27 settembre 2011

Verso il 15 ottobre >>> Dal diritto all'insolvenza allo sciopero precario

Si è svolta a Bologna l'assemblea degli Stati generali contro la precarietà. Ecco il documento conclusivo che rilancia il 15 ottobreDocumento approvato dall'assemblea degli Stati generali contro la precarietà a Bologna il 25 settembre

"Siamo giunti al 15 ottobre con un importante lancio, a carattere europeo, della mobilitazione contro l'austerity e le politiche neoliberiste, assunte come strategiche dalla Commissione europea e dalla BCE peraltro responsabili dell'ultimo pesante ciclo della crisi globale e finanziaria che le banche e le grandi lobby hanno scatenato contro la cittadinanza tutta.Dal 15 al 18 Settembre abbiamo attraversato l'hub meeting di Barcellona con le reti e le soggettività che hanno scelto in questa fase storica di riconoscersi in uno spazio politico comune che un po' ovunque è andato costituendosi tra le rivolte che hanno segnato gran parte dell' area mediterrane e europea, fino ad arrivare a scalfire la nostra Italietta. Dalla fiammata vista nello scorso autunno studentesco culminato nel tumulto del 14 Dicembre fino alla più solida resistenza Notav, radicata e sedimentata sul territorio dentro uno scontro politico condotto con grande intelligenza e radicalità.Nel procedere sul nuovo terreno di un vero protagonismo sociale contro le politiche di austerity vorremmo per il prossimo 15 Ottobre indicare un percorso, uno spazio di relazione e di movimento, un area di corteo larga e ampia che determini una rottura del quadro di compatibilità e di pacificazione sociale imposto dalla governance, anche oltre il governo Berlusconi: per la conquista di un piano costituente che rivendichi con orgoglio l'autonomia e l'indipendenza delle forme di vita comuni, nel lavoro e con il reddito oltre il lavoro, nelle scelte sociali e sessuali, che praticano liberazione da un intero sistema di potere in crisi.Dovremo costruire questo percorso verso e oltre il 15 per affermare in quella giornata, e nelle giornate precedenti, nelle pratiche e nella comunicazione il punto di vista precario.
Il lavoro non è un bene comune perché ce lo hanno reso maledetto azzerandone i diritti e negandoci ogni libertà di scelta. Per questo è necessario conquistare un reddito di base incondizionato, non pagare il debito, riappropriarsi dei beni comuni e dei saperi, affermare la dimensione transnazionale di questa lotta anche a partire dalle lotte dei migranti per la rottura del legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno.Siamo sempre più consapevoli che la reale alternativa alla crisi vive nei processi di indipendenza e cooperazione che sapremo creare nelle lotte."Non ci rappresenta nessuno" è il motiv centrale della nuova sinfonia corale che si alza dalla sintesi dei ragionamenti, delle strategie e delle pratiche condivise tra tanta umanità riunitasi a Barcellona, come oggi a Bologna.Lo spazio costituente che si vuole definire oggi è quello che guarda, in una prospettiva di medio lungo periodo, alla costruzione, l'affinamento e la diffusione delle lotte contro la precarietà imposta dall'attuale modello di governo del capitale contro le nostre vite.Una tappa fondamentale di questo percorso è la costruzione della giornata del 15 ottobre.Ecco perché proponiamo di caratterizzare quella giornata e la nostra presenza alle mobilitazioni costruendo uno spazio sociale e di movimento che reclami il diritto all'insolvenza, al reddito e alla libertà di movimento per tutti i soggetti che stanno pagando la crisi.Partendo da questi contenuti, il 15 ottobre faremo valere il protagonismo dei precari e delle precarie e rilanceremo oltre il 15, guardando alla scommessa dello sciopero precario.Per questo a dicembre sperimenteremo esperienze di sciopero dentro e contro la precarietà, un processo che sappia mettere in campo una comunicazione e una cooperazione tra i precarie e le precarie a partire dalla crisi della rappresentanza politica e sindacale, uno sciopero che arrivi a colpire laddove fa più male, dove si fanno i profitti, dove si produce e riproduce il capitale.Verso lo sciopero precario, il 15 ottobre vogliamo costruire uno spazio di attraversamento per tutte le generazioni precarie che trasformi l'indignazione in conflitto.Una rete che realizzi iniziative comuni di avvicinamento dal 7 al 14 ottobre come promosso dall'Hub-meeting di Barcellona, all'interno della settimana di mobilitazione europea contro l'austerity.Questa messa in rete è la modalità che scegliamo per l'interconnessione delle nostre esperienze: capace di includere i singoli come i collettivi, di intrecciarsi con altre reti e percorsi, di ridurre le distanze e la frammentazione, di far viaggiare i contenuti e le pratiche riproducibili dentro e fuori i confini dello stato -nazione, dentro e oltre quella giornata.
Stati generali della precarietà
Bologna 25 settembre 2011

