino ha cacciato Ben Ali

DICHIARAZIONE DI SINISTRA CRITICA

Sosteniamo la rivolta tunisina: ne l’esercito ne esponenti del vecchio regime possono fermare il cambiamento.
Perché la democrazia si affermi in tutto il nord Africa – dal Marocco alla Tunisia, dall’Algeria all’Egitto.

Dopo 23 anni dal colpo di stato che lo ha portato al potere il dittatore tunisino Ben Ali ha dovuto fuggire: la rivolta popolare – contro lo sfruttamento e la miseria e per libertà e democrazia - ha infatti costretto prima la sua famiglia (un vero potere mafioso nel paese) a riparare all’estero, poi esponenti del vecchio regime ad abbandonare la nave che affondava e infine l’esercito a diventare l’arbitro di un nuovo equilibrio in Tunisia.
Per il momento questo equilibrio è ancora incerto e anche i paesi occidentali che finora avevano sostenuto Ben Ali (che prese il potere anche grazie all’appoggio di Craxi e Andreotti…) stanno a guardare con interesse – certamente non disposti a tollerare il protagonismo popolare e delle forze di sinistra nel paese.
Il governo provvisorio – formato da esponenti del partito del potere e da membri dell’opposizione legale – già perde pezzi, mentre continuano le manifestazioni popolari e dei lavoratori e nel paese scorazzano milizie di vario genere che terrorizzano la popolazione. Il cambiamento può essere fermato da queste forze conservatrici.
La rivolta tunisina ha mostrato al mondo ancora una volta che ribellarsi non solo è giusto, ma soprattutto è necessario e possibile, e che il cambiamento passa dal protagonismo popolare.
Le forze democratiche, laiche e di sinistra in Europa devono sostenere la mobilitazione popolare, chiedere elezioni democratiche, l’immediata sospensione delle leggi che hanno reso illegali partiti di opposizione, la fine delle censura e della violazione dei diritti umani.
Sinistra Critica sostiene le forze sociali democratiche e rivoluzionarie che hanno partecipato in prima linea a questa rivolta e ogni mobilitazione di supporto nel nostro paese – perché crediamo che solo la costituzione di un governo provvisorio, senza rappresentanti del regime passato, per un'Assemblea costituente e la libertà per le forze di opposizione potrà permettere ai tunisini e alle tunisine di riprendere in mano il proprio destino.
Questo sostegno si estende a tutte le popolazioni del nord Africa che si stanno battendo per l’autodeterminazione, la democrazia e la giustizia sociale: dal popolo sarahoui alle forze democratiche marocchine, dai migranti sfruttati e incarcerati in Libia alla popolazione algerina che manifesta quanto in Tunisia, alle organizzazioni dei lavoratori egiziane in prima fila per cambiare il regime di Mubarak.

Piero Maestri – portavoce nazionale di Sinistra Critica

16 gennaio 2011

Tunisia: Ben Ali a Jedda, potere a un direttorio

Il dittatore e' riparato con la sua famiglia in Arabia saudita. Il paese celebra la vittoria della rivolta ma resta nel caos e si teme "soluzione Birmana". La sinistra e' stata protagonista dell'insurrezione assieme al sindacato

Roma, 15 gennaio 2011, Nena News
– Il presidente-tiranno Ben Ali, buon amico degli Stati Uniti, della Francia e del governo Berlusconi, ieri ha abbandonato il paese di fronte alle proteste popolari lasciando il potere ad un direttorio formato da sei persone e capeggiato dal premier Mohammed Ghannuchi, che sara’ presidente ad interim fino alle prossime elezioni. Ben Ali, che e’ riparato la scorsa notte a Gedda (Arabia saudita) credeva di aver spento la rivolta popolare con l’annuncio fatto giovedi’ sera dell’avvio di riforme politiche ed economiche. Invece la ribellione dei tunisini è andata avanti e ha puntato non piu’ soltanto a “pane e lavoro” come nei giorni scorsi ma direttamente alla sua caduta e, ora si spera, anche del sistema di potere che aveva creato. A poco è servita la decisione di sciogliere il governo, liberare gli oppositori arrestati e di convocare elezioni anticipate entro i prossimi 6 mesi.

