05 maggio 2011

6 maggio 2011: RIBELLARSI E' GIUSTO!

RIBELLARSI E' GIUSTO!

OPERAI, PRECARI, STUDENTI e MIGRANTI INSIEME

CONTRO IL GOVERNO BERLUSCONI

CONTRO MARCHIONNE E LA CONFINDUSTRIA

La crisi non è superata.
Con il “patto per l’euro”, l’Unione europea ha deciso ancora di ridurre i salari (!), attaccare quel che resta dello stato sociale e portare l’età pensionabile a 67 anni! In Italia stanno finendo gli ammortizzatori sociali, i precari vengono lasciati a casa e i disoccupati crescono. Ma i profitti e le rendite finanziarie non si fermano. Diseguaglianze così profonde non ci sono mai state e sono inaccettabili! E Tremonti sta preparando un’altra manovra finanziaria da “lacrime e sangue”.
Questo sciopero generale è sicuramente anche il risultato delle enormi pressioni dal basso arrivate nei mesi scorsi, da dentro e fuori la CGIL, fin dalla manifestazione nazionale della FIOM del 16 ottobre, e poi dagli studenti, dallo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, ecc. Tuttavia rischia di essere una iniziativa tardiva e inefficace.
Certo, ogni manifestazione di lotta che contribuisca a un maggiore protagonismo di lavoratori, lavoratrici, precari, immigrati è un segnale positivo di resistenza alla crisi che va valorizzato. Ma è necessario, al contempo, dare chiari e precisi segnali di una continuità nella mobilitazione, fuori da ogni ambiguità.
Non è credibile, ad esempio, aver continuato a celebrare il 1° maggio, come se nulla fosse successo, insieme ai sindacati “complici” CISL e UIL, che hanno sottoscritto accordi separati per ormai oltre 7 milioni di lavoratori (metalmeccanici, pubblico impiego, commercio, ecc.), oltre a tutti i diktat di Marchionne e della Fiat. E peraltro la CGIL, continua a tenere aperto un tavolo di contrattazione nazionale con la Confindustria con l’obiettivo di concertare un nuovo patto sociale, in nome dell’incremento della produttività.
Per questo è più che mai necessaria una grande mobilitazione della classe lavoratrice che difenda salari , occupazione e diritti, che rivendichi un intevento pubblico sul futuro della Fiat. Obiettivo dello sciopero non possono essere solo le “inefficienze” del governo (che è in verità molto efficiente, a sostegno della Confindustria e dei banchieri, nei provvedimenti contro lavoratori, precari, donne e migranti).Così come non si possono lasciare da sole e separate tante vertenze, come da ultimo i lavoratori della Bertone.

VOGLIAMO:

• LA RIDISTRIBUZIONE DEL LAVORO CHE C’E’ TRA TUTTI basta licenziamenti comunque mascherati
• IL RIPRISTINO LA SCALA MOBILE CONTRO LA RIDUZIONE DEL POTERE D’ACQUISTO
• NESSUN REDDITO AL DI SOTTO DI € 1.000, NESSUN SALARIO SOTTO € 1.300 MENSILI
• LA TASSAZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE, DEI SOVRAPROFITTI E DI TUTTI I PATRIMONI SUPERIORI AI 200.000 EURO ALL’ANNO
• IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI 2 milioni di euro al giorno per la guerra in Afghanistan

Bisogna organizzare la rabbia di milioni di persone “senza futuro” in tutta Europa contro il padronato e governi liberisti. Come sta avvenendo nel mondo arabo, nelle piazze di Tunisi e del Cairo.
E’ necessario che tutti i settori sindacali combattivi, nella CGIL e nei sindacati di base, agiscano insieme per ricostruire il conflitto sociale, così come ad esempio sta avvenendo a Roma, Milano e altrove con l’esperienza dei delegati Autoconvocati di tutte le sigle sindacali. E anche la Mayday di Milano ha lanciato la proposta di uno “sciopero precario”, cioè di tutte e tutti contro la precarietà e per il diritto al reddito, alla casa, ai servizi: è anche questa la nostra lotta.
IN SOLIDARIETÀ CON LE LAVORATRICI ED I LAVORATORI DELLE FABBRICHE IN LOTTA! CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E LO SFRUTTAMENTO DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI MIGRANTI!