25 settembre 2011

Solidarietà al popolo palestinese e sostegno ai suoi diritti inalienabili


Il “presidente palestinese” e dell’Olp Abu Mazen ha chiesto oggi formalmente all’Assemblea delle Nazioni Unite il riconoscimento dello “Stato palestinese” quale 194° membro della stessa Onu, con un discorso di forte denuncia delle responsabilità israeliane e di rivendicazione dei diritti palestinesi “internazionalmente riconosciuti”.
Un’iniziativa politica significativa che ha certamente messo in moto un forte dibattito a livello internazionale (e tra le/i palestinesi) – anche se il probabile risultato sarà una bocciatura da parte del Consiglio di Sicurezza, almeno per l’opposizione statunitense ed europea.
Perché allora questa scelta della dirigenza di Fatah e dell’Anp?
Di fronte allo stallo dei negoziati con Israele – per responsabilità del governo Netanyahu che prosegue indisturbato la politica di colonizzazione e occupazione - l’obiettivo dell’Anp è quello di provare a forzare la mano alla diplomazia internazionale per tornare a qual tavolo negoziale “da stato a stato”, con il sostegno da parte di buona parte degli stati mondiali.
In secondo luogo la mossa di Abu Mazen cerca rimettere la sua dirigenza all’interno delle nuove dinamiche mediorientali che si sono aperte con la “primavera araba”, grazie in particolare all’appoggio di egiziani e sauditi, e al protagonismo turco. Un ritorno al centro della scena favorito dalla solidarietà che le popolazioni arabe continuano a mostrare per la causa palestinese e che cerca di essere utilizzata dai “nuovi” governi arabi alla ricerca di un nuovo consenso – e anche per questo Mahmud Abbas ha parlato di una “primavera palestinese”.
Infine, ma non di secondaria importanza, l’Anp palestinese cerca di riguadagnare la popolarità sempre più in ribasso tra la sua stessa popolazione – a causa della sua inefficacia politica interna e internazionale, dell’ambigua collaborazione dell’Anp con i servizi Usa e israeliani e della corruzione politica in Cisgiordania - facendo appello all’orgoglio palestinese e alla necessità di battere le resistenze israeliane e statunitensi.
In ogni caso, qualsiasi sia il giudizio sulla scelta della dirigenza palestinese, va evidenziata la vergogna dei governi europei e statunitense, che ancora una volta sostengono le “ragioni” di Israele, o meglio le sue politiche di occupazione e colonizzazione – “chiedendo” ai palestinesi di subordinare le loro richieste alle priorità israeliane (e sioniste) e rinunciare ai propri diritti riconosciuti internazionalmente. E naturalmente va segnalata la consueta arroganza israeliana, rappresentata dal primo ministro Netanyahu che ha esplicitamente dichiarato che i palestinesi potranno avere uno stato solo negoziando con Israele (alle sue condizioni, naturalmente).La popolazione e le forze politiche e sociali palestinesi, nei territori occupati e in tutta la diaspora, è divisa sulla decisione di Abu Mazen.
Molte sono state le manifestazioni popolari in Cisgiordania in appoggio alla “dichiarazione d’indipendenza”, e non possono essere liquidate come eterodirette da Fatah: come accadde dopo gli “accordi di Oslo”, la popolazione palestinese spera fortemente che qualcosa finalmente possa cambiare, visto il quotidiano peggioramento delle condizioni sociali e politiche.
Diverse forze e movimenti politici palestinesi hanno invece sottolineato i rischi e le ambiguità della mossa dell’Anp – evidenziando i “vuoti” della dichiarazione: quale sarà il territorio dello stato palestinese – visto che i “confini del 1967” sono di fatto cancellati sul terreno? Quale conseguenze potranno esserci per i diritti dei rifugiati espulsi nel 1948 (e dopo) – questione che non ha trovato posto nel discorso di Abbas? La dichiarazione di “indipendenza” non rappresenta un aiuto a Israele che potrebbe in questo modo cancellare le sue responsabilità per i territori ancora occupati?
