30 novembre 2011

Rifiutarsi di pagare


di Salvatore Cannavò

La formazione del debito pubblico italiano è una biografia del paese, evidenzia i meccanismi di un funzionamento specifico del capitalismo in cui i benefici fiscali per le grandi imprese e i più ricchi si sposano all’utilizzo della macchina pubblica per una gestione centralizzata e classista della spesa sociale. Discutere del suo annullamento, o congelamento o default negoziato come hanno proposto diversi interventi del manifesto e come propongono alcune campagne in corso (Campagna per il congelamento del debito o Rivolta il debito) è del tutto pertinente. Alcuni di questi interventi, tra tutti Guido Viale, hanno fatto riferimento alla possibilità di un Audit pubblico sul debito per definire la parte di debito legittimo, da pagare, e quella illegittima da annullare. E’ attorno a questa proposta che una campagna sul debito può trovare una ampia unità e permettere al dibattito di fare significativi passi in avanti.

La galleria fotografica della Prima Repubblica che costella l’ascesa delle percentuali di debito sul Pil supporta l’interpretazione secondo la quale il debito è frutto di una scellerata politica clientelare propria del “regime” democristiano. Ovviamente c’è del vero in questa affermazione. Ma c’è dell’altro.

La spesa sociale in rapporto al Pil, infatti, è aumentata in linea con le entrate fiscali tra il 1980 e il 1990 e poi addirittura si è ridotta (dal governo Amato del ’92 a oggi, le manovre finanziarie hanno operato tagli per circa 500 miliardi di euro). Negli stessi anni abbiamo assistito invece a una miriade di finanziamenti a pioggia, di incentivi, defiscalizzazioni rivolte alle imprese in un ginepraio di intrecci e conflitti di interesse difficile da definire con precisione. Marco Cobianchi autore del saggio “Mani bucate”, ha calcolato in 30-40 miliardi di euro l’anno i trasferimenti “a pioggia” dello Stato alle imprese: la metà di quanto si spende per interessi.

Poi c’è la questione fiscale. Secondo Eurostat, dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. In Italia la pressione fiscale sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento. Da queste politich\e deriva un allarme che giustifica politiche di austerità durissime e annuncia un default di fatto, almeno sul piano sociale.

E’ giusto quindi chiedere l’annullamento della parte illegittima del debito, cioè quello realizzato per sostenere i profitti, per garantire la speculazione delle grandi banche e per sorreggere un’economia capitalistica in crisi di sbocchi, e quindi di margini di profitto, e bisognosa di una bolla finanziaria in grado di garantire l’attività. Come è giusto contestare la legittimità di un debito contratto per applicare politiche sociali ingiuste, in violazione dei diritti economici, sociali, culturali e civili dei popoli. E’ quanto ha sostenuto per anni il Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (Cadtm) che ormai si occupa dei debiti del “nord del mondo” e le cui idee sono state pubblicate nel volume “Debitocrazia” in uscita con Alegre. Argomenti analoghi utilizza François Chesnais nel suo “I debiti illegittimi” pubblicato da DeriveApprodi.

Si tratta del primo passo necessario a costituire un rapporto di forza adeguato per raffreddare la stessa tensione finanziaria. La moratoria sul debito esige un Audit, fondamentale per radiografare il debito e per il quale è essenziale la partecipazione di cittadini e cittadine, dei movimenti, delle associazioni, dei sindacati. Ovviamente, un simile obiettivo richiede una forte mobilitazione sociale perché non esiste, oggi, un governo in grado di accettare una simile proposta. Allo stesso tempo, questa proposta può aiutare a selezionare un governo possibile del paese: chi davvero abbia a cuore il futuro della popolazione, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani e dei pensionati, dei vari strati sociali colpiti dalla crisi non dovrebbe che sposare una simile tesi e voltare le spalle agli interessi delle grandi banche e delle società finanziarie.