Il paese però appare fuori controllo e si teme un colpe militare che all’ansia di liberta’ e di sviluppo economico dei tunisi darebbe invece una “soluzione birmana”. Non si conosce il numero preciso delle vittime di ieri ma sarebbero numerose.

La fuga del tiranno Ben Ali, a lungo aiutato e sostenuto dai governi occidentali, nonostante le gravissime violazioni dei diritti umani e politici in Tunisia, rappresenta l’uscita di scena dell’uomo che ha tenuto prigioniero un intero paese per 23 anni. Le incognite sono tante, l’opposizione e’ ancora debole e divisa e la sinistra (con in testa il Partito comunista) non e’ sufficientemente forte pur avendo svolto assieme al sindacato Nena News vi propone un’ intervista realizzata da Tommaso di Francesco per il quotidiano Il Manifesto allo storico Angelo Del Boca che ripercorre la vicenda di Ben Ali, un dittatore amico di molti leader occidentali, come il francese Nicolas Sarkozy, che ora quasi fingono di non averlo mai conosciuto e appoggiato.

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Chi è Zine el-Abidine Ben Ali, presidente della Tunisia e da dove trae il suo potere?

Ben Ali, capo dello stato dal 1987, è stato per molto tempo l’uomo forte del paese. Era un generale, è stato ministro della sicurezza interna, il personaggio chiave che ha avuto in mano tutto il potere tunisino. Tanto è vero che dopo qualche settimana dalla sua elezione a primo ministro, hadestituito Burghiba, il leader che aveva fatto la rivoluzione e aveva portato il paese all’indipendenza. E lo ha fatto dichiarando: è vecchio, mandiamolo nel suo paese natale, a Munastir; cosa che il vecchio Bourguiba ha fatto tranquillamente senza neppure rivoltarsi. Ben Ali ha avuto tutti i poteri e li ha conservati in questi anni prendendo l’esempio dai suoi vicini al potere da sempre, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia, Bouteflika in Algeria. Fa eccezione il Marocco che ha una dinastia di re che sono anche capi religiosi, quindi con doppio potere carismatico. Comunque gli elementi che contraddistinguono tutti questi leader è il potere assoluto, duramente esercitato contro ogni opposizione. Certo Ben Ali ha fatto ogni sforzo per dimostrare che era democratico, che non era un dittatore, ma gli oppositori li ha in realtà sempre messi in galera lo stesso. Va ricordatoche c’era già stata nel 1984 una rivolta del pane, che però aveva riguardato solo alcune regioni del paese e i settori più disperati della popolazione. Stavolta ha un aspetto nuovo, riguarda tutta la Tunisia e coinvolge tutti gli strati della società, dagli intellettuali ai poveracci, all’uomo della strada. A partire dagli intellettuali, perché la Tunisia è il paese con maggiore formazione culturale di tutto il Maghreb ma con il livello più alto di disoccupazione intellettuale. E dove tutto è nelle mani di un solo uomo e della sua famiglia, in particolare del genero, il neodeputato Sakhr El-Materi.

Dunque il suo è un potere familistico?

Sì, lo stesso familismo che c’è in Libia e in Egitto, anche se ora il figlio del rais al tramonto Mubarak sente la difficoltà di non avere dietro di sè il Partito nazionale democratico al potere.

Si è parlato di un possibile golpe dei militari tunisini, intanto Ben Ali ha destituito il capo di stato maggiore dell’esercito e il ministro degli interni. Qual è il rapporto tra Ben Ali e i militari?