Allo stesso tempo queste forze hanno sottolineato la totale subalternità della mossa dell’Anp al quadro di un “processo di pace” che non potrà andare oltre la nascita di un’entità palestinese controllata da Israele.Il nostro giudizio di fondo sulla scelta della leadership dell’Anp palestinese non è positivo, perché ci pare evidente la sua volontà di perseguire una direzione contraria non solo ai bisogni (e ai diritti) dei palestinesi – ma anche disinteressata a collocare una rinnovata mobilitazione palestinese nei processi di trasformazione che stanno attraversando tutti i paesi arabi. Il nostro è un giudizio negativo sulla strategia del “primo ministro” palestinese Salaam Fayyad: costruire le istituzioni palestinesi – politiche, amministrative, economiche e finanziarie – malgrado l’occupazione israeliana e prima di un contrasto a questa e di farlo in costante rapporto con gli Usa e le istituzioni finanziarie internazionali, cercando di garantire ai territori palestinesi un posto nella mondializzazione capitalista come strategia per avere alla fine il riconoscimento di uno stato: una strategia esplicitamente rivendicata da Abbas nel suo discorso all’Onu..
In ogni caso la mossa di Abu Mazen non potrà nascondere per molto la totale mancanza di una strategia complessiva di liberazione e di resistenza all’occupazione – limiti che mostra peraltro lo stesso Hamas su altri piani, che ha bocciato la dichiarazione di indipendenza ma non ha fatto nulla per boicottarla (vietando invece le manifestazioni a Gaza...), per non contrastare un possibile consenso popolare e per evitare frizioni con i governi arabi.Il compito della solidarietà internazionale non è comunque quello di sostituirsi alle forze politiche e alla popolazione palestinese – e come Sinistra Critica non lo faremo. Non ci interessa manifestare pro o contro la scelta dell’Anp. Concordiamo su questo con l’appello del “movimento dei giovani palestinesi” che scrive: “Indipendentemente dal fatto che la proposta per il riconoscimento statale venga accettata o meno... facciamo appello ai popoli liberi del mondo e agli alleati del popolo palestinese, a mostrare una reale solidarietà con i palestinesi in una lotta anti-coloniale, non schierandosi a favore o contro la dichiarazione di uno stato palestinese, ma piuttosto continuando a considerare Israele responsabile e pertanto boicottandola dal punto di vista economico, accademico e culturale. Fino a quando ritorneremo e saremo liberi”.
Ci rendiamo conto che la dichiarazione all’Onu – con tutte le sue ambiguità e i rischi di cancellare diritti universali del popolo palestinese, come quello al ritorno – rappresenta comunque una forte visibilità per la causa palestinese e può rilanciare un impegno internazionale a sostegno dei palestinesi: rimaniamo però convinte/i che questo sostegno possa avvenire solo dal basso e attraverso una forte solidarietà popolare.
Per questo riteniamo che in questo momento dobbiamo rafforzare i nostri legami con la società palestinese e i movimenti politici e sociali che resistono all’occupazione israeliana e alla rinnovata colonizzazione sionista – a partire dal movimento delle/dei giovani palestinesi giustamente preoccupato e impegnato alla costruzione di una nuova unità di tutto il popolo palestinese, e dal movimento BDS.
Ribadiamo il nostro impegno nei confronti del governo italiano e dell’Unione europea affinché mettano fine ad ogni collaborazione con le politiche israeliane – cancellando gli accordi economico-commerciali e militari con Israele – e perché sostengano fattivamente il riconoscimento internazionale e l’applicazione dei diritti del popolo palestinese.