SINISTRA CRITICA Veneto

Tra concerti e concertazione, noi tifiamo rivolta!

verso lo sciopero generale del 6 maggio

Le nuove generazioni in generale e gli studenti in particolare, negli ultimi vent’anni hanno sistematicamente espresso un forte senso di disagio e di preoccupazione per il loro futuro, fino a giungere alla fase attuale nella quale il futuro non solo non è percepibile, ma nemmeno immaginabile.

Negli ultimi anni gli studenti si sono resi protagonisti di lotte che hanno avuto, il pregio di aver contribuito a colmare il vuoto politico causato dalla totale incomprensione delle grandi organizzazioni sindacali e politiche nei confronti delle problematiche giovanili e non solo, quali ad esempio la precarietà lavorativa.

L’attiva partecipazione degli studenti alle lotte dei lavoratori non si è limitata alla mera solidarietà, ma ha avuto un preciso scopo: da una lato evitare che la demolizione dei diritti sul posto di lavoro oggi, possa recludere ulteriormente l’accesso ad un futuro lavorativo certo, dall’altro esprimere chiaramente la necessità di un’unità reale tra tutti i soggetti che stanno pagando la crisi.

La rabbia dettata da una prospettiva di totale precarietà, sociale e lavorativa, ci ha fornito gli strumenti per un’analisi critica sulla fase che stiamo attraversando, per non esserne semplici spettatori, ma per cercare di determinarla. Ed è in quest’ottica che abbiamo partecipato a costruire la data del 16 ottobre, che avrebbe dovuto evolvere in una mobilitazione generale e generalizzata, in tempi ragionevoli e strategicamente utili per dare una significativa “spallata” alla leadership governativa, formata non solo dalla componente politica ma soprattutto degli interessi di confindustria.

La CGIL ha però preferito tergiversare senza alcuna motivazione apparente, cercando di raffreddare in tutti i modi le piazze e rifiutandosi di proclamare lo sciopero generale nel momento più alto del conflitto, quando la rabbia giovanile e studentesca esplodeva nella giornata del 14 Dicembre e la battaglia di resistenza di Mirafiori cominciava a nascere all’interno della fabbrica torinese.

Nonostante tutto abbiamo comunque scelto di partecipare allo sciopero del 6 Maggio, per portare la nostra visione critica di una data, che, se fosse stata aperta realmente a tutti i soggetti sociali, dagli studenti, agli abitanti di Terzigno, ai migranti, che hanno prodotto un reale conflitto in questo Paese, e se fosse stata convocata nel momento culminante delle mobilitazioni sociali, avrebbe potuto essere sicuramente un momento importante e decisivo. Come sappiamo tutto questo non è avvenuto e ad oggi ci ritroviamo nella situazione in cui non si ha la minimia certezza sulla riuscita dello sciopero, mentre all’orizzonte si profila un rafforzamento della vocazione concertativa della CGIL (come dimostra l’atteggiamento della FIOM al referendum tenutosi alla ex-bertone, dove il sindacato metalmeccanico ha scelto di appoggiare il Si).
Il nostro obbiettivo quindi rimane quello di costruire un percorso dal basso, che possa anche rendere evidenti le palesi contraddizioni della CGIL.

L’azione diretta dell’economia liberista nello scardinare sistematicamente ogni forma di tutela dei diritti sul lavoro, non ha come conseguenza la sola precarizzazione della vita, ma innesca un gioco al massacro tra i lavoratori che svendono la loro vita per paghe sempre più misere e tempi di lavoro sempre più lunghi, e proprio per questo risulta sempre più inaccettabile qualsiasi politica concertativa.