Lui in fondo è un militare che è arrivato al potere con un colpo di stato. Quindi ha sempre avuto un buon rapporto con l’esercito e bisogna, da questo punto di vista, verificare meglio la notizia della destituzione del capo di stato maggiore dell’esercito perché si sarebbe rifiutato di intervenire contro la rivolta. Ha però deciso di liberare tutti quelli che sonostati arrestati, e sono alcune centinaia. Nonché ordina l’abbassamento di tutti i prezzi. Tutto questo vuol dire che, nonostante i legami con le forze armate, ha paura, finalmente ha paura di essere detronizzato. Visto che è al suo quarto o quinto mandato. E alle ultime votazioni ha addirittura varato una legge che non prevede più i termini per la sua rielezione, prima era ogni cinque o sei anni. Adesso non c’è limite. Ben Ali per sempre. Va considerato il fatto che le sue aperture dell’ultimo momento, come abbassare i prezzi e liberare gli arrestati, arrivano a quasi un mese dall’inizio della protesta. Non dimentichiamo la data del 17 dicembre, quando a Sidi Bouzid un ragazzo che stava per laurearsi ma che, per far studiare anche i fratelli, aveva poi deciso di fare l’ambulante, era stato fermato dalla polizia e malmenato. A quel punto lui si è cosparso di benzina, si è dato fuoco. Ed è morto. È stata questa la scintilla della rivolta, che covava certo da tempo. Con una questione sociale in più, le difficoltà che ormai l’Unione europea frappone all’immigrazionedal Maghreb.
Come giudichi le reiterate dichiarazioni del ministro degli esteri Frattini in difesa del «governo amico» di Ben Ali, perché combatte l’integralismo islamico?


È sicuro che il regime tunisino ha messo in carcere tutti gli integralisti che c’erano nel paese. Ma non per fare un favore all’occidente, perché è una opposizione anche sociale che gli dà fastidio. Frattini prende per oro colato tutto questo, sia perché riconosce la loro posizione – anche quella di Algeri – anti-Al Qaeda ma soprattutto perché solo in Tunisia ci sono 700 società italiane. Ecco perché difende il «governo amico» di Ben Ali.

Il ministro degli interni tunisino, prima di essere destituito, ha detto che le proteste erano aizzate dall’integralismo islamico e dalla sinistra. C’è ancora una sinistra in Tunisia e nel Maghreb?

Sì, c’è una sinistra, almeno in Tunisia. Ma soprattutto c’è una forte storia e pratica sindacale. E in Tunisia c’è anche un partito comunista, non a caso i suoi leader sono stati arrestati in questi giorni. Ma soprattutto – l’ho verificato direttamente già negli anni Cinquanta – c’è una vecchia tradizione sindacale molto importante. Anche l’anziano leader Burghiba, il fondatore della Tunisia indipendente, aveva più paura del suo sindacato che della stessa Francia e del resto.
Nena News

Un NO scritto "per sè". Grazie

Con il voto di Mirafiori la classe operaia dimostra di esistere e offre una grande prova di dignità e resistenza. Per fortuna