Coordinamento nazionale Sinistra Critica

19 settembre 2011

Autunno caldo? Bollente!


Unione Sindacale di Base
19/09/2011

Lo sciopero del 6 settembre, le manifestazioni e mobilitazioni che si sono succedute dai primi giorni di settembre sino ad oggi e che hanno visto la partecipazione attiva di USB e di altre realtà sociali del nostro paese, dimostrano che esiste una reale e concreta opposizione alle manovre del governo ed al tentativo di scaricare la crisi sui lavoratori e sulle fasce della popolazione che vivono da tempo in una situazione di estremo disagio.
Non era scontato che lo sciopero e le manifestazioni del 6 settembre riuscissero in pieno come è stato, come non era scontato che ci si arrivasse con una tensione sociale visibile e vigile.

Le partecipate manifestazioni per le piazze e le vie di Roma, le azioni dimostrative nei santuari della finanza milanese e le tante manifestazioni che si sono concretizzate a Bologna come a Napoli, a Torino come a Firenze ed in tutte le maggiori città italiane, rappresentano quindi un segnale positivo di risveglio della consapevolezza e della rabbia di chi vuole essere soggetto attivo nel cambiamento del paese oggi e non soltanto in un futuro indefinibile.

Tutto ciò prepara le ulteriori mobilitazioni che dovranno essere organizzate nei prossimi mesi e che vedranno momenti di analisi e riflessione come l'Assemblea nazionale del 1° Ottobre a Roma che lancia la parola d'ordine “non paghiamo il debito”, per arrivare alla manifestazione nazionale del 15 Ottobre che vedrà in piazza forze diverse, ma unite nel rigettare al mittente, cioè alla Unione Europea, al Governo ed alla finanza internazionale la necessità di farsi carico di una crisi che sicuramente non è stata generata dai lavoratori, dai disoccupati, dai precari e dai pensionati.

Non certo una manifestazione solo per mandare a casa Berlusconi, cosa chiaramente oggi più necessaria che mai, ma per battere il berlusconismo che impera nel nostro paese e che non riguarda soltanto il centro-destra.

Una manifestazione popolare contro il governo delle banche e della finanze europee contro questo governo, contro qualsiasi governo, politico, tecnico o di transizione che sia, che voglia imporre le stesse medicine che stanno avvelenando l'Italia come l'intera Europa.

Un 15 Ottobre che non dovrà rappresentare il punto di arrivo e la fine della mobilitazione, ma un passaggio attraverso il quale esprimere il dissenso di centinaia di migliaia di persone per le strade di Roma, per ripartire poi con nuove mobilitazioni e nuovi traguardi.

Le manovre estive del governo di luglio e di settembre non saranno le uniche e nei prossimi mesi dovremo aspettarci un'ulteriore raffica di misure finalizzate a maggiori e più pesanti sacrifici, all'aumento delle tasse e all'attacco ai salari e alle pensioni, ai diritti dei lavoratori ed ai diritti civili e democratici.

Sappiamo che la politica dei partiti, anche quelli della sinistra parlamentare, viaggia in sintonia con l'Europa delle banche e della finanza e ha abbracciato acriticamente la filosofia dei sacrifici e delle privatizzazioni che stanno portando alla rovina la Grecia e distruggendo il tessuto sociale dell'intero continenti.

Dobbiamo allora alzare il tiro anche rispetto agli obiettivi, rifiutando il luogo comune del pareggio di bilancio e del pagamento di un debito che non è certo stato creato da chi lavora e rilanciando invece una proposta che preveda il non pagamento del debito, la nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche per il paese, una patrimoniale che incida in modo pesante ed immediato sui grandi patrimoni, una lotta all'evasione che non sia il solito condono ma che preveda le manette per chi evade.

Dovremo quindi essere pronti a difenderci, a replicare ed attaccare, perché ad una manovra continua non può che corrispondere una mobilitazione continua.