Per quel che ci riguarda questa non deve essere l’ennesima data isolata, ma la tappa di un percorso aperto, collettivo e determinato al recupero di quello spirito conflittuale che si era intravisto nei mesi scorsi.
Recupero necessario per cercare di ricucire e riavvicinare i lembi del tessuto sociale che sono stati, nel tempo, lacerati con concetti quali imprenditore di se stesso, lavoratore indipendente, collaboratore esterno e tutta quella lunga serie di definizioni che servono solo a nascondere la realtà dei fatti: lavoratore precario a tempo indeterminato!

Finchè non vedremo ritornare sui tavoli di contrattazioni quelle garanzie che sono state svendute, continueremo a riempire le piazze e le strade, con quell’autodeterminazione che ci contraddistingue, continueremo a bloccare scuole e università.

NON SI PLACA IL VENTO DELLA RIVOLTA!

04 maggio 2011

Nichi e la "nuova narrazione" su Israele


di Cinzia Nachira
Nichi Vendola ha una caratteristica predominante: il tempismo. A poco più di 15 giorni dall’assassinio di Vittorio Arrigoni non si è chiesto se fosse o meno il caso di incontrare l’ambasciatore israeliano Meir. Non si è nemmeno posta la stessa domanda riguardo ai grandi cambiamenti che sono in corso in Medio Oriente e nel Maghreb. Avrebbe dovuto tenere conto del fatto che l’Egitto del post-Mubarak ha annunciato la riapertura totale del valico di Rafah, di fatto annullando l’efficacia dell’assedio cui la popolazione civile della Striscia di Gaza è sottoposta fin dal 2006, per volontà di Israele e della cosiddetta “comunità internazionale”. Inoltre, avrebbe fatto bene a ricordare che Fatah e Hamas, dopo quattro anni di divisione geografica e politica (entrambe conseguenze dirette della politica israeliana), il 27 aprile hanno raggiunto un’intesa per superare la divisione politica.
Forse, se avesse riflettuto su questi tre elementi, avrebbe capito (spes ultima dea) che incontrare ora l’ambasciatore israeliano significa dare un segnale negativo di controtendenza rispetto al vento di libertà che sta soffiando sul Mediterraneo. Le conseguenze del suo gesto le pagheremo tutti e tutte. C’è, poi, giusto bisogno di rimarcare l’infondatezza tutt’altro che innocente di alcune affermazioni che hanno segnato quella stretta di mano. La sua dichiarazione che: “[…] c’è una gamma assai variegata e ricca di possibilità di relazioni. Israele è un Paese che ha fatto investimenti straordinari sin dalla sua nascita, sull’innovazione. Un Paese che ha trasformato aree desertiche in luoghi produttivi e in giardini, un Paese che si confronta col tema mondiale del governo del ciclo dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti con pratiche di avanguardia. Penso che la possibilità di sviluppare reciprocamente le attività turistiche e la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siano altri elementi importanti di una relazione che con la mia visita in Israele può raggiungere un punto di svolta”.
Neanche Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, avrebbe trovato una formula più fine per nascondere il carattere colonialistico e razzista dello Stato di Israele. Ci ha pensato, nel 2011, Nichi Vendola. È sconcertante come sia possibile che oggi, mentre gli aerei da guerra della NATO (compresi quelli italiani) decollano dalle basi pugliesi per aggredire la Libia, proprio Vendola rivendichi la “riappropriazione” delle radici ebraiche della Puglia. La nostra regione è un crogiuolo di culture che nei secoli si sono integrate e mescolate e certamente non saremo noi a negare che tra queste c’è quella ebraica. Noi, però, sappiamo che la cultura ebraica ha poco o nulla a che vedere con la creazione dello Stato israeliano ad opera dei colonialisti sionisti ed europei a spese del popolo palestinese e dei popoli arabi della regione. Noi difendiamo la cultura ebraica, per il buon motivo che identificarla con lo Stato di Israele significa negare semplicemente il suo valore positivo inserendola a pieno titolo nel contesto colonialistico ed esclusivistico. Vendola ignora o, peggio, vuole ignorare che “i deserti trasformati in giardini” sono le terre da cui un milione di palestinesi sono stati cacciati manu militari, che le fonti di acqua che fanno “fiorire i deserti” sono sottratte con la forza ai palestinesi. Il Presidente della regione ignora che Israele ha deviato il corso del fiume Giordano, condannando a una morte lenta il fiume e le terre circostanti. Per cui è più appropriato affermare che Israele è un grande creatore di deserti dove c’erano terre fiorenti. Oggi, grazie a Israele, la valle del Giordano è pressoché desertica.
Le dichiarazioni di Nichi Vendola sono eticamente, culturalmente e politicamente sconcertanti, non degne di una persona che sostiene di voler essere parte di quella battaglia improba, ma inevitabile, per rendere questo mondo vivibile per tutti gli esseri umani che lo popolano e la cui stragrande maggioranza vive in condizioni di povertà assoluta, per consentire ad una minoranza di poter “far fiorire i deserti”. La Puglia, per la sua posizione geografica, è una regione mediterranea a pieno titolo e noi sentiamo il bisogno di dire ai popoli mediterranei, che stanno lottando per la loro libertà, che le dichiarazioni di Vendola, come la NATO, come il Presidente Napolitano che avalla la guerra NATO, non ci rappresentano. Lo diciamo anche al popolo israeliano, invitandolo caldamente a comprendere che i sostenitori incondizionati del governo israeliano che rifiuta tutti i tavoli negoziali sono in realtà i nemici più pericolosi del suo futuro. Noi rivendichiamo per tutti popoli del Mediterraneo, nessuno escluso, la volontà di essere protagonisti di un’alternativa vera. L’unica soluzione che possa portare la regione mediterranea ad una pace giusta ed equa.