La moratoria unilaterale servirebbe anche a rinegoziare tassi di interesse e tempi di rimborso per il debito considerato legittimo o legale considerando che la quota del bilancio statale da consacrare a tale spesa non dovrebbe superare una percentuale accettabile: ad esempio il 5 per cento delle entrate, come propone il Cadtm, mentre a fine 2010, in Italia, quel rapporto era del 9,7 per cento.

Tra le obiezioni fondamentali alla moratoria e al congelamento degli interessi ve ne sono alcune che provengono da sinistra.

  1. il “default” sarebbe pagato dalla popolazione e da lavoratori e pensionati. Il problema sarebbe però ovviato da un atto, sovrano, di moratoria – e non di “default” – da cui sarebbero esplicitamente esclusi quei settori da proteggere proprio in virtù degli interessi della collettività.
  2. Dopo la moratoria uno Stato farebbe una fatica immensa a finanziarsi di nuovo sui mercati interni e internazionali: nessuno gli farebbe più credito. I casi di Argentina o Ecuador – in cui si è realizzato un vero Audit pubblico con ampi benefici per quello Stato - mostrano il contrario, dipende dalle situazioni. In ogni caso, per l’Italia, si tratta di riequilibrare il ricorso al prestito “interno” facendo leva su una ricchezza finanziaria netta altissima (circa 3700 miliardi di euro).
  3. Un default significa uscire dall’euro e scontrarsi con una forte svalutazione con il crollo del potere di acquisto dei salari. L’andamento dei salari degli ultimi dieci anni, quelli in cui è vigore l’euro, non autorizza a parlare di mantenimento del potere di acquisto. L’Europa può imboccare una strada diversa, quella dell’Europa Sociale che rifiuti la dittatura delle banche.

L’appello per un Audit pubblico in Francia è stata lanciata da una serie di forze sociali e intellettuali (www.audit-citoyen.org pubblicato in italiano su www.rivoltaildebito.org) e ha già superato le 40 mila adesioni. Tra i promotori forze sindacali come la Cgt, l’Union syndacal Solidaires, Attac, il Cadtm, economisti come François Chesnais e Michel Husson, filosofi come Etienne Balibar, altermondialisti come Susan George. Forse si potrebbe fare anche qui in Italia.