L'autunno del debito

imq

Si è chiuso il seminario nazionale di Sinistra Critica che si è svolto dal 15 al 18 settembre. Circa duecento i partecipanti, tutti autopaganti, che per tre giorni hanno affollato – insieme alla federazione degli arbitri – l’hotel Della Torre di Trevi, a pochi chilometri da Foligno; una ventina di workshop e quattro assemblee plenarie due delle quali dedicate all'approfondimento di due temi di grande attualità: l’analisi dei movimenti sociali in Italia e in Europa con la partecipazione di Miguel Romero, direttore della rivista spagnola Viento Sur nonché membro di Izquierda Anticapitalista e attivista nel movimento dei cosiddetti indignados. La seconda assemblea tematica è stata dedicata al debito e al suo annullamento. Eric Toussaint, presidente del Cadtm – una Ong internazionale presente ormai in 30 paesi che si occupa da decenni dell’annullamento del debito al terzo mondo e che ormai si sta occupando a tempo pieno dell’Euoropa – ha fatto una “lezione” sulla crisi attuale del capitalismo, su come i debiti privati siano diventati pubblici e scaricati direttamente nelle tasche di milioni di lavoratori e lavoratrici. Un debito “illegittimo” che si può ridurre e non pagare come propone il Cadtm e ormai buona parte della sinistra anticapitalista in Europa.
Venerdì sera si è svolta invece l’assemblea femminista che per un’organizzazione “ecologista, comunista e femminista” è ormai un passaggio obbligato mentre domenica la plenaria con le conclusioni.
Oltre ad aver discusso di un nuovo progetto di informazione, dell'ipotesi di un'associazione di sostegno alle rivolte arabe e dell'ipotesi di costituire, nel movimento in forma aperta, dei Collettivi precari, nelle conslusioni del seminario è stato rilanciato l’appello promosso dal cartello “Dobbiamo fermarli!” e che vedrà una assemblea nazionale a Roma (Teatro Ambra Jovinelli) il 1 ottobre. L’indicazione emersa dal dibattito è che il 1 ottobre ci sia una grande partecipazione per costruire al meglio la manifestazione del 15 ottobre a Roma. E che quella dell’Ambra Jovinellli sia in particolare un’assemblea vera, con interventi dai territori, dai luoghi del conflitto e non una semplice autorappresentazione di soggetti politici o sindacali. Sinistra Critica proporrà agli aderenti all’appello “Dobbiamo fermarli” che in quella manifestazione viva uno spezzone dedicato proprio alla parola d’ordine “Non paghiamo il loro debito” per far vivere non solo uno schieramento unitario ma anche un contenuto forte rispetto alla gravità della crisi.
La tematica del debito è quindi il nodo centrale dell’autunno e Sinistra Critica proporrà ai suoi interlocutori, l’avvio di una campagna di massa che faccia discutere nei luoghi di lavoro, di studio, promuova iniziative dirette e manifestazioni visibili. Una campagna nazionale e internazionale in grado di invertire la logica, imposta da Bce, Unione europea ma anche dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dei sacrifici a ogni costo.
Dopo il 15 ottobre e dopo aver ribadito la volontà di farne una scadenza non rituale, l’attenzione si sposterà a Nizza, il 1 novembre, quando si terrà la manifestazione europea contro il vertice dei G20. Anche in quella occasione l’ipotesi è di promuovere, attorno alla parola d’ordine dell’annullamento del debito, uno spezzone il più grande possibile e in grado di unire forze tra loro diverse.
Il seminario di Sinistra Critica ha rappresentato l’occasione per avviare un primo dibattito in vista della scadenza congressuale di questa organizzazione che si terrà probabilmente in primavera 2012. Un dibattito che ha messo al centro dell’attenzione la necessità di relazionarsi ai nuovi processi di radicalizzazione politica, di rilanciare l’ispirazione originale di Sinistra Critica, vale a dire la costruzione di un nuovo soggetto della sinistra anticapitalista ma anche di affrontare con più determinazione il tema dell’identità politica e programmatica. Se ne discuterà già a partire dall’autunno.

14 settembre 2011

Messico. Nascita di una nuova forza politica dei lavoratori.