02 maggio 2011

Tunisia: sindacato e processo rivoluzionario

Solidali e internazionalisti Delegazione della Union syndicale Solidaires in Tunisia. 15 aprile 2011

Tra il 27 marzo e il 2 aprile, una delegazione della
Union syndicale Solidaires si è recata in Tunisia. Ne facevano parte compagni di SUD-PPT [Poste], di SUD-Education [Scuola] di SUD-Rail [Ferrovie] e della Segreteria nazionale. La delegazione stava nel quadro della rete sindacale euro-mediterranea. Erano quindi presenti anche rappresentanti della CGT spagnola, della CUB italiana e della SNAPAP algerina, come pure una delle organizzazioni europee con le quali collaboriamo, la LAB del Paese Basco. La delegazione era accompagnata da un responsabile dell’associazione svizzera Solifonds, su richiesta dello Snapap.

Abbiamo constatato un grande cambiamento riguardo alla democrazia. Oggi, la maggior parte delle persone discute apertamente per strada delle proprie convinzioni politiche. È la fine di un regime dittatoriale che reprimeva severamente le mobilitazioni, il sindacalismo autentico, le associazioni e organizzazioni politiche che si opponevano al potere. Le manifestazioni sono autorizzate, anche se la repressione poliziesca può essere molto violenta, come abbiamo visto nella Casba il 1° aprile. Tuttavia, il sentimento generale, sia de* militanti incontrat*, come di ciò che si può vedere o leggere da «visitatori», è che a parte quello, non è cambiato quasi niente, in particolare sul piano economico-sociale. È quanto ci hanno detto, in forme un po’ diverse per la veemenza, ma identiche sul fondo, i sindacalisti della sinistra dell’UGTT (insegnanti, postini, ferrovieri, varie strutture interprofessionali), il segretario generale aggiunto dell’UGTT, il segretario generale della CGTT, i rappresentanti di 10 dei partiti politici che costituiscono il fronte del 14 gennaio, e in varie regioni i Comitati locali per la salvaguardia della rivoluzione, come pure i giovani che abbiamo incontrato, in particolare i/le disoccupat* laureat*, ecc. I giovani e la sinistra sindacale hanno avuto una parte fondamentale nel processo rivoluzionario, e ognuno di questi due gruppi ritiene che il proprio apporto è stato il più importante.