Un Audit sul debito

di Guido Viale
Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.
Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora "un vero programma" (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.
Mentre i politici spocchiosi non lo sanno: vogliono solo quello che "i mercati" gli ingiungono di volere. È il mondo, e sono le nostre vite, a dover essere ripensati dalle fondamenta. Negli anni il liberismo - risposta vincente alle lotte, ai movimenti e alle conquiste di quattro decenni fa - ha prodotto un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale: mediamente, si calcola, del 10 per cento dei Pil (il che, per un salario al fondo alla scala dei redditi può voler dire un dimezzamento; come negli Usa, dove il potere di acquisto di una famiglia con due stipendi di oggi equivale a quello di una famiglia monoreddito degli anni sessanta). Questo trasferimento è stato favorito dalle tecnologie informatiche, dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che quelle tecnologie hanno reso possibili; ma è stato soprattutto il frutto della deregolamentazione della finanza e della libera circolazione dei capitali. Tutto quel denaro passato dal lavoro al capitale non è stato infatti investito, se non in minima parte, in attività produttive; è andato ad alimentare i mercati finanziari, dove si è moltiplicato e ha trovato, grazie alla soppressione di ogni regola, il modo per riprodursi per partenogenesi. Si calcola che i valori finanziari in circolazione siano da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale (cioè di tutte le merci prodotte nel mondo in un anno, che si stima valgano circa 75 mila miliardi di dollari). Ma non sono state certo le banche centrali a creare e mettere in circolazione quella montagna di denaro; e meno che mai è stata la Banca centrale europea (Bce), che per statuto non può farlo (anche se in effetti un po' lo ha fatto e continua a farlo, per così dire, "di nascosto"). Se la Bce è oggi impotente di fronte alla speculazione sui titoli di stato (i cosiddetti debiti sovrani) è perché lo statuto che le vieta di "creare moneta" è stato adottato per fare da argine in tutto il continente alle rivendicazioni salariali e alle spese per il welfare. Una scelta consapevole quanto miope, che forse oggi, di fronte al disastro imminente, sono in molti a rimpiangere di aver fatto. A creare quella montagna di denaro è stato invece il capitale finanziario che si è autoriprodotto; i "mercati". E lo hanno fatto perché tutti i governi glielo hanno permesso. Certo, in gran parte si tratta di "denaro virtuale": se tutto insieme precipitasse dal cielo sulla terra, non troverebbe di fronte a sé una quantità altrettanto grande di merci da comprare. Ciò non toglie che ogni tanto - anzi molto spesso - una parte di quel denaro virtuale abbandoni la sfera celeste e si materializzi nell'acquisto di un'azienda, una banca, un albergo, un'isola; o di ville, tenute, gioielli, auto e vacanze di lusso. A quel punto non è più denaro virtuale, bensì potere reale sulla vita, sul lavoro e sulla sicurezza di migliaia e migliaia di esseri umani: un crimine contro l'umanità.
È un meccanismo complicato, ma facile da capire: in ultima analisi, quel denaro "fittizio" - che fittizio non è - si crea con il debito e si moltiplica pagando il debito con altro debito: in questa spirale sono stati coinvolti famiglie (con i famigerati mutui subprime; ma anche con carte di credito, vendite a rate e "prestiti d'onore"), imprese, banche, assicurazioni, Stati; e, una volta messi in moto, quei debiti rimbalzano dagli uni agli altri: dai mutui alle banche, da queste ai circuiti finanziari, e poi di nuovo alle banche, e poi ai governi accorsi in aiuto delle banche, e dalle banche di nuovo agli Stati. E non se ne esce, se non - probabilmente - con una generale bancarotta.
In termini tecnici, l'idea di pagare il debito con altro debito si chiama "schema Ponzi", dal nome di un finanziere che l'aveva messa in pratica negli anni '30 del secolo scorso (al giorno d'oggi quell'idea l'hanno riportata in vita il finanziere newyorchese Bernard Madoff e, probabilmente, molti altri); ma è una pratica vecchia come il mondo, tanto che in Italia ha anche un santo protettore: si chiama "catena di Sant'Antonio". In realtà, tutta la bolla finanziaria che ci sovrasta non è che un immane schema Ponzi. E anche i debiti degli Stati lo sono. Il vero problema è sgonfiare quella bolla in modo drastico, prima che esploda tra le mani degli apprendisti stregoni dei governi che ne hanno permesso la creazione. Nell'immediato, un maggiore impegno del fondo salvastati, o del Fmi, o gli eurobond, o il coinvolgimento della Bce nell'acquisto di una parte dei debiti pubblici europei potrebbero allentare le tensioni. Ma sul lungo periodo è l'intera bolla che va in qualche modo sgonfiata.
