12 luglio 2011

La coesione sociale di Napolitano e Berlusconi


Coesione
Il paese va a rotoli, per effetto di politiche dissennate, di un malgoverno spudorato, non solo dell’ultimo periodo: ma, solennemente, il presidente della repubblica ne ricava la solita ricetta: ci vuole coesione, bisogna fare squadra, ci vuole confronto e dialogo… E la cosiddetta opposizione coglie subito l’occasione per risparmiarsi di fare ammuina, e annuncia che ridurrà ad alcuni punti (quali?) gli emendamenti, e dopo aver proclamato la sua contrarietà, faciliterà il passaggio della manovra, naturalmente… per salvare il paese. Uno sforzo in più, chiede Berlusconi, dopo il lungo silenzio nei giorni in cui crollavano le borse (si vergognava forse di piangere ancora miseria per la condanna all’azienda di famiglia – che tra l’altro se la cava meglio della concorrente SIR - in un momento come questo?), e per “senso di responsabilità” ottiene subito una risposta positiva. L’impudenza di un governo in cui il ministro più vezzeggiato dalle opposizioni, Tremonti, non si vergognava di ottenere in omaggio un appartamento da 8.500 euro al mese (quanto molti precari non prendono in un anno), in cui lo scambio di insulti a mezza voce a microfoni accesi non è raro né casuale, ma anche un governo che non accenna minimamente a fare quel “passo indietro” che gli chiede periodicamente Bersani, il cui partito è evidentemente incapace di fare qualche gesto concreto e si limita a implorare l’avversario, ha una spiegazione semplice: le opposizioni non hanno l’ombra di un progetto alternativo, se fossero state loro al governo avrebbero fatto più o meno la stessa manovra (e quando ci sono state, ne hanno fatte effettivamente anche di peggiori). Lo stesso Di Pietro, anche quando rimprovera le indecisioni e i pasticci del PD, e dice che il suo partito farà “seria opposizione” alla manovra, non dice cosa propone di diverso, e dà per scontato che il totale debba essere lo stesso.
Non c’è nessuno che parli delle spese militari, a parte la Lega, che le critica però solo per le “imprese umanitarie”, perché indirettamente provocano un aumento delle correnti migratorie verso l’Italia, che pure sono ridottissime rispetto a quelle che la Germania ha assorbito dopo il 1989. Ma almeno un po’ le critica e quindi si prende qualche merito con questa pseudo dissociazione, soprattutto quando muore qualche altro dei “nostri ragazzi”. Eppure questo sarebbe il primo taglio logico da fare a spese esorbitanti.
“La stampa”, che è diventato il giornale più combattivo dell’opposizione, almeno ogni tanto tira fuori qualche dato, sia pure senza avanzare minimamente la proposta di tagli. Ad esempio in due pagine dell’11 luglio dedicate alle incursioni aeree in Libia, con tanto di servizio fotografico del giornalista embedded, schemi e cartine, si lascia scappare una cifra agghiacciante: un’ora solo di volo di un ricognitore Awacs costa 18.700 dollari, una missione da Trapani Birgi dura in media 10 ore, quindi siamo già a 187.000 dollari in un giorno, e ci sono tre Awacs in servizio, più 142 cacciabombardieri...Non sono tutti italiani, certo, ma c’è un paese europeo che non lamenti gli effetti della crisi economica? E gli Stati Uniti, che si trovano sull’orlo della bancarotta (tecnicamente già arrivata per il Minnesota, “piccolo” Stato con un territorio pari a due terzi di quello italiano) a che livello di spesa militare stanno? Ne ha parlato ieri con la consueta precisione Antonio Mazzeo, in Obama: Spese militari e costi umani e per altri aspetti dei traffici connessi a queste imprese anche Gigi Malabarba in Libia, armi e affari. È vergognoso quindi che si chieda “coesione” tra l’opposizione e questo governo del malaffare e delle avventure militari, ma è scandaloso che la si offra senza fiatare. Ma come fare diversamente, se il centrosinistra ha fatto lo stesso quando governava, e ha sempre votato il rifinanziamento delle “missioni umanitarie”, come sono chiamate nella “neolingua” in vigore…
Dobbiamo evitare di finire come la Grecia, ci si dice, ed è una menzogna: la Grecia è stata solo il terreno di sperimentazione di una politica di riduzione secca dei livelli salariali e pensionistici, conquistati con decenni di lotte, di tagli a tutti i servizi scolastici, sanitari e all’intero apparato statale. Lo scopo era quello di ripagare le banche tedesche, francesi, italiane che avevano offerto alla Grecia prestiti che potrebbero essere denunciati come “illegittimi”, e che avevano spesso rifilato prodotti finanziari tossici. Il debito della Grecia poteva essere affrontato senza drammatizzazioni dato che rappresentava una percentuale minima dei bilanci complessivi dell’Europa. Se la Grecia fallisse, il guaio maggiore sarebbe per le banche che l’hanno portata ad avere quel “debito odioso”, e che continuano a chiedere “all’Europa” altri contributi, che non arriveranno mai in Grecia. Il fallimento dell’Argentina non fu una tragedia per quel paese, anche se inizialmente i governanti infami avevano tentato di far pagare i loro misfatti a tutti, ceto medio delle casseruole incluso. Il risultato fu un terremoto politico, che spazzò via vari governanti corrotti, e soprattutto fu una bella botta per chi anche dall’Italia si era buttato a comprare quei prodotti finanziari che rendevano tanto: ha perso in genere il 70% dei suoi capitali, mentre l’Argentina (anche grazie all’aiuto del Venezuela e del Brasile), si è risollevata. Oggi forse sta per attraversare una nuova fase difficile, anche per debolezze inveterate della sua sinistra, che ha aperto le porte a un nuovo rilancio della destra peronista, ma è tutt’altra questione, e comunque sono passati dieci anni!Oltre a ricordare il recente Grecia o Islanda?, rinvio su questi temi al più articolato saggio di François Chesnais, tradotto dai compagni di Solidarietà Ticino, sui Debiti illegittimi che inserisco contemporaneamente.
(a. m. 12/7/11) tratto da http://antoniomoscato.altervista.org