Negli ambienti militanti incontrati c’è un certo unanimismo sui seguenti punti:

  • Un numero enorme di responsabili del «vecchio regime» rimane al suo posto: nel governo, nei ministeri, nelle imprese. Il FMI, la Banca Mondiale sono sempre molto presenti … e non messi in discussione dai governi che si sono succeduti dopo il 14 gennaio. Anche se gli insegnanti del bacino di Gafsa, prima condannati, sono stati amnistiati e reintegrati nella Funzione pubblica, non hanno riavuto i loro posti. I telefoni dei militanti continuano ad essere intercettati…
  • Pochissime cose sono cambiate in due mesi in campo economico e sociale. Da notare tuttavia le misure prese per ridurre il fenomeno del subappalto. Il 2 aprile, il governo ha annunciato un piano di rilancio molto socialdemocratico (creazione di posti di lavoro nella Funzione Pubblica, e aiuti agli imprenditori privati affinché assumano…). È in particolare per denunciare questo che i giovani, sempre molto attivi, hanno lanciato l’appello al sit-in «Casba III» venerdì 1° aprile (sit-in represso violentemente per ordine di un ministro degli interni superstite del vecchio regime).
  • La maggior parte delle persone che abbiamo incontrato ritiene che l’organizzazione islamista Ennahdha sta diventando una delle principali forze politiche del paese: realizza un importante lavoro sul terreno, utilizza le moschee per fare passare le proprie idee e dispone di molto denaro. Ennahdha potrebbe essere una delle prime forze politiche in seguito alle prossime elezioni. C’è poi un dibattito nella sinistra sul posizionamento dei fondamentalisti. * Alcuni valutano che Ennahdha ha avuto una reale evoluzione: separazione della moschea dallo Stato, uguaglianza di diritti tra uomini e donne, ecc. Ritengono che i media esagerano il pericolo fondamentalista che, a forza di essere gonfiato, si rafforza giocando sull’insufficienza di cambiamenti dopo il 14 gennaio.. * Altri, in particolare le associazioni di donne, valutano che Ennahdha ha un doppio linguaggio e che finirà per allinearsi sui fondamentalisti «puri e duri» che moltiplicano gli atti violenti. Quest* temono in particolare una rimessa in discussione dei diritti delle donne.
  • La maggior parte de* nostr* interlocut/rici/ori ci hanno dichiarato la loro volontà di un rinvio delle elezioni all’autunno. Ritengono che se si tenessero a luglio, i partiti di sinistra, che stanno appena uscendo dalla clandestinità, non avranno avuto il tempo di organizzarsi e i vincitori saranno Ennahdha e gli ex benalisti riorganizzati sotto forma di «nuovi» partiti. In effetti queste due correnti sono attualmente le sole a essere strutturate e a disporre di importanti mezzi materiali e finanziari. Ritengono che una scadenza troppo corta per preparare l’elezione di una Assemblea Costituente non permetterebbe un vero dibattito democratico, in particolare sulle forme di scrutinio, l’elaborazione dei programmi, ecc. Alcun* sottolineano che il dibattito sulla data delle elezioni non deve mascherare un dibattito ancora più importante: in assenza di un cambiamento rapido nei rapporti sociali e nelle strutture amministrative,si rischia di vedere rafforzarsi un sentimento del genere: «in definitiva non fanno niente per noi».
Il ruolo decisivo dell’autorganizzazione
In tutta la Tunisia le istituzioni locali sono state spazzate via, il che ha posto in seguito grossi problemi per gli abitanti nella vita di ogni giorno. Nelle città di provincia che abbiamo visitato, sono state create istituzioni locali provvisorie con un forte coinvolgimento della popolazione. Il più sovente, le strutture locali dell’UGTT hanno avuto una parte determinante nel processo. La forma e la composizione di tali istituzioni locali provvisorie sono in generale basate sui rapporti di forza tra militanti politici e sindacali, alcuni dei quali non erano sempre molto autonomi dal vecchio potere. A Redeyef, città del bacino minerario insorta e repressa nel 2008, l’amministrazione comunale è stata rovesciata dalla popolazione a gennaio. Si sono svolte numerose assemblee con la partecipazione di centinaia di abitanti che hanno designato con il metodo del consenso un consiglio provvisorio di 9 persone, a partire da una lista iniziale di 20 nomi, stabilita dall’Unione locale dell’UGTT. Sono state istituite commissioni per gestire gli affari correnti. A Thala non c’è più un consiglio comunale. È stato costituito un Consiglio per la salvaguardia della rivoluzione. I giovani continuano ad avere voce in capitolo: sono i giovani insorti, che avevano incendiato il commissariato, a mantenere l’ordine in città. Il Comitato di Biserta, contrariamente a molti altri, funziona sotto forma di Assemblee Generali alle quali partecipano da 500 a 1000 persone. Si colloca in una logica sia di contropotere che di autorganizzazione della società da edificare. A Biserta è l’AG che ha deciso i 25 nomi che compongono l’istituzione locale provvisoria.
Una rivoluzione a metà strada
Con la caduta di Ben Alì è stato compiuto un passo enorme, ma le vecchie strutture dello Stato restano in piedi, e niente di fondamentale è cambiato in termini di rapporti sociali ed economici. Perché una nuova società venga alla luce, l’essenziale rimane da fare, e le forze reazionarie operano con molta energia affinché ciò non avvenga. I giovani hanno un ruolo importante. Vigilano a che il processo non venga interrotto e sono pronti a mobilitarsi di nuovo a questo fine. È ciò di cui si può essere certi, ad esempio, dalle nostre interviste a Thala e dal movimento nella Casba il 1° aprile. Alcuni compagni di Biserta si esprimono così: «in Tunisia c’è stata un’insurrezione, ora ci vuole la rivoluzione». È dovere del sindacalismo che difendiamo sostenere quell* che vogliono andare in questa direzione.