Prendiamo l'Italia: paghiamo quest'anno 70 miliardi di interessi sul debito pubblico (che è di circa 1900 miliardi). L'anno prossimo saranno di più, perché gli interessi da pagare aumentano con lo spread. Negli anni passati a volte erano meno, ma a volte, in proporzione, anche di più. Quasi mai sono stati pagati con le entrate fiscali dell'anno (il cosiddetto avanzo primario); quasi sempre con un aumento del debito. Basta mettere in fila questi interessi per una trentina di anni - da quando hanno cominciato a correre - e abbiamo una buona metà, e anche più, di quel debito che mette alle corde l'economia del paese e impedisce a tutti noi di decidere come e da chi essere governati. Perché a deciderlo è ormai la Bce. Ma la vera origine del debito italiano è ancora più semplice: l'evasione fiscale. Ogni anno è di 120 miliardi o cifre equivalenti: così, senza neanche scomodare i costi di "politica", della corruzione o della malavita organizzata, bastano quindici anni di evasione fiscale - e ci stanno - per spiegare i 1900 miliardi del debito italiano. Aggiungi che coloro che hanno evaso le tasse sono in buona parte - non tutti - gli stessi che hanno incassato gli interessi sul debito e il cerchio si chiude. La spesa pubblica in deficit ha la sua utilità se rimette in moto "risorse inutilizzate": lavoratori disoccupati e impianti fermi. Ma se alimenta evasione fiscale e "risparmi" che vanno solo ad accrescere la bolla finanziaria, è una sciagura.
Altro che pensioni da tagliare (anche se le ingiustizie da correggere in questo campo sono molte)! E altro che scuola, e università, e sanità, e assistenza troppo "generose"! Siamo di fronte a cifre incomparabili: per distruggere scuola e Università è bastato tagliare pochi miliardi di euro all'anno. E da una "riforma" anche molto severa delle pensioni si può ricavare solo qualche miliardo di euro all'anno. Dalla svendita degli immobili dello Stato e dei servizi pubblici locali non si ricava molto di più. Dalla liquidazione di Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Fincantieri e quant'altro, come improvvidamente suggerito nel luglio scorso dai bocconiani Perotti e Zingales (l'economista di riferimento, quest'ultimo, di Matteo Renzi; ma anche di Sarah Palin!), si ricaverebbe non più di qualche decina di miliardi una volta per sempre, trasferendo in mani ignote (ma potrebbero benissimo essere quelle della mafia) le leve dell'economia di un intero paese. Mentre interessi ed evasione fiscale ammontano a decine di miliardi ogni anno e il debito da "saldare" si conta in migliaia di miliardi. Per questo il rigore promesso dal governo potrà fare male ai molti che non se lo meritano, ma non ha grandi prospettive di successo: affrontare con queste armi il deficit pubblico, o addirittura il debito, è un'impresa votata al fallimento. O una truffa. Per questo è urgente effettuare un audit (un inventario) del debito italiano, perché tutti possano capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene (anche per poter prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori).
L'altro inganno che domina il delirio pubblico promosso dagli economisti mainstream - e in primis dai bocconiani - è la "crescita". A consentire il pareggio del bilancio imposto dalla Bce e tra breve "costituzionalizzato", cioè il pagamento degli interessi sul debito con il solo prelievo fiscale, e addirittura una graduale riduzione, cioè restituzione, del debito dovrebbe essere la "crescita" del Pil messa in moto dalle misure liberiste che i precedenti governi non avrebbero saputo o voluto adottare: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro (alla Marchionne), eliminazioni delle pratiche amministrative inutili (ben vengano, ma bisognerà riparlarne) e le "grandi opere" (in primis il Tav). Ma per raggiungere con l'aumento del Pil obiettivi del genere ci vorrebbero tassi di crescita "cinesi"; in un periodo in cui l'Italia viene ufficialmente dichiarata in recessione, tutta l'Europa sta per entrarci, l'euro traballa, gli Stati Uniti sono fermi e l'economia dei paesi emergenti sta ripiegando. È il mondo intero a essere in balia di una crisi finanziaria che va ad aggiungersi a quella ambientale - di cui nessuno vuole più parlare - e allo sconvolgimento dei mercati delle materie prime (risorse alimentari in primo luogo) su cui si riversano i capitali speculativi che stanno ritirandosi dai titoli di stato (e non solo da quelli italiani). Interrogati in separata sede, sono pochi gli economisti che credono che nei prossimi anni possa esserci una qualche crescita. Molti prevedono esattamente il contrario; ma nessuno osa dirlo. Questa farsa deve finire. È ora di pensare - e progettare seriamente - un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti e di consentire a ciascuno una vita dignitosa anche senza "crescita". Semplicemente valorizzando le risorse umane, il patrimonio dei saperi, le fonti energetiche e le risorse materiali rinnovabili, gli impianti e le attrezzature che già ci sono; e rinnovandoli e modificandoli solo per fare meglio con meno. Non c'è niente di utopistico in tutto questo; basta - ma non è poco - l'impegno di tutti gli uomini e le donne di buon senso e di buona volontà.