di Fabrizio Burattini

Direttivo Nazionale CGIL

www.ilmegafonoquotidiano.it
Con i risultati del referendum ricattatorio scrutinati questa notte viene sconfitta l'immagine di una classe operaia italiana ormai ripiegata su se stessa e incapace di sussulti di dignità. Il piano Marchionne subisce una battuta d'arresto di fronte alla volontà di un'amplissima fetta di operaie/i, proprio di quelle/i destinate/i al montaggio delle sue macchine, di condannare i ritmi imposti dal World Class Manufacturing e la cancellazione dei diritti.
La fabbrica di Mirafiori, nonostante le tante batoste, nonostante l'età media avanzata, nonostante l'ampiezza ultrabipartizan del fronte avversario, nonostante anche alcuni tifosi del Sì mascherati ipocritamente da sostenitori del No (leggi Cgil), produce un sussulto di consapevolezza classista che supera il già importante risultato di Pomigliano e che fa giustizia di tante chiacchiere. Oggi nessuno può negare la valenza generale e la forza che i risultati del voto del 14 gennaio assumono. Quei risultati ribadiscono l'esistenza - ancora - di una vasta classe lavoratrice irriducibile alla pura manovalanza nella globalizzazione capitalistica. E l'esistenza di una consapevolezza diffusa nelle fila di questa classe della contraddizione tra i propri interessi e i progetti padronali, consapevolezza che sopravvive nonostante la caduta dei sogni del Novecento, la sparizione dei partiti di massa, i decenni di concertazione, la frammentazione sociale, i veleni razzisti e
leghisti, i tanti teorici della "sparizione della classe operaia".
Questa costatazione dovrebbe fare giustizia di tante chiacchiere sulla necessità di accantonare la "resistenza" e di "ripartire da zero" sia nei soggetti sociali da individuare, sia nelle pratiche da
intraprendere, sia nelle alleanze da sostenere. Ovviamente i chiacchieroni sostenitori della sparizione della classe operaia e dell'evaporazione della sua potenzialità anticapitalistica proseguiranno nella loro legittima attività.
Certo, come sempre è stupido pensare di "sedersi sugli allori" anche e soprattutto perché il voto di Mirafiori, per quanto straordinario, non cancella la realtà e il peso delle sconfitte politiche e sociali di
questi anni. Ma mostra, anche perché sappiamo quanti errori abbia commesso e, in qualche caso, perfino continui a commettere la stessa Fiom, quanto abbia positivamente inciso in questa vicenda l'atteggiamento più o meno combattivo e classista di una direzione politico sindacale che incoraggia e dà sponda alla irriducibilità della contraddittorietà strutturale degli interessi di classe.
Anche qui c'è la differenza tra il risultato di Mirafiori e quello di Pomigliano. Il referendum di giugno allo stabilimento "G.B. Vico" è stato vissuto molto in sordina. In base a quella esperienza, ma anche per lo svanire di ogni illusione sul carattere episodico della operazione di Marchionne, la Fiom (e, sembrerebbe, anche i sindacati di base) ha deciso di giocare la partita fino in fondo. Anche da questo nasce la maggiore fiducia con cui tanti operai di Mirafiori hanno avuto il coraggio e la dignità di classe di dire No.
Certo, anche quelle/i che hanno detto Sì sono operaie/i. E', sostanzialmente, la differenza tra classe "in sé" e classe "per sé". In 2.326 il 14 gennaio, a Mirafiori, scrivendo "No" hanno scritto "per sé".
Grazie di esistere.

Turigliatto (Sinistra Critica): Gli operai della Fiata danno l'altolà a Marchionne ed ai suoi complici

“Il 46% di No a Mirafiori rappresenta un risultato eccezionale, ancor più significativo del già straordinario voto operaio di Pomigliano e superiore a ogni aspettativa, se si considera l’isolamento in cui uno schieramento politico e sindacale senza precedenti ha tentato di relegare i lavoratori e le lavoratrici della Fiat. Un risultato possibile grazie alla determinazione della Fiom e dei sindacati di base presenti in fabbrica, che apre quindi la possibilità di una più forte resistenza all’aggressione padronale in tutti i luoghi di lavoro e di una piena riuscita dello sciopero del 28 gennaio” ha dichiarato Franco Turigliatto, a nome dell’esecutivo nazionale di Sinistra Critica.

“Qualche amarezza di chi si è battuto per il No con determinazione in queste settimane è data dal fatto che per un soffio è sfuggita persino la vittoria numerica assoluta, reso vano esclusivamente per il voto scontato della gerarchia aziendale nel cosiddetto ‘seggio impiegati’: 300 capi e 40 membri della direzione del personale, ossia quelli che – come sulle galere romane – dettavano il ritmo ai rematori a suon di frustate…” aggiunge Turigliatto. “Per rimanere alla metafora, a tutte quelle forze che oggi si affannano nel voler ‘rappresentare politicamente’ questo voto di dignità e resistenza operaia, vien da dire che con questi operai bisogna prima reimparare a remare insieme. E ora il punto è proprio di non lasciare soli gli operai della Fiat e di provare a generalizzare lo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, nonostante gli ostacoli frapposti dalla stessa Cgil, che oggi però non può non prendere atto del consenso raccolto dalla Fiom. E’ un compito che spetta a tutte le forze sindacali anticoncertative, è un’esigenza del movimento degli studenti e di tutte le opposizioni sociali e politiche del paese”.
“Come Sinistra Critica vogliamo esprimere – conclude Turigliatto - un ringraziamento all’impegno davvero straordinario profuso in queste settimane dai nostri e dalle nostre militanti e simpatizzanti di Mirafiori”.
Torino, 14 gennaio 2011