Lo stato del sindacalismo tunisino
Si assiste a un’ondata massiccia di sindacalizzazione: ci sarebbero più di 50.000 nuove adesioni in due mesi (30.000 delle quali a Tunisi), vale a dire un aumento totale superiore al 10%. A Benarous, città industriale nella periferia di Tunisi, gli iscritti all’Unione regionale dell’UGTT sono quasi raddoppiati, con un progresso del 10% nel settore pubblico e una moltiplicazione di 2,6 nel privato! C’è una posta in gioco importante nel prossimo congresso dell’UGTT (dicembre 2011). In particolare c’è una battaglia in corso sul rispetto dell’articolo 10 del regolamento interno, che prevede che i/le dirigenti non possano avere più di due mandati consecutivi. Se questo testo sarà applicato bene, ne dovrebbe risultare un rinnovamento completo della segreteria confederale. Su questo tema restiamo in contatto con le federazioni degli insegnanti e delle poste che contribuiscono a strutturare la sinistra dell’UGTT. L’UGTT ha antichi rapporti con le confederazioni internazionali tradizionali (CGT, FO,CGIL, Comisiones Obreras, ecc.). Uno degli attuali segretari generali aggiunti dell’UGTT ci ha dichiarato che la centrale voleva stringere rapporti anche con Solidaires. Invieremo una lettera ufficiale all’UGTT, chiedendo in particolare di essere invitati al loro prossimo congresso. La discussione con il segretario generale della CGTT conferma gli orientamenti molto vaghi di questa organizzazione, il cui asse principale sembra essere di offrire un’alternativa all’ UGTT. La CGTT prevede di tenere un congresso nel dicembre 2011. Può essere l’occasione di vederci più chiaro… Da notare che la stragrande maggioranza de* militanti della sinistra UGTT che abbiamo incontrato si oppone ferocemente alla costituzione di una nuova centrale. Vi oppongono la necessità di portare la rivoluzione fino al vertice dell’ UGTT per cambiarla dall’interno. Quest* militanti temono, se emergono altre organizzazioni, che la frantumazione sindacale indebolisca ancor più il movimento sociale e contribuisca alla sconfitta della rivoluzione. Per ess*: «non è il momento di dividersi, basta già la moltiplicazione delle organizzazioni politiche, il sindacalismo deve restare unito…». Questa situazione è comunque superata nei fatti poiché, oltre alla CGT, si sta creando una terza organizzazione sindacale, l’UTT, su impulso di un ex segretario generale dell’ UGTT totalmente corrotto…
Il rafforzamento dei nostri legami sindacali
In cantiere da due anni, il lavoro sui call center ha fatto un passo avanti decisivo: la riunione organizzata da SUD-PTT e il sindacato interessato dell’UGTT permetterà il consolidamento di rapporti duraturi. Una rete internazionale dei call center è in corso di costituzione in collegamento con il lavoro iniziato in Marocco e nel FSM. Si sviluppano i contatti tra SUD-Rail e la federazione dei ferrovieri dell’UGTT. L’incontro con uno dei responsabili nazionali, le visite in varie posti con militanti locali (stazione, depositi, officina) hanno permesso di stringere rapporti. Ci sono due obiettivi a breve termine: integrare quest* compagn* nella rete Rail Sans Frontières [Ferrovie Senza Frontiere], organizzare il lavoro comune con le/ i ferrovier* del Marocco e quell* dell’Algeria che dovrebbero tra poco creare un sindacato autonomo. Quando gli abbiamo chiesto quale tipo di sostegno potremmo dare, le/i nostr* interlocut/rici/ori ci hanno chiesto di promuovere la campagna per la cancellazione del debito estero della Tunisia. Proporremo ai partecipanti della rete che quello sia uno degli assi della rete sindacale euromediterranea. Un’altra proposta è quella del gemellaggio tra i sindacati o federazioni delle nostre organizzazioni con Comitati per la salvaguardia della rivoluzione in località precise della Tunisia. È da esaminare nella nostra Unione sindacale Solidaires e nel quadro della rete sindacale euromediterranea. Sviluppare i rapporti con le altre componenti del movimento sociale In un incontro con uno dei rappresentanti dell’Association Nationale Des Chômeurs Diplômés [Associazione Nazionale Dei Disoccupati Laureati] (ANDCM) abbiamo parlato della possibilità di organizzare un incontro tra i disoccupati laureati del Marocco, della Tunisia e dell’Algeria nel quadro della rete euromediterranea. Al di fuori delle strutture organizzate, sarà anche importante mantenere il contatto con quell* incontrat* «non inquadrat*», ad esempio le/ i giovani che si organizzano su Facebook, con le/i quali abbiamo avuto uno scambio e che hanno un discorso veramente politico.
Quest* chiedono molto scambi di informazioni e sostegno dall’estero.