27 novembre 2011

26 novembre: I movimenti per l'acqua pubblica di nuovo in piazza. Per la democrazia, contro la Bce e il governo Monti


Sembra sia passato chissà quanto tempo da quando si era tutti in piazza, il 13 Giugno, a festeggiare la vittoria dei SI per i Referendum contro il nucleare e per l'acqua pubblica. D'altronde, la casta del centrodestra come quella del centrosinistra, con l'aiuto delle grandi testate giornalistiche, hanno fatto di tutto per oscurarla. Una vittoria insperata, nata dal basso e quindi ingovernabile perchè capace di ribaltare la logica per cui il bene ultimo deve essere sempre il profitto. E' questo che ha spaventato! Ha spaventato questa voglia di partecipazione, questa voglia di rimettere in discussione la democrazia delegata, questa determinazione a mettere uno stop a un sistema economico pronto a far diventare merce beni necessari per la sopravvivenza. C'è stata una consapevolezza diffusa per cui col referendum non era in gioco solo la critica ad un governo di centrodestra, ma la possibilità di anteporre a logiche speculative il proprio futuro, la propria vita.
Il dibattito politico invece ha ripreso immediatamente il suo stanco rituale autoreferenziale fatto di polemiche e gioco delle parti. E' stata necessaria la pubblicazione della lettera della BCE all'Italia per tornare a parlare di quella che è la reale partita in gioco: la crisi, le sue conseguenze e quindi come si intende ripianare il debito dei vari stati europei. Anche su questo centrodestra e centrosinistra hanno inscenato un gioco delle parti vergognoso. Nessuno dei due schieramenti si è posto minimamente il problema di essere credibile nei confronti di chi questa crisi la sente sempre più pesante e insopportabile. Si è invece assistito ad una corsa a dimostrarsi più credibile nei confronti dei diktat della BCE. Della serie: le regole dell'economia vengono prima della democrazia. Su questo è caduto il Governo Berlusconi e su questo è nato il governo Monti. Ma cosa prevederebbe oggi il Governo Monti rispetto ai servizi pubblici locali? Ovviamente la stessa ricetta di questi ultimi dieci anni: privatizzazione. Privatizzare definitivamente servizi come i rifiuti, i trasporti e perchè no anche l'acqua. Alla faccia del referendum e della Costituzione.
Per questo i movimenti per l'acqua pubblica possono e devono rimanere un argine, come lo sono stati finora, nei confronti di una crisi economica che le grandi multinazionali intendono superare proprio con l'aggressione dei beni comuni e dell'ambiente.
La manifestazione indetta il 26 Novembre per cui non dovrà limitarsi ad esigere il rispetto dell'esito referendario di Giugno. Dovrà saper parlare a coloro che il 15 Ottobre a Roma, come nel resto del mondo hanno manifestato la propria indignazione e rabbia verso un sistema economico profondamente ingiusto e anti-democratico. Un sistema economico più attento a salvare le banche che i posti di lavoro e i diritti sociali. Un manifestazione che sappia innescare la costruzione dell'opposizione sociale e politica al Governo Monti, al Governo di Banche e Vaticano.
Provare a vincere definitivamente per garantire l'acqua pubblica a tutti può significare in modo pratico che noi il debito di questa crisi non lo paghiamo. Anzi che vogliamo costruire un mondo dove non sia l'1% a decidere per il resto del 99%.

Esecutivo nazionale Sinistra Critica

Tahrir non si arrende, no all'ancien regime


Il premier incaricato Ganzuri ha iniziato le consultazioni ma questo non è servito a fare tacere la piazza simbolo della rivoluzione che chiede con forza l’uscita di scena dei militari ancora al potere.