Il 27 agosto scorso si è celebrato il congresso di fondazione dell’Organización política del pueblo y los trabajadores (OPT) “per la liberazione nazionale e l’emancipazione sociale”. Questa iniziativa era stata annunciata in ottobre del 2010 da Martín Esparza, segretario generale del sindacato messicano degli elettricisti (SME) nel corso di un meeting che ha riunito più di 60000 persone nell’Estadio Azteca a cttà del Messico. All’origine di questa iniziativa si trova la presa di coscienza crescente nel seno del SME del fatto che, davanti all’accanimento del governo contro il sindacato, e alla situazione catastrofica del paese, la lotta sul terreno politico diventa più che mai necessaria. Il governo di Calderón ha in effetti fatto di tutto per provare di essere il nemico dichiarato di tutti i lavoratori, e al servizio esclusivo dell’oligarchia e dell’imperialismo.
In questo senso, l’OPT fa chiaramente referenza alla lotta per la conquista del potere politico e alla necessità di rovesciare la classe politica, rappresentante dell’oligarchia, attualmente alla testa del paese. Va sottolineato che la partecipazione dell’OPT alle elezioni non appare tra le sue priorità, e che non intende essere prigioniera si nessun calendario istituzionale. La chiamata dello SME ha ricevuto risposta da parte di altre organizzazioni operaie, contadine, indigene, popolari e politiche, e rappresenta un passo storico nella conquista dell’indipendenza politica dei lavoratori. In effetti, se delle organizzazioni che si richiamano al socialismo sono sempre esistite in Messico, nessun partito ha mai riunito al suo interno il grosso dei lavoratori, difendendo un programma che si rivendica di lotta di classe. Per delle ragioni storiche, le organizzazioni sindacali sono sempre state legate, in modo corporativo, al partito-stato (il Partido Revolucionario Institucional) che ha governato il paese per 70 anni. La conquista delle libertà sindacali più elementari è lontana dall’essere realizzata, come è dimostrato dall’accanimento del governo contro lo SME (cf, solidaritéS no 189).
Liberazione nazionale o socialismo?
Nel corso degli ultimi mesi hanno avuto luogo dei dibattiti importanti, che hanno permesso di abbozzare i contorni della nuova OPT. Se i documenti adottati menzionano in modo esplicito la necessità di lottare per una trasformazione attuale della società, designano l’attuale modello economico e politico come il responsabile della catastrofe attuale, e adottano un tono anticapitalista, il socialismo, anche se menzionato, appare più come un orizzonte lontano da raggiungere, senza una vera visione strategica né elementi di transizione. L’elemento forte del programma sembra piuttosto orientato sulla liberazione nazionale e la lotta contro l’imperialismo che, nella tradizione messicana, significa soprattutto nazionalista e distributivo. Va notato anche che l’internazionalismo figura in buon posto nei documenti dell’organizzazione e che questi fanno esplicitamente referenza ai processi rivoluzionari in corso nel mondo arabo e alle ribellioni che stanno nascendo in Europa. Certi aspetti organizzativi, che hanno suscitato degli importanti dibattici, come il diritto di organizzarsi in tendenza nel seno dell’organizzazione, così come la tattica da adottare davanti al processo elettorale del 2012, saranno dibattuti nel prossimo congresso dell’organizzazione, che si terrà nel mese di marzo dell’anno prossimo.
Oltre il congresso
Se il congresso ha indubbiamente rappresentato un successo importante raggruppando un po’ più di un migliaio di delegati di 22 stati, l’OPT dovrà far fronte a una situazione di violenza sempre più incontrollabile e alla presenza sempre più importante (e riconosciuta) di personale militare nordamericano. L’OPT lancerà la sua prima campagna di affiliazione in qualche giorno. In un contesto di crisi politica e sociale acuta e di fronte a un regime inetto, la nascita di questa nuova forza rappresenta un passo importante verso l’organizzazione degli oppressi. Insieme al Movimiento de Regeneracón Nacional (MORENA) di Andrés Manuel López Obrador, l’OPT può contribuire ad accelerare un confronto con il regime, che appare inevitabile a medio termine, come quelli che si producono in questo stesso momento in molti luoghi del globo.
Héctor Márquez, correspondant de solidaritéS au Mexique traduzione dal francese di Maria Benciolini