Solidaires et internationalistes!, bollettino della commissione internazionale della Union syndicale Solidaires, Numero 35 ter – aprile 2011.
Si possono trovare materiali sull’attualità internazionale e il materiale della commissione internazionale di Solidaires, sul sito: http://www.solidaires.org/article 12...

Vendola l’avvocato azzeccagarbugli dell’ideologia sionista

Il fatto che il signor Vendola incontri l'Ambasciatore di Israele Meir e rilasci dichiarazioni vergognose e mistificatorie non ci stupisce. E’ nelle corde del personaggio Vendola, un azzeccagarbugli in completa sintonia con il centro sinistra italiano, perfettamente compatibile con la politica estera del paese più amico di Israele, l’ultimo bastione coloniale europeo, l’occupazione militare più lunga dell’ultimi cento anni, lo stato dell’apartheid per i palestinesi che però il signor Governatore al pari del Presidente del Consiglio Berlusconi vede come un esempio di sviluppo e democrazia.

Quanto dichiarato dal Mister Vendola conferma la giustezza della strada sin qui percorsa dal Forum Palestina e cioè che anche i movimenti di solidarietà internazionalista e della pace, per essere realmente tali, sono obbligati a lavorare in autonomia ed in contrasto alla politica della sinistra di palazzo e del PD.