Il Cairo, 26 novembre 2011, Nena News – “Sono andato a letto mentre diventava primo ministro un collaboratore del vecchio rais e mi sono risvegliato a piazza Tahrir il 25 gennaio (giornata nella quale è scoppiata la rivolta ndr ) ”, ha scritto un attivista egiziano non appena ha raggiunto Tahrir, la piazza centrale del Cairo che ieri è stata nuovamente riempita da decine di migliaia di manifestanti. “Ganzuli (il nuovo primo ministro ndr) è stato riciclato dalla spazzatura del vecchio regime” si legge su un cartello esposto in una strada del centro. “Non vogliamo tornare agli anni ’90 ( quando Ganzuli era a capo dell’esecutivo, ndr)” recitava un striscione dove era attaccata una fotografia di Habib el Adly, l’ex ministro degli interni attualmente in carcere, già membro della prima squadra di governo di Ganzuli.
Ufficialmente i militari hanno annunciato una tregua e il primo ministro ha iniziato le consultazioni per la creazione di un nuovo esecutivo che annuncerà non prima di lunedì, ma questo non è servito a fare tacere gli scontenti che hanno risposto all’appello di quanti li avevano invitati a scendere in strada per ricordare i martiri di quest’ultima settimana di violenza e continuare a chiedere l’uscita di scena dei militari. Tahrir ieri si è riempita anche se i sostenitori di Tantawi, il generale a capo del Consiglio delle Forze Armate, hanno partecipato una contromanifestazione davanti il Ministero della difesa e il movimento della Fratellanza Musulmana ha organizzato una marcia alternativa. “E’ l’ennesimo tradimento degli islamisti ” dice un manifestante che ricorda che questo movimento aveva già boicottato il sit iniziato martedì scorso. “Hanno a cuore solo le elezioni e sanno che ogni giorno che passa perdono voti” conclude. A lanciare un appello ai vertici militari sono stati anche i suoi più generosi finanziatori oltre oceano. Imbarazzati a vedere che il loro patner sparava e lanciava lacrimogeni – per altro made in Usa – sui manifestanti, gli Stati Uniti avevano spinto l’esercito a scusarsi con le famiglie delle vittime, a nominare un nuovo premier e a garantire lo svolgimento delle elezioni. Le richieste americane sono aumentate e il portavoce della Casa Bianca ha domandato all’esercito di uscire di scena il piú presto possibile e di trasferire immediatamente il potere a un nuovo esecutivo civile che sia capace di rispondere alle richieste degli egiziani.
Tra poche ore, lunedi’, si apriranno le porte dei seggi elettorali eppure al Cairo sono pochi quelli che parlano di questo tanto atteso appuntamento con la storia. Molti credono che per iniziare una nuova era bisogna prima mettere una pietra sopra quella precedente. Per mantenere l’unità nazionale, diversamente dal solito, a Tahtir non erano stati montati i palchi da cui solitamente parlano i rappresentanti dei diversi partiti. “Il consiglio supremo delle Forze Armate vuole risuscitare il regime di Mubarak. Adesso il dovere di tutti è restare uniti per salvare la rivoluzione” scrive Ala al Aswani, scrittore del bestseller Palazzo Yacubian e a lungo oppositore del vecchio regime. “In questi mesi la giunta militare è riuscita a sottomettere gli egiziani e a seminare discordia tra le forze rivoluzionarie. Le divisioni politiche devono essere rimandate a vantaggio dell’unità: Solo così si riuscirà a formare una coalizione di governo rivoluzionaria che possa portare all’elezione di un’autorità civile”.

23 novembre 2011

Assoluzione per De Gennaro: "Sentenza politica"


Annullata senza rinvio, dalla Cassazione, la condanna all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e all'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola con riferimento all'accusa di aver istigato alla falsa testimonianza l'ex questore del capoluogo ligure Francesco Colucci. Si è concluso cosí, con una smentita delle conclusioni di colpevolezza cui erano arrivati i magistrati della Corte di Appello di Genova dopo il verdetto assolutorio emesso dal gip in primo grado, il primo filone processuale approdato al vaglio della Suprema Corte e nato dalle inchieste successive alle violenze del G8 del 2001.
De Gennaro, dopo l'assoluzione, "è molto sollevato e soddisfatto: ci teneva molto al riconoscimento della correttezza del suo operato", ha detto il professor Franco Coppi che ha difeso anche in Cassazione l'attuale capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. "Le cose sono state rimesse a posto in modo molto perentorio ed è stata cancellata l'amarezza della sentenza di appello", ha aggiunto il legale.
La decisione è stata emessa dalla Sesta sezione penale - con la formula ampiamente liberatoria "perchè i fatti non sussistono" - ed è stata aderente alla richiesta del sostituto procuratore generale della Cassazione Francesco Mauro Iacoviello che aveva chiesto di annullare senza rinvio la sentenza di secondo grado emessa il 17 giugno del 2010. Probabilmente i supremi giudici - ma questo lo si saprà con certezza entro un mese, quando saranno depositate le motivazioni estese dal consigliere Giacomo Paoloni - hanno ritenuto che i fatti addebitati a De Gennaro e Mortola non "avessero portata offensiva", ovvero non abbiano avuto alcuna incidenza sul corretto svolgimento del processo per le violenze alla Diaz.
Sia il Pg - che ha ricordato come a suo avviso al G8 siano stati ben altri gli avvenimenti di rilievo come i pestaqgi e la morte di Carlo Giuliani - sia le arringhe dei difensori, avevano battuto il tasto sulla non rilevanza delle diverse versioni inerenti, in definitiva, la catena di comando responsabile dell'irruzione delle forze dell'ordine alla Diaz. Coppi ha spiegato che "De Gennaro non ha assolutamente preso le distanze da quanto accaduto dal momento che ha autorizzato, per questa vicenda, l'intervento di un battaglione dei carabinieri: figuriamoci se voleva fare pressioni su Colucci per chiamarsi fuori!". Il legale ha poi aggiunto che l'addetto alle relazioni esterne Sgalla, "arriva alla Diaz quando tutto si era ormai consumato e c'erano le ambulanze e i feriti: arriva lí dopo aver cenato e sono circa le 23.30 di sera, con tutto comodo. Non è immaginabile che sia stato allertato da De Gennaro per poi arrivare quando tutto era concluso". Comunque, per Coppi, come già aveva indicato il Pg, "‚ irrilevante chi abbia preso la decisione di mandare Sgalla alla Diaz, anche se sembra piú credibile che sia stato Colucci a prendere quell'iniziativa".
Di diverso parere sono stati gli avvocati delle parti civili che si sono battuti per la conferma delle condanna. "Il problema della falsa testimonianza non è irrilevante - ha detto l'avvocato Francesco Romeo, legale di uno dei giovani pestati alla Diaz dagli agenti - perchè incide sul processo per le violenze alla Diaz. E ci sono le prove dirette sia a carico di De Gennaro che di Mortola: intercettazioni, interrogatori, la lettera dello stesso De Gennaro e la testimonianza del questore Andreassi". Anche l'Associazione dei giuristi democratici, rappresentata dall'avvocato Rebotti, aveva chiesto la convalida del verdetto di appello.(ANSA).

G8, Malabarba (Sinistra Critica): PER DE GENNARO SENTENZA POLITICA
"L'assoluzione di Gianni De Gennaro dal reato di istigazione alla falsa testimonianza nel processo per la 'macelleria messicana' alla scuola Diaz è una sentenza politica, che nega paradossalmente l'esistenza della catena di comando che ha deciso la repressione durante il G8 di Genova e i chiari tentativi di depistaggio accertati dalla magistratura genovese in appello".
Lo dichiara Gigi Malabarba di Sinistra Critica, testimone al processo e senatore membro del Copaco all'epoca dei fatti. "Le intercettazioni di De Gennaro e Mortola hanno messo in luce responsabilità inequivocabili che solo una precisa volontà politica di togliere dai guai l'ex capo della polizia e attuale direttore del Dis ha potuto vanificare. L'attuale situazione politico-sociale del paese esige la cancellazione di qualsiasi ombra sull'operato di chi dirige tutti gli apparati di sicurezza e una condanna del più alto in grado avrebbe sicuramente provocato un terremoto incontrollabile" prosegue Malabarba. "Ora per De Gennaro si spianano le possibilità persino per nuovi incarichi, con sostegno bipartisan, a livello istituzionale e, perchè no?, anche per 'rimettere ordine' nella tangentata Finmeccanica, suo antico sogno. Staremo a vedere. Ma tutto ciò è un messaggio inquietante non solo perchè allontana la verità sul G8, ma per la stessa democrazia" conclude Malabarba.