E’ bene ricordare le sue dichiarazioni di sostegno alla risoluzione ONU sulla Libia, risoluzione che ha costituito la premessa all’aggressione militare Europea e Statunitense, ed il pallido contrasto alla guerra di questi giorni da parte della SEL. Epifenomeni del disfacimento del movimento pacifista per altro sin troppo sensibile alla politica e alla macchina organizzativa del PD.

Nella dichiarazione rilasciata, il signor Vendola si è reso protagonista della più grave e classica delle mistificazioni, e cioè di confondere ebraismo e Israele, ebraismo e sionismo, e così nelle sue parole il Festival della cultura ebraica diviene il Festival di Israele : “ Con il Festival della Cultura ebraica – ha spiegato Vendola – abbiamo prodotto una semina, perché quell’evento conteneva in sé l’idea che i rapporti economici, commerciali, istituzionali devono essere inseriti in un contesto di conoscenza delle culture, dei costumi e di amicizia tra i popoli”.

Rispondiamo che ebraismo e Israele non necessariamente coincidono, strumentalmente i governanti sionisti fanno di tutto per far coincidere le due cose, in modo da poter levare lo scudo dell’accusa di antisemitismo contro chiunque li condanni per i crimini che essi commettono nei confronti dei palestinesi.

A quanto riporta l’agenzia di stampa, il Presidente della Regione Puglia ha dichiarato:

”(Israele è ) un Paese che ha trasformato aree desertiche in luoghi produttivi e in giardini, un Paese che si confronta col tema mondiale del governo del ciclo dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti con pratiche di avanguardia.”

Di nuovo una colossale mistificazione e menzogna, il mito di Israele di "aver fatto fiorire il deserto". Dal primo giorno dell'occupazione le truppe sioniste hanno confiscato oltre un milione e mezzo di dunum di terra palestinese, comprese fonti e acque, dopo la guerra del 1967, Israele poi ha illegalmente sfruttato la Montagna acquifera ed il bacino del fiume Giordano . Da allora, ai palestinesi non è consentito cercare acqua nella loro terra. E non dimentichiamo lo sfruttamento illegale da parte di Israele – che non ha mai voluto sottoscrivere i trattati internazionali sull’acqua – delle fonti in Libano e nel Golan siriano occupato.


I movimenti per il Bene Comune sanno che l’acqua è diventata un mezzo strategico per indebolire il proprio avversario e sostengono le ragioni dei palestinesi in difesa della loro terra e acqua . Diversamente, il governatore della Puglia mistifica il furto dell’acqua perseguito da Israele, che per il suo progetto suprematista sionista confisca terra e acqua e mettendo in pratica la pulizia etnica della Palestina, giacché senza acqua semplicemente non si può vivere.

Per questo ad ogni israeliano sono garantiti 350 litri d'acqua al giorno, mentre ad un palestinese solo 70, mentre per l'Organizzazione Mondiale della Sanita' la quantita' minima d'acqua e' di 100 .

Mister Vendola ha deciso di andare ad incontrare Netanyau , Lieberman e Livni, per “ sviluppare reciprocamente le attività turistiche e la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siano altri elementi importanti di una relazione che con la mia visita in Israele” Una scelta in netto contrasto con la campagna internazionale di Boicottaggio Sanzioni e Disinvestimento con l’economia dell’apartheid israeliana, anzi, così facendo, raccoglie l’invito di Tel Aviv a contrastare questa importante iniziativa internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.

Le sue dichiarazioni sono ancora più dure e danno un pericoloso supporto ad Israele che oggi si trova a fare i conti con un accerchiamento diplomatico e con l’imminenza della partenza della Flottilla, partenza che Tel Aviv sta cercando di impedire con ogni mezzo, e che il 14 maggio vedrà a Roma una grande manifestazione nazionale di sostegno. Le organizzazioni pugliesi di solidarietà con la Palestina da tempo conoscono le simpatie israeliane del governatore Vendola, con queste dichiarazioni oggi il caso Vendola è pubblico e non solo all’interno del movimento pugliese ma nell’intero movimento ed il suo partito SEL deve fare i conti con le pericolose simpatie sioniste del suo leader.


Il Forum